Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Stalin e Badoglio

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Stalin e Badoglio

L’alleato Stalin di Marco Clementi (Rizzoli, Milano, 2011) è un libro che può essere utile per alcuni dei documenti che riporta, ma che è in parte indebolito dall’intento polemico fin troppo evidente: Clementi critica soprattutto un gruppo di storici che hanno sostenuto la tesi (ovviamente inverosimile) di un PCI e di un’URSS che nel 1943-1945 avrebbero mirato a utilizzare il momento per prendere il potere in Italia e in Europa. Il più prestigioso, Victor Zaslavsky, aveva come relativa attenuante l’accecamento anticomunista che ha colpito molti transfughi che come lui avevano avuto un qualche ruolo nell’apparato del PCUS, e anche l’influenza ideologica della sua compagna e collaboratrice Elena Aga-Rossi, di origine democristiana. Tra gli altri sostenitori di questa tesi c’erano secondo Clementi alcuni “giovani studiosi formatisi negli anni rampanti dell’edonismo reaganiano”, diventati anticomunisti dopo un più o meno breve passaggio nella burocrazia del PCI e della FGCI (ne ho conosciuto personalmente diversi). Interessante l’osservazione sul ruolo della scomparsa del PCI e sull’attribuzione di “tutto il lavoro di recupero e conservazione della sua memoria e della sua storia (…) alla Fondazione Gramsci”, guidata appunto con disinvoltura e scarso rigore da quei giovani, a volte “di formazione marxista, ma spesso usciti dal PCI per passare a schieramenti più moderati”.

“La caduta del comunismo, infatti, ebbe tra le sue conseguenze anche la fine dell’egemonia marxista nel quadro della storiografia nazionale, aprendo la possibilità di intraprendere nuovi percorsi di ricerca lontani dalle angustie ideologiche della guerra fredda”. (p.9)

La critica è fondata, anche se mi lascia qualche dubbio sulla lontananza dalle angustie ideologiche della guerra fredda (parlerei in diversi casi piuttosto di un cambio di campo ideologico…), ma provoca per reazione una presentazione molto edulcorata della logica dell’intervento dell’URSS nelle vicende italiane, e una esaltazione poco convincente della politica togliattiana, con conseguente denigrazione dei quadri del PCI presenti in Italia al momento del ritorno di Togliatti. Di essi si dice che non avevano “dimostrato alcuna capacità strategica”. (p. 8) La critica è ribadita più volte: ad esempio di Paolo Tedeschi (Velio Spano) ed Eugenio Reale, che avevano guidato il partito prima della “svolta di Salerno”, si dice che “dimostrarono però limitate capacità tattiche e strategiche, arroccandosi su improduttive posizioni di principio, che (…) non trovavano corrispondenza con la visione che si aveva a Mosca della situazione italiana.” (pp. 31-32).

A Clementi non interessa molto se quelle “posizioni di principio” (che si concretizzavano nel rifiuto del re e di Badoglio, vecchi complici del fascismo) trovavano invece corrispondenza con i bisogni del proletariato italiano; in ogni caso erano condivise da tutti gli altri partiti antifascisti che avevano partecipato alla conferenza di Bari del 28 e 29 gennaio 1944, che rimasero quindi disorientati dalla brusca svolta importa da Togliatti. [Sul sito c’è molto in proposito, segnalo almeno: PCI al bivio e PER UN BILANCIO DEI GOVERNI DI UNITÀ NAZIONALE (1944-1947)]. Ma Clementi presenta le loro perplessità come “posizioni ambigue rispetto a quelle badogliane”. Che vuol dire “ambigue”? Che non le condividevano? Clementi ad esempio dice che “non comprendendo gli intenti sovietici, i partiti democratici diedero vita a un Comitato di liberazione per l’Alta Italia (CLNAI), cercando di ritagliarsi un proprio spazio all’interno del contesto politico creato dalla guerra partigiana”. (p. 33). Che pretesa! E a Clementi pare discutibile che nel 1943 il PCI, ancora “privo di Togliatti” , abbia tentato “addirittura di porsi alla testa del movimento antifascista ed egemonizzarlo, organizzando il Comando generale delle Brigate Garibaldi”, e organizzando per giunta distaccamenti garibaldini in Valsesia, nel Biellese, nell’Ovadese, nel Friuli, nell’Anconetano e nel Bellunese, e i GAP nelle città.

