Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Osama?

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Osama?

Beati i governanti degli Stati Uniti! È bastato l’annuncio della morte di Osama, senza un video, senza foto (tranne una taroccata che era già stata diffusa due anni fa), senza un corpo da esibire, con tanti particolari inverosimili e contraddizioni clamorose nelle versioni fornite, per scatenare una festa popolare nelle strade di Washington e New York. Vendetta è fatta! È morto il nemico storico, ora tutto andrà a posto! Persino la borsa ha fatto (momentaneamente) un balzo in avanti. Come se davvero i guai degli Stati Uniti dipendessero dal fantomatico terrorista e non dallo sfacelo della sua economia, e dalla crisi della sua egemonia nel mondo.

Peccato che ci sia poco da festeggiare. La morte di Osama Bin Laden è assolutamente irrilevante. Il “nemico storico” (che però era stato per anni un prezioso alleato degli USA contro l’Unione Sovietica) stava tranquillamente a poche centinaia di metri da una struttura dell’esercito pakistano che lo aveva protetto per anni; comunicava con il mondo solo con i “pizzini”, come uno di quei latitanti storici che in Italia periodicamente vengono offerti all’opinione pubblica come “il pericolo pubblico numero uno” o “due”… Si fanno più solidi i sospetti sulle ragioni delle “miracolose” fughe di Osama da ogni accerchiamento, a volte in motorino, dicevano, a volte su un cammello o un asino…

Ogni attentato che veniva attribuito a una macchinazione di una potentissima e centralizzata Al Qaeda, aveva cause diverse, a volte esclusivamente locali, anche se ovviamente riconducibili a un clima generale antioccidentale creato dalle migliaia di morti innocenti in guerre assurde. Il nome della “rete” era usato a volte nel Sahara da predoni locali che rapivano un turista di passaggio. La "cattura" del corpo di Bin Laden (se davvero era lui…) conferma comunque che contro il terrorismo servono i servizi di informazione, non i bombardamenti massicci, che creano al contrario il terreno di cultura ideale per le organizzazioni che praticano il terrorismo.

Il nome di Al Qaeda serviva come spauracchio non solo agli occidentali: anche Gheddafi aveva tentato di attribuire la rivolta popolare di Bengasi alla inverosimile distribuzione di bibite drogate da parte di emissari di Bin Laden, e altrettanto avevano tentato di fare nella prima fase i regimi tunisino ed egiziano, e fanno ancora i dittatori contestati dalle masse, dalla Siria allo Yemen e al Bahrein … Ma il consolidarsi della protesta aveva reso evidente che si trattava di una ridicola menzogna. Non solo Al Qaeda, ma più in generale l’integralismo islamico variamente caratterizzato, non hanno avuto il minimo ruolo significativo nelle grandi mobilitazioni popolari degli ultimi mesi. Forse per questo chi proteggeva la comoda latitanza dell’ex capo terrorista ha deciso di sbarazzarsene, e lo ha consegnato: ovviamente morto, per evitare che potesse parlare delle tante complicità del passato e del presente.

Non vale la pena di far dietrologia, basta dire che le versioni fornite sono state contraddette non solo dal singolo ufficiale che smentisce le solite notizie sulla donna uccisa perché usata come “scudo umano” (mentre è logico che chiunque fosse in quella casa venisse ucciso per eliminare testimoni scomodi): si sono contraddetti anche i due principali esponenti dell’Amministrazione statunitense, Obama e Hillary Clinton. E non su particolari non verificabili e in definitiva marginali, ma sulla ben più grave violazione dello spazio aereo del Pakistan, che sulla carta è uno Stato sovrano… E che quindi ha dovuto blandamente “protestare”…

La frottole sono tante: prima si è detto che la salma era stata portata per l’esame del DNA alla base di Bagram, poi che era stata fatta e che era sicura al 99,99%. Ma se Obama ha detto che aveva autorizzato la cattura lo stesso 1° maggio, come hanno fatto in poche ore? Senza neppure una ripetizione della prova per controllo, come si fa abitualmente? E che dire della “sepoltura in mare” attribuita a una inverosimile “tradizione islamica”? Da quando in qua i servizi statunitensi hanno il compito dell’interpretazione dei precetti islamici? I dubbi dei commentatori più esperti, da Robert Fisk a Alberto Negri del “Sole 24 ore”, sono tanti. L’ONU invece come al solito ha approvato e si è congratulata subito, per bocca del suo Segretario generale, che non si è domandato minimamente se è lecito applicare la legge del West in qualsiasi paese.

