Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Cuba: Verso il Congresso

Cuba: Verso il Congresso

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[Dopo una fase di silenzio, uno dei marxisti indipendenti cubani più vivaci, pubblica un testo di critica rigorosa alle contraddizioni e alle insufficienze del dibattito congressuale. Ci è arrivato in ritardo, ma è sempre utile per capire il significato del congresso, che si concluderà in aprile. a.m. 13/3/11]

 

CUBA – Convocazione e “Lineamenti” congressuali

non bastano per il socialismo

di Pedro Campos*


La discussione reale sul significato del socialismo dovrebbe essere al centro dei dibattiti del prossimo Congresso

Si invita ad esprimere liberamente la propria opinione sui Lineamenti economici [le Tesi] del VI Congresso e con tutto il rispetto espongo i miei punti di vista. Non ho voluto essere tra i primi, né farlo prima che ne cominciasse la discussione, per prima analizzarne il contenuto, aspettare di conoscere i risultati della seduta dell’Assemblea Nazionale [parlamento] di dicembre e per non influenzare, in alcun modo, l’opinione degli altri compagni appena aperto il dibattito.

Da due mesi la discussione è cominciata e parte della sinistra internazionale, come molti rivoluzionari, comunisti e semplici cittadini cubani, hanno manifestato disaccordo sulla forma e il contenuto di convocazione e Lineamenti, nelle riunioni che si sono già tenute, attraverso la stampa e in commenti personali.

Dopo le discussioni degli ultimi anni e visto il tempo impegnato per la loro preparazione, ci si aspettava che la direzione del partito convocasse un Congresso genuino, con un’ampia agenda, realmente democratico, senza restrizioni settarie, in grado di condurre un esame approfondito e costruttivo di quanto si è fatto in precedenza e di tracciare una linea che conduca al socialismo, come pure di scegliere i nuovi quadri che possano affrontare questo rinnovato compito. Si attendeva anche la preannunciata e importante discussione su quale socialismo vogliamo.

Non è stato questo lo spirito della direzione nella convocazione del Congresso. È una sua responsabilità storica.

La celebrazione del VI Congresso del Pcc, la formulazione di un piano economico, il rafforzamento delle economie locali e l’apertura ad altri rapporti di produzione extra-statali, in particolare l’espansione del lavoro in proprio (cuentapropismo) e in particolare l’estensione del cooperativismo a tutte le sfere dell’economia, sono richieste che trovano largo sostegno popolare, che molti di noi erano venuti sollecitando da anni e che, in qualche modo, trovano parziale espressione nella convocazione congressuale, nei Lineamenti e nei successivi interventi di alti funzionari.

Non dubitiamo che la convocazione e i Lineamenti presumano di risolvere la grave situazione delle finanze statali; tuttavia, ponendo questo come obiettivo centrale, si sorvola la discussione sui fondamentali problemi dello stesso funzionamento del Partito, sul rapporto tra la teoria rivoluzionaria – su cui esso basa il proprio operato - e la sua prassi e tutto quel che ha a che vedere con la nostra concreta realtà. In generale, li si possono considerare insufficienti ad orientare la nostra società verso un vero socialismo, dato che: 

1. Dopo otto anni di attesa, e dopo il rinvio per prepararli meglio, convocazione e Lineamenti non contengono un’organica analisi critica di quanto è accaduto nei tredici anni dall’ultimo Congresso e dei risultati delle politiche seguite, che servirebbe a evitare incongruenze e omissioni e a consentire adeguate correzioni.

2. Metodologia e contenuto prescelti ostacolano l’ampia e indispensabile discussione democratica sul significato e le vie del socialismo, ripetendo i passati errori di fondo.

3. Non invitano alla necessaria revoca di mandati, che promuova i quadri con una mentalità nuova, capaci di garantire i cambiamenti di cui c’è bisogno.

4. Non si abbinano all’elezione dei delegati, che dovrebbero sostenere le posizioni delle rispettive basi.

5. Non valutano i risultati della politica estera e della sicurezza nazionale.

6. Non affrontano in tutta la loro complessità l’attuale situazione politica, economica e sociale internazionale, il nostro sistema paese e i suoi intrecci con il mondo contemporaneo.

