Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Nemici del popolo

E-mail Stampa PDF

Nemici del popolo

Un altro libro sullo stalinismo? A che serve, se da decenni si sa praticamente tutto? A che serve, se tanto gli imbecilli continuano a ripetere le grottesche calunnie staliniane? Questa è stata la mia prima reazione all’uscita dell’edizione italiana di Nemici del popolo. Autopsia di un assassinio di massa. Urss 1937-1938, Il Mulino, Bologna, 2011, pp. 300, € 26. Inoltre l’autore, Nicolas Werth, che conoscevo bene per la sua professionalità di storico, aveva una macchia sul suo curriculum: aveva scritto un capitolo per quella porcheria chiamata “Libro nero del comunismo”… È vero che il suo testo era come al solito rigoroso, ma si trovava in pessima compagnia (a partire dal faziosissimo curatore, Stéphane Courtois), da cui avrebbe potuto almeno dissociarsi. Una sua Storia della Russia nel Novecento pubblicata nel 2000 dal Mulino aveva confermato però con il suo equilibrio che la partecipazione al libraccio collettivo era stato un infortunio. Ma il dubbio sulla necessità di un altro libro restava. Comunque alla fine mi sono deciso a verificare, come d’altra parte faccio abitualmente, con la necessaria umiltà dello storico, che non può scartare preventivamente un libro in base a un pregiudizio, e ho avuto la conferma che in effetti c’era ancora qualcosa da aggiungere…

Quello che c’è di nuovo in questo volume è prima di tutto la scelta di circoscrivere l’indagine al solo biennio in cui alla testa del Commissariato del Popolo agli Interni (NKVD) fu il terribile Nikolaj Ežov, non per attribuire a un solo uomo la responsabilità di crimini che furono condivisi da tutto il gruppo dirigente, Chruscëv compreso, o per nascondere quella del predecessore Genrich Grigor'evič Jagoda, o del successore Lavrentij Pavlovic Berija, e naturalmente quella del mandante, Stalin. La scelta di quel periodo è legata sia alla disponibilità maggiore di documenti, in particolare i verbali segretati delle commissioni di inchiesta sugli “eccessi” avviate subito dopo la destituzione di Ežov, sia al tentativo di spiegare le ragioni di quella fortissima accelerazione della repressione, e le sue peculiarità. In particolare l’introduzione delle “quote” da raggiungere, indicate preventivamente, con l’indicazione: “smascherare entro dicembre tot kulaki o dekulakizzati, tot spie, tot controrivoluzionari, tot criminali”, nella logica dell’emulazione che accompagnava i piani quinquennali (con gli zelanti che chiedevano di poter aumentare le quote…).

Obiettivo della ricerca è capire cosa ha determinato quella spaventosa concentrazione del terrore, che portò in soli due anni a circa un milione e mezzo di arresti, di cui la metà con sbrigative condanne alla pena capitale (eufemisticamente definita nei rapporti “prima categoria”). Quelli di “seconda categoria” spediti a campi improvvisati e non attrezzati (a volte c’erano baracche per la metà dei detenuti, e gli altri dormivano in pieno inverno sotto le tende), morirono anch’essi come mosche: circa 200.000 nell’inverno 1937-1938. Secondo Werth, è necessario non concentrarsi sul piccolo numero di vittime dei “grandi processi” e di quelli dello stesso genere allestiti nelle province, che riguardavano una percentuale ridotta del totale dei fucilati (circa il 7%), e rispondevano a una logica di eliminazione di potenziali oppositori. Invece nel 1937 si colpiscono strati larghissimi della popolazione sostanzialmente estranei a ogni lotta politica contro il regime, scelti con i più diversi criteri, spesso pseudo etnici: ad esempio i “tedeschi” a volte erano cittadini sovietici di lontana origine tedesca, o prigionieri di guerra tedeschi rimasti in Russia per simpatia, o addirittura esuli politici dalla Germania o dall’Austria; se mancavano, per riempire le liste della cosiddetta “linea tedesca”, si prendevano perfino russi che durante la prima guerra mondiale erano stati prigionieri in Germania. I “polacchi”, che pagarono il prezzo più alto, erano inizialmente scelti in queste categorie: ex prigionieri polacchi rimasti volontariamente in URSS, esiliati politici, rifugiati ed immigrati, vecchi membri dell’ex partito socialista polacco, tutti gli elementi “nazionalisti” delle regioni in cui c’era una forte comunità polacca, e soprattutto i sospetti membri di una presunta Organizzazione militare polacca, le loro mogli, i figli superiori ai 15 anni. Le mogli incinte e con i figli da allattare erano esentate, ma sarebbero state arrestate una volta svezzati i bambini, inviati in appositi orfanotrofi. Stalin si era congratulato personalmente con Ežov per lo “sradicamento delle spie polacche”, e in un discorso durante il ricevimento per il ventesimo anniversario della rivoluzione aveva detto: “Elimineremo tutti i nemici dello Stato e dei popoli dell’URSS; elimineremo loro ma anche la loro famiglia e la loro stirpe. Alzo il mio calice allo sterminio finale di tutti i nemici e di tutta la loro stirpe (rod)”.