Sbagliava il PCI, secondo Clementi, perché “a questa linea di azione si opposero non solo gli angloamericani (…) ma anche l’Unione Sovietica, che tra il 1943 e il 1945 si mosse in uno spirito improntato alla collaborazione con le forze militari direttamente impegnate nella liberazione della penisola”. E Clementi sottolinea che “tutte le forze in campo, sovietici compresi, appoggiarono la rete militare clandestina resistenziale agli ordini di ufficiali di carriera dell’ex esercito regio, (…) pronta anche a mantenere l’ordine pubblico al momento della liberazione e del passaggio di poteri”. (p.34) Vero, ma perché? A Clementi, diligente esploratore di archivi, sfugge evidentemente il quadro politico mondiale. Soprattutto non capisce la logica della spartizione del mondo, tanto è vero che i pochi accenni alla situazione greca (che pure fu ben presente nel dibattito politico italiano di quegli anni) sono pieni di inesattezze.

“Per quale motivo il Cremlino avrebbe dovuto compiere una forzatura egemonica in Italia, quando finanche in Jugoslavia avrebbe chiesto a Tito di formare un governo di concordia nazionale con il democratico Ivan Šubašic nel gennaio del 1945? Lo stesso compromesso sarebbe stato trovato in Grecia nell’ottobre 1944, nonostante la preponderanza delle forze militari del Fronte di liberazione nazionale (EAM), ossia dell’Esercito di liberazione nazionale (ELAS), quasi completamente controllato dal Partito comunista (KKE), che per di più si spaccò sull’ipotesi di riprendere la guerriglia contro gli inglesi a liberazione avvenuta, nel dicembre del 1944, e poi in seguito contro i partiti borghesi”. (pp. 41-42)

È incredibile che Marco Clementi, ricostruendo queste vicende, non si domandi mai quale fu il risultato di quelle scelte. In realtà l’imposizione di una linea sbagliata ai comunisti greci portò a una sconfitta clamorosa di una forza che era stata capace da sola di mettere in fuga gli occupanti nazisti, e che aveva contribuito al crollo dell’esercito italiano nel 1943. Per giunta non vi fu nessuna “spaccatura” sull’ipotesi di una guerriglia contro gli inglesi, perché anche grazie ai consigli degli ufficiali di collegamento sovietici le truppe inglesi erano state accolte dai comunisti con le bandiere britanniche, e le armi conquistate nello scontro provocato dalla gendarmeria di Giorgio Papandreu (il nonno dell’attuale premier) non furono mai usate contro i nuovi occupanti, ed anzi ad essi consegnate. Vedi per queste vicende sul sito il mio Rivoluzione e guerra civile in Grecia.

L’unica cosa vera è che Stalin non credeva possibile sfidare i britannici in Grecia, e in un primo momento neanche in Jugoslavia, che nella spartizione dell’Europa tracciata da Churchill e Stalin dell’ottobre 1944 a Mosca doveva essere divisa a metà tra le due aree di influenza. Furono i rapporti di forza sul campo a spingere Churchill ad accettare la vittoria dei partigiani comunisti, che invece irritava i sovietici (vedi sul sito: Tito e la Jugoslavia).

La buona volontà dell’URSS e dei comunisti nel collaborare con le potenze imperialiste e con i conservatori locali in Grecia, in Italia, ecc., non era dovuta a filantropia. Secondo Clementi invece i sovietici, come gli inglesi e gli americani, non avevano come scopo “la conquista del potere politico a scapito di una fazione nemica, bensì fornire appoggio a un esercito amico come guerriglia organizzata nelle retrovie del nemico”.  Gli sfugge completamente che questa strategia valeva per i paesi che secondo gli accordi di spartizione dovevano restare nell’orbita dei paesi imperialisti, e lo zelo nel realizzarla era dovuto al baratto, di cui Churchill era pienamente consapevole ed anzi parte attiva, con i paesi dell’Europa centro orientale come la Polonia, la Romania, la Bulgaria, ecc., occupate dall’Armata Rossa, e quindi assegnate alla sfera di influenza sovietica a prescindere dal parere delle popolazioni locali. Caso limite l’Ungheria, in cui elezioni quasi regolari sotto il controllo dell’Armata Rossa avevano assegnato al Partito comunista ungherese solo il 17% dei deputati, ma in cui con la forza furono eliminati in poco tempo tutti i concorrenti, con i risultati che si sarebbero visti con l’insurrezione operaia del 1956.