7. Non contengono l’analisi della specifica attività e della vita interna del partito, che deve rinnovare i suoi stessi metodi, se vuole rinnovare.

8. Alcuni dei punti dei Lineamenti violano lettera e spirito socialista della Costituzione, approvando il lavoro salariato per i privati e la vendita di proprietà a stranieri per 99 anni. 

9. Chiamano a discutere soltanto alcuni lineamenti economici specifici, limitati, prefabbricati.

Anche se il discorso ufficiale parla di “processo democratico” e la “consultazione” c’è, il vero dibattito democratico va perduto in quanto:

1. Si sono sottoposti al dibattito alcuni lineamenti, i cui assi centrali sono già stati approvati dal Consiglio dei ministri, sono stati oggetto di leggi e si stanno applicando come parte di un piano quinquennale che popolazione e Partito ignorano.

2. Manca scambio orizzontale fra le varie basi.

3. Il controllo settario esercitato dalla direzione sulla stampa del partito e del paese impedisce la divulgazione di altri contributi e idee diversi dai suoi.

4. La “partecipazione” offerta ai lavoratori e alle strutture di base del partito si limita al fatto di consultarle e ampliarle, con un metodo ufficialmente tanto criticato, ma volto a promuovere il sostegno prima ancora della discussione e a garantire l’approvazione dei Lineamenti quasi all’unanimità; quel che si deve fare è solo raccogliere opinioni, perché tutte le posizioni devono essere valide e potersi discutere fino alla votazione dell’assemblea congressuale 

5. È la dimostrazione che permane la tradizionale intolleranza nei confronti delle opinioni diverse, nonostante il discorso ufficiale, che le promuove.

6. Si  continua ad applicare nella metodologia lo storico predominio dei sistemi verticistici di ordine e comando nel partito, accentuatisi a partire dal "Periodo speciale".

7. Domina ancora nel modo di procedere l’incultura del dibattito, generata dal centralismo burocratico. Molti istruttori e quadri intermedi hanno assunto l’approvazione dei Lineamenti – anziché la loro discussione – come compito di partito.

Per altro verso, i promotori dei Lineamenti continuano a concepire il socialismo come un sistema di distribuzione dei mezzi di consumo, nello stile dei socialdemocratici, non come una nuova forma di organizzazione della produzione, non lasciando spazio ad alcun interrogativo.

E, in forma dogmatica, settaria e intransigente, assicurano che non esiste alcuna alternativa a quella esposta da loro, ignorando i propri stessi insuccessi, i disastri dell’imitazione del socialismo “reale” e le pratiche socialiste positive di altre esperienze, come pure tutta l’attività teorica del passato socialismo e quella di molti comunisti e rivoluzionari cubani e internazionali dopo il crollo del campo socialista, in cui si sostiene la filosofia marxista della trasformazione dei rapporti di produzione come soluzione delle contraddizioni generate dal sistema di sfruttamento del lavoro salariato, che ad applicarlo siano i privati o lo Stato

Un Congresso con tutti questi limiti, escludente, che anziché ricercare la coesione delle forze rivoluzionarie le allontana, nel pieno della crisi di credibilità del socialismo che stiamo attraversando, con tanta confusione e tanta gente che aspira al “sistema di vita americano”, senza successi che dimostrino la validità di un progetto socialista per il futuro, non consente al partito e all’intera società di affrontare a fondo l’attuale situazione di Cuba e le sue prospettive, né di prendere le appropriate decisioni democratiche, e non garantisce quindi gli obiettivi che questa scadenza dovrebbe porsi, nelle circostanze odierne.

In questo modo, la sostanza della politica economica - già approvata ed applicata - esposta nei Lineamenti e che si pretende di fare approvare a mo’ di referendum dal VI Congresso, pur implicando cambiamenti significativi rispetto al tradizionale atteggiamento paternalistico dello Stato, non garantisce l’avanzata del socialismo, perché:

1. Non implica una correzione dallo statalismo alla collettivizzazione, né dalla centralizzazione alla democratizzazione che metta nelle mani dei lavoratori il controllo della vita politica, sociale ed economica.

