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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Ramonet sulla Libia

Ramonet sulla Libia

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LIBIA

Il giustO e l’ingiusto

di Ignacio Ramonet

 

Tutti i popoli del mondo che hanno lottato per la libertà

alla fine hanno sterminato i loro tiranni” (Simón Bolívar]

 

[Riprendo dal Boletín solidario de información del Colectivo Militante di Montevideo questo ampio intervento di Ignacio Ramonet, che sarà pubblicato sulle edizioni in lingua spagnola di Le Monde diplomatique. Un testo interessante anche perché proviene da un intellettuale prestigioso, amico personale di Fidel Castro, e risponde nettamente alle interpretazioni che in America Latina hanno minimizzato la rivoluzione araba, e difeso Gheddafi. Ovviamente non condivido la valutazione parzialmente critica ma sempre relativamente troppo benevola del ruolo dell’ONU. Per il mio giudizio ben più secco vedi qui. a.m. 5/4/11]

 

 

I libici insorti meritano il sostegno di tutti i democratici. Il colonnello Gheddafi è indifendibile. La coalizione internazionale che lo attacca manca di credibilità. Con bombe straniere non si costruisce una democrazia. Essendo parzialmente contraddittori, questiquattro dati evidenti alimentano un certo disagio nelle sinistre rispetto all’operazione “Odissea all’alba” intrapresa lo scorso 19 marzo.

L’insurrezione delle società arabe costituisce il principale avvenimento politico internazionale dopo il crollo, in Europa, del socialismo di Stato autoritario nel 1989. La caduta del Muro della paura nelle autocrazie arabe è l’equivalente contemporaneo di quella del Muro di Berlino. Un autentico terremoto mondiale. Per il fatto di essersi verificata nell’area di maggiori riserve di idrocarburi del pianeta e nell’epicentro del “focolaio di perturbazione” mondiale (quell’“arco di tutte le crisi” che va dal Pakistan al Sahara Occidentale, passando per Iran, Afghanistan, Iraq, Libano, Somalia, Sudan, Darfur e Sahel), la sua onda d’espansione cambia l’intera geopolitica internazionale.

Lo scorso 14 gennaio qualcosa si è infranto per sempre nel mondo arabo. Quel giorno, manifestanti tunisini che da settimane rivendicavano nelle piazze libertà e democrazia sono riusciti ad abbattere il despota Ben Ali. Aveva inizio il disgelo delle vecchie tirannidi arabe. Un mese dopo, in Egitto, il cuore della vita politica araba, un poderoso movimento di protesta sociale cacciava a propria volta dal potere il generale Mubarak. Allora, quasi scoprissero all’improvviso come i regimi autoritari, dal Marocco fino al Bahrein, fossero giganti dai piedi d’argilla, decine di migliaia di cittadini arabi sono scesi nelle piazze, gridando la loro infinita sazietà di “aggiustamenti sociali” e dittature.[1]

La forza spontanea di questi venti di libertà ha colto di sorpresa le cancellerie del mondo. Quando hanno preso a soffiare sulle dittature alleate dell’Occidente (in Tunisia, Egitto, Marocco, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, Iraq, Yemen), le principali capitali occidentali, a partire da Washington, Londra e Parigi, sono sprofondate in un cauto mutismo, o hanno alternato dichiarazioni che rivelavano il loro profondo disagio di fronte al pericolo di vedere sparire i loro “amici dittatori”.[2]

Ben più sorprendente è stato, in questa prima fase (da metà dicembre a metà febbraio), il silenzio dei governi progressisti dell’America Latina, ritenuti da tutta una parte della sinistra internazionale il suo principale referente attuale. Sorpresa tanto maggiore in quanto quei governi hanno molto in comune con il movimento insurrezionale arabo: erano arrivati al potere attraverso le elezioni, sospinti da poderosi movimenti sociali (in Venezuela, Brasile, Uruguay e Paraguay) che, in vari paesi (Ecuador, Bolivia, Argentina), dopo aver resistito a dittature militari, hanno anch’essi rovesciato pacificamente governanti corrotti.

