Movimento Operaio

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Crisi ed Europa dell'Est

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CRISI ED EUROPA DELL’EST

 

Questo testo di Cathérine Samary è particolarmente utile per ricostruire le premesse oggettive e soggettive dello sfaldamento del blocco dell'Europa centro-orientale, e dell’accettazione della subordinazione al capitalismo occidentale. Un’analisi che parte dagli anni Settanta per capire i "crolli" senza correre il rischio di mitizzare il passato. (a.m.)

 

 

L’Europa dell’Est alla prova delle crisi di sistema

di Catherine Samary*

 

La costruzione europea recava in sé aspirazioni popolari a un continente che resistesse alle politiche antisociali, essendo al tempo stesso aperto sul mondo, in base a una logica democratica, sociale, ecologica e solidale, radicalmente all’opposto di ciò che sta avvenendo… Era soprattutto quel che sperava l’Europa dell’Est, le cui popolazioni aspiravano a un’esistenza migliore, a maggiore libertà. Una speranza profondamente delusa, che alimenta tendenze xenofobe…Capire quali siano stati i bivi della storia, gli ingranaggi e l’origine della crisi attuale, è indispensabile perché i popoli si riapproprino delle loro scelte e quindi del loro futuro.

 

Squilibri est-europei in seno al nuovo ordine mondiale

 

Gli anni Settanta sono stati quelli della crisi di profitto e dell’ordine mondiale, che investiva i paesi del centro capitalistico. Quanto ai paesi dell’Europa centrale e orientale (PECO), essi restavano, a immagine della Cecoslovacchia, dipendenti dal “sostegno” economico dell’URSS, basato sui carri armati… Il loro indebitamento con Mosca in rubli non convertibili, nel quadro dei rapporti di baratto del COMECON (l’ex Consiglio di mutua assistenza economica dei paesi dell’Est), era ormai abbinato a un altro debito, questo in monete forti, e diventava pesante. L’URSS non era sottoposta a questo indebitamento, pur continuando a un boicottaggio da guerra fredda, sia finanziario che industriale (blocco di qualsiasi importazione di tecnologia avanzata, fin dal 1917). L’apertura alle importazioni occidentali, mirante ad alcune acquisizioni di moderne tecnologie, passava perciò (d’intesa con l’URSS) per alcuni dei paesi est-europei non sottoposti al boicottaggio occidentale. Essa rispondeva inoltre alla ricerca di importazioni di beni di consumo occidentali, per mitigare i malcontenti popolari dopo lo stallo delle riforme economiche degli anni Sessanta. Anche per quei paesi si trattava di ottenere alcune tecnologie occidentali, per migliorare qualità e produttività delle esportazioni, cosa che avrebbero in un secondo momento consentito il rimborso del debito in divise. Il conservatorismo burocratico aveva però reso ben poco efficaci le importazioni tecnologiche e il debito si era approfondito, accentuato dall’aumento dei tassi di interesse al volgere degli anni Ottanta.

Al tempo stesso, l’avvento al potere di Reagan apriva, dopo l’intervento sovietico in Afghanistan, un’ultima fase di corsa agli armamenti che pesava severamente sull’URSS nella prima metà di quel decennio, e che consentiva invece agli Stati Uniti di passare all’offensiva su vari terreni, di fronte alla loro stessa crisi, multicausale: sul piano interno, le spese pubbliche del riarmo sorreggevano con forza ricerca e innovazione, rilanciando insieme l’economia (in recessione all’inizio degli anni Ottanta); sul piano internazionale, si trattava della prima fase della riconquista dell’egemonia politico-militare e tecnologica che gli interventi militari del successivo decennio avrebbero assicurato. La rivoluzione tecnologica in atto negli Stati Uniti e in generale nei paesi capitalisti sviluppati - leva essenziale delle classi dominanti per ristrutturare i rapporti sociali e l’ordine mondiale - avrebbe approfondito lo scarto con l’URSS e l’Europa dell’Est, che si era invece storicamente ridotto nel dopoguerra e fino agli anni Settanta.