2. Resta ben fermo che le decisioni strategiche importanti si lascino all’apparato burocratico dello Stato/partito/governo e la concreta gestione operativa alle amministrazioni tradizionali imposte burocraticamente.

3. Tutte le leve fondamentali del potere restano in mano a gruppi che subiscono la forte influenza delle concezioni tradizionali dell’arcaico centralismo burocratico, frammiste a ingredienti tipici del contemporaneo neoliberismo.

4. Non risultano chiare le differenti funzioni del partito, dello Stato, del governo e dell’economia.

La principale meta che il governo si propone, quella di rimettere in pari il bilancio – una cosa molto in voga nelle economie capitaliste per garantire le elevate spese dello Stato e dei suoi burocrati – si regge sul licenziamento di un milione e mezzo di lavoratori del settore statale, la riduzione delle spese sociali e dei sussidi, l’aumento dei prezzi al dettaglio del mercato monopolizzato dallo Stato, il congelamento dei salari nominali e la riduzione del salario reale, la permanenza del grave problema della doppia moneta, e l’occupazione dei lavoratori “disponibili” in forme di produzione extra-statali, alla ricerca di raccogliere tasse sufficienti a coprire le sue spese.

Non dubitiamo che simili politiche potrebbero alleviare un po’ le finanze statali, indirizzare alcuni lavoratori verso settori statali carenti di manodopera e migliorare il tenore di vita di alcune frange già privilegiate; sono invece destinate a  colpire la maggioranza dei redditi bassi, in particolare i più poveri e meno protetti.

Ma soprattutto sarà difficile che queste misure ottengano un incremento significativo della produzione e della produttività, non contemplando incentivi positivi concreti per gli operai che lavorano per lo Stato, quelli su cui grava soprattutto il peso di far produrre le grandi fabbriche e imprese. Gli incentivi alla produzione si lasciano per valori negativi, come la pressione naturale dei bisogni, come nel capitalismo (il lavoro come necessità, non come sfruttamento), e ai tradizionali – ma insufficienti – appelli alla disciplina e al dovere.

Inoltre, ottenere tramite imposte un notevole aumento delle entrate, che possa soddisfare le aspirazioni dello Stato a costo delle nuove forme di produzione extra-statali, richiederebbe di concedere ampio spazio allo sviluppo del capitalismo privato, al lavoro in proprio e a quello cooperativo. Questo sarebbe possibile con una diversa politica fiscale, incentivante, diversa dall’attuale, e se si eliminassero i monopoli e i meccanismi accentratori che ostacolano lo sviluppo dell’iniziativa economica extra-statale e che buona parte della stessa burocrazia costituita non sembra disposta a cambiare ma, viceversa, tende a consolidare, malgrado il discorso ufficiale sul decentramento e il ridimensionamento dell’intervento statale nella vita sociale ed economica.

Questo comportano gli interventi per: perfezionare i controlli economici centralizzati della burocrazia: manovrare dall’alto l’intero movimento economico; rafforzare la polizia e il resto degli organismi ispettivi; mantenere i tradizionali controlli statali tramite la repressione e la costrizione; spremere tasse da tutte le attività economiche extra-statali, per infime che siano; mantenere, e addirittura aumentare, le già elevate imposte dei lavoratori in proprio; vietare il lavoro in proprio in molte attività professionali (ad es.: architetti, medici, dentisti, infermieri e altri); continuare ad attribuire ai lavoratori la colpa per i cattivi risultati dell’economia; non ampliare nessuno degli indispensabili meccanismi democratici di pianificazione civica; e lasciare fuori dal Congresso l’importante discussione sulle specifiche forme in cui i lavoratori e i cittadini debbano prendere parte alla vita economica del paese.

Per altro verso, le misure enunciate finora e i Lineamenti tendono a facilitare soprattutto l’investimento straniero e il capitalismo privato di medie dimensioni, mentre per quanto riguarda il lavoro in proprio non sono abbastanza incentivanti e, per ciò che concerne il cooperativismo generalizzato, lo si riconosce appena come una possibilità, senza una chiara indicazione di misure concrete. Sul controllo operaio delle imprese statali, che sono quelle determinanti per il movimento e la massa dell’economia, della cogestione lavoratori/Stato o, volendo, la consegna ai produttori delle fabbriche sfrattate dallo Stato, non si fa il minimo cenno nelle leggi già promulgate, nei Lineamenti del partito, e neppure nei discorsi ufficiali.