Detto per inciso, i giornali della destra italiana, sempre pronti a proclamare la fedeltà ai valori cristiani, non hanno esitato a manifestare la loro gioia e a esaltare il principio barbarico della vendetta. Solo la Lega, paradossalmente, pensa alle possibili ricadute di questa uccisione, sotto forma di nuove guerre e quindi altri profughi. Il “Corriere della sera” si è mobilitato subito contro i “complottisti” che dubitano delle versioni ufficiali. Il centro sinistra come al solito evita di fare i conti con l’inutile orrore della guerra afghana, in cui siamo ancora immersi con voto bipartisan e che, invece di attenuarsi, molto probabilmente ora coinvolgerà ulteriormente - con conseguenze catastrofiche - il Pakistan, un paese di 160 milioni di abitanti, e ben dotato di armi atomiche… Ne porteranno la maggiore responsabilità i governanti degli Stati Uniti, a partire dall’inverosimile premio Nobel per la pace, che per meschine ragioni di politica interna hanno fornito versioni contraddittorie che hanno smascherato e indebolito il loro principale alleato nell’area. Come è ridicolo l’annuncio, ripreso da tanti giornali, che proclama: da oggi il mondo è più sicuro!

Per un commento più organico, consiglio quello di Piero Maestri su ilmegafonoquotidiano: http://www.ilmegafonoquotidiano.it/news/obama-batte-osama

In appendice ho messo una rassegna delle principali pubblicazioni sulle menzogne dell’Amministrazione USA all’inizio della “guerra permanente”, ma anche di polemica con commentatori italiani come Lucia Annunziata (da un mio scritto del 2003, già inserito sul sito all’interno di un più ampio saggio sugli Stati Uniti)

 

Appendice

Libri sull’11 settembre e sulla guerra di Bush

Negli ultimi mesi si è infittita la pubblicazione di libri sull’Iraq, su Saddam Hussein, ecc. La maggior parte di essi sono affrettati e basati sulle stesse dubbie “fonti” giornalistiche, e non vale la pena di parlarne ora. Invece sono usciti alcuni libri sui retroscena dell’11 settembre, che crediamo utile segnalare. Prima di tutto un agile libro del grande scrittore statunitense Gore Vidal, di gradevole lettura: Le menzogne dell’impero e altre tristi verità. Perché la Junta petroliera Cheney–Bush vuole la guerra con l’Iraq (Fazi, Roma, 2002). Si tratta di una raccolta di scritti di vari periodi, ma quello che dà il nome al volumetto è particolarmente interessante perché senza tirare conclusioni affrettate, smonta le tante bugie dell’amministrazione Bush mettendo in contraddizione le successive dichiarazioni dei suoi diversi esponenti. Non sposa una tesi particolare, ma, a partire dalla sua esperienza di militare (è stato volontario nella seconda guerra mondiale, e lo sottolinea in polemica con i tanti guerrafondai dell’amministrazione Bush che al momento dei vari conflitti si erano imboscati), osserva che tutte le norme in vigore da decenni sull’intercettazione immediata degli aerei civili che deviano dalla rotta prevista non sono state osservate l'11 settembre, e che le spiegazioni fornite dai massimi capi militari sono inverosimili e avrebbero dovuto a rigor di logica provocare automaticamente il loro deferimento di fronte a una corte marziale.

Non sono solo osservazioni personali, ma considerazioni fatte da molti alti ufficiali in pensione, di cui riporta esattamente le parole. E sull’attribuzione degli attentati delle Torri a Bin Laden Gore Vidal esprime un forte dubbio, basandosi sulla testimonianza dell’ex ministro degli esteri egiziano Heikal, che la definisce inverosimile, sia perché Al Qaeda non è assolutamente paragonabile (come si fa nella propaganda spicciola) alla Germania nazista o all’Urss, ma anche perché infiltrata da anni da agenti dei servizi segreti pakistani, sauditi, egiziani e statunitensi.

