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Le ragioni della straordinaria resistenza della Cecenia

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Le ragioni della straordinaria resistenza della Cecenia

 

di Antonio Moscato

 

Abbandonata da tutti, con una popolazione ridotta a meno di mezzo milione di persone, la Cecenia resiste ancora all’esercito russo, erede di quello che veniva presentato il più potente esercito del mondo, e che appartiene comunque a un paese di ben 150 milioni di abitanti, che finora ha appoggiato quasi all’unanimità questa assurda guerra.

In pochi momenti in Russia c’è stata una così simile convergenza di tutte le forze politiche. Le cosiddette opposizioni, come quel partito comunista russo che piace tanto a qualche settore “nostalgico” del PRC, rimproverano a Putin solo di non essere stato abbastanza deciso e tempestivo nella repressione.

Eppure i ceceni resistono, in un paese ormai ridotto a un cumulo di macerie, da cui è fuggita non solo la consistente minoranza russa, ma anche una parte degli appartenenti all’etnia principale, che si sono rifugiati nei paesi vicini, dove sopravvivono in condizioni terribili e senza nessun aiuto internazionale.

 

L’indifferenza internazionale era scontata: inutile domandarsi perché la cosiddetta “comunità internazionale” può intervenire tranquillamente nel Kosovo bombardando Belgrado e l’intera Jugoslavia mentre non pensa minimamente di esercitare almeno una pressione sul governo russo. Il mancato intervento durante i massacri indonesiani a Timor Est (di cui pure tutte le risoluzioni dell’ONU riconoscevano l’indipendenza), la passività o la delega a potenze regionali in Sierra Leone, nella regione dei Grandi Laghi, nel Sahara ex spagnolo, in Palestina, nel Kurdistan, ecc., rendono grottescamente inverosimile l’apologia della guerra umanitaria ribadita dai DS. Accanto a loro, ridicoli, i tanti amici dei “comunisti” russi che finiscono per giustificare l’intervento di Putin in nome dell’intangibilità dei confini. Ma erano sostenitori dell’Unione Sovietica o di Santa Madre Russia, indipendentemente da chi la governa?

 

Il movimento comunista, nato dopo la prima guerra mondiale avendo tra le sue parole d’ordine la denuncia dei confini irrazionali e ingiusti imposti dalle potenze vincitrici in particolare con il Trattato di Versailles, e che aveva denunciato duramente la Società delle Nazioni come un organismo che aveva la funzione di regolamentare la spartizione del mondo tra le principali potenze imperialiste, aveva cominciato ad abbandonare queste tematiche quando l’URSS nel 1934, alla vigilia della grande alleanza con l’imperialismo franco-britannico sottesa alla politica interclassista dei Fronti Popolari, era entrata nella Società delle Nazioni ovviamente evitando di denunciarne le finalità.

Nel secondo dopoguerra i confini europei sono stati definiti ancor più brutalmente alle spalle dei popoli, ma per i partiti comunisti è diventato un dogma che non si possono toccare, perché sarebbero “il frutto della vittoria della coalizione antifascista”: in realtà sono il frutto delle spartizioni concordate da Stalin prima con Hitler e poi con Churchill, e hanno avuto come conseguenza l’espulsione o la deportazione di molti milioni di esseri umani (soprattutto, ma non solo, tedeschi).

 

La posizione originaria del movimento comunista prima della sua subordinazione agli interessi della burocrazia stalinista, che era e si sentiva erede dell’impero zarista, era basata sulla consapevolezza che quasi tutti i confini erano il frutto di un’occupazione violenta, non solo nel mondo extraeuropeo spartito tra le grandi potenze imperialiste. Uno dei sottoprodotti della svolta degli anni  Trenta fu l’abbandono della lotta per l’indipendenza delle colonie. Il partito comunista francese, ad esempio, avallò nel 1945 la violentissima repressione delle manifestazioni che in Algeria e nel Madagascar festeggiavano la vittoria sul fascismo, e chiedevano il mantenimento delle promesse fatte quando la Francia era in ginocchio, e a combattere in suo nome c’erano quasi soltanto le truppe coloniali. Ma anche il PCI si unì al coro dei partiti della coalizione antifascista che chiedevano di ottenere un mandato delle Nazioni Unite per Libia e Somalia (che per questo sventurato paese fu effettivamente concesso e durò fino al 1960).

