Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Grecia, Europa e Italia

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Europa criminale

Ai greci che protestano anche violentemente contro il furto di una fetta enorme dei loro salari e pensioni per pagare i debiti contratti da altri per le loro avventure finanziarie, si ripete ossessivamente: attenti, è l’Europa che lo chiede. È vero, dato che neppure un euro dei nuovi crediti arriverà in Grecia. Serviranno a ripagare i creditori, come se non avessero già guadagnato abbastanza. Non è una novità. È la stessa tecnica usata nel XIX secolo per mettere sotto tutela l’Egitto, che aveva ricevuto crediti avvelenati, per la costruzione del Canale di Suez e per introdurre su larga scala la coltura del cotone quando il suo prezzo era momentaneamente salito come conseguenza della guerra di secessione americana. Allora la “comunità internazionale” che esigeva il pagamento era spudoratamente  il comitato dei creditori, oggi è l’UE, in nome delle grandi banche tedesche e francesi che hanno fornito ai governanti e ai capitalisti greci i prestiti che ora servono per ridurre in schiavitù il paese. E ha il conforto di altre organizzazioni del grande capitale come il FMI e la BCE. E come nel 1882 con l’Egitto, che restò senza azioni della Compagnia del Canale di Suez, come se il canale non fosse stato costruito col lavoro gratuito dei suoi fellahin, oggi “l’Europa”, oltre a farsi rimborsare con nuovi prestiti il debito, vuole impossessarsi di porti, aeroporti, imprese di ogni genere… Sante privatizzazioni!

Fanno bene i lavoratori greci a rifiutare di pagare un debito che non hanno contratto loro, e a scendere in piazza con decisione, rispondendo anche alle violenze della polizia. Questo comportamento sacrosanto viene occultato, presentando sui mass media solo le azioni spettacolari (e quasi sempre inutili o anche controproducenti) di piccoli gruppi di maniaci dello scontro per lo scontro. Quando questi non sono a disposizione, vengono riprese dalle telecamere le azioni di autentici provocatori, spesso sbirri mascherati, che servono a screditare la mobilitazione di massa e anche a spaventare una parte dei manifestanti, consentendo ad esempio di sgomberare la piazza Syntagma dagli “indignati”.

I lavoratori greci hanno finora risposto con tenacia all’attacco congiunto dei criminali delle banche e degli sbirri locali (tutti i paesi, per quanto indebitati, non rinunciano ad avere corpi speciali armatissimi e pagatissimi, uguali dalla Grecia all’Italia, dalla Spagna ai paesi scandinavi, dalla Tunisia all’Egitto o allo Yemen). Casomai ci si può domandare qualcosa sulle forme di lotta utilizzate: si è arrivati già a ben 11 giornate di sciopero generale (vero, e totale, ultimamente anche con il blocco dei servizi, dai trasporti all’elettricità, non come quelli finti fatti in Italia dai sindacati confederali quando devono rispondere a un malcontento pericoloso della loro base, o al rischio di scavalcamento), ma al massimo si è arrivati alla durata di 48 ore, come quello appena terminato. Quindi sempre uno sciopero “intimidatorio”, che minaccia di bloccare il paese ma lo fa solo simbolicamente, senza avere il coraggio di sfidare il potere e di dimostrare che senza i lavoratori non si può andare avanti. Quello cioè che Ernest Mandel spiegava chiaramente in Mandel - Sciopero generale, sulla base di alcune esperienze storiche e di un lungo dibattito nel movimento operaio (quando c’era ancora…).

Questa contraddizione si spiega con l’ipocrisia della maggior parte dei sindacati della Grecia, costretti dalla pressione della base a muoversi, ma che evitano lo scontro frontale col PASOK, che ufficialmente è un partito socialista. Il KKE e il suo fronte sindacale, il PAME, che sono durissimi verbalmente contro il governo, e ancor più nei confronti dei maggiori sindacati (GSEE e ADEDY), accusati in blocco di essere “agenti del capitale”, in nome di una politica settaria e autoproclamatoria, non rappresentano una soluzione alternativa, ma sono parte del problema. Ugualmente settari nei confronti del movimento degli “indignati” e dell’altro troncone proveniente da una lontana divisione del partito comunista, il Synaspismòs con la sua coalizione SYRIZA, ugualmente segnato anche di recente da frequenti scissioni. Questo impedisce di lanciare parole d’ordine convincenti e concrete in una Grecia che pure conosce un’evasione fiscale legalizzata addirittura molto superiore a quella italiana (gli armatori sono formalmente esentati dalle tasse). Anche su questo, varrebbe la pena di riflettere su quanto scriveva Ernest Mandel, a proposito del controllo operaio, unico mezzo per scoprire le evasioni e la reale consistenza delle risorse del padronato, che piange sempre miseria:  MANDEL - Controllo operaio