Gore Vidal osserva poi che lo stupore di Bush e soci per l’attacco era molto sospetto, dal momento che il piano di attacco all’Afghanistan era stato approvato due giorni prima dell’11 settembre. Ma l’interesse principale del libro deriva dalla rilettura della storia degli Stati Uniti, dei precedenti di grandi menzogne (e un capitolo è dedicato alla questione della mancata intercettazione della flotta giapponese di cui si sapeva che era diretta a Pearl Harbor, e alla cancellazione di tutte le testimonianze sui tentativi del Giappone di ottenere un armistizio prima del lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki).

Questo libro appassionato e avvincente, che conserva però sempre il carattere di un pamphlet di denuncia, ricava gran parte delle considerazioni “tecniche” sulle incongruenze delle dichiarazioni ufficiali sugli attentati dal migliore dei lavori dedicati a questo argomento: quello di Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla libertà. Il ruolo dell’amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre, Fazi, Roma, 2002. Nafeez Mosaddeq Ahmed è un giovane studioso inglese, direttore esecutivo dell’Institute for Policy Research & Development di Brighton, un ente di ricerca e intervento che si occupa di diritti umani. Il volume parte da una ricostruzione dettagliata della crisi afgana e dei molteplici interventi imperialisti in quello sfortunato paese a partire dal 1978, per analizzare poi i rapporti tra l’amministrazione statunitense e i talebani dal 1994 al 2001, prima di affrontare le notizie pervenute alla Cia sulla preparazione di attentati con aerei usati come bombe, e le ragioni per cui furono ignorati.

La parte centrale di questo ampio saggio, di oltre 300 pagine di grande formato, analizza in dettaglio le informazioni fornite sui voli che si sono schiantati sulle due torri o sul pentagono, per tentare di spiegare perché le procedure previste in caso di dirottamento non sono state seguite. Prudentissimo nel tirare conclusioni, l’autore fornisce comunque elementi convincenti per avvalorare l’ipotesi di qualche complicità all’interno di settori dell’apparato statale degli Usa. Sui rapporti indiretti (tramite il Pakistan) e diretti della Cia e della stessa famiglia Bush con Bin Laden c’è un intero densissimo capitolo, che documenta come questi rapporti non siano mai stati interrotti.

Due capitoli affrontano poi nel passato recente e nel presente il “Progetto strategico dietro i piani di guerra” degli Stati Uniti.

Tra gli allegati, una documentazione su Pearl Harbor e l’Operazione Northwoods, che prevedeva l’organizzazione di attentati contro rifugiati cubani negli Usa per giustificare un attacco a Cuba, elaborato prima dello sbarco di Playa Girón, che cominciò d’altra parte con un’operazione di pirateria aerea: alcuni aerei militari statunitensi riverniciati con i colori cubani attaccarono gli aeroporti dell’isola per simulare un’insurrezione di settori militari anticastristi. Anche questa parte provocatoria dell’operazione però fallì, perché l’antiaerea dell’Avana abbatté alcuni degli aerei, che risultarono di modelli mai posseduti da Cuba.

È interessante notare che questo libro, che non è in alcun modo accusabile come quello di Thierry Meyssan di trarre conclusioni affrettate e non completamente provate, ma da cui emergono ugualmente dati molto inquietanti sul comportamento delle autorità degli Stati Uniti prima, durante e dopo gli attentati dell’11 settembre, non è stato bersaglio di feroci polemiche, ma sottoposto invece a una vera e propria congiura del silenzio.

Contro il libro di Gore Vidal invece, gli attacchi sono stati molti, tutti tendenti a presentarne l’autore come uno scrittore geniale, ma propenso a sostenere tesi bizzarre e non documentate. Soprattutto contro il libro di Thierry Meyssan, L’incredibile menzogna. Nessun aereo è caduto sul pentagono (Fandango, Roma, 2002) si è scatenata una vera canea di denigratori. Il libro di Meyssan ha molti pregi, nella ricostruzione complessiva dei silenzi e delle menzogne delle autorità degli Stati Uniti, e dell’attacco senza precedenti alle tradizionali libertà democratiche di quel paese, a partire da quella di stampa, ma arrivando anche a privare gli stessi eletti nel Congresso e nel Senato della possibilità di compiere un’inchiesta sui molti misteri di quegli attentati. Ha tuttavia un punto debole nella fretta di trarre conclusioni, sia pure in base a indizi consistenti, sull’episodio dell’aereo caduto sul Pentagono. Poteva fermarsi al dato certissimo di un “errore” che appare inspiegabile: Al Qaeda, presentata come quasi onnipotente, avrebbe scelto per colpire il “cuore” della potenza militare degli Stati Uniti proprio l’unico lato dell’enorme palazzo in cui non c’erano ufficiali ma solo operai immigrati impegnati in lavori di ristrutturazione. È un particolare che ricorda l’esplosione del Maine che nel 1898 servì da pretesto per la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti alla Spagna (e per la conquista di Cuba, Portorico, Filippine e Guam). Anche in quel caso nella nave ancorata nel porto dell’Avana al momento dell’esplosione non c’era nessun ufficiale, ma solo poveri marinai semplici.

