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La pagina di Antonio Moscato

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Cuba, dopo il congresso

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Cuba, dopo il congresso

 

A qualche tempo dalla chiusura del Congresso del PCC, è possibile valutare già un elemento nuovo: la prudente apertura della gerarchia cattolica a favore della linea proposta da Raúl Castro, e in particolare delle riforme che aprono alcuni spazi in più per l’iniziativa privata. Apertura cauta, senza giudizi affrettati, ma accompagnata da una preoccupante lista di rivendicazioni. So bene che una parte della “sinistra” interna al PCC non condivide la mia diffidenza nei confronti della gerarchia, con cui auspica un proseguimento e un’estensione del dialogo, e ne capisco le ragioni: ciò rende più difficile il ricorso alla repressione, e apre oggettivamente spazi anche per altre e diverse posizioni politiche. Li capisco, come capivo in Polonia i laici di Solidarnosc come Michnik, Kuron, Modzelewski, ecc, che pur senza conversioni si facevano scudo di una chiesa che aveva notevoli spazi di potere; ma hanno verificato presto che la chiesa aveva i suoi fini, diversi e a volte contrapposti alle aspirazioni di chi si batteva per una democrazia socialista. Appena si è sentita più forte (per l’indebolimento della controparte), la gerarchia cubana non ha esitato a proporre – come logica estensione delle riforme approvate – anche la questione della privatizzazione dei servizi sanitari e della scuola, oggi gratuiti e ovviamente laici.

Riporto sulla questione una nota informativa dell’AFP, del 18/5/11, e un recente editoriale della rivista dell’arcivescovato Espacio laical, che fornisce un’interpretazione del Congresso che ne accentua la tendenza ad avviarsi verso “l’accettazione dei meccanismi del mercato”, e l’estensione degli spazi per l’iniziativa privata, anche nel settore della scuola e della sanità pubblica. Altri materiali e una trattazione più ampia appariranno nel numero di ERRE di giugno-luglio, mentre altre considerazioni erano apparse in dicembre sul numero 41 della stessa rivista. (a.m.31/5/11)

 

 

1)    CUBA: IL DIALOGO CHIESA-GOVERNO (AFP)

 

“La Chiesa si aspetta che il dialogo con il governo cubano, che domani compie un anno, debba investire altri temi e generare nuovi ‘frutti’”, oltre alla scarcerazione dei 130 prigionieri politici, ha dichiarato all’AFP il portavoce dell’Arcivescovado dell’Avana.

“Il processo di dialogo […] è stato positivo, e parte dei suoi frutti si sono manifestati nel corso dell’ultimo anno”, ha sostenuto Orlando Márquez riferendosi al processo di scarcerazione dei 130 prigionieri, tra cui 52 dei 75 oppositori condannati nel 2003 che erano rimasti in carcere. Ha sottolineato che “è desiderio della Chiesa che il dialogo continui e dia frutti, e le autorità cubane hanno dimostrato interesse a continuare a sviluppare il dialogo”.

Le inedite e “lunghe” conversazioni tra il presidente Raúl Castro, il cardinale Jaime Ortega e il presidente della Conferenza Episcopale, arcivescovo Dionisio García, sono cominciate il 19 maggio del 2010.

“La scarcerazione dei prigionieri è un aspetto, ma il processo di dialogo può e deve affrontare altri temi e generare altri frutti per il bene del nostro paese. Il dialogo è possibile e necessario”, ha detto Márquez, senza precisare quali.

L’opposizione ritiene che restino ancora in prigione una cinquantina di detenuti condannati per delitti contro la sicurezza dello Stato.

Inaugurando il VI Congresso del Partito comunista, lo scorso 16 aprile, Raúl Castro ha affermato che il dialogo, realizzato nel “reciproco rispetto, con lealtà e trasparenza”, ha consolidato “l’unità nazionale”, soggiungendo che la Chiesa ha espresso “i suoi punti di vista, non sempre coincidenti con i nostri, ma certo costruttivi”.

Al riguardo, Márquez ha segnalato che “questo processo di dialogo riafferma che, a partire dal rispetto, l’autenticità e l’identità rispettive, si può andare avanti nella ricerca del bene comune nel nostro paese”.