Gli anni Ottanta, dunque, sono stati quelli della crisi del debito per vari di questi paesi (Romania, Jugoslavia, Ungheria, Polonia e Repubblica Democratica Tedesca) che, incapaci di una riforma a fondo, senza una trasformazione sociale antiburocratica di fondo, si erano lanciati fin dal decennio precedente in importazioni di tecnologie occidentali finanziate da crediti privati.(1) La crisi del debito apriva una nuova fase storica, che consentiva a pressioni esterne reali di incidere sulle società dell’Europa orientale, proprio nel momento in cui Gorbaciov operava la svolta verso il “disimpegno” esterno, che mirava a ottenere crediti occidentali indispensabili alla modernizzazione del paese. La ricerca di monete forti per far fronte alle importazioni si è quindi tradotta anche in nuove pressioni e tensioni all’interno del COMECON al volgere degli anni Ottanta, con l’’URSS che ormai esigeva il rimborso di quanto le era dovuto - possibilmente in monete forti - e che al primo posto della propria politica estera metteva la ricerca di finanziamenti e tecnologie occidentali: quindi nella “revoca” di ogni interventismo, sul modello dell’accordo negoziato con il cancelliere Kohl sull’unificazione tedesca…

Nel frattempo, i cinque paesi indebitati est-europei avevano conosciuto indirizzi politico-economici differenti, tutti con un ruolo decisivo nella storica svolta della “transizione” verso il cambio di sistema, al termine degli anni Ottanta.

— La Federazione jugoslava, sotto la pressione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) negli anni Ottanta, era paralizzata dall’ascesa di conflitti sociali e nazionali, con un’inflazione a tre cifre rifletteva la totale perdita di coerenza del sistema. Le guerre di pulizia etnica che accompagneranno la frammentazione della Federazione e del sistema jugoslavo, e l’impasse dei piani di pace europei e dell’ONU, saranno sfruttate dagli Stati Uniti per ridispiegare la NATO dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia: la crisi jugoslava costituirà una tappa decisiva sulla via dell’integrazione europea della regione.(2)

— I dirigenti comunisti ungheresi furono gli unici a decidere di rispondere alla crisi del debito estero vendendo le imprese migliori del paese al capitale straniero, cosa che permetteva in un primo momento di attenuare le politiche interne di austerità e che rese l’Ungheria, nei primi anni del decennio di “transizione”, il principale paese di accoglienza degli investimenti stranieri diretti. Essi non esitarono neppure, sulla scia dei nuovi rapporti europei annodati da Gorbaciov, a intervenire nel crollo del Muro, tramite finanziamenti.

— Al contrario, il dittatore Ceausescu si attenne allo stretto rimborso del debito rumeno scaricandolo sulla popolazione, cosa che la nomenclatura rumena riterrà alla fine talmente esplosiva anche per sé da provocare una pseudo “rivoluzione” e la morte del dittatore, alla fine degli anni Ottanta.

— Alla stessa data, l’assorbimento della RDT da parte della Germania federale fu decisa d’accordo con l’URSS, che vi trovava alcune contropartite finanziarie da parte della Germania, con il ritiro delle sue truppe.

— Infine, dopo la repressione di Solidarnosc sotto l’egida del generale Jaruzelski, gli accordi di compromesso permisero l’introduzione in Polonia della terapia d’urto liberista, sorretta dall’annullamento del debito polacco deciso dagli Stati Uniti agli inizi degli anni Novanta: non si è risparmiato finanziariamente niente pur di far pencolare le nuove “élites” al potere verso le privatizzazioni… e verso la NATO.

Che tipo di”crescita” (misurata con il PIL) è venuta fuori dalla distruzione del vecchio sistema nelle condizioni di una periferizzazione (nel senso della subordinazione a criteri e finanziamenti esterni) che ha preuto l’ingresso nell’UE?

Vanno distinte due grandi fasi… e va messa in rilievo la variante slovena prima della svolta del 2008-2009.

 

“Crisi sistemica” e “privatizzazioni” senza capitali (1989-1999)

 

Gli anni Novanta sono stati, complessivamente, quelli della distruzione del vecchio sistema (privatizzazioni, cambiamenti dei criteri di gestione, ecc.), in due tempi: la prima metà del decennio è stata contrassegnata da cali della crescita del 20-30% in tutti i rami d’attività: La ripresa si è avuta dopo(3), in modo diseguale, ma con perdite di posti di lavoro e accresciuti scarti tra i redditi: “la disuguaglianza è cresciuta in tutte le economie di transizione”, che (4). Senza questi dati di base è incomprensibile la ragione per cui, nel quadro di elezioni pluraliste – la principale conquista contro il vecchio regime – i voti popolari siano andati… agli ex comunisti fin dai primissimi anni Novanta. Non si trattava di nostalgia per il partito unico, radicalmente rigettato, ma di voti per il diritto all’occupazione e all’accesso per tutti ai beni e servizi di base. Salvo che gli “ex” non difendevano più questi diritti, soppressi dal tipo di proposte di crescita e di “convergenza” con la vecchia Europa. Ormai l’annunciato “raggiungimento” si basò esclusivamente sul confronto (Est/Ovest) dei tassi di crescita del PIL, che non è assolutamente un indicatore di “benessere”.