In questo modo, i Lineamenti non danno la priorità richiesta - anzi addirittura la discreditano – all’appropriazione collettiva, che è la strada per la soluzione della contraddizione fondamentale del sistema del lavoro salariato tra la sempre crescente concentrazione del possesso della proprietà e dei surplus e la collettivizzazione della produzione.

Le vie che si sono prospettate i Lineamenti per raggiungere i loro obiettivi macroeconomici, e gli stessi obiettivi, non hanno nulla a che vedere con il socialismo. Gli obiettivi finali di qualunque piano economico di uno Stato che pretenda di essere socialista dovrebbero essere volti a garantire il benessere e il libero e variegato sviluppo della popolazione e dei lavoratori, attraverso l’accesso di tutti alla proprietà o all’usufrutto dei mezzi di produzione. A parte la distribuzione di terre incolte – un processo poco limpido, senza alcun controllo popolare – questa cosa non si menziona neppure, né si vogliono introdurre cambiamenti nella proprietà delle imprese statali - che sono quelle determinanti - fino ad arrivare a socializzarle, e si tende invece a condividerle con società straniere (privatizzazioni)

Proporsi di rimettere in equilibrio il bilancio statale partendo dalle tasse che si raccolgono dal lavoro privato e dallo sfruttamento del lavoro salariato è controproducente da qualsiasi punto di vista socialista, come del resto non ha significato socialista annunciare la soppressione di un milione e mezzo di posti di lavoro e lasciare i lavoratori privi di precise forme di protezione pubblica e sicuramente senza garanzie di potersi guadagnare di che vivere per altra via.

Questo si spiegherebbe solo con il fatto che continuerebbe ad essere soggiacente la filosofia che ha predeterminato le decisioni tradizionali che, sotto la parola d’ordine di “attualizzare il modello”, progetta di mantenere in vigore il vecchio schema statalista che è andato a sbattere, basato sul controllo centralizzato della burocrazia sui mezzi di produzione, i sopravanzi, gli investimenti e le decisioni importanti – fattori che dovrebbero tutti essere nelle mani dei collettivi di lavoro, collettivi o di singoli individui– e sulla proroga del prevalere dei rapporti salariali capitalisti di produzione non solo nello Stato burocratizzato, ma estendendoli anche alle attività dei contadini e dei lavoratori in proprio, che si incentivano a diventare piccoli capitalisti.

Lo ripetiamo: non respingiamo il fatto che possa esistere una certa dose – quella indispensabile e ben controllata –di piccolo e magari anche medio capitalismo privato (Pyme - Piccole e medie imprese) e che si utilizzino investimenti stranieri e imprese miste che apportino capitale, tecnologia e mercato, fondamentalmente, laddove siano imprescindibilmente indispensabili e preferibilmente indiretti, ma mettere queste forme di produzione al primo posto per ottenere lo “sviluppo socialista del paese”, mentre quel che si ricerca è garantire le finanze di una burocrazia statale redditiera, è un controsenso ed equivale ad aprire definitivamente, a poco a poco, la strada alle riforme filo-capitaliste.

Per quanto sia sicuro che il “socialismo” paternalista che cercava di “risolvere” il problema della piena occupazione ricorrendo al sub-impiego statale occulto, al rigonfiamento degli organici e ai sussidi, non potesse che condurci al disastro attuale, altrettanto disastroso sarebbe pretendere di risolvere il fenomeno partendo da ricette macroeconomiche neoliberiste e monetariste, che possono solo condurre la nostra economia a un’accelerata privatizzazione, come si è andato verificando a partire dal cosiddetto “Periodo speciale”, fondamentalmente con le imprese miste che condividono con lo Stato lo sfruttamento salariale dei nostri professionisti e lavoratori, la cui incidenza sull’economia non viene chiarita in alcun documento ufficiale.