Il governo comunista di Fidel Castro ha mantenuto rapporti oscillanti con la Chiesa per mezzo secolo: partendo dai forti scontri negli anni Sessanta, passando per la coabitazione tesa degli anni Settanta e Ottanta, fino a un rispettoso avvicinamenti dopo la visita del pontefice Giovanni Paolo II, nel gennaio del 1998.

L’avvicinamento è stato maggiore dopo che Raúl Castro ha sostituito il fratello malato nel 2006, aprendo più spazio alla Chiesa nella vita sociale, alle pubblicazioni cattoliche e all’apertura di un nuovo seminario.

La Chiesa, da parte sua, ha ufficialmente approvato le riforme intraprese dal nuovo leader per rendere efficiente e decentrare l’esaurito modello economico cubano e mantiene un appoggio critico, come unica entità legale della società civile che non fa parte del Governo.

Nella sua pubblicazione Palabra Nueva, diretta da Márquez, la Chiesa si è pronunciata per la privatizzazione di parte dei servizi sanitari gratuiti e statali e per la propria partecipazione al sistema dell’istruzione.

 

* * *

 

2)      Editoriale di Espacio Laical (2/2011)

 

Il VI Congresso del Partito comunista di Cuba (PCC) conclusosi di recente si è svolto in un clima di aspettativa proveniente dall’imperiosa esigenza di ottenere prosperità e benessere per la popolazione, e dall’urgenza di promuovere di promuovere gli indispensabili cambiamenti per facilitare la concretizzazione di questo.

La società dell’isola soffre per troppe carenze vitali, che non tollerano più di aspettare troppo, e la necessità di cambiamenti per risolvere questa situazione rischiosa è presente nella coscienza della maggioranza dei cubani. Questo si manifesta in modo continuativo, e anche con una certa perdita di fiducia; ed è anche stato enunciato nel principio del nuovo concetto di Rivoluzione enunciato dall’ex presidente Fidel Castro nel 2001, quando assicurò che occorreva a tutti i costi “cambiare tutto quel che doveva essere cambiato”; lo ha ribadito con impegno il presidente Raúl Castro, che può contare a questo scopo sull’appoggio del segmento rivoluzionario della popolazione.

Nel pieno di questa sfida, si sono riuniti i delegati al massimo evento di partito, e adesso i settori più attivi della popolazione – soprattutto i più inquieti, quelli che si impegnano in attesa di interventi innovatori ad opera della classe politica e sarebbero disposti a sostenerla in questo impegno – aspettano i risultati dell’incontro congressuale.

Una volta conclusa la riunione, sono state molteplici le opinioni di chi ne ha dato una valutazione. Alcuni ritengono che il Congresso non sia stato in grado di prospettare l’avvio di un percorso positivo di aggiustamenti, cosa che dispiace a una parte di coloro che la pensano così, mentre fa piacere a una piccola frangia che ritiene che non abbiamo bisogno di alcun cambiamento. Vi sono alcuni che sostengono che si è tentato di avviare una politica di indispensabili cambiamenti, ma che questo orientamento manchi della necessaria prospettiva, di abbastanza coraggio e dell’imprescindibile coesione nelle file della Rivoluzione e che alla fine non si raggiungerà il risultato dovuto. Né mancano quanti ammettono che l’appello del partito non ha ottenuto tutto l’approfondimento indispensabile dei temi affrontati e non ha trattato alcune materie della vicenda nazionale di grandissima importanza, ma che è pur sempre un buon inizio.