La convergenza sistemica ha avuto come “marcatore” le privatizzazioni. Ma con quale capitale-denaro? Il vecchio sistema non consentiva l’accumulazione e gli ex gestori del partito-Stato volevano essere loro i beneficiari delle privatizzazioni. Si sono allora inventate “privatizzazioni di massa”, realizzate (in varie forme) tramite trasformazione giuridica delle imprese in società anonime. Il loro “capitale sociale” era suddiviso in parti e distribuito semi-gratuitamente ai lavoratori e ai cittadini, e il resto allo Stato. Solo l’Ungheria e l’Estonia hanno scelto all’inizio della transizione di vender contro “vero” capitale-denaro, vale a dire al capitale straniero,(5) le loro imprese migliori.

 

Allargamento dell’UE e crescita profondamente squilibrata (1999-2008)

 

 

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Crescita squilibrata dei Paesi baltici

prima della crisi (nel 2006)

 

Nel 2006                              

                                Lituania                Estonia                 Lettonia

Crescita del PIL                    7.8%                          10.4%                         12.1%

Crescita del credito              35%                           53%                            52%

Bilancio corrente                  -9.5%                       -14.6%                        -21.3%

(in % del PIL)

Fonte: BRI (Banche dei Regolamenti Internazionali)

 

 Tassi di crescita media del PIL e occupazione

                            1989-1994           1994-2000           2000-2007

                            GDP    Jobs             GDB    Jobs           GDB    Jobs

Bulgaria                        -5.7      -5.8             -0.2      -0.0             5.6      2.0

Estonia                          -1.6      -4.3             5.8        2.7             8.0      1.7

Ungheria                       -3.2      -4.2             3.6        0.5             3.8      0.3

Lettonia                         -11.2    -5.1             4-3      -2.3              9.0      2.4

Lituania                         -11.5    -2.0             4.5      -1.2              8.0      1.3

Polonia                          -1.6      -3.6             5.7      -0.2              4.0      0.6

Rep. Ceca                     -2.3     -2.0              2.2      -0.8              4.5      0.8

Romania                        -4.6     -1.8              0.1      -2.4              6.1    -0.8

Slovacchia                    -2.4                       3.8      -0.6                6.2      1.0

Slovenia                        -2.3     -4.6              4.3      -0.3               4.4      0.9

 

 Tassi di crescita del PIL e occupazione

(e tassi di disoccupazione) nel 2008 e 2009

                                                   2008                                         2009 

                  GDP       Occupazione      Salari i     PIL      Occupazione        Salari

                                       (e tassi di             reali                       (e tassi di       reali

                                       disocc.)                                                 disocc.)
Bulgaria         6.0         3.3 (5.6)                7.4            -1.6         -2.2 (7.9)             3.4

Estonia         -3.6         0.2 (5.5)                4.1            -10.3       -7.0 (15.2)          -3.6

Ungheria      0.5           -1.2 (7.8)              1.5             -6.3         -3.0 (9.9)            -3.2

Lettonia      -4.6           0.7 (7.5)                0.9            -13.1         -8.9 (20.9          -10.8

Lituania       3.0           -0.5 (5.8)              4.3            - 11.0          -7.7 (13.8)         -12.9

Polonia       4.8            4.0 (7.1)               3.7            -1.4            -2.3 (8.4)              0.8

Rep. Ceca  3.2           1.2 (4.4)                0.8             -2.7            -1.7 (7.1)             2.1

Romania    7.1            0,3 (5.8)               12.0           -4.0            -2.2 (6.4)             2.2

Slovacchia 3..5          2.9 (4.4)                2.0             -3.4            -4.7 (6.2)              1.6

Slovenia     6.4            2.9 (9.5)                4.2             -2.6            -1.7 (12.2)           2.5

 Fonte: Eurostat e base dati on line di WIIW (Viennese Institute of International Economic Studies)

 

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L’impegno UE ad accogliere dieci paesi dell’Europa centro-orientale,(6) deciso nel 1999, puntava di fatto a contenere crescenti malcontenti popolari. Questi si riflettono tuttora sul piano elettorale delle astensioni e dei voti xenofobi, nonché nella difficoltà politica di costruire alleanze di governo. Quella dell’allargamento è stata quindi una scelta geopolitica. Essa, tuttavia, non è stata accompagnata da strumenti di stabilità socio-economica.

