Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Tutti uniti, tutti insieme... Scusa, ma quello non è il padrone?

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Tutti uniti, tutti insieme...

Scusa, ma quello non è il padrone?

 

Beh, certo, perché no? In fondo l'avevamo proposto noi stessi di Sinistra critica, tante volte: certo nel 2008, prima di essere costretti a presentarci da soli in fretta e furia, con un simbolo improvvisato in una settimana e un nome che andava bene come area interna al PRC ma era meno efficace all'esterno.

E l'avevamo riproposto per le europee, partecipando anche a diversi incontri con lo stesso PRC, senza esito.

 

Ma poi capiamo subito che parliamo di due cose diverse. La maggior parte dei compagni del PRC che incontriamo, ci dicono di voler mettere insieme tutta la sinistra, ma quando poniamo l'unica condizione di non appoggiare una maggioranza col PD, l'IDV e simili, rimangono stupiti. Durante gli incontri col PRC per un'eventuale presentazione comune, erano stupiti che ponessimo il problema dell'apparentamento con Penati o con altri personaggi del genere. Che c'entra, ci dicono, noi facciamo l'accordo per le europee, per il resto poi vediamo... a seconda delle situazioni...

Si direbbe che i confini della sinistra siano molto ampi, per loro, e che non capiscano ancora che a fare alleanze con esponenti padronali non si fa che sprofondare più in basso e perdere ogni credibilità.

In ogni caso tentiamo, con pazienza, di ricordare che non un secolo fa, ma alle politiche del 2008 la lista dell'Arcobaleno aveva messo insieme praticamente tutti quelli che il PD aveva rifiutato, e il risultato era stato veramente penoso. Anche un anno prima, il 9 giugno 2007, il rifiuto di manifestare con presunti estremisti (come noi...) contro Bush, in una mobilitazione che era contro la guerra, ma inevitabilmente anche contro il governo Prodi che alle "guerre di Bush" collaborava con zelo, per fare un'unità di sigle eterogenee su parole d'ordine inevitabilmente ambigue e reticenti, aveva dato già risultati premonitori: la manifestazione "unitaria" di partiti e organizzazioni della sinistra governativa, aveva quasi più sigle che persone, in una grigia e triste adunata di ceto politico in piazza del Popolo, mentre quella "alternativa" e combattiva riempiva di molte decine di migliaia di persone le strade di Roma.

 

Ma di esperienze del genere ce ne sono state tantissime negli ultimi decenni: l'unità, esaltata come bene supremo dal PCI, era servita dapprima nel 1944-1947 per frenare le aspirazioni della maggior parte dei protagonisti della resistenza al fascismo, e per far sperperare il grande potenziale di lotta che si era manifestato clamorosamente a partire dagli scioperi del marzo 1943. Bisognava restare uniti... con il re prima, poi con la DC e i liberali... Così quella prima esperienza di unità interclassista si era conclusa con un bilancio fallimentare.

 

Poi dopo gli anni della sconfitta e del "miracolo economico" sulla pelle dei lavoratori, negli anni Sessanta, anche per effetto del contesto internazionale mutato per la vittoria della grande (anche se lontana) rivoluzione cinese, e di quella cubana (la prima in un paese occidentale "così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti"), e più in generale per i riflessi della grande ondata di decolonizzazione, dal Congo all'Algeria, al Vietnam, era emersa una nuova generazione meno sensibile alle proposte di unità interclassista, che aveva avuto un ruolo da protagonista nelle lotte studentesche e operaie, e nella trasformazione del sindacato a partire dai consigli di fabbrica e da altri strumenti di unità di classe e dal basso.

Senza l'emergere di questa nuova generazione sarebbe stata impossibile l'ondata operaia del 1969. Ma come aveva già tragicamente sperimentato a sue spese la grande Rosa Luxemburg, non è possibile improvvisare in extremis lo strumento indispensabile a uno sbocco positivo delle lotta, un partito rivoluzionario ben radicato tra le masse.

