Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Guerra civile e rivoluzione

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Guerra civile e rivoluzione

E la necessità di una internazionale…

 

Il dibattito nella sinistra si è ravvivato, anche se un po’  tristemente, sull’interpretazione di quel che accade in Libia o in altri paesi “in movimento”. Di fronte al crollo delle certezze inculcate da decenni da direzioni che ripetevano incessantemente che non si doveva sognare, che una rivoluzione era ormai impossibile (approfittando del fatto che quasi nessuno ricordava che i loro antenati e predecessori lo dicevano già alla fine del XIX secolo,  vedi la censura a Engels che avevo ricordato in Non violenza), e che sono rimaste senza parole di fronte alla smentita clamorosa della storia, si è spesso cominciato a discutere di lana caprina, cioè se ci si trovasse di fronte a una rivoluzione o a una guerra civile.

Nella vulgata della sinistra anche cosiddetta “radicale” si era dimenticato che la guerra civile non è mai stata un optional, neppure nel 1917, ma semplicemente che l’equilibrio delle forze, il “dualismo di potere”, spezzato nell’Ottobre dall’audacia dei bolscevichi con un minimo di spargimento di sangue, non aveva risolto per sempre il conflitto: le forze controrivoluzionarie interne  erano indebolite ma non sparite, e trovavano vastissimi appoggi nei principali paesi capitalistici, dalla Gran Bretagna e la Francia agli Stati Uniti e il Giappone; così nella primavera del 1918 si arrivò all’esplosione della lunga e terribile guerra civile, combattuta in Russia ma internazionale. Nella vulgata reazionaria, fatta propria non solo dalla socialdemocrazia europea , ma anche dalla quasi totalità degli ex comunisti pentiti, l’immagine della rivoluzione è stata cancellata e sostituita da quella della guerra civile, terrificante, ma di cui si taceva che era stata resa possibile soprattutto dalla viltà dei dirigenti del movimento operaio europeo. Rinvio su questo a molti scritti della sezione I grandi nodi del novecento, e anche a Le premesse del crollo del PRC

Così ora molti commenti sulla rivoluzione che dilaga dal Maghreb al Golfo persico si sbizzarriscono in previsioni di possibili sconfitte, ovviamente più che probabili per la non trascurabile forza residua dei ceti politici sconfitti, per i loro legami profondi e duraturi con l’imperialismo, e soprattutto se non si delinea un movimento per impedire ogni tipo di “interventismo umanitario”. Che le masse capaci di cacciare un Ben Ali o un Mubarak non siano immediatamente ben attrezzate per il “dopo”, è una conseguenza più che logica di decenni di repressione. Tranne che in Russia, tutte le rivoluzioni successive, a partire da quella tedesca del 1918, non hanno avuto il tempo per consolidare una forza capace di resistere a una controrivoluzione che partiva all’attacco preventivo. Ma ciò non toglie che fossero vere e a volte grandi e profonde rivoluzioni.

È quello che si rischia già ora, soprattutto in Tunisia e in Egitto. Non il pericolo, tanto paventato da Roma, Parigi o anche Tripoli, dell’integralismo islamico, ma quello di una restaurazione strisciante che approfitti dell’ovvia inesperienza delle masse. Ovvia, perché erano state private per decenni di ogni possibilità di organizzarsi e di informarsi, ma con un esito non fatalmente predeterminato: basta ricordare che la stessa inesperienza  c’era anche, per le stesse ragioni, tra le grandi masse russe al momento della rivoluzione di febbraio, come ha ricostruito magistralmente Lev Trotskij nella Storia della rivoluzione russa.

Non era e non è solo questione di tempo. Per capire meglio, bisogna pensare all’Italia tra il 25 luglio 1943 e il 25 aprile 1945. In quei due anni una vera rivoluzione (lo era, anche se non lo ammette la vulgata della sinistra), preannunciata dagli scioperi del marzo 1943, fu deviata sul binario morto della collaborazione di classe e della ricostruzione dell’apparato repressivo che era andato in pezzi dopo l’8 settembre e la divisione in due Stati fantasma, entrambi occupati e senz’armi, mentre la resistenza attiva si era armata. Che si trattasse di una rivoluzione, cioè della rottura dell’equilibrio dovuta al fatto che quelli che “stavano sotto” non accettavano più di starci come prima, e quelli “in alto” si dividevano sulle risposte da dare a questa nuova situazione, è chiaro se non si fa “cominciare la storia” dal 25 luglio, con il golpe di palazzo che voleva sostituire Mussolini per salvare il fascismo, ma dagli scioperi di marzo, e dalle sconfitte in Grecia, Albania, Nordafrica. E se si ricorda che quel tentativo gattopardesco benedetto dal Vaticano e dal Quirinale fallì subito per l’esplosione della gioia popolare in manifestazioni  che rivelarono la profondità della rivoluzione. Per sconfiggerla, fu necessario un livello più alto di mistificazione, possibile grazie alla delega totale ai dirigenti che arrivavano dal paese del mito circondati da un aureola di leggenda eroica: decisiva la “svolta di Salerno”.