È evidente che, indipendentemente dai suoi limiti, il movimento greco contro il governo dei tagli e del massacro sociale, va difeso decisamente dalle calunnie e dalle banalizzazioni, oltre che dal capovolgimento della realtà dei fatti sui grandi mass media (che ci ripetono: “attenti a non finire come la Grecia”), tanto più che l’attuale dose di vaselina spalmata sulla “manovra a orologeria” di Tremonti non deve tranquillizzarci troppo. Basta un altro “appello dell’Europa” per giustificare altre misure, da prendere con la collaborazione di un centrosinistra che quando ha governato non è stato secondo alla destra nelle privatizzazioni e negli attacchi ai diritti dei lavoratori. Napolitano ha già pronto il disco: bisogna unirsi, fare squadra, “ascoltare l’Europa”…  E d’altra parte se crollasse Berlusconi, come evitare che il centrosinistra porti a termine il suo compito, prendendo a modello i “socialisti” Zapatero e Papandreu?

Ma cos’è questa Europa così pronta a chiedere sacrifici? Quando è nata l’Europa di Maastricht, almeno il PRC si opponeva, e diceva su quell’accordo alcune semplici verità; oggi siamo rimasti in pochi a ricordare che questa Europa è funzionale e subordinata al grande capitale; quando si dice: “ascolta l’Europa”, si nasconde che chi parla in nome suo è una cerchia di parlamentari privilegiati, è un immenso apparato di parassiti strapagati, che ad esempio chiedono a tutti i paesi di allungare ancora l’età pensionabile (misura insensata in epoca di disoccupazione di massa, dato che comporta ridurre ulteriormente il turnover e la creazione di posti di lavoro), mentre loro si assicurano stipendi e pensioni d’oro. D’altra parte in Italia abbiamo l’esempio di un Brunetta, grande fustigatore di precari, che a parte tutti gli altri emolumenti ha anche una pensioncina accumulata non si sa come di 3.000 euro mensili!

Il mito dell’Europa che chiede, anzi impone, viene usato in molti casi: ad esempio contro i No Tav (“non possiamo fare a meno di entrare in Europa…”), magari con lo specchietto per le allodole di un contributo europeo pari si e no al 5% della spesa preventivata, che risulterà come al solito molto inferiore a quella finale, se quest’opera assurda, costosa e inutile non verrà fermata. E pochissimi, fuori della Val di Susa, hanno il coraggio di non raccontare la menzogna ufficiale, di ammettere che le linee ferroviarie ordinarie sulla direttrice Torino Modane Lione sono largamente e sempre più sottoutilizzate, e che il risparmio di tempo con l’alta velocità è irrisorio soprattutto per le merci su una percorrenza così modesta. E di ricordare che questa impresa assomiglia tanto al Ponte sullo Stretto, che accorcerebbe il passaggio al massimo di un ora, mentre ce ne vogliono moltissime per arrivare in zona sulla disastratissima e mai finita Salerno-Reggio, e poi quasi altrettante per arrivare da Messina a Palermo. Insomma l’unica utilità certa è per le imprese, a volte mafiose, più spesso legate alle cooperative del PD, che affiancheranno le varie Impregilo…

Si direbbe che la funzione della cosiddetta Europa sia soprattutto quella di raccomandare solennemente, quasi da un oracolo, quel che i governi e i capitalisti le chiedono di dire per avvalorare le loro politiche antipopolari. È ora di smettere di inginocchiarsi di fronte a un pulpito così screditato, dobbiamo prepararci a ricostruire con le lotte l’unità dei popoli dell’Europa e dell’altra riva del Mediterraneo. O ci massacreranno, come hanno già cominciato a fare in Grecia…

E perché non seguire invece l’esempio dell’Islanda, che anche in un successivo referendum ha tenuto duro sul rifiuto di pagare i debiti contratti da altri? Ma dell’Islanda non si parla. Riparliamone, invece, visto che una volta tanto, un referendum è andato bene anche a noi italiani… La lezione dell’Islanda

(a.m. 1/7/11)



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