Avrebbe dovuto essere immediata in quei paesi la solidarietà con le insurrezioni arabe, repliche delle loro stesse sollevazioni civiche. Non è stato così, nonostante fosse indubbia la natura di sinistra del movimento. Il noto intellettuale egiziano Samir Amin lo descrive come segue: “Le principali forze in movimento nei mesi di gennaio e febbraio erano di sinistra. Hanno dimostrato di avere un’eco gigantesca fra la popolazione, dal momento che sono riuscite a mobilitare oltre quindici milioni di manifestanti in tutto l’Egitto! I giovani, i comunisti, frange di ceti medi democratici hanno costituito la spina dorsale di questo movimento”.[3]

 

Nonostante questo, si è dovuto aspettare il 14 febbraio – cioè tre giorni dopo la caduta dell’odiato Mubarak e un giorno prima dell’inizio dell’insurrezione popolare in Libia – perché, finalmente, un leader latinoamericano definisse “rivoluzionaria” la rivolta araba, in una dichiarazione che spiegava lucidamente: “I popoli non sfidano la repressione e la morte, né rimangono notti intere a protestare energicamente, per questioni semplicemente formali. Lo fanno quando i loro diritti legali e materiali sono spietatamente sacrificati alle esigenze insaziabili di politici corrotti e delle cerchie nazionali e internazionali che saccheggiano il paese”.[4]

Quando però la ribellione si è estesa agli Stati autoritari del cosiddetto “socialismo arabo” (Algeria, Libia, Siria), ancora una volta è caduto un pesante mutismo nelle capitali del progressismo latinoamericano. Politicamente lo si poteva anche interpretare in due modi: semplice prolungamento del cauto silenzio che fino ad allora avevano osservato queste cancellerie rispetto ad avvenimenti molto lontani dai loro principali centri di interesse; oppure, manifestazione di un imbarazzo politico di fronte al rischio di perdere alleati strategici per il loro conflitto con l’imperialismo… Di fronte al pericolo che vincesse la seconda opzione, vari intellettuali di rilievo[5] hanno creduto subito che questo avrebbe voluto dire qualcosa di inimmaginabile per governi seguaci del messaggio universale del bolivarismo. Equivarrebbe infatti a sostenere che un rapporto strategico tra Stati sia più importante della solidarietà con i popoli in lotta; cosa che porterebbe, prima o poi, a chiudere gli occhi di fronte a qualunque atrocità contro i diritti umani.[6] In questo caso, l’ideale solidaristico della rivoluzione latinoamericana annegherebbe nel gelido oceano della Realpolitik.

Sul piano della politica internazionale, la Realpolitik (teorizzata da Bismarck, il “cancelliere di ferro “ prussiano, nel 1862) ritiene che i paesi si riducano ai rispettivi Stati, senza mai considerare le loro società. Secondo questa concezione, gli Stati si muovono solo in funzione dei propri algidi interessi e delle proprie alleanze strategiche (il cui fine essenziale è la preservazione dello Stato, non la protezione della società). Dalla pace di Westfalia nel 1648, la dottrina geopolitica stabilisce che la sovranità degli Stati è intangibile in virtù del principio di non-ingerenza, e che un governo, indipendentemente da come sia arrivato al potere, ha la totale libertà di fare quello che vuole per quanto riguarda le sue faccende interne.

Una simile idea della sovranità – che è tuttora dominante – ha visto erosa la sua legittimità a partire dalla fine della “Guerra fredda”, nel 1989. E, questo, in nome dei diritti dei cittadini e di una concezione più etica dei rapporti internazionali. Le dittature, il cui numero si riduce di anno in anno, vanno diventando sempre più illegittime secondo i criteri del diritto internazionale. E moralmente inaccettabili perché, tra altri gravi abusi, privano gli individui dei loro attributi di cittadino.

In base a questo ragionamento, negli anni ’90 si è sviluppata la nozione di diritto di ingerenza o dovere di assistenza, che ha portato, indipendentemente da accettabili pretesti di facciata, a disastri politico-umanitari di grande portata in Kosovo, Somalia, Bosnia, ecc. E, alla fine, sotto la guida dei neoconservatori statunitensi, al disastro completo della Guerra d’Iraq.[7]

Tuttavia, questi tragici fallimenti non hanno fermato l’idea che un mondo più civile deve andare abbandonando una concezione della sovranità interna introdotta quasi quattro secoli fa, nel cui nome governi non eletti democraticamente hanno commesso (e commettono) atrocità innumerevoli contro le proprie popolazioni.