Di quei partiti comunisti stalinizzati sono eredi tutti coloro che hanno negato il diritto del Kosovo all’autodecisione, dato che faceva parte della Jugoslavia “socialista”. Eppure era stato conquistato nel 1912 dalla Serbia reazionaria in una delle più barbariche guerre del nostro secolo, e mantenuta con una lunga storia di violenze e di negazione dei diritti. Ottanta anni di occupazione violenta sarebbero sufficienti per giustificare la sua perpetuazione in eterno? In base a questo ragionamento, si sarebbe dovuto accettare la pretesa francese di non concedere l’indipendenza all’Algeria, che aveva conquistato oltre 120 anni prima dell’inizio della lotta di liberazione (e in effetti il PCF impiegò un po’ di anni per smettere di appoggiare la guerra coloniale).

In realtà, la differenza tra un’occupazione durata 80 o 120 o anche più anni è solo che a secondo dei casi possono esserci processi di assimilazione più o meno forti, strati sociali e ceti politici più o meno integrati con il paese dominante. Ma l’unico criterio che può e deve essere usato, è verificare cosa pensano gli abitanti, se sono soddisfatti della loro condizione, o se preferiscono modificarla ottenendo una maggiore autonomia o una piena indipendenza.

Un po’ di storia del colonialismo russo nel Caucaso

La Russia ha cominciato i suoi tentativi di penetrazione nel Caucaso addirittura al tempo di Ivan il Terribile, che nel 1556 era arrivato fino al fiume Terek, che scorre nelle pianure settentrionali dell’attuale Cecenia. Nel 1722 un altro zar, Pietro il Grande, invase per breve tempo il Daghestan, e i suoi successori nel 1770 riuscirono a occupare la Cecenia, prendendo a pretesto una richiesta di aiuto da parte dei ceceni occidentali (oggi chiamati ingusci), che allora erano cristiani.

Ma già tre anni dopo una grande rivolta dei ceceni orientali, da poco convertiti all’Islam, scaccia i russi dalla regione. Per ben diciotto anni, le truppe russe sono ricacciate indietro da una “guerra santa” che ha come leader una singolare figura di avventuriero, che si fa chiamare Mansur Ushurma, ma che è arrivato nel Caucaso come missionario cattolico: padre Giovan Battista Boetti, un domenicano originario del Monferrato che a trent’anni si era convertito all’Islam. I ceceni (a cui si aggiungono anche altre popolazioni del Caucaso, compresa una parte degli ingusci, diventati anch’essi mussulmani per combattere gli invasori) sono convinti che Mansur abbia il dono dell’ubiquità, mentre i russi insinuano che per sostenerlo si serva di un sosia ceceno. Per qualche tempo si forma una confederazione antirussa che comprende il Daghestan, e a cui si aggregano osseti, cabardini e circassi, che si scioglie solo dopo la sua cattura avvenuta nel 1791. Una parte della popolazione viene deportata, e nelle terre migliori vengono insediate colonie di cosacchi).

Da allora il dominio russo si consolida e dura ininterrottamente fino alla comparsa degli attuali “terroristi”? Neanche per niente. Già nel 1824 scoppia una rivolta ancora più grande, che porta alla creazione di un Emirato del Caucaso del Nord sotto la direzione di Imam Shamil. Di fatto la regione riconquista l’indipendenza, che dura fino al 1859 (dopo la sconfitta nella guerra di Crimea, i russi hanno concentrato tutte le loro forze per avere se non una rivincita, una compensazione). La vittoria russa non è facile, tanto è vero che devono riconoscere a Shamil l’onore delle armi e concedergli di ritirarsi (finirà i suoi giorni in esilio alla Mecca). Una parte degli sconfitti lo segue e si installa nell’impero ottomano, e altri 25.000 ceceni emigreranno nel 1865 per sfuggire all’oppressione russa;  ancora una volta nelle terre dei vinti giungono i cosacchi che devono garantire la fedeltà allo zar di quella inquieta regione.