Gli stessi criteri furono usati per colpire i lettoni (che pure erano stati un pilastro dei bolscevichi durante la rivoluzione d’Ottobre ed erano rifugiati in URSS per le persecuzioni anticomuniste nel loro paese), i finnici, i bielorussi, gli ucraini, sempre sospettati di legami con gli appartenenti allo stesso gruppo etnico in Finlandia o in Polonia, e accusati di aver costruito complotti e organizzazioni militari. Un caso particolare era quello della “linea di Charbin” (oggi Harbin, nella Repubblica popolare cinese), in genere ex lavoratori della linea di transiberiana che era stata ceduta al Giappone, accusati quindi di essere spie giapponesi. In molti casi non era stato possibile raggiungere la quota assegnata ed erano stati presi a caso, a volte in retate, o nelle carceri dove erano finiti per ubriachezza o perché privi di passaporto interno, altri cittadini russi. Secondo una lettera di Michail Frinovskij, vicecapo dell’NKVD della regione di Sverdlovsk al suo capo Dmitriev nella “operazione tedesca” in quella zona su 4.142 arrestati, solo 390 avevano cognomi o nomi tedeschi. Su 4.218 “polacchi” solo 390 lo erano; e quanto agli “charbiniani” solo 42 su 1.249 lo erano veramente; stesse percentuali per altre nazionalità: 12 lettoni su 237, 1 romeno su 96, mentre nella “operazione finlandese” era stato arrestato un solo finlandese, mentre 5 erano russi, 8 ebrei e 2 “altri”…  Va detto che Dmitriev sarebbe stato arrestato poco dopo, seguito a ruota dal suo subalterno e accusatore: l’eliminazione di Ežov comportò una drastica purga nei quadri della NKVD, analoga a quella che aveva accompagnato la liquidazione di Jagoda.

Nel corso del 1938 si erano manifestati sintomi di una forte preoccupazione di alcuni stretti collaboratori di Stalin per l’inefficacia del grande terrore, che era stato gestito in modo tale da scardinare la produzione con gli arresti di “specialisti” (altro bersaglio privilegiato), ma anche da rendere totalmente antieconomica la gestione dei campi. Già in febbraio uno dei più abietti servi di Stalin, Andrej Vyšinskij, l’ex menscevico che aveva organizzato lo sterminio della vecchia guardia bolscevica come accusatore nei “Processi di Mosca”, aveva inviato a Ežov un promemoria in cui descriveva le orribili condizioni di detenzione: ad esempio che “in assenza di ogni selezione dei detenuti al momento in cui vengono sistemati, i criminali di diritto comune più incalliti si sono appropriati dei posti migliori (vicino alle stufe) e sottraggono agli altri alimenti e vestiario”. In realtà da tutta la memorialistica dei sopravvissuti, sappiamo che l’uso dei criminali non era casuale, ma intenzionale, proprio per vessare i politici. Ma Vyšinskij si preoccupava solo del fatto che “di conseguenza, i detenuti non hanno più nessuno stimolo per lavorare” dato che su 500 ben 222 non lavoravano più, 98 dei quali a causa della totale mancanza di abiti e calzature”. Vyšinskij di un altro campo descriveva la sporcizia, le pulci, la degradazione (“ridotti alla fame, mangiano rifiuti, topi e cani”, e dice che di questi ultimi ne era rimasto vivo solo uno, quello del caposezione…).