Così errori soggettivi, ingenuità, conflitti settari tra i primi raggruppamenti alla sinistra del PCI, con la conseguente incapacità di proporre credibilmente ad esso un fronte unico proletario, hanno permesso un recupero alla burocrazia (facilitato dalla gestione delle confederazioni affidata in quegli anni alle sinistre sindacali, i Trentin e Garavini per la CGIL, Carniti per la CISL, Benvenuto per la UIL). Per la ricostruzione di quel periodo rinvio a diversi scritti presenti in questo sito, come  La rinascita del sindacalismo nel secondo dopoguerra o Il PCI dalla resistenza al governo, ma credo sia utile ricordare un'altra esperienza che può insegnarci molto in questa fase.

Le formazioni sorte alla sinistra del PCI (e del PSI, ovviamente), pur essendo cresciute notevolmente in quegli anni di mobilitazioni, avevano mostrato scarsa attenzione alle prime elezioni successive alla prima fase di grandi lotte, le regionali del 1970, in cui lo stesso PCI aveva avuto un risultato non entusiasmante. Ma la situazione politica aveva cominciato poi a deteriorarsi, e nel 1972, nel quadro di un ripensamento sulle semplificazioni estremiste di due o tre anni prima, si era aperto un forte dibattito nella "nuova sinistra". Va detto che l'estremismo vero o presunto veniva superato fin troppo: ad esempio la maggior parte di coloro che avevano mostrato indifferenza o avevano rifiutato l'esperienza dei consigli dei delegati, ora cominciavano a riscoprire il sindacato, ma non tanto per darvi battaglia, bensì per allinearsi dietro la sinistra sindacale, prodiga di riconoscimenti e di cooptazioni. Ma senza rinunciare al settarismo nei rapporti tra le organizzazioni. E in questo mod avevano affrontato le elezioni politiche del 1972. Per un'informazione su quella scadenza elettorale, riporto qui di seguito in una scheda un brano dell'autobiografia di Livio Maitan.

 

 

Scheda

Le elezioni politiche del 7 maggio 1972

dal libro di Livio Maitan La strada percorsa

 

(...) Ma erano i risultati delle elezioni politiche del 7 maggio 1972 a fornire sul quadro politico complessivo indicazioni che suggerivano messe a punto analitiche e riflessioni di prospettiva. Ricordiamo che, per la prima volta, l’estrema sinistra era presente con una lista del Manifesto che aveva al primo posto Pietro Valpreda, incriminato falsamente per la strage di Piazza Fontana e ancora detenuto (lo scopo della candidatura era appunto di farlo uscire dal carcere grazie all’elezione). Era una iniziativa che decidevamo di sostenere, nonostante le divergenze con il Manifesto e gli atteggiamenti settari che avevano accompagnato il lancio della campagna prima ancora che il suo svolgimento. Ci eravamo già impegnati sin dall’inizio in campagne di denuncia della “strage di Stato” e non molto prima delle elezioni c’era stata una incriminazione dell’editore Savelli. Al clima da strage di Stato ricollegavamo anche la tragica morte, sempre in quel periodo, di Giangiacomo Feltrinelli[1]. Le idee di Feltrinelli su una strategia rivoluzionaria erano ben diverse dalle nostre; avevamo criticato, del resto, impostazioni analoghe anche nel caso di paesi latino-americani e, a maggior ragione, ci sembravano insostenibili per un paese come l’Italia, dove non esisteva né si prospettava una dittatura e persistevano da anni vasti movimenti di massa. Le divergenze non ci impedivano tuttavia di esprimere il nostro rispetto per un uomo che aveva messo in gioco la sua vita, coerentemente con le idee che sosteneva.