Nel 2006, l’Onu, con la Risoluzione n. 1674, ha fatto della protezione dei civili una questione fondamentale, incluso contro il loro stesso governo, se usa armi da guerra per reprimere manifestazioni pacifiche. Questo cambia, per la prima volta dal Trattato di Westfalia - in materia di diritto internazionale – la concezione stessa di sovranità interna e del principio di non-ingerenza. La Corte penale internazionale (Cpi), istituita nel 2002, si muove nello stesso senso.

E, in questo stesso spirito, molti leader latinoamericani hanno denunciato a giusto titolo la passività o la complicità di grandi potenze democratiche di fronte ai gravi crimini perpetrati contro la popolazione civile, tra il 1970 e il 1990, dalle dittature militari in Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e tanti altri paesi martiri dell’America centrale e del Sudamerica.

Per questo ci si è stupiti che, quando in Libia, a partire dal 15 febbraio, sono cominciate le proteste sociali pacifiche, immediatamente represse dalle forze del colonnello Gheddafi con smisurata violenza (233 morti nei primi giorni),[8] dall’America Latina non giungesse alcun messaggio di solidarietà con i civili repressi. E neanche quando è esploso, il 20 febbraio, il “Tripolitazo”, quando circa 40.000 manifestanti hanno denunciato la miseria delle condizioni di vita, la degenerazione dei pubblici servizi, le privatizzazioni imposte dal Fondo monetario internazionale, e l’assenza di libertà.

Come durante il “Caracazo” del 27 febbraio 1989 in Venezuela, l’insurrezione di Tripoli, riferita da decine di testimoni oculari, si è sparsa come una volata di polvere da sparo per tutta la capitale, si sono moltiplicate le barricate, è bruciata la sede del governo, sono stati incendiati i commissariati, saccheggiati i locali della televisione ufficiale, occupato l’aeroporto e assediato il palazzo presidenziale. Il regime libico ha cominciato a traballare.

In circostanze del genere, qualunque altro dirigente ragionevole avrebbe capito era giunta l’ora di negoziare e di abbandonare il potere.[9] Non il colonnello Gheddafi. A rischio di precipitare il paese nella guerra civile, la “Guida”, al potere da 42 anni, ha spiegato che i manifestanti erano “giovani che erano stati drogati da al Qaeda, che aveva messo pillole allucinogene nel Nescafé”…[10] E ha ordinato all’esercito di reprimere a cannonate e con forza le proteste. Il canale televisivo Al Jazeera ha fatto vedere gli aerei militari che mitragliavano i manifestanti civili.[11]

A Bengasi, per difendersi dalla brutalità della repressione, un gruppo di protestatari ha assalito un arsenale della guarnigione locale, impossessandosi di migliaia di armi leggere. Vari distaccamenti militari, inviati da Gheddafi per soffocare nel sangue la protesta, si sono schierati, con armi e munizioni, al fianco della rivolta. In condizioni molto sfavorevoli per gli insorti, comincia la guerra civile. Uno scontro imposto da Gheddafi contro un popolo che stava chiedendo pacificamente di cambiare.

Fino a questo momento, le capitali dell’America Latina progressista continuano a tacere. Non una parola di solidarietà, e nemmeno di compassione per i ribelli civili che lottano e muoiono per la libertà.

Finché, il 21 febbraio, nel tentativo di respingere qualunque accusa, la diplomazia britannica - che ha una responsabilità centrale nella riabilitazione del colonnello Gheddafi a partire dal 2004 sulla scena internazionale – per voce del ministro degli esteri William Hague, annuncia che il leader libico “potrebbe essere fuggito dal paese e si starebbe dirigendo in Venezuela”[12].

Non è vero. E Caracas lo smentisce decisamente. Ma i mezzi di comunicazione internazionali non mollano e concentrano subito il tiro sulla connessione suggerita dal Foreign Office. Minimizzando gli sfarzosi ricevimenti del dittatore libico a Roma, Londra, Parigi o Madrid, la stampa mondiale insiste nei rapporti della “Guida” con Caracas. Lo stesso Gheddhafi cade nella trappola e nomina il Venezuela nel suo primo discorso dopo l’inizio delle proteste. Lo fa per negare la sua fuga in quel paese, ma questo alimenta nuove speculazioni sull’«asse Tripoli-Caracas». Gheddafi aggiunge: “I manifestanti sono ratti, drogati, un complotto di stranieri, di nordamericani, di al Qaeda e di pazzi”.[13]

La facile frottola del “complotto nordamericano” viene ripresa come argomento da vari dirigenti progressisti latinoamericani – tra gli altri, da Daniel Ortega, presidente del Nicaragua – per esprimere ora, ciascuno a suo modo, una netta solidarietà con il dittatore libico,[14] con i compiacenti pretesti che “la situazione è confusa”, che “i mezzi di comunicazioni mentono” e che “nessuno sa chi siano i ribelli”.