Alcune delle descrizioni nella lunga lettera del procuratore generale (riportata integralmente alle pp. 160-162) sembrano denunciare casi di vero e proprio sadismo, ma anche di sabotaggio alla stessa produzione schiavistica per cui era stata concepito quel sistema di campi, come l’invio di detenuti esausti, pieni di pidocchi e con abiti laceri, e soprattutto senza calzature degne di questo nome, a marciare sulla neve per 17 chilometri, con temperature tra i – 20° C. e i – 50 gradi, ovviamente con alte percentuali di morti e di congelamento dei piedi. Insomma il forte e improvviso afflusso di oltre un milione di detenuti nell’inverno 1937-1938, “disorganizzò completamente il sistema di lavoro forzato messo in funzione negli anni precedenti. Il piano di produzione per il 1938 non fu realizzato che al 71,6%” (sempre che anche questa cifra non sia stata gonfiata come di consueto…). Ma tutta la società fu sconvolta: basta pensare che in quell’anno e mezzo un sovietico su cento fu condannato e uno su duecento fucilato. E soprattutto che, tranne quel numero infimo di processi pubblici voluti a fini pedagogici, “tutte le condanne e le esecuzioni furono pronunciate e attuate nel più grande segreto. Le famiglie e le altre persone vicine ai condannati a morte, per non parlare di questi ultimi, non furono mai informate della sentenza. Le vittime semplicemente scomparivano”. Le condanne a morte erano registrate come “prima categoria” e alle famiglie che insistevano per sapere qualcosa del parente scomparso si diceva che era stato condannato a dieci anni senza diritto alla corrispondenza, una formula già di per sé barbara, anche se fosse stata vera. La vera condanna a dieci anni, in caso di sopravvivenza, poteva essere d’altra parte prorogata a giudizio del dirigente del campo. È vero che anche la prima sentenza non era stata pronunciata da un tribunale, ma da una troika di poliziotti…

Tutto questo era ben noto. Ne avevo parlato io stesso più volte (rinvio solo a un mio articolo sul sito, con ampia rassegna bibliografica: Testimonianze sullo stalinismo). Che c’è dunque che giustifica questo nuovo libro? La documentazione dell’operato degli strumenti repressivi è affidata quasi esclusivamente ai documenti ufficiali tenuti segreti per decenni, e venuti alla luce durante la prima fase della perestrojka e della glas’nost, e nei primi anni successivi al “crollo”, prima che per l’ennesima volta ricominciasse con Putin la rivalutazione di Stalin e la chiusura di ogni archivio dei servizi segreti. Pochi documenti, ma sufficienti. Basti un esempio: quando il successore di Ežov, Berija, preoccupato che nel nuovo clima di denuncia degli “eccessi” ci fossero delle rivalse di giudici e procuratori, e anche di dirigenti locali del partito nei confronti dell’NKVD che li aveva emarginati, protestò rivolgendosi direttamente a Vyšinskij contro una “campagna di provocazione” che insisteva sulle “violazioni della legalità socialista”, fu subito spalleggiato da Stalin. Berija aveva denunciato “l’attivismo di alcuni procuratori che visitano le celle e fotografano i segni sospetti sul corpo dei detenuti alla ricerca di tracce di percosse”, e ottenne subito una dichiarazione di Stalin che in una circolare ai responsabili del partito e dell’NKVD a vari livelli precisava che “i metodi di pressione fisica” non costituivano una “violazione della legalità socialista”. La circolare, inviata a nome del comitato centrale, ricordava che “l’uso di metodi di pressione fisica nella pratica dell’NKVD è stato autorizzato nel 1937 con l’accordo del comitato centrale”. L’argomento usato per giustificare la tortura è quello ancora in voga tra i vari Losurdo e affini, che si trincerano sempre dietro il “così fan tutti”:

“È risaputo che tutti i servizi d’informazione della borghesia utilizzano metodi di pressione fisica contro i rappresentanti del proletariato socialista e che ne fanno uso nel modo più scandaloso. Si pone il problema di sapere perché i servizi d’informazione socialista dovrebbero dare prova di umanità nei confronti degli agenti fanatici della borghesia, nei confronti dei nemici mortali della classe operaia e della classe contadina kolchoziana. Il Comitato centrale del Partito comunista ritiene che i metodi di pressione fisica debbono essere applicati senza restrizioni come metodo appropriato e del tutto giustificato contro nemici del popolo riconosciuti e incalliti”.