La soluzione socialista al problema dell’occupazione consisterebbe nel dare ai lavoratori la possibilità piena di partecipare a tutte le decisioni che li riguardano, nei centri di produzione e nei servizi, specie alla direzione, alla gestione e a parte degli introiti - cosa che permetterebbe loro di stabilire se eccedano lavoratori, dopo aver valutato se si possano utilizzare in altre produzioni occasionali - e nella liberazione da tutti i vincoli che ostacolano il lavoro in proprio e in cooperative.

I frustrati nei loro tentativi centralisti, statalisti e volontaristici di costruire il socialismo, delusi abbandonano Marx, riducono il marxismo ad alcuni pochi dogmi fissati dallo stalinismo e non credono o non ammettono che possa esserci qualche altro modo concreto per pervenire alla nuova società, ma aspirano a “costruirla” a partire dalle “armi spuntate del capitalismo”, imboccando la scorciatoia per la sua restaurazione, poiché il prevalere di strumenti e metodi capitalisti non può che produrre risultati dello stesso segno.

Ciò che contraddistingue un modo di produzione è la forma in cui viene sfruttata la forza lavoro, cosa che dimenticano i Lineamenti e il discorso ufficiale, pretendendo di identificare il socialismo con la pianificazione centralizzata delle risorse, la proprietà statale e il “controllo” del mercato.

Con ciò si preservano i vecchi errori economici di fondo, quelli dello stile dogmatico di concentrare e di decidere centralmente sui risultati del lavoro (i sopravanzi) e di mantenere i monopoli statali sulla proprietà, la compra-vendita e i prezzi delle merci, che servono solo ad  ostacolare qualsiasi iniziativa dei collettivi di lavoro, sociali o di singole persone.

Finché dureranno questi vizi, si continuerà a parlare di decentramento economico.

Nelle moderne economie, le imprese di produzione e di servizi più efficienti dividono i propri utili in tre parti principali: un terzo per la riproduzione allargata della propria entità, un altro terzo a disposizione dei proprietari (siano essi privati o collettivi, mentre la forma più o meno equa in cui si suddivide questa parte del surplus è ciò che consente di individuare se un’azienda distribuisce i propri utili su basi capitaliste o socialiste) e una terza parte come imposte per le spese sociali e dello Stato, del municipio, ecc. Solo di quest’ultimo terzo deve disporre lo Stato per la sua pianificazione, e già si tratta di somme relativamente favolose.

In La storia mi assolverà si dichiarava che il 30% degli utili delle imprese andrebbe suddiviso fra i lavoratori.

La pratica dei tentativi di socialismo ha dimostrato che la pianificazione dovrebbe essere democratica, in accordo con i bilanci partecipativi approvati ad ogni livello e da ciascuna unità di produzione o di servizi, non a partire dalla centralizzazione di tutta la distribuzione dei sopravanzi e dell’intero processo di investimenti, un fenomeno che alimenta la corruzione e il burocratismo, che è affrontato ma senza arrivare alla sua sostanza e senza risolverlo concretamente.

Il mercato, si è già detto, scritto e ripetuto, è esistito in tutti i sistemi sociali, non è esclusivamente specifico del capitalismo, e costituisce uno strumento fondamentale dello sviluppo economico che esisterà finché predominerà il sistema capitalista a livello internazionale e, ovviamente, con il relativo prevalere dei rapporti socialisti di produzione tenderà all’interscambio di equivalenti come percorso per la giustizia sociale, finché non andrà progressivamente scomparendo con lo Stato, le classi, la divisione sociale del lavoro, la legge della domanda e dell’offerta, il denaro e le restanti categorie dell’economia di mercato.

I socialisti di varie tendenze concordano nel segnalare come soltanto ponendo i mezzi di produzione sotto diretto controllo operaio dei rispettivi lavoratori, con produzioni preliminarmente concertate, sarà possibile avanzare verso la società socialista. Quando saranno gli stessi lavoratori a decidere in ogni centro di produzione o di servizi la direzione delle imprese, la loro gestione economica e il destino dei sopravanzi, ci troveremo di fronte a cambiamenti reali dei rapporti di produzione. Qualunque altra cosa lascia tutto immutato, pur cambiando il discorso.