Lo scarto del PIL pro capite tra lo Stato più povero e quello più ricco dell’UE, con l’ingresso della Spagna e del Portogallo era, nel 1986, da 1 a 4,9. Con l’arrivo di Romania e Bulgaria, nel 2007, è passato a 20,1. Mentre però l’allargamento ai paesi del Sud e all’Irlanda era stato affiancato dall’aumento dei “fondi strutturali” del bilancio europeo, nell’“agenda 2000” dell’UE si è deciso l’inverso. La Germania aveva rinunciato al marco tedesco solo in cambio di rigide norme di bilancio è non ha voluto che l’inserimento dei paesi dell’Europa centro-orientale le “costasse”.(7) In realtà, questi paesi le “portavano” non poco: vi delocalizzava reparti, esercitando pressioni per ribassare i salari tedeschi e basando la sua crescita (debole) durante gli anni 2000 sui surplus dell’export. Ma il bilancio europeo fu livellato all’1% del PIL europeo (contro circa il 20% di quello federale statunitense), mentre il Trattato di Maastricht limitava debiti e deficit pubblici, vietando inoltre (per introdurre l’euro) qualsiasi finanziamento degli Stati da parte delle Banche centrali a tassi ridotti o nulli.

Nel complesso, i paesi dell’Europa centro-orientale erano incoraggiati a ricorrere ai finanziamenti privati, presunti efficaci e associati alla libera circolazione dei capitali. Come attrarre gli investimenti diretti dall’estero (IDE)? Attraverso il dumping sociale (taglio dei salari e delle coperture sociali) e fiscale. Il tasso d’imposta sul reddito delle imprese è sceso di 8,4 punti tra il 2000 e il 2009, con i tassi più bassi all’Est, in particolare il 15% in Lettonia (di contro a una media del 23,5% nei ventisette paesi membri dell’UE).(8) Per rispettare i “criteri”, la contrazione delle entrate fiscali è andata in genere di pari passo con quella delle spese sociali. L’Ungheria, che ha voluto aumentare il suo bilancio per l’Istruzione e la Sanità tra il 2003 e il 2006, è dovuta ricorrere ai mercati finanziari per finanziare il suo passivo, che arrivava al 9%.

La libera circolazione dei capitali ha aperto un’altra fonte di finanziamento privato: la banche. Dopo le privatizzazioni senza capitale, il nuovo decennio fu quello della dipendenza organica dalle banche, favorita dall’adesione all’UE: nel 2008,(9) nei dieci nuovi Stati membri, salvo la Slovenia, gli attivi bancari erano detenuti in misura maggioritaria dalle banche straniere (tra il 65% e l’80% per la Lettonia e la Polonia, e per gli altri sette paesi dall’82% fino… al 100%).

La Slovenia si è ostinata a conservare circa il 70% dei propri attivi bancari, come pure l’essenziale delle sue infrastrutture (energia, trasporti…) sotto controllo pubblico, nonostante i ripetuti richiami della Commissione europea, della Banca mondiale, dell’OCSE e delle BERD (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo).(10) Il ruolo più forte dei sindacati (peculiarità slovena), che hanno organizzato vari scioperi generali, ha arginato il calo di imposte e salari. La Slovenia ha quindi i più deboli “vantaggi comparativi” di tutti i paesi dell’Europa centro-orientale in materia salariale e l’ammontare più basso di IDE (Investimenti esteri diretti) (1.500 dollari rispetto a una media di circa 4.500, e di 6.500 per Ungheria ed Estonia). Ma il suo PIL per abitante è il più elevato di tutti questi paesi, prossimo alla Spagna. Questo non evita i “brutti voti” assegnatile per mancato rispetto delle “regole” della pura e perfetta concorrenza… tra disuguali.

 

La nuova periferia est- europea alla prova della crisi

 

La quasi totalità dei 1.700 miliardi di dollari di prestiti est-europei sono di fatto detenuti dalle banche dell’Europa occidentale (Austria, Italia, Francia, Belgio, Germania e Svezia concentrano da sole circa l’84%degli averi). Ora, le banche private hanno privilegiato l’investimento sul debito pubblico e i crediti al consumo, agevolando l’accesso alle grandi aree multinazionali o agli investimenti immobiliari. La frenesia di consumo tramite indebitamento (in un contesto di impoverimento) ha sostenuto la recente impennata della crescita (specie nei paesi baltici), accompagnata da profondi squilibri soprattutto nei paesi in cui i tassi cambiari erano “stabilizzati” attraverso il rigido ancoraggio all’euro (soprattutto Stati baltici).

Nei primi anni 2000, il calo internazionale dei tassi di interesse aveva incoraggiato l’indebitamento in divise straniere dove i tassi di cambio erano favorevoli. Circa il 90% delle ipoteche ungheresi sono agganciate al franco svizzero dal 2006 e la massa globale dei prestiti ammessi in franchi svizzeri fuori dalla Svizzera è stimata a 500 miliardi di euro. Il 45% del mercato creditizio immobiliare nel suo insieme e il 40% dell’insieme dei crediti ungheresi al consumo sono in franco svizzero anziché in fiorino svedese. La cosa si è trasformata in una trappola quando i tassi di interesse del franco svizzero sono saliti e la fuga di capitali ha fatto crollare il fiorino nazionale.