Non una frase di compassione per un popolo in rivolta contro un tiranno militare che ordina di sparare contro i propri cittadini. Neanche il minimo accenno alla celebre invettiva del “Libertador” Simón Bolívar: “Sia maledetto il soldato che rivolge le armi contro il suo popolo”, dottrina fondamentale del bolivarismo.

Sorprende l’enormità dell’errore politico. Ancora una volta, dei governi progressisti danno la priorità, in fatto di rapporti internazionali, a ciniche considerazioni strategiche che si trovano in piena contraddizione con la propria natura politica. Questo ragionamento li porterà ad esprimere il loro appoggio anche all’altro infrequentabile tirannello locale, Bashar El Asad, presidente della Siria, un paese che vive in stato d’allarme dal 1962 e le cui forze repressive non hanno avuto anch’esse dubbi nello sparare con fuoco vero contro pacifici manifestanti inermi?

Per quanto riguarda la Libia, l’unica iniziativa latinoamericana positiva è stata quella del presidente venezuelano Hugo Chávez, che il 1° marzo ha proposto l’invio a Tripoli di una Commissione internazionale di mediazione composta di esponenti di paesi del Sud e del Nord per cercare di porre fine alle ostilità e di trattare un accordo politico tra le parti. Respinta da Seif el Islam, il figlio della “Guida”, ma accolta da Gheddafi, questo importante tentativo di mediazione verrà turpemente scartato da Washington, Parigi, Londra e dagli stessi rivoltosi libici.

A questo punto, le cancellerie progressiste sudamericane insistono sul loro sostegno all’illuminato di un tempo lontano. Sono infatti decenni che Muammar Gheddafi ha smesso di essere quel capitano rivoluzionario che, nel 1969, rovesciò la monarchia, cacciò dal paese le basi militari statunitensi e proclamò una singolare “Repubblica araba e socialista”.

Dalla fine degli anni Settanta, la sua traiettoria erratica e i suoi deliri ideologici (si veda il suo insensato Libro verde) ne hanno fatto un dittatore imprevedibile, mutevole ed arrogante. Simile a quei tiranni pazzi che l’America Latina ha conosciuto nel XIX secolo con il nome di “Caudillos barbari”.[15] Esempi delle sue follie: la spedizione militare di 3.000 uomini lanciata nel 1978 in aiuto del sanguinario Idi Amin Dadà, altro demente presidente ugandese… O la sua passione per quel gioco erotico con fanciulle minorenni chiamato “bunga bunga” che ha insegnato al suo socio italiano Silvio Berlusconi…[16]

Gheddafi non si è mai sottoposto ad alcuna elezione. Ha instaurato intorno alla sua immagine un culto della personalità che rasenta la deificazione. Nella Jamahiriya (“massocrazia”) libica non esiste alcun partito politico, ci sono solo “comitati rivoluzionari”. Essendosi autoproclamato “Guida” a vita del suo paese, il dittatore si considera al di sopra delle leggi. In compenso, secondo lui il legame familiare è fonte di diritto. Su questa base, ha nominato i figli nelle cariche statali e in quelle di maggiore responsabilità negli affari.

Dopo l’invasione (illegittima) dell’Iraq nel 2003, temendo di essere il secondo della lista, Gheddafi si mise in ginocchio davanti a Washington, firmò accordi con l’Amministrazione Bush, smantellò le sue armi di distruzione di massa e indennizzò le vittime dei suoi attentati terroristici. Per compiacere i “neoconservatori” statunitensi si erse a persecutore di Osama Ben Laden e della rete al Qaeda. Stabilì anche intese con l’Unione Europea per trasformarsi in ben retribuito “cane cerbero” degli immigrati africani. Chiese di entrare nel Fmi,[17] creò zone speciali di libero commercio, cedette i giacimenti di idrocarburi alle grandi multinazionali occidentali ed eliminò i sussidi per i generi alimentari di prima necessità. Cominciò il processo di privatizzazione dell’economia, che provocò un aumento rilevante della disoccupazione aggravando le disuguaglianze. [18]