Per ritornare alle elezioni, saremmo stati, per parte nostra, favorevoli a una lista comune dell’estrema sinistra. Senonché altre organizzazioni ponevano condizioni difficilmente compatibili con questa scelta, e la stessa proposta del Manifesto cadeva nel vuoto, con il prevalere di posizioni astensionistiche (alcuni, come Mario Capanna, invitavano invece a votare per il PCI). I risultati erano senz’altro deludenti: in mancanza del quorum (secondo la legge di allora, era necessario almeno in un collegio) nessun candidato veniva eletto e Valpreda restava in carcere[2].

Un bilancio della situazione non poteva che partire da tre constatazioni: 1) la DC manteneva la sua influenza preminente su larghissimi strati piccolo-borghesi, urbani e rurali, e su settori non trascurabili di classe lavoratrice, rivelando per di più una forza di attrazione verso gli elettori delle più giovani generazioni; 2) Il Partito comunista conservava l’egemonia sulla maggioranza della classe operaia, su consistenti settori contadini e su strati non trascurabili di piccola borghesia; 3) L’estrema sinistra appariva ancora come un fenomeno circoscritto e, soprattutto, non era riuscita a rappresentare effettivamente un’alternativa globale alle organizzazioni tradizionali..

Il 7 maggio aveva segnato in particolare un insuccesso per il PSIUP che, al pari del Manifesto, non aveva ottenuto nessun quorum. Ma quello che per il Manifesto era un incidente di percorso, per il PSIUP era la disfatta finale, che preludeva allo scioglimento e alla confluenza nel PCI di gran parte degli iscritti. Si sarebbe tentati di dire: poco male. Il PSIUP era venuto sperperando le potenzialità che aveva alla fondazione, assumendo tra l’altro posizioni nostalgiche di fronte alla crisi delle società di transizione burocratizzate e del movimento internazionale dei partiti comunisti [3].

Questo bilancio ci induceva a ritornare sull’analisi degli sviluppi degli ultimi quattro anni. Secondo noi, avevano torto coloro che valutavano ormai al ribasso la profondità e la vastità dei fenomeni politici e sociali che si erano prodotti negli anni precedenti. In realtà, la fase apertasi agli inizi del 1968 era stata caratterizzata da una crisi sociale e politica estremamente acuta, dai tratti di una situazione pre-rivoluzionaria, con rilevanti mutamenti dei rapporti di forza tra le classi: una fase che, nonostante tutte le difficoltà, era ancora aperta. Un po’ paradossalmente, si poteva dire che le difficoltà derivavano dalla stessa forza e ampiezza dei movimenti. Una simile dinamica non poteva non porre - e a scadenze ravvicinate - compiti sproporzionati rispetto all’accumulazione di forze della fase precedente e ai ritmi di maturazione della nuova fase. Questo era, in ultima analisi, alla base della tendenza così diffusa a una ricerca quasi spasmodica dell’iniziativa più suscettibile di risonanza, alle forzature volontaristiche, ai continui riaggiustamenti di tiro, agli spostamenti repentini da un settore all’altro, il cui risultato era di rendere più difficile un’azione sistematica in profondità e più aleatori i legami non solo con le masse, ma con le stesse avanguardie[4].

La critica al riformismo era per l’estrema sinistra pane quotidiano. Ma era condotta quasi sempre in forme ideologico-propagandistiche, per esempio con il ricorso astratto e stereotipo allo slogan “lo Stato si abbatte e non si cambia”. Sul piano delle analisi, l’accento era posto su una prospettiva di traduzione in pratica di un disegno riformista, che avrebbe coinvolto lo stesso Partito comunista, destinato a inserirsi a sua volta a livello di governo. Da un lato, quindi, si sopravvalutavano i margini per l’effettivo rilancio di un progetto riformista, dall’altro, non si coglievano le contraddizioni del disegno del PCI. Mancava la definizione di obiettivi di natura transitoria, che partissero dai bisogni più largamente avvertiti e dai livelli di coscienza raggiunti da larghi settori di massa. Così, non poteva emergere un’alternativa da contrapporre in modo credibile ai progetti inconsistenti e velleitari delle direzioni burocratiche.

