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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Primo accordo tra Hamas e ANP

Primo accordo tra Hamas e ANP

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Hamas e Anp, le reazioni all'accordo

L’annuncio di un accordo al Cairo tra Hamas e ANP ha colto di sorpresa e gettato nel panico lo Stato di Israele, che evidentemente subisce le conseguenze della caduta del regime di Mubaraq, fino a poco fa prezioso collaboratore che consentiva di tenere divisi i palestinesi, e imprigionati quelli di Gaza, forniva gas sottocosto, e informazioni su tutto il mondo arabo. Ma non era davvero imprevedibile: le ripercussioni di quell’ondata di mobilitazioni di tutto il mondo arabo che è stata giustamente paragonata alla primavera dei popoli del 1848 in Europa, c’erano state anche a Gaza e in Cisgiordania, con parole d’ordine che chiedevano soprattutto il superamento dei conflitti tra i due governi. Dopo una fase in cui erano state represse dalle due polizie (anche se meno duramente che nei paesi vicini), le mobilitazioni hanno avuto un primo successo. Vergognosa la reticenza della grande stampa italiana, praticamente tutta sintonizzata su Israele, e impegnata da sempre a demonizzare Hamas e a nascondere la crisi profonda dell’ANP. (a.m. 1/5/11)

da Nena News

Gerusalemme, 28 aprile 2011 (a cura della redazione di Nena News)–
Non si parla di altro da ieri sulla stampa sia israeliana che palestinese, ma anche su gran parte della stampa internazionale; l’incontro delle due leadership palestinesi nella capitale egiziana, da una parte Azzan al Ahmed, membro del comitato centrale di Fatah, dal’altra, il leader dell’ufficio politico di Hamas a Damasco, Mousa Abu Marzouk.

Un governo di transizione fatto di “tecnocrati” e figure indipendenti (ma probabilmente senza la presenza dell’attuale Primo Ministro Salam Fayyad), elezioni entro un anno (legislative, cioè del Consiglio Nazionale Palestinese, presidenziali e del parlamento dell’OLP, quello cioè rappresentativo anche dei rifugiati, che dovrebbe subire una ristrutturazione) e intesa sulla questione sicurezza e sul rilascio del prigionieri politici da entrambi le parti. Su queste tre linee principali è stato siglato in prima lettura l’accordo, secondo quanto confermato questa mattina da Mahmoud Zahar, ex ministro degli esteri del governo palestinese di Gaza: le due fazioni si recheranno di nuovo al Cairo la prossima settimana per la firma definitiva, alla presenza dei rappresentanti di entrambi le parti e di figure politiche indipendenti. Lo stesso Zahar ha precisato che il programma di intesa, non include alcun tipo di negoziato con Israele da parte del governo ad interim.

Da questa mattina la stampa palestinese ha anche diffuso più nel dettaglio alcuni elementi chiave dell’accordo: verrà cioè nominata congiuntamente una commissione elettorale centrale e un comitato di 12 giudici che supervisionerà le elezioni. Anche in merito alla sicurezza nazionale, un comitato congiunto di difesa nazionale, sarà a capo delle forze di sicurezza palestinese.

Ai detrattori dell’accordo, che sollevano perplessità sul perché tale intesa dovrebbe essere diversa dai precedenti tentativi di riconciliazione nazionale, al Ahmad ha commentato questa mattina che sono “le condizioni ad essere diverse e che la sola parte che beneficia delle divisioni tra Hamas e Fatah è Israele”.

Perché proprio ora?

Come ha fatto notare il commentatore politico Hany al Masri, “l’accordo è stato possibile ora per il cambiamento avvenuto nella leadership egiziana”. Un iter di riconciliazione che sotto il regime di Mubarak era rimasto in totale stallo. Secondo fonti palestinesi, l’atteggiamento del nuovo esecutivo egiziano, nato dalla rivoluzione del 25 gennaio che ha portato alle dimissioni del raìs Hosni Mubarak, è più equilibrato rispetto al passato quando gli egiziani apparivano più vicini alle posizioni di Fatah e di Abu Mazen. Ieri,il ruolo di mediatore (almeno formalmente) è stato conquistato dal nuovo capo dell’Intelligence egiziana, Murad Muwafi.

Ma è stato lo stesso Mahmoud Zahar a dichiarare alla stampa che “alcune clausole del precedente accordo dell’ottobre 2009 (quando cioè le due fazioni erano state vicine ad un riavvicinamento) sono di fatto cambiate” e che questo avrebbe consentito ad Hamas di firmare. Abu Mazen cioè potrebbe aver deciso di rinunciare ad alcune condizioni e di serrare i ranghi di fronte alla evidente impossibilità di raggiungere un accordo con il governo israeliano e dalla decisione di non riaprire alcun negoziato ma di procedere alla dichiarazione di indipendenza di uno Stato palestinese entro settembre alle Nazioni Unite.

Inoltre molti credono che le trasformazioni che stanno avvenendo in tutta la regione mediorientale, avrebbero giocato una loro parte. Nel suo commento apparso oggi, il Segretario di Al-Mubadara (Iniziativa Nazionale Palestinese), collega quella che definisce “una vittoria nazionale” a !quei giovani che hanno chiesto la fine delle divisioni”, facendo riferimento alle proteste del 15 marzo, avute sia a Gaza che in Cisgiordania: vale a dire che la leadership palestinese – alla luce di quanto avvenuto in altri paesi dell’area – è oggi più consapevole di quanto peso abbiano le proteste e i movimenti della società civile.