L’ammontare dei prestiti concessi (specie dalle reti austriache e svedesi) copre l’equivalente del 20% del PIL nella Repubblica Ceca, in Ungheria o in Slovacchia e il 90% negli Stati baltici. Gli Stati dell’Europa dell’Est hanno dovuto rimborsare o rifinanziare circa 400 miliardi di dollari nel 2009, pari a un quarto del PIL dell’intera Unione.

A partire dal 2008, le fughe di capitali e la contrazione delle esportazioni hanno cominciato a colpire vari Stati, che hanno fatto appello al FMI, per primi quelli la cui crescita era maggiormente dovuta a crediti e finanziamenti esteri (Ungheria, Ucraina, Paesi baltici). Nel 2009, però, solo la Polonia(11) conosceva un tasso di crescita debolmente positivo. Il calo è stato dal 3% circa a oltre il 10% negli altri Stati dell’Europa centro-orientale; il più forte si è avuto nelle tre Repubbliche baltiche (la contrazione, in due anni, è stata del 25% in Lettonia e del 20% in Estonia), combinato con crisi politiche e sociali.

Cominciano a venir fuori alcuni interrogativi:(12) “I PECO erano (…), ancor prima di essere colpiti dalla crisi, indeboliti da squilibri inerenti il loro modello di crescita. La convergenza di cui si è detto(…) non era quindi un processo intrinsecamente sostenibile (…). Ci sarebbe però voluto il rivelatore della crisi perché questo apparisse con chiarezza”.(13) Eppure, il Rapporto 2009 della BERD è interamente dedicato alla salvaguardia delle privatizzazioni e dei finanziamenti di mercato che incarnano la “transizione”.Si rallegra (evidentemente) del fatto che le banche occidentali organicamente coinvolte nei paesi dell’Europa centro-orientale non si siano ritirate come meri capitali speculativi. Ma la contrazione dei finanziamenti rispetto ai ricchi è un dato di fatto.

 

Ritorno sulle scelte “generose” dell’unificazione “storica” del continente

 

Il crollo del Muro di Berlino nel 1989 ha inaugurato una nuova fase storica per l’Europa dell’Est. Tuttavia, essa ha anche segnato una svolta al centro della mondializzazione neoliberista e della costruzione europea.

Il Trattato di Maastricht del 1992 cercò di contenere l’eterogeneità economico-sociale e politica degli Stati membri con criteri strettamente monetaristici, non applicati in nessuno degli Stati più ricchi del pianeta (Stati Uniti, Giappone,,,): limitazione del deficit pubblico e debiti pubblici legati al divieto per le banche centrali della zona euro di finanziare Stati membri. Dietro criteri ampiamente arbitrari si negoziava l’abbandono del marco da parte della Germania e della sua diffidenza nei confronti del “lassismo” dei paesi periferici – caso mai, era dai paesi della periferia Sud dell’Unione che la Germania diffidava quanto alla stabilità dell’euro e al futuro statuto della Banca centrale europea, essendo ancora i paesi dell’Europa centrale e orientale ancora lontani dall’ingresso nell’Unione. Era fuori questione ( e la Germania l’inserì nella sua Costituzione) che la BCE andasse in soccorso di uno Stato membro in difficoltà. Se però ogni bilancio aveva l’obbligo di tendere al pareggio, non si parlava nemmeno di un bilancio europeo allargato per compensare quest’obbligo.

Mentre gli ingressi precedenti dei paesi del Sud erano accompagnati dall’aumento del bilancio europeo (soprattutto con i cosiddetti fondi di “coesione) per aiutare i paesi con un PIL inferiore alla media comunitaria, il nuovo allargamento sarebbe avvenuto a bilancio europeo ridotto al minimo. La coppia franco-tedesca impose nel primo decennio di questo secolo il livellamento di questo bilancio all’1% del PIL europeo. L’Unione europea è dunque dotata di una politica monetaria unica con ripercussioni differenti su un insieme eterogeneo, senza un bilancio in grado di compensare con misure redistributive queste asimmetrie e imponendo come “valore” comune il diritto di concorrenza al di sopra dei principi di solidarietà e di protezione sociale.