L’accrescersi di difficoltà oggettive e l’assenza di un disegno alternativo, insieme a un persistente settarismo, era all’origine del relativo declino o ristagno dell’estrema sinistra e della sua diminuita capacità di mobilitazione (rivelata, per esempio, dall’insuccesso della manifestazione, pure unitaria, del 23 giugno a Milano contro un attacco alla Statale). Il risultato delle elezioni non poteva che alimentare un riflusso verso il PCI e una parziale accettazione delle impostazioni dei dirigenti sindacali (era nella fase iniziale della battaglia per i nuovi contratti che questa seconda tendenza si sarebbe accentuata).

 

 

Perché penso che quell'esperienza del 1972 possa insegnarci qualcosa? Prima di tutto perché il risultato negativo era dovuto in primo luogo a un settarismo reciproco e al rifiuto di una convergenza tra gruppi che avevano idee e programmi molto simili: tutti erano ancora maoisti, più o meno sofisticati, tutti con concezioni del sindacato oscillanti tra il rifiuto estremista con la creazione di strumentini "cinghia di trasmissione" e l'adattamento opportunista alla sinistra sindacale riformista. Il Manifesto voleva utilizzare quel voto per affermare la propria egemonia sull'arcipelago dei gruppi, e anche per piegare le resistenze astensioniste di molti suoi militanti, attraendoli con la prospettiva settaria di un'affermazione egemonica nei confronti degli odiati rivali. I quali, a loro volta, compresi alcuni dei gruppi che avevano manifestato inizialmente la disponibilità a trattare per la formazione di una lista comune, risposero all'unilateralismo del gruppo dirigente del Manifesto approdando all'astensionismo attivo, o al voto al PCI.

Per certi versi quello scontro preelettorale ricorda l'aspra contrapposizione di quest'ultimo anno tra l'ala del PRC di Ferrero-Grassi, e quella di Vendola, nella sostanza e nella pratica molto simili, ma in guerra permanente tra loro.

E c'è un'altra analogia: anche se divisi, in parte per ragioni poco comprensibili (tanto è vero che pezzi significativo di tre delle formazioni presenti, PSIUP, Manifesto e l'MPL, nato come proiezione politica di un settore radicalizzato delle ACLI, si sarebbero uniti nel PDUP, appena superata la crisi postelettorale), i risultati complessivi delle formazioni che si presentarono a quelle elezioni non erano insignificanti. Se si sommano i voti del PSIUP (648.763), del Manifesto (224.288), del MPL (120.061), risulta che quasi un milione di elettori (per l'esattezza 993.112, che diventavano 1.078.950 se si aggiungevano anche i voti del PCIml) avevano appoggiato liste alla sinistra del PCI. Nessun deputato era stato eletto, data la legge elettorale che imponeva il raggiungimento del quorum pieno  in almeno una circoscrizione, ma era pur sempre un buon punto di partenza...

Invece ci fu il panico, il PSIUP si sciolse e molti suoi dirigenti e militanti confluirono nel PCI, insieme a discreti spezzoni delle altre formazioni. Ci vollero diversi anni per ritrovare la strada per ripartire (salvo fare in parte gli stessi errori... ma questo è un altro problema).

Oggi si rischia di passare da una depressione all'altra guardando solo ai risultati elettorali (sempre più falsati, per giunta, perché giornali e TV forniscono solo la percentuale e il numero degli eletti, sicché certe vittorie annunciate nascondono che "i vincitori" hanno perso voti in assoluto rispetto ad anni recenti, e recuperato in percentuale avendo avuto un po' di astensioni in meno degli altri), mentre esistono ancora in gran numero militanti sparsi e disorganizzati, ma impegnati e impegnabili su compiti concreti, presenti nelle lotte territoriali contro rigassificatori o TAV o centrali nucleari, o in momenti di solidarietà internazionalista e antimilitarista, o nei gay pryde e nelle mobilitazioni per i diritti di lgbt.