Nei decenni successivi non ci saranno rivolte di analoga ampiezza , ma il ricordo di quelle precedenti alimenta il nazionalismo. Anche se la scoperta del petrolio nel 1900 comporta mutamenti sociali importanti, e determina l’afflusso di una classe operaia proveniente dalla Russia o dall’Azerbaigian, quando la rivoluzione d’Ottobre proclama il diritto all’autodecisione e fa appello a “tutti i lavoratori musulmani della Russia e dell’Oriente” a costruire liberamente la loro vita nazionale e rovesciare i predoni e gli oppressori dei loro paesi, i ceceni sono tra i primi a rispondere costituendo già il 15 dicembre 1917 una repubblica autonoma del Caucaso del nord, che nel maggio successivo proclama la sua indipendenza.

Dopo anni di lotte convulse, a cui partecipano forze turche che occupano per qualche tempo Azerbaigian e Daghestan, nel febbraio 1920 l’esercito islamico di Huzun Haji risulta determinante per schiacciare - insieme all’armata rossa – le truppe controrivoluzionarie di Denikin. I bolscevichi offrono a Huzun Haji la carica di muftì della Ciscaucasia, ma dopo la sua morte provocano una ribellione islamica guidata da Said Bek. Dopo alcuni successi, gli islamici vengono sconfitti, ma i comunisti, consapevoli di essere odiati perché appaiono gli eredi della Russia zarista, concedono un’ampia amnistia, e riconoscono nuovamente i diritti nazionali dei popoli del Caucaso del nord. Nel gennaio 1921 viene così costituita a Vladikavkaz una “Repubblica sovietica autonoma dei popoli montanari”, la cui autonomia è così grande che al suo interno viene applicata la sharia, la legge islamica. Negli uffici pubblici compare il ritratto dell’Imam Shamil. Ai ceceni vengono restituite le terre che erano state confiscate sotto gli zar e assegnate ai coloni cosacchi.

Tuttavia il progetto leninista viene accantonato subito dopo la sua morte. Già nel 1924 Stalin (che nel 1921 era stato presente a Vladikavkaz al momento della sua formazione) scioglie la “Repubblica della montagna”, e inserisce nella Federazione russa le varie nazionalità ridotte al rango di regioni autonome.

Nel 1928 alla lingua cecena, che veniva trascritta usando l’alfabeto arabo, viene imposta la trascrizione in caratteri latini (e poi, successivamente, in quelli cirillici, nel quadro di una russificazione strisciante). Contemporaneamente comincia la collettivizzazione forzata dell’agricoltura e della pastorizia, che significa in quelle regioni anche una sedentarizzazione forzata dei nomadi. Nello stesso anno vengono abolite le scuole coraniche e abolita la sharia.

Nel 1929 esplode una grande rivolta dei ceceni, che viene conclusa l’anno dopo con un armistizio e la concessione di un’amnistia. Ma subito dopo vengono epurati i quadri comunisti indigeni, sostituiti da russi. L’amnistia viene revocata e gran parte dei capi della rivolta del 1929 vengono fucilati. Il risultato è che una nuova rivolta scoppia nel 1931, e dura fino al 1936.

Nel 1934 intanto Cecenia e Inguscezia, sempre senza essere consultate, vengono raggruppate in una sola repubblica autonoma all’interno della Russia. La storia degli anni successivi conferma che i ceceni non si rassegnano: nel 1940 scoppia una nuova ribellione, guidata da un comunista indigeno, Hassan Israilov.

Nel 1941, al momento dell’aggressione nazista, Hitler, che punta alla conquista del petrolio del Caucaso e che ha studiato bene le contraddizioni interne dell’Unione Sovietica, lancia un appello ai musulmani a cui offre protezione (d’altra parte un analogo atteggiamento era stato sperimentato nei Balcani, e nel Vicino e Medio Oriente, in chiave antibritannica). La Germania nazista ha ereditato anche i legami dell’impero germanico con quello ottomano, che aveva offerto protezione a un “governo in esilio del Caucaso del Nord”, che continuò a pubblicare per anni a Berlino la sua rivista “Caucasus”. Uno dei suoi redattori, Alì Khan Kantemir segue le truppe naziste e organizza un comitato di liberazione a cui partecipa un generale di origine daghestana, Bicerakhov.