O magari, per riconoscerli, se ancora non “riconosciuti”… Questa circolare comunque arrivava due mesi dopo le dimissioni di Ežov, e prima del suo processo in cui sarebbe stato riconosciuto colpevole di infinite colpe, dal tentativo di colpo di Stato allo spionaggio per quattro diverse potenze in lotta tra loro (Giappone Polonia, Gran Bretagna e Germania, e compresa la “sodomia” (sic!), ma non di violazioni della legalità socialista. Le indicazioni di Stalin per un nuovo corso nel funzionamento dell’NKVD in una risoluzione segreta del 17 novembre 1938 lamentavano il lavoro qualitativamente insufficiente dei servizi, sostituito da “metodi semplificati” che non permettevano di “smascherare fino in fondo le reti di spionaggio”. E con lo stesso stile del famoso articolo sulla “Vertigine del successo” con cui sospese momentaneamente la fase più drammatica della collettivizzazione forzata, si dava la colpa agli esecutori incapaci o imprudenti.

In varie assemblee di “cekisti” si diceva per giunta apertamente che per debolezze di direzione una parte dei nemici del popolo all’interno dell’NKVD “non erano stati ancora scoperti”. Il risultato furono alcune clamorose defezioni di alti quadri, che riuscirono a uscire dal paese, e qualche suicidio di quadri intermedi. Anche la seconda moglie di Ežov si suicidò appena capì dove tirava il vento, ma ciò non impedì che due suoi ex amanti (il grande scrittore Isaak Babel’ e il giornalista e scrittore Michail Kol’cov) furono coinvolti nel processo a Ežov con un’ottantina di altri imputati, in genere amici personali e familiari.

Al termine del processo Ežov chiese di parlare e negò di essere stato una spia o un cospiratore, ma si accusò per avere “eliminato un numero troppo esiguo di nemici del popolo”. Ežov morì col nome di Stalin sulle labbra, anche se veniva punito per aver eseguito ordini che proprio da Stalin venivano. Era stato bollato come “membro attivo di una organizzazione controrivoluzionaria e spionistica trotskista di destra” composta da 457 elementi, di cui 346 meritavano la “prima categoria”, cioè la fucilazione. L’organizzazione non era mai esistita, ma l’accusa era la stessa che era stata mossa da lui al suo predecessore, Jagoda, che essendo di origine buchariniana forse almeno meritava di più la caratterizzazione “di destra”. Eppure qualcuno lo chiama ancora trotskista, in base a quell’inverosimile accusa di un inesistente “blocco delle destre e dei trotskisti”: l’ho scoperto in Venezuela, quando una compagna che aveva cercato notizie su Gor’kij (Chávez ha fatto distribuire gratuitamente o quasi, come a Cuba nei primi anni, molti classici della letteratura, tra cui La madre di Gor’kij, e lei voleva documentarsi sulla vita dello scrittore) mi ha fatto vedere che nell’edizione di Vikipedia in lingua spagnola il figlio di Gor’kij figura assassinato da un “trotskista”, che altri non era se non il primo grande boia di Stalin, Jagoda! Naturalmente anche il rapporto tra il grande scrittore e Lenin veniva presentato in modo assolutamente falso, tacendo il disaccordo sull’Ottobre e le ragioni del lungo autoesilio in Italia. Potenza e lunga durata delle menzogne! Detto per inciso, in italiano la biografia di Gor’kij su Vikipedia è brutta ma almeno emendata da alcune delle maggiori sciocchezze.

Un’ultima notazione sul libro. Werth analizza serenamente le cifre delle vittime dirette dello stalinismo, ridimensionandole rispetto a quanto era stato calcolato empiricamente da Medvedev ed altri all’inizio della glas’nost, anche se sono molto superiori ai calcoli fatti per conto di Chruscev, che tanto scandalizzarono i “nostalgici”. Lo noto per ribadire che l’esorcismo nei suoi confronti da parte di alcuni “giustificazionisti” è del tutto infondato. Nicolas Werth era ed è uno storico rigoroso. Nella conclusione egli descrive le recenti scoperte di fosse comuni come quella di Butovo, alla periferia di Mosca, dove sono stati contati i corpi di 20.761 persone, o di Levašovo, a Leningrado (46.000!), ma lamenta anche, amareggiato, gli sforzi di Putin per occultare di nuovo i crimini del “dirigente di grande capacità che ha guidato l’URSS alla vittoria”, o i tentativi della Chiesa ortodossa di impossessarsi della memoria per monopolizzarla, erigendo una grande croce sul campo di Butovo in ricordo dei 935 religiosi che vi sono sepolti, cancellando così le altre 19.826 vittime dimenticate… Ma sono in tanti, in Italia e in tutto il mondo, a rimuovere ancora il loro ricordo e a negare loro giustizia!

(a.m. 15/4/11)