Dietro questi criteri vi erano grandi dissimmetrie di poteri di Stato e soprattutto una “eccezione tedesca” come tale codificata nel Trattato costituzionale europeo: per oltre un decennio, i trasferimenti di bilancio dalla Germania federale verso i nuovi länder sono stati di oltre 100 miliardi di marchi l’anno (ogni anno più dell’insieme cumulativo dei capitali che andavano a investire nei paesi dell’Europa centrale e orientale, su tutto il periodo). Nel corso del decennio, queste colossali risorse non sono servite a migliorare le condizioni dei tedeschi dell’Est (come dimostrano i malcontenti e gli esiti delle elezioni politiche), ma a smantellare lo Stato sociale, a favorire le privatizzazioni e a comprimere i salari, sotto la pressione della concorrenza con quelli della vicina Europa dell’Est).

Le delocalizzazioni sono state favorite dall’allargamento dell’Unione. E la Germania si è avvalsa della sua vicinanza ai nuovi Stati membri dell’Est per imporre una radicale austerità salariale: tra il 2000 e il 2007, il costo unitario nominale del lavoro è sceso dello 0,2% annuo in Germania, mentre saliva del 2% in Francia, del 2,3% in Gran Bretagna, del 3,2-3,7% in Italia, Spagna, Irlanda e Grecia (con un aumento nominale nei paesi periferici tanto più elevato in quanto più alta era l’inflazione).

E in questo va ricercato un ulteriore fattore dei profondi squilibri in questa costruzione: la (debole) crescita tedesca si è basata su surplus dell’export, con inflazione e domanda interna deboli e drastica riduzione dei salari, favorita dalle delocalizzazioni delle fabbriche tedesche, o parti di esse, all’Est. Tuttavia, ai surplus tedeschi hanno corrisposto deficit che si approfondivano nelle periferie del Sud e dell’Est europeo, senza che per questo si trattasse di insiemi omogenei.(14)

 

 

Speranza di vita alla nascita nei paesi  dell’Europa dell’Est nel 1970 e 2002 rispetto ai dati della Francia negli stessi anni

                                       Media 1970-1075                            Media 2000-2006

Bulgaria                         98.1%                                                     89,7%

Ungheria                       95.7%                                                    91.0%

Polonia                          97.4%                                                    93.5%

Rep. Ceca                     96.8%                                                    95.4%

Romania                        95.6%                                                    89.2%

Slovacchia                    96.7%                                                    93.3%

  

Globalmente, accanto alla “nuova Europa”, la cui condizione di subordinazione ha segnato la lunga fase d’adesione, la periferia del Sud dell’eurozona costituisce l’“anello debole” di una “vecchia Europa dissimmetrica”. La Germania ha deciso con la Francia i criteri di Maastricht, ma è stata tra le prime a non rispettarli. È la Germania a tirare i cordoni della borsa sottolineando quanto vi versa, senza dire quanto ne ricava grazie alle sue esportazioni. Essa sfrutta la crisi in corso speculando sull’euro e suo debiti pubblici della Grecia, della Spagna e degli Stati più fragili, per rafforzare le proprie scelte di austerità salariale e sociale.

 

Nuovi piani di austerità: dalle periferie verso il centro

 

Sono i rapporti di forza tra Stati, la potenza di ognuno di questi e le resistenze sociali interne a determinare di fatto i criteri di gestione dei debiti pubblici. E i principali paesi che, sul piano verbale, hanno caldeggiato il “ritiro” degli Stati” a pro del mercato e del risparmio privato hanno conosciuto da trent’anni l’aumento dei loro deficit pubblici, che si sono ritrovati negli Stati Uniti come nella vecchia Europa o in Giappone più elevati che non nel periodo dei “gloriosi trenta” di interventismo sociale da parte degli Stati.(15) Dal lato delle entrate, si è registrato un calo degli introiti fiscali, sia per il rallentamento della crescita, sia per le scelte neoliberiste di esenzioni fiscali per il capitale. Le spese sociali sono diminuite, ma non potevano sparire, con l’ascesa della disoccupazione e delle resistenze sociali. Negli Stati Uniti, negli anni Ottanta di ultima guerra fredda come nel decennio 2000, l’aumento delle spese per armamenti ha scavato buchi colossali, che hanno sostenuto la crescita. In generale, il ricorso all’emissione di titoli del debito pubblico (in luogo del finanziamento da parte della Banca centrale) si è combinato con l’aumento dei tassi di interesse (e quindi del “servizio del debito”) per attrarre i capitali speculativi.