La “Guida” ha protestato contro la destituzione del dittatore tunisino Ben Ali, considerandolo “il miglior governante della storia di Tunisi”. In fatto di disumanità, le sue azioni sono incalcolabili: dal suo appoggio a note organizzazioni terroriste alla sua provata partecipazione ad attentati contro aerei civili, passando per la sua persecuzione di cinque innocenti infermiere bulgare torturate per anni in galera, o le fucilazioni senza processo nel sinistro carcere Abu Salim di Tripoli, nel 1996, di un migliaio di prigionieri originari di Bengasi.[19]

La rivolta in corso è cominciata proprio in questa città quando, il 15 febbraio, i familiari dei fucilati, incoraggiati dalle proteste nei paesi arabi, scesero in piazza per esigere pacificamente la liberazione dell’avvocato Fathy Terbil che, da quasi quindici anni difende il diritto al recupero delle salme dei parenti uccisi. Le immagini che mostravano la brutalità della repressione di quella manifestazione – diffuse dalle reti sociali e dal canale televisivo Al Jazeera – hanno scandalizzato la popolazione. Il giorno dopo, le proteste si erano allargate massicciamente ed estese ad altre città. Nella sola Bengasi 35 persone furono assassinate dalla polizia e dalle milizie di Gheddafi.[20]

Un grado così elevato di accanimento contro la popolazione civile[21] ha fatto legittimamente temere, a metà maggio, quando le truppe di Gheddafi hanno cominciato a puntare su Bengasi, che si provocasse un mare di sangue. In un discorso rivolto ai “ratti” di quella città, la “Guida” ha espresso molto chiaramente le sue intenzioni: “Arriviamo questa sera, cominciate a prepararvi. Vi tireremo fuori dal fondo dei vostri armadi. Non ci sarà pietà”.[22]

In sostegno agli assediati libici che gridavano chiedendo l’aiuto internazionale[23] avrebbero dovuto accorrere in primo luogo i popoli liberati di recente di Tunisia ed Egitto. Sarebbe stata la loro principale responsabilità. Purtroppo però i governi di entrambi i paesi non hanno saputo essere all’altezza delle circostanze storiche.

In questo quadro d’urgenza, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha adottato, il 17 marzo, la Risoluzione n. 1973 che stabilisce la zona di non sorvolo aereo della Libia per proteggere la popolazione civile e far cessare le ostilità.[24] La Lega Araba aveva espresso il suo accordo preliminare e, cosa eccezionale, la Risoluzione è stata presentata da uno Stato arabo, il Libano (oltre alla Francia e alla Gran Bretagna). Né Cina né Russia, che dispongono del diritto di veto, si sono opposte. Neanche Brasile e India hanno votato contro. Vari paesi africani si sono pronunciati a favore: Sud Africa (la patria di Mandela), Nigeria e Gabon. Nessuno Stato si è opposto.

Si può essere contrari all’attuale struttura dell’Onu, o ritenere che il suo funzionamento lasci molto a desiderare; o che le potenze occidentali dominino questa organizzazione. Sono critiche accettabili. L’Onu però, finora, rappresenta l’unica fonte di diritto internazionale. In questo senso, e al contrario di Kosovo o Iraq che non hanno mai avuto l’avallo dell’Onu, l’attuale intervento in Libia è legale secondo il diritto internazionale, legittimo in base al principio della solidarietà tra democratici, e auspicabile per la fratellanza internazionalista che unisce i popoli in lotta per la propria libertà. [Come ho segnalato nel breve preambolo, e come è facilmente verificabile leggendo sul sito quello che ho scritto a più riprese sull’ONU, non posso ovviamente condividere questo giudizio di Ramonet sull’intervento “auspicabile”. Che sia legale, è possibile, ma non mi interessa molto. Sono molte le cose “legali” che mi sembrano inaccettabili e da combattere… Comunque le successive perplessità sull’operazione sono molto più condivisibili. a.m.] Si potrebbe aggiungere che potenze musulmane in un primo momento reticenti come la Turchia alla fine hanno partecipato all’operazione.