Alcune migliaia di balcari, caraciai, e daghestani si arruolano come volontari nelle formazioni ausiliare tedesche. Non in Cecenia, dove invece un comunista locale, Mairbek Sheripov, tenta nuovamente un’insurrezione indipendentista, senza nessun aiuto dei tedeschi, che non riescono a occupare la Cecenia-Inguscezia. Ma per Stalin fa lo stesso, e la vendetta colpisce in blocco tutti quei popoli, senza distinguere tra chi ha collaborato veramente con i nazisti e chi li ha combattuti nelle formazioni partigiane. Oltre un milione di ceceni, ingusci, balcari, caraciai, ecc. vengono deportati a partire dal 23 febbraio 1944 in Asia centrale e in Siberia. Un terzo di essi muore durante il trasporto in carri bestiame non riscaldati e sigillati. La stessa sorte tocca ai tatari di Crimea, ai calmucchi e ai meschi di Georgia, e ai tedeschi del Volga, istallati nella zona da due secoli e che erano stati il pilastro del potere bolscevico durante la guerra civile.

I ceceni torneranno solo dopo la morte di Stalin, nel 1957, trovando tuttavia le loro terre e le loro case occupate da altri. Tedeschi, meschi e tatari hanno dovuto aspettare Gorbaciov per tornare...

Non c’è dubbio che i ceceni non si siano mai rassegnati alla dominazione russa, che anche dopo la fine dello zarismo appariva tale, e che fu codificata negli ultimi anni di Stalin con la teoria della superiorità conquistata dalla nazione russa nella “grande guerra patriottica”, che le assegnava il diritto di essere riconosciuta come “guida” dell’intera Unione Sovietica.

Al momento dello sfascio dell’URSS, i ceceni, come altri popoli, dal Baltico all’Asia centrale, rivendicano la loro indipendenza, la conquistano facilmente e la consolidano tra il 1991 e il 1993. In quell’anno parte il primo tentativo di riconquista russa, che si concluderà nel 1996 con un fallimento, dopo aver provocato danni incalcolabili. Il generale Lebed ha firmato un accordo che riconosce di fatto l’indipendenza della Cecenia, che peraltro, date le sue dimensioni e la sua integrazione col tessuto economico dell’ex URSS è disposta a realizzare una qualche forma di federazione.

 

L’attuale attacco, innescato da misteriosi e non rivendicati attentati a Mosca, che sembrano piuttosto partiti dai servizi segreti di Putin, serve a rialzare il prestigio di Eltsin e a preparare il passaggio del potere al suo più giovane collaboratore. Ma serve anche ad ammonire altri popoli della Russia e della ex Unione Sovietica, che il potere centrale non tollererà secessioni o ulteriori autonomizzazioni. In nome di che? Dei diritti storici della Russia, cioè dell’aver mantenuto per due secoli sotto il suo tallone di ferro un popolo indomito.

Il criterio della negazione del diritto all’autodecisione in base alla lunga durata dell’occupazione è inaccettabile: in base ad esso la Polonia non avrebbe dovuto ottenere l’indipendenza nel 1918, e ancor meno la Cecoslovacchia, che in quanto tale non era mai esistita.

I comunisti che vogliono essere veramente “rifondatori” devono spazzare via tutto il giustificazionismo della politica di potenza entrato nella mentalità e nel vocabolario del PCI durante il lungo periodo staliniano e post-staliniano. Devono smettere di considerare sacrosanto e immutabile lo status quo, comprendendo che ogni “ordine” basato sull’oppressione di un popolo in base a presunti “diritti storici” genera inevitabilmente guerre orribili e porta il mondo sull’orlo della barbarie.

(18 1 00)

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