Oggi la maggior parte degli esuli rientrati nei loro paesi  dopo anni di isolamento, anche se erano originariamente di sinistra, difficilmente possono essere rimasti impermeabili  alle idee di collaborazione di classe dominanti da decenni nella sinistra del grande riflusso. Ma i giochi non sono affatto chiusi.

Il caso più difficile da spiegare è quello della Libia,  reso più complicato dall’atteggiamento di Chávez e di Cuba, inizialmente minimizzatore dell’intero processo, di cui si sottolineava sempre soprattutto la possibile influenza degli Stati Uniti, poi apertamente ostile. La logica l’ha spiegata bene Gennaro Carotenuto in Il difficile nodo della Libia* .

Io (che da qualche giorno sto a Caracas, frastornato da un’incessante martellamento di Telesur e delle altre emittenti tv e radio vicine al governo sulle colpe dei ribelli e i meriti di Gheddafi) cerco di immaginare i danni di questa distorsione nella sinistra italiana. Ad esempio penso a quei lettori del Manifesto, che si sono scagliati furiosamente  contro i presunti cedimenti al “mostro Gheddafi”  della Castellina, di Parlato, e perfino di Del Boca, colpevoli di aver ricordato le caratteristiche della prima fase del regime libico, e viceversa a tutti quei compagni, magari anch’essi lettori dello stesso giornale,  influenzati invece dalle dichiarazioni iniziali di Chávez e soprattutto di Castro. Va detto che poi il leader venezuelano ha ridimensionato il senso della sua presa di posizione denunciando (come è giusto e necessario) i tentativi di ingerenza e di intervento militare, e offrendosi come mediatore tra Tripoli e Bengasi (ma non erano tutti monarchici e qaedisti, in Cirenaica?). Ma a chi ha deciso di sposare la causa di Gheddafi queste precisazioni faranno poco effetto…

Chi lo ha scelto come bandiera (come ieri Saddam o Milosevic o Noriega) ha rinunciato a capire chi è Gheddafi: non lo chiamerei un dittatore (termine generico e che varrebbe per troppi) ma piuttosto un servo dell’imperialismo, a cui ha reso preziosi servizi in molti periodi (fin da quando intervenne per stroncare in Sudan il governo di sinistra) e soprattutto nell’ultimo decennio, ma sempre gridando e strombazzando il suo presunto antimperialismo, per contrattare meglio il suo prezzo (a differenza dei Mubaraq, Bouteflika, Ben Ali e tanti altri, che non hanno fatto mai nessuna sceneggiata e sono stati sempre  servi docili.

Va detto che anche l’unità latinoamericana esce maluccio da questa vicenda, per le prese di posizione ostili a Gheddafi anche di Brasile e Argentina (oltre a quelle scontate dai paesi a direzione conservatrice, magari guidati da un massacratore come il Perù), mentre poco convincenti sono le proclamazioni di simpatia per Gheddafi da parte dello screditatissimo Daniel Ortega, che aveva tra l’altro appena ricevuto un consistente aiuto da Tripoli. Ma questo conferma, e lo sottolineano alcuni chavisti di sinistra come Luis Bilbao, la necessità di una struttura internazionale che permetta di discutere in tempo un atteggiamento comune. Ne aveva parlato lo stesso Chávez, quando aveva proposto la costruzione di una Quinta Internazionale. Poi ,all’improvviso, non se ne era fatto nulla, e l’idea era passata nel dimenticatoio… Sarebbe il caso di pensarci seriamente, per evitare che processi che potrebbero essere convergenti, si ignorino o si contrappongano tra loro.

(a.m., Caracas 4/2/11)