Si potrebbe anche ricordare che se Gheddafi, com’era sua intenzione, avesse annegato nel sangue l’insurrezione popolare, avrebbe mandato il segnale di via libera agli altri tiranni della zona, incoraggiandoli così a schiacciare anche loro, senza badare a niente, le proteste locali. Basti notare come, visto che le truppe di Gheddafi si sono avvicinate a Bengasi per metterla a sangue e fuoco nella passività internazionale, i regimi di Bahrein e Yemen non hanno più esitato a sparare concretamente contro i manifestanti politici. Fino ad allora non lo avevano fatto. E hanno invece puntato anche loro sull’immobilismo internazionale.

L’Unione Europea, in particolare, ha una specifica responsabilità, non solo militare. È necessario pensare alla prossima tappa del consolidamento delle nuove democrazie che sorgeranno in quest’area così vicina. Sostenere la “primavera araba” implica di per sé il varo di un vero e proprio “Piano Marshall”, vale a dire un massiccio sostegno economico “simile a quello che si offrì all’Europa dell’Est dopo il crollo del Muro di Berlino”.[25]

Tutto questo significa che l’operazione “Odissea all’alba” non pone problemi? Nient’affatto. In primo luogo, perché gli Stati e l’Organizzazione che la guidano (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Nato) sono i “soliti sospetti” implicati in molteplici avventure guerresche senza la minima copertura legale, legittima o umanitaria. Anche se, questa volta, gli obiettivi di solidarietà democratica sembrano più evidenti dei nessi con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, vale la pena di chiedersi “da quando per queste potenze ha avuto importanza la democrazia in Libia? In questo, mancano di credibilità.

In secondo luogo: esistono altre ingiustizie in questa stessa regione – la sofferenza palestinese, l’intervento militare saudita in Bahrein contro l’indifesa maggioranza sciita, la spropositata brutalità dei governi di Yemen e Siria – di fronte a cui le stesse potenze che attaccano Gheddafi hanno la vista corta, dimostrando una doppia morale.

In terzo luogo: l’obiettivo deve essere quello stabilito dalla Risoluzione n. 1973, e quello solo: né invasione terrestre, né vittime civili. L’Onu non ha dato licenza di destituire Gheddafi, anche se sembra che sia questo l’obiettivo finale (e illegale) dell’operazione. In nessun modo l’intervento deve servire da precedente per altre avventure belliche contro Stati situati nel mirino delle potenze occidentali dominanti.

In quarto luogo: la storia insegna (e lo dimostra il caso dell’Afghanistan) che è più facile entrare in una guerra che uscirne. E, in quinto luogo, l’odore di petrolio di tutta questa operazione è appestante.

I popoli arabi stanno sicuramente soppesando il giusto e l’ingiusto del presente intervento militare in Libia. Nella loro stragrande maggioranza appoggiano gli insorti (anche se si continua a non sapere bene chi sono e anche se si sospetta che vari elementi indesiderabili figurino nell’attuale Consiglio nazionale di transizione). Per ora, fino alla fine di marzo, in nessuna delle capitali arabe si sono verificate manifestazioni di rifiuto dell’operazione. Al contrario, come stimolate da questa, si sono intensificate nuove proteste contro le autocrazie in Marocco. Yemen, Bahrein… e soprattutto in Siria.

Ottenuta la zona di interdizione di volo e una volta in salvo la popolazione civile di Bengasi, le due principali richieste della Risoluzione n. 1973 erano state già soddisfatte a fine marzo; anche se altre non lo erano ancora (il cessate il fuoco da parte delle truppe di Gheddafi e la garanzia per queste di accesso certo al sostegno umanitario internazionale), a partire da quel momento i bombardamenti dovrebbero cessare. Tanto più in quanto la Nato, che non ha avuto per questo un mandato internazionale, ha assunto dal 31 marzo la guida militare dell’offensiva. La Risoluzione non autorizza neanche ad armare, addestrare e dirigere militarmente i ribelli. Questo infatti implica un minimo di forze straniere (“commandos speciali”) presenti in suolo libico, cosa che è esplicitamente esclusa dalla Risoluzione n. 1973 del Consiglio di sicurezza. Urge che i membri di questo Consiglio dell’Onu tornino ora a consultarsi, che si tenga conto della posizione di Cina, Russia, India e Brasile, per imporre un alt immediato al fuoco e trovare una soluzione non militare per il dramma libico.

Una soluzione che tenga conto anche dell’iniziativa dell’Unione Africana, garantisca l’integrità territoriale della Libia, impedisca qualsiasi invasione terrestre da parte di forze straniere, preservi le ricchezze del sottosuolo dalla rapacità di alcune potenze straniere, ponga fine alla tirannide e riaffermi l’aspirazione dei cittadini alla libertà e alla democrazia.