In altri termini, la nuova fase di crisi del debito pubblico rientra in una struttura di lungo termine profondamente segnata dai fallimenti del liberismo. Ma costituisce anche una nuova fase della crisi bancaria del 2007-2009, il cui epicentro si è situato soprattutto negli Stati Uniti per poi mondializzarsi. Sono i massicci recuperi delle banche private vittime dei loro stessi appetiti e montaggi finanziari, nonché i piani di rilancio di fronte alla recessione mondiale, ad alimentare la nuova crisi, che colpisce in particolare l’Europa. I salvataggi delle banche private da parte delle Banche centrali e i rilanci tramite gli Stati hanno frenato il crollo della crescita, ma non i licenziamenti né le logiche speculative sempre all’opera. E oggi le banche utilizzano le somme ricevute a tassi d’interesse irrisori contro gli Stati che le hanno riportate a galla.

Il discorso ideologico sul debito pubblico vuole nascondere, dietro l’urgenza e l’“evidenza di un dovere d’austerità”, quanto questo dovere sia a geometria variabile, e mascherare le cause reali del debito, connesse alle trasformazioni volute dopo la svolta degli anni Ottanta. La suddivisione del valore aggiunto a spese dei salari, ritenuti costi da comprimere, ha proceduto insieme all’indebitamento delle famiglie per sostenere il consumo, specie quello di alloggi. La quota crescente di profitti non reinvestiti si è riversata su investimenti speculativi connessi a montaggi finanziarie e alla libera circolazione dei capitali. Le promesse liberiste di procurare efficienza e libertà oggi significano allungamento dell’orario di lavoro, distruzione delle protezioni sociali e dell’ambiente, e il regno del denaro sovrano nell’accesso all’istruzione, alla casa e alla sanità (e, per milioni di contadini, alla terra e all’acqua).

 

Andare alla radice della crisi

 

Le tre crisi i cui effetti si stanno cumulando (quella del 2007-2009, proveniente dal cuore statunitense del sistema globalizzato, quella che minaccia l’euro a partire dai sui anelli deboli e quella che ha cominciato a colpire l’Est europeo nel 2009) hanno un punto di fondo in comune: si tratti degli Stati Uniti, della Grecia o dei paesi baltici, esse esprimono le conseguenza di una crescita profondamente squilibrata, in cui la debolezza dei redditi salariali e delle entrate fiscali è stata compensata da un sostanziale indebitamento, fonte di profitti finanziari. L’impennata delirante di questo indebitamento è stata facilitata, come in ogni crisi capitalistica dal XIX secolo, da montaggi finanziari di cui si sono impossessati i capitali liberi.

Il ricorso al FMI nelle due “periferie” dell’Unione europea punta a salvare questa architettura. Intervenendo al cuore della costruzione europea, sta ad indicare tutte le fragilità dell’Unione e al tempo stesso le accentua: si tratta di rimettere in sella le imposizioni monetariste dei trattati, proteggendo i finanziamenti privati, ancorché responsabili e beneficiari diretti della crisi. L’obiettivo è imporre, sull’onda della crisi, una nuova radicalizzazione delle politiche portate avanti fin qui: a dover subire compressioni sono le spese sociali, le pensioni di solidarietà, i salari dei dipendenti statali, le residue protezioni sociali. L’estrema flessibilità del lavoro, contro ogni logica di diritti collettivi, di redditi e condizioni di lavoro dignitosi, mira al tempo stesso a ricavare ulteriori profitti e a rendere i disoccupati, i lavoratori poveri, i precari, “colpevoli” di pretendere “troppo”, e a dividerli, frastornarli, frammentarli per renderli incapaci di resistere..

In assenza di alternative progressiste, i voti d’estrema destra, dall’Ungheria, all’Olanda, alla Svezia, delineano un triste futuro…

La costruzione europea “va avanti”. Come in tutte le sue precedenti fasi di costruzione, perché i decisori (ma le stesse popolazioni, e la mancanza di alternative credibili) hanno paura che sia peggio bloccarla che proseguire. Il ripiegamento nazionalista e xenofobo rientra nei “possibili peggio”: Ma l’accettazione dei piani di austerità, profondamente ingiusti socialmente, oggi imposti dall’azione congiunta del FMI e delle istituzioni europee, diventerà in realtà il brodo di coltura di tutti gli xenofobi antieuropei.