Anche Aziz Dweik, figura di spicco di Hamas (partecipò alle elezioni del 2006 nelle liste di Riforma e Cambiamento ed è poi stato imprigionato da Israele), ha fatto notare che “tutte le trasformazioni nella regione hanno influenzato sia Fatah che Hamas”. I due fattori che potrebbero assicurare il successo dell’iniziativa sono da una parte, la maggiore consapevolezza da parte dell’opinione pubblica palestinese, di volere tale accordo e quindi di punire eventualmente la fazione politica che non sia pronta a rispettarlo; e il fatto che l’amministrazione USA ha dimostrato di non appoggiare più come prima Abu Mazen.

Le reazioni di Israele

Sono state immediate ieri le reazioni del premier israeliano, che ha reagito alla notizia di un accordo di riconciliazione tra Hamas e Fatah, intimando all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di scegliere “tra la pace con Israele e la riconciliazione con Hamas”, accusando di debolezza il presidente Abu Mazen; Netanyahu, che parlerà di fronte al Congresso USA il mese prossimo, presenterà – a detta di molti analisti politici – l’accordo di riconciliazione nazionale come la prova che Abbas “non vuole la pace con Israele”. Da questa mattina poi tutti gli altri esponenti governativi israeliani si sono affrettati a criticare aspramente la scelta dell’Anp; secondo il presidente Shimon Peres definito “un errore fatale che impedirà la formazione di uno stato palestinese”. Il Ministro israeliano degli Esteri e esponente della destra nazionalista, Lieberman lo ha definito un accordo “che oltrepassa la linea rossa”, minacciando di revocare lo status privilegiato di VIP sia ad Abu Mazen che al Primo Ministro Salam Fayyad e di non consentire ai due rappresentanti di muoversi liberamente”.

A preoccupare il governo di Tel Aviv, secondo i commentatori della stampa israeliana, sarebbe anche il coordinamento della sicurezza con l’ANP: se l’accordo tra Fatah e Hamas va avanti, potrebbe cessare immediatamente la collaborazione tra l’intelligence israeliana e le forze di sicurezza di Abu Mazen. Una eco rimbalzata anche da ambienti ufficiali della Casa Bianca; il portavoce Tommy Vietor ha ribadito che qualunque sia il governo palestinese, esso deve attenersi ai principi del Quartetto. Il portavoce USA degli Affari Esteri, Ileana Ros- Lehtinen ha criticato in un comunicato la decisione di Abbas, riaffermando che “Hamas è un’organizzazione terroristica” e paventando l’ipotesi di un taglio degli aiuti USA alle casse del governo palestinese in Cisgiordania.

I commenti degli altri partiti palestinesi

Qais Abdul Karim, del Fronte democratico per la liberazione della Palestina (FDLP) ha fatto notare in un’untervista che i partiti minori potranno far avere le loro note alle due parti, Hamas e Fatah, entro la prossima settimana; note che potranno essere incluse in un protocollo di intesa e che il FDLP è stato informato, insieme agli altri partiti, dell’accordo di ieri, anche se non ha visionato il documento scritto. Pur notando che nell’intesa ci sono alcuni punti deboli che richiedono maggiore chiarezza ed esplicitazione, Abdul Karim si è detto fiducioso che ciò avverrà nei prossimi incontri al Cairo.

Kayed al Ghoul del FPLP (Fronte di liberazione palestinese) ha dichiarato che sarà “l’implementazione sul campo il vero test dell’accordo”. “Per assicurare il successo della riconciliazione nazionale è di estrema importanza che vengano creati gli strumenti per implementare l’accordo”.

Ottimista il segretario generale di Fidah, Zahira Kamal; si è detta sorpresa dell’accordo anche se il suo partito ha sempre lavorato come membro dell’OLP alla fine delle divisioni e ha sostenuto che sarà “il popolo palestinese il primo beneficiario della fine dei contrasti” tra le due fazioni. Per la Kamal, le trasformazioni nella regione hanno avuto un effetto anche in Palestina, sia dal punto di vista degli sviluppi attuali in Siria, che per il cambiamento della leadership egiziana.

Mustafa Barghouthi, segretario di Al Mubadara, dalle pagine del suo blog, ha dato il benvenuto all’annuncio giunto dal Cairo, che rappresenta “il culmine degli sfozi di riconciliazione (di cui lo stesso Barghouthi si è fatto promotore in passato) e ha parlato di vittoria nazionale “raggiunta grazie a quei giovani che hanno chiesto la fine delle divisioni.”

Il segretario generale del People’s Party, Bassam a Salehi, ha affermato che l’accordo darà forza alla dichiarazione di indipendenza di uno stato palestinese presso le Nazioni Unite e ha messo in luce i vantaggi della riconciliazione: in primis, la riaffermazione di un futuro comune per Gaza e la Cisgiordania, con la soluzione di uno stato indipendente palestinese, con Gerusalemme Est come capitale; una rappresenta politica palestinese unita e un percorso verso la riforma di un sistema politico non più diviso.

Nena News

Il sito di Nena-news

Pubblicata su il megafono quotidiano (http://www.ilmegafonoquotidiano.it)

 

 

 



Tags: Hamas  ANP  Palestina  Israele  

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