Per certi aspetti, se si pensa all'uso degli eletti che è stato fatto nel PRC (lasciamo perdere, per carità di patria, il PdCI e il PD), ripartire nel lavoro di ricostruzione della sinistra senza avere una rappresentanza in parlamento, può avere qualche inconveniente (dal punto di vista immediato, cioè dei finanziamenti pubblici) ma ha anche tanti vantaggi.

 

Il vero problema dunque non è l'unità in sé, ma la costruzione di organismi (collettivi, comitati ad hoc, ecc.) unitari ma che non siano contenitori frutto di assemblaggio di sigle. L'unità in sé non serve a molto: deve realizzarsi su un programma, su compiti identificati democraticamente. No alle barriere artificiali create dal ceto politico intorno a un orticello riservato, ma no anche alle aggregazioni finalizzate alla sopravvivenza di dirigenti screditati e incapaci di riflessione autocritica. Nessuna discriminazione, nessun ostacolo in base alla diverse provenienze e appartenenze, ma nessuna pretesa di ricostituire qualche cosa che serva ad aumentare la propria forza contrattuale solo per ottenere incarichi e contrattare spazi con gli inguaribili masochisti che dirigono il centrosinistra!

 

(25/6/09)

 


[1] Nella primavera del 1970 era uscito il libro La strage di Stato, una sorta di inchiesta che contestava le indagini ufficiali e l’incriminazione di Valpreda e denunciava le responsabilità di elementi di estrema destra, coperti, se non appoggiati, da apparati dello Stato. Nel 1972, prima delle elezioni, per la pubblicazione di Guida al processo Valpreda erano incriminati Giulio Savelli come editore e Maria Grazia Grassini come responsabile della tipografia che aveva stampato il libro (cfr. in proposito Bandiera Rossa,. nn. 2 e 3, 1972, con informazioni sulle vicende del Comitato nazionale contro la strage di Stato, praticamente distrutto dal settarismo e dall’estremismo di alcune formazioni che ne facevano parte). Nello stesso periodo erano incriminati per diffusione di “notizie false e tendenziose” Edgardo Pellegrini, direttore di Bandiera Rossa, e Silverio Corvisieri, direttore di Avanguardia operaia. All’annuncio della morte di Feltrinelli, la segreteria della nostra organizzazione esprimeva la nostra solidarietà alla redazione Feltrinelli e alla famiglia, denunciando le strumentalizzazioni dell’avvenimento contro la sinistra rivoluzionaria (Bandiera Rossa, n. 2, 1972).

[2] Per una esatta valutazione del risultato va tenuto conto che nel 1972 i giovani tra i 18 e i 21 anni, che rappresentavano parte considerevole dell’estrema sinistra, non avevano ancora diritto al voto. Più in generale, sui vari aspetti del risultato della lista del Manifesto si veda Quarta Internazionale, nn. 5 e 6, 1972, pp. 2-3.

[3] Un’analisi della fase declinante del PSIUP è in un articolo di Cristiano Dan, che era stato un dirigente dei giovani di questo partito prima di militare per diversi anni nella IV Internazionale (Bandiera Rossa, n. 2, 1971). Lo stesso Dan analizzava il tentativo di dare vita a un “nuovo PSIUP” intrapreso con poca fortuna, assieme alla sinistra del MPL, da militanti che non erano entrati né nel PCI né nel PSI (Bandiera Rossa, n. 13, 1972).

[4] Ci riferiamo qui a una relazione svolta nel luglio a una scuola quadri estiva, cui partecipavano 150 militanti, tra cui operai della FIAT, dell’Alfa Romeo, dell’Italsider, della Zanussi, della Nebiolo ecc. (cfr. Il partito leninista, cit., pp. 81 sgg.).

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