Perché ad essere in crisi è una particolare costruzione europea, inscritta nel capitalismo globalizzato. Gli attuali poteri sono al servizio dei mercati (tutti i trattati europei sono andati finora in questa direzione, a partire dall’Atto unico del 1986) e i mercati servono gli Stati dominanti: questi ultimi si rifugiano dietro i loro “giudizi” anonimi dei mercati e dei Trattati (che hanno firmato) per “constatare” con fatalismo quali siano le buone politiche da seguire. E sono sempre le stesse: riduzioni delle spese sociali, smantellamento dei servizi pubblici, per aprire nuovi ambiti di privatizzazione e di speculazione finanziaria. I Trattati europei - e le politiche economiche che li hanno scelti, stanno fallendo, e sono stati decisi, a geometria variabile, sulle spalle dei popoli e di ogni democrazia degna di questo nome. Quella che va protetta è la libertà di circolazione e di scelta degli esseri umani, non quella dei capitali. Ed è alla scala in cui si prendono le decisioni, in particolare alla scala europea, che occorre costruire dal basso resistenze solidali che abbattano i Trattati, finanziamenti di spese e obiettivi che soddisfino bisogni e diritti fondamentali, contro la logica dei capri espiatori (gli “stranieri”) e delle politiche securitarie che accompagnano la liquidazione delle conquiste sociali. La criminalizzazione della povertà e l’etnicizzazione delle questioni sociali mirano a facilitare la repressione delle resistenze per distoglierle dalle cause e dai responsabili reali delle crisi.

 

 

* Catherine Samary, economiste, è militante del Nouveau parti anticapitaliste (NPA, Francia) e membro dEL Comitato Iinternazionale della IV Internazionale. Ha publicato, tra, l’altro, Yougoslavie, de la décomposition aux enjeux européens (Éditions du cygne, 2008), Les conflits yougoslaves de A à Z (L’Atelier, 2000), La Déchirure yougoslave — Questions pour l'Europe (avec Jean-Arnault Dérens, L’Harmattan, 1994), Le marché contre l’autogestion, l’expérience yougoslave, (Publisud-La Brêche, 1988).

NOTE

1. Negli anni Settanta, le banche occidentali hanno cercato di utilizzare i dollari derivanti dalla rendita pétrolifera, offrendo abbondanti crediti ai paesi del Sud ma anche – lo si conosce meno – ai paesi dell’Est citati (Jugoslavia, Ungheria, Romania, Polonia e DDR): la crisi del debito che questi hanno conosciuto nel decennio successivo è stata un vettore decisivo delle pressioni esterne da parte dei creditori occidentali e del FMI.

2. Si vedano, nel mio sito (http://csamary.free.fr), gli articoli su questi argomenti relativi al “disordine mondiale”.

3. La Polonia è stata la prima a riprendere la via della crescita e a raggiungere il livello del PIL del 1989… con l’annullamento del suo debito estero (di cui si parla raramente) e un decennio di repressione che segna un livello iniziale bassissimo… Solo i paesi dell’Europa centrale avevano recuperato nel 2000 i livelli del PIL del 1989.

4. Banca mondiale (BM), Regional Overview , 1998. Cfr. anche: BM, Dix ans de transition, Rapporto 2002.

5. Nel mio sito (cit.) potranno trovarsi sviluppi di questa analisi della “grande trasformazione capitalistica” all’Est e dell’allargamento all’Est dell’UE. Si veda anche: Jean-Pierre Pagé, Europe de l’Est: économie politique d’une décennie de transition”, in Critique internationale, n. 6, inverno 2000.

6. Oltre ai primi otto entrati nel 2004 insieme a Cipro e Malta, poi della Romania er Bulgheria nel 2007, il Consiglio di Tessalonica del 2003 ha promesso che l’UE si sarebbe aperta alle candidature dei Balcani occidentali (Albania ed ex-repubbliche jugoslave – meno la Slovenia già membro).

7. L’unificazione tedesca si era tradotta nel trasferimento di circa 1000 miliardi di DM l’anno nei nuovi Länder per più di un decennio.

8. Cfr. Eurostat, 22 giugno 2009

9. Fonte: BERD.

10. Cfr. il Rapporto sulla Slovenia, in Transition Report 2009, p. 224.

11. Al di fuori dei PECO, l’Albania conosceva ancora una crescita del 3% nel 2009 prima di entrare in recessione agli inizi del 2010.

12. Cfr. Jason Bush, Latvia’s Crisis Mirrors eastern Europe’s Woes, del 03/03/2009, riprodotto da Spiegelonline.

13. Conjoncture, gennaio 2010, n.1, Alexandre Vincent, PECO: la convergence à l’épreuve de la crise.

14. Le strategie di crescita nei paesi del Sud sono state diverse, dalla Grecia (che finanzia la crescita dei consumi tramite indebitamento) alla Spagna (che basa la propria crescita su uno scenario simile alla bolla immobiliare degli Stati Uniti e della Gran Bretagna). Ma anche all’Est le molle della crescita sono state più diversificate (quindi meno fragili) in Polonia che non nelle Repubbliche baltiche. Ed essendo i paesi dell’Europa centro-orientale fuori dall’Eurozona, la diversità dei regimi cambiari e delle politiche di bilancio è stata anche maggiore.

15. Si veda l’argomentazione dettagliata di Alain Bihr, Que cache la croissance de la dette publique?, in: www.cadtm.org/