La semplice proprietà statale – lo si è visto – se non diventa collettiva, se non contiene questi cambiamenti concreti dei rapporti contrattati tra gli uomini nel processo di produzione e, viceversa, mantiene i rapporti di lavoro salariato e l’accentramento delle decisioni importanti, riproduce naturalmente, inevitabilmente, e in modo già dimostrato, il ciclo di sfruttamento dei lavoratori, semplicemente da parte dello Stato anziché dei privati; riproduce le classi sfruttatrici e sfruttate, rispettivamente, nei burocrati e nei produttori e poi, come è avvenuto con tutto il “socialismo di Stato” del XX secolo, finisce per rigenerare il sistema capitalista.

I dirigenti attuali non sembrano avere appreso questa lezione.

Con gli obiettivi proposti, si passerebbe da uno Stato povero, burocratizzato, paternalista e corrompente ad uno non meno burocratico, ma redditiero ed egoistico, che continuerà ad essere povero, ma con pretese di opulenza.

Non stiamo sostenendo, tutt’altro, la scomparsa immediata di un apparato di Stato che serva transitoriamente a garantire gli aspetti generali dello sviluppo del paese e la sua difesa, come qualcuno cerca di accusare quanti di noi sostengono il percorso marxista verso l’estinzione dello Stato. Non è possibile costruire il socialismo, la collettivizzazione, concentrando tutto il potere economico e politico in poche mani e se le decisioni che contano sono prese da un ristretto gruppo settario di persone, senza una reale discussione con piene garanzie democratiche, libertà d’espressione, di pubblicazione e di riunione e in cui tutti abbiano pari possibilità di partecipazione e di divulgazione delle proprie idee.

Ogni paese si addentrerà nel socialismo in armonia con le proprie caratteristiche, il proprio livello di sviluppo e il grado di collettivizzazione e di trasformazione democratica raggiunto, senza dover aspettare che altri comincino il percorso: ma la sua vittoria come sistema sociale predominante e di natura stabile dipenderà dal fatto che riesca a diventare predominante in vari paesi e questi riescano a legarsi tra loro economicamente e politicamente a partire dalle loro stesse basi. Una proiezione dell’ALBA in questa direzione, integrale, al di là dei vincoli statali e in base a nuovi rapporti di produzione socialisti, è, più che necessaria, vitale.

A Cuba siamo arrivati ormai al punto critico del dissolvimento del capitalismo monopolistico mascherato nel “socialismo di Stato”, e quindi:

  1. 1. o procediamo chiaramente verso un cambiamento dei rapporti di produzione, da quelli salariali al predominio di quelli liberamente associati di tipo cooperativo e autogestionale – non si tratta di escluderne altri – e trasformiamo democraticamente la vita democratica perché questo sia possibile;
  2. 2. oppure rigeneriamo il classico capitalismo privato, per necessità di sopravvivenza del centralismo-burocratico-salariale che, mentre pretende di rimanere eterno, verrebbe presto riassorbito e trasformato dal capitalismo e dalle privatizzazioni autogenerate.

La via indicata dalla convocazione per il VI Congresso e dai suoi Lineamenti economici sembra piuttosto propendere per il rafforzamento dei rapporti di produzione salariati che non per quelli della libera associazione, di tipo cooperativo/autogestionale. Quel che non va dialetticamente avanti, regredisce.

L’eventuale graduale processo verso la restaurazione del capitalismo, nelle fauci dell’impero più vorace ed atroce della storia, tradizionale nemico della nazione cubana e che ancora oggi mantiene ferme le principali leggi del blocco, equivale a subire il ritorno alla dipendenza dall’impero. E, come una volta ha detto la compagna Celia Hart: “Cuba o è socialista, o non è”.

Socialismo per la vita!

(L’Avana, 6 gennaio 2011).

(traduzione di Titti Pierini)

* Pedro Campos: esponente del pensiero critico di sinistra. È stato diplomatico cubano e funzionario del Ministero degli Interni. Attualmente è in pensione.

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