Invece Meyssan si è lanciato in affermazioni che non può provare, tanto più se veramente c’è stato un complotto (io sono contrario alla mania di vedere dovunque complotti, ma questo non vuol dire che in alcuni casi i complotti non possano esistere). Alcune delle prime testimonianze parlavano di un rumore “simile a quello di un missile”, e di una virata brusca impossibile in un grande aereo di linea. Inoltre il foro di entrata era di molto inferiore a quello che sarebbe stato provocato verosimilmente da un aereo di grandi dimensioni, dei cui resti peraltro non esiste traccia nelle pochissime foto divulgate. È inquietante, ma insufficiente per chiarire cosa è successo veramente, per affermare che invece di un aereo si trattava di un missile, o per ricostruire che fine avrebbe fatto l’aereo, effettivamente dirottato, se non è arrivato sul Pentagono.

Il libro non lo ha chiarito, e probabilmente non lo sapremo mai, come non sapremo mai davvero cosa è accaduto all’aereo di Ustica, su cui i “servizi” italiani, europei e statunitensi, ma anche tutte le autorità dell’aeronautica italiana, sono riusciti a sollevare un polverone nonostante l’episodio in sé fosse ben più modesto e verosimilmente dovuto solo a un errore involontario. A maggior ragione non sapremo mai cosa è veramente avvenuto a Piazza Fontana, alla Stazione di Bologna, ecc. Era più giusto il metodo di Pasolini, che diceva “io so”, ma non tentava di colmare i vuoti delle versioni ufficiali con ricostruzioni non documentabili.

Il libro di Meyssan però non si limita a questa discutibile forzatura degli indizi: analizza le incongruenze delle versioni ufficiali sul crollo delle Due Torri, riportando dubbi espressi anche dai pompieri di New York, o dall’associazione degli ingegneri civili, e dati inquietanti sul sequestro di ben cinque ore di filmati effettuati da un grattacielo vicino da due fratelli francesi, Jules e Gédéon Naudet (gli è stato restituito solo lo spezzone di pochi minuti in cui avevano ripreso il primo aereo che colpiva una delle Torri, che era ormai stato reso pubblico, dato che lo avevano venduto a un’agenzia e quindi era già stato ritrasmesso in tutto il mondo). Detto incidentalmente, questo come gli altri libri citati segnalano che Bush aveva dichiarato di aver visto l’aereo che colpiva la prima torre prima di entrare nella scuola in cui si trattenne per ore mentre si susseguivano gli schianti. Ma l’immagine ormai famosa del primo aereo fu trasmessa in realtà solo molte ore dopo dalle televisioni a cui i due francesi le avevano vendute. Un banale errore di Bush nella ricostruzione della sua mattinata, o c’era qualche operatore dei servizi pronto a filmare immagini non rese pubbliche ma trasmesse su circuiti riservati? La domanda non è irrilevante.

Meyssan riporta anche un gran numero di documenti (tra cui quello sull’Operazione Northwoods, di cui abbiamo già parlato, e che era stato fatto conoscere dall’ex ministro della Difesa Robert McNamara, difficilmente definibile un estremista e un visionario).