In Libia, sarà giusta soltanto una soluzione politica negoziata tra tutte le parti.

 



[1] Si veda Ignacio Ramonet, “Cinco causas de la insurreción árabe” in Le Monde Diplomatique, versione spagnola, marzo 2011.

[2] Id., “Túnez, Egipto, Marruecos, esas dictaduras amigas”, in www.mondediplomatique.es/

[3] Christophe Ventura, “Entretien avec Samir Amin”, in Mémoire des luttes, 29 marzo 2011, http://www.medelu.org/spip.php?article777

[4] Fidel Castro, “La Rebelión Revolucionaria en Egipto”, in Granma, 14 febbraio 2011.

[5] Si vedano, ad esempio, Santiago Alma, Alma Allende, “Del mundo árabe a América Latina”, in Rebelión, 24 febbraio 2011 (sul mio sito: Libia - Dal mondo arabo all'America Latina), e Atilio Borón, “No abandonar a los pueblos árabes”, in Pagina 12, 7 marzo 2011.

[6] Errore che ha già commesso due volte la rivoluzione cubana quando ha appoggiato l’intervento militare del Patto di Varsavia a Praga per schiacciare l’insurrezione popolare cecoslovacca nell’agosto del 1968, e quando approvò l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica nel dicembre del 1979.

[7] V. I: Ramonet, Irak, historia de un desastre, Debate, Madrid, 2005.

[8] Agenzia Reuters, 21 febbraio 2011.

[9] In America Latina, di fronte a proteste popolari di grande ampiezza, vari presidenti (democraticamente eletti) si rassegnarono a rinunciare al proprio incarico. Tre di essi in Ecuador, Abdalá Bucarán per “incapacità mentale nel 1997, Jamil Mahuad nel 200 e Lucio Gutiérrez nel 2002. Due in Bolivia: Gonzalo Sánchez de Lozada nel 2003 e Carlos Mesa nel 2005. Uno in Perù: Alberto Fujimori, nel 2000. E un altro in Argentina: Fernando de la Rúa, nel 2001.

[10] El País, Madrid, 24 marzo 2011.

[11] The Guardian, Londra, 21 febbraio 2011.

[12] Agenzia AFP, 21 febbraio 2011.

[14] Il più antimperialista dei leader arabi, Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah libanese, ha dichiarato che è “irrazionale” dire che le rivoluzioni arabe, in particolare quella libica (che conta anche sull’appoggio dell’Iran) sono state preparate in cucine statunitensi (discorso del 19 marzo 2011, in http://www.rebelion.org/mostrar.php?tipo=5&id=&inicio=0

[15] Alcides Arguedas, Los Caudillos bárbaros, editorial Vda L. Tasso, Barcellona, 1929. Si veda inoltre Max Daireaux, Melgarejo, Editorial Andina, Buenos Aires, 1966.

[16] Cfr. Quentin Girard, “Toi vouloir faire bunga-bunga?”, in Slate, Parigi, 12 novembre 2010.

http://www.slate.fr/story/30061/bunga-bunga-berlusconi

[17] V. “Le Rapport du FMI qui félicite la Libie”, in Mémoire des luttes, Parigi, 11 marzo 2011.

http://www.medelu.org/spip.php?article761

[19] Cfr. Evan Hill, “The day the Katiba fell”, in Al Jazeera English, 2 marzo 2011.

http://wwwenglish.aljazeera.net/indepht/spotlight/libya/2011/03/20113175840189620.html

[20] Ibidem.

[21] Questi e altri crimini hanno indotto il Procuratore capo della Corte penale internazionale, l’argentino Luis Moreno Ocampo, ad aprire un’indagine contro Muammar Gheddafi, accusato di “crimini contro l’umanità” dal Consiglio per i Diritti umani dell’Onu.

[22] Agenzia AFP. 17 marzo 2011.

[23] Cfr. Khaled Al-Dakhil, “Pourquoi tant d’‘hésitations?’, in Al-Ayath, Londra (riprodotto dal Courrier Internacional, Parigi, 17 marzo 2011).

[25] Nouriel Roubini, “Un Plan Marshall pour le printemps arabe”, in Les Échos, Parigi, 21 marzo 2011.



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