La relazione centrale, presentata all’inizio dell’evento dal generale Raúl Castro, è valutata positivamente dalla stragrande maggioranza, anche se molti hanno opinioni diverse sul Congresso in generale. È incoraggiante che i delegati abbiano ammesso la necessità di porre il progresso economico come l’obiettivo supremo del paese, e che per ottenerlo abbiano deciso il decentramento dell’economia statale, la creazione di un settore privato e l’accettazione dei meccanismi del mercato con apertura maggiore. Del pari, è interessante la proposta di continuare nella riforma della nostra attuale Costituzione – processo avviato nel 1992 e immediatamente stroncato per varie circostanze – su questioni non solo economiche ma anche politiche; e il nuovo Primo Segretario del PCC ha lanciato, per cominciare, due proposte: che nessuno possa ricoprire incarichi statali e governativi per più di due periodi di cinque anni; che non sia necessario essere militanti del partito per svolgere questi compiti. Va ugualmente ammessa l’importanza dell’impegno nel realizzare l’accesso alle cariche politiche delle nuove generazioni, e per convocare una Conferenza del PCC che dirima la questione del ruolo e delle funzioni di questa organizzazione politica e dei suoi rapporti con la società, con lo Stato e con il governo.

A proposito di queste ultime due questioni esistono talune diffidenze. Certuni, a volte con un pessimismo non del tutto infondato, dubitano che si possa realizzare, in tempo debito, l’accesso delle nuove generazioni alla direzione del paese, se ora non è stato ancora possibile ringiovanire, almeno in parte, l’Ufficio Politico. Dubitano altresì che la Conferenza del PCC consegua un rapporto orizzontale con la società, con lo Stato e con il governo, un rapporto quindi non invadente in questi ambiti, quando non c’è la volontà di affrontare l’articolo 5 della Costituzione della Repubblica, che recita che il PCC (organizzazione che raggruppa solo una piccola parte della popolazione) dirige e orienta lo Stato e la società. Probabilmente vi sono motivi per queste diffidenze, ma è anche possibile appoggiare entrambe le aspirazioni, pur se non nel modo ideale e come alcuni di noi vorrebbero che fosse, comunque a vantaggio – per quanto incompleto – della vitalità della società.

Per altro verso, è importante che il nuovo Primo Segretario del PCC e Presidente della Repubblica voglia governare a partire da una dinamica decisionale interna agli organi politici e di potere e, in questa gestione – è una cosa evidente per chi segue le opinioni dei settori nazionali e il comportamento del Primo Mandatario – tenere conto dei criteri di partecipazione civica. Potrebbe essere, questo, l’elemento decisivo per affrontare e profilare i temi affrontati in Congresso e quelli annunciati per la Conferenza, come pure per introdurre altre questioni fondamentali che oggi “sembrano” relegati nell’agenda ufficiale. Questo dipenderà, in larga misura, dal fatto che noi cittadini partecipiamo attivamente, esprimendo i nostri criteri, in tutti gli spazi esistenti e in quelli nuovi che riusciamo a costruire.

Molti argomenti restano in sospeso. Tra questi vi sono: il sistema per decentrare l’economia statale; le garanzie per il nuovo settore privato (che a nostro avviso deve essere robusto ed estendersi al settore produttivo, anche se dovrà sempre sentire il bisogno di contribuire al bene comune); il modo di aiutare quanti possano restare ai margini nell’auspicata riorganizzazione economica; la partecipazione sociale e politica più effettiva della popolazione; il maggiore accesso all’informazione; il rapporto dell’isola con la sua emigrazione; il miglioramento dei sistemi scolastico e sanitario pubblici; il rafforzamento a tutti i livelli delle strutture istituzionali; e il sostenuto aumento dell’equilibrio delle branche del potere pubblico.

Non è possibile né è auspicabile un cambiamento improvviso e traumatico dell’intero modello cubano. La cosa urgente e indispensabile è il rinnovamento graduale, ma consistente, per dar vita a uno sviluppo sostenibili e a maggiori libertà. Vogliamo dire che deve avvenire in modo ordinato, date le nostre vicende storiche e politiche, ma senza remore irresponsabili. Speriamo che il Congresso abbia avviato questo processo. Vi sono trasformazioni che non ammettono più dilazioni. A noi cubani che aspiriamo a una patria indipendente e sovrana, sviluppata, con diritti individuali e garanzie sociali per tutti, spetta il compito di capire quale sia la forma migliore di promuovere e di lavorare decisamente per agevolarle. Non ci stancheremo di difendere, in maniera matura e responsabile, gli indispensabili cambiamenti.



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