Ma di questo le stroncature feroci del libro fatte su tutta la stampa mondiale non parlano. Si concentrano sulla questione se a colpire il Pentagono sia stato un aereo o un missile, e soprattutto avanzano insinuazioni infamanti sull’autore. Invece di seguirle a una a una sulla stampa, le possiamo trovare concentrate in un libro ignobile, preceduto da una adeguata introduzione di Lucia Annunziata, che aveva cominciato la sua carriera come brillante giornalista del “Manifesto” ed è finita a rendere bassi servizi ai difensori dell’ordine esistente. Del libro (Guillaume Dasquié, Jean Guisnel, Il complotto. Verità e menzogne sugli attentati dell’11 settembre, Guerini e Associati, Milano, 2003) si potrebbe anche non parlare, perché a parte le insinuazioni su una presunta contiguità con i “negazionisti” di Meyssan (che invece era noto in Francia per vigorose campagne antifasciste) si basa sulle ritrattazioni di coloro che l’11 settembre avevano fatto a caldo le dichiarazioni riportate da Meyssan, e su un’antologia di sciocchezze trovate su qualche sito fascista e antisemita di Internet, che vengono usate per insinuare che le fonti di Meyssan sarebbero dello stesso genere. Un metodo di amalgama tipico della propaganda stalinista! Ma dell’introduzione della signora Annunziata vale la pena invece di parlare. Prima di tutto emerge chiaramente che non ha mai neppure aperto il libro di Meyssan, che presenta come esempio massimo di libro nefasto, accostandolo addirittura ai Protocolli dei Saggi di Sion. È vero che poi parlando della mania del complotto, elenca come esempi di allucinazioni di questo genere… le speculazioni sull’assassinio di Kennedy, su Ustica o Stay Behind (cioè l’Operazione Gladio). Tutte invenzioni di “maniaci del complotto”?

E poi attribuisce direttamente a Meyssan la leggenda metropolitana che nessun ebreo sarebbe morto nelle Due Torri perché gli israeliani avrebbero dato l’allarme ai correligionari! È la prova che non ha mai aperto il libro di Meyssan, che al contrario accenna solo di sfuggita, ma per criticarlo severamente, a un giornalista di Al Jazeera ( immediatamente licenziato per questo, si noti) che aveva ripreso e “deformato” un’affermazione di “Haaretz” e della CNN sul preavviso ricevuto da Odigo, una società israeliana leader nel campo della posta elettronica, qualche ora prima degli attentati. Affermazione vera e di fonte ineccepibile, ma che Meyssan utilizza solo come testimonianza che c’erano diverse persone al corrente degli attentati in preparazione, oltre a quelli che hanno speculato sulle azioni delle società aeree colpite, di cui parla ampliamente anche Mosaddeq Hafez. Al contrario di quello che affermano i due calunniatori e la signora Annunziata, egli scrive esplicitamente che probabilmente il preavviso non era stato preso sul serio anche perché anonimo. Ma l’Annunziata invece attribuisce a Meyssan di aver fatto sua una calunnia antisemita!

A Guillaume Dasquié, e Jean Guisnel, e ai tanti altri denigratori del suo libro, Thierry Meyssan ha risposto in un nuovo libro (Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre, Fandango, Roma, 2003). Una parte di esso punta a consolidare le affermazioni contenute nel primo libro, e a spiegare i meccanismi della ritrattazione dei primi testimoni, ma non aggiunge nulla di nuovo. Tuttavia Meyssan riporta anche pareri di tecnici balistici sul tipo di danni che poteva apportare un aereo, e sul tipo di combustione documentata dalle foto del Pentagono, che appare di colore e di orientamento verso l’alto diversissimi da quelli risultanti dalle fotografie scattate durante la prima fase della combustione delle Torri (in quel caso la fiamma del kerosene incendiato scendeva a cascata verso il basso). Molti dubbi, in particolare sulla sparizione dell’aereo in qualche altra località non vengono chiariti, e altri ne sorgono. Ma la documentazione fotografica, molto arricchita, in particolare sul foro di entrata di dimensioni ridottissime rispetto all’aereo che l’avrebbe provocata, e soprattutto il foro di uscita dal terzo edificio attraversato che è solo di 2 metri e mezzo, sembrerebbero confermare la tesi tanto cara all’autore: non un aereo che si sarebbe disintegrato, ma un missile con una carica cava di esplosivo in grado di attraversare tre edifici.

Il libro dunque non è risolutivo, ma alimenta nuovi interrogativi, che non possono essere certo fugati con basse insinuazioni sull’autore, e con il metodo di riportare allucinate dichiarazioni di altri, attribuendole a Meyssan. Non può essere dunque ignorato anche da chi non condivide il metodo di interpretazione utilizzato, dal momento che in ogni caso dimostra che le versioni ufficiali delle autorità statunitensi sono poco verosimili, e si basano su un sistematico occultamento delle documentazioni disponibili. (marzo 2003)