Questi limiti di comprensione e di inquadramento storico non cancellano del tutto l’utilità del libro. Ad esempio un ampio capitolo dedicato alla svolta di Salerno fornisce ulteriori elementi per capire che questa fu decisa a Mosca, e non fu dovuta alla “genialità” di Togliatti. Clementi lo fa perché si appassiona alla ricostruzione dei rapporti tra Badoglio, con la collaborazione del suo consigliere Renato Prunas, e i vari rappresentanti sovietici in Italia, tra cui lo stesso Andrej Vyšinskij, e perché il risultato gli sembra apprezzabile. Nemmeno un dubbio in Clementi nel ritrovare le tracce di apprezzamenti reciproci tra il criminale di guerra italiano e l’ex menscevico che aveva avuto una parte fondamentale nel Grande Terrore che sterminò i leader bolscevichi. Incredibile ma vero, nei rapporti a Mosca di Pavel Fitin o di U. Martynov (presumibilmente agenti segreti) si segnalava con allarme - purtroppo infondato – “la presenza e l’azione di formazioni trotskiste in Italia” (p. 87). Una vera ossessione, che portò il viceministro degli Esteri Vladimir Dekanozov, che affiancava Vyšinskij, a sostenere ancora nel 1947 che l’Italia era minacciata da potenti organizzazioni trotskiste e anarchiche. (p. 259) Non solo costui sostenne che la FAI sarebbe stata “un’organizzazione molto solida”, definizione bizzarra per una federazione anarchica, ma riuscì a vedere l’ombra dei trotskisti messicani persino dietro dirigenti comunisti doc come Mario Montagnana, cognato di Togliatti, e … Vittorio Vidali! È proprio il caso di dire che il trotskismo i dirigenti sovietici se lo sognavano di notte…

Uno dei capitoli più lunghi è dedicato alla questione dei prigionieri di guerra italiani trattenuti in URSS a lungo dopo la fine della guerra, e al carteggio del 1942-1943 tra Togliatti e Vincenzo Bianco, rappresentante italiano presso il Comintern, carteggio che era stato trovato presentato scandalisticamente da Franco Andreucci nel 1992, e poi rivisto da Giulietto Chiesa. Marco Clementi lo ripropone corredandolo di molti dati marginali, e da una discreta ricostruzione del dibattito italiano sulla questione, che culminò nel processo per diffamazione intentato da Edoardo D’Onofrio contro una rivista che lo aveva accusato di aver infierito contro i prigionieri italiani in Russia (il processo si concluse con l’assoluzione del direttore della rivista mentre il querelante fu condannato al pagamento delle spese processuali).

Un dibattito avvelenato da faziosità, certo, ma che aveva a monte un dato reale sconvolgente: solo il 20 % dei prigionieri di guerra poterono rientrare in Italia. Per condizioni climatiche terribili, scarso equipaggiamento, penuria che colpiva anche i cittadini sovietici, ma anche per una logica barbarica di infliggere una punizione collettiva per le colpe dei governi che avevano attaccato l’URSS. In certi passi Clementi, presentando ad esempio i criteri molto estensivi usati per definire i criminali di guerra, (che comprendevano perfino i familiari di soldati che avevano mandato a casa viveri o indumenti dalle zone di occupazione) manifesta qualche perplessità. Ammette anche che il protrarsi della loro detenzione molto a lungo (per alcuni fino al 1949) era legata al desiderio sovietico di ottenere in cambio della liberazione degli italiani la consegna dei cittadini sovietici presenti in Italia che non volevano rientrare nel loro paese (tra essi anche cittadini delle ex repubbliche baltiche annesse nel 1940, che non si consideravano ovviamente sovietici, o polacchi nati nelle regioni orientali incorporate nell’Ucraina o nella Bielorussia).

Ma quando parla di Togliatti, il giustificazionismo di Clementi è totale: riferendosi all’accusa di una certa “ambiguità” sui prigionieri, o “quantomeno [di un Togliatti] non così bendisposto verso di loro come hanno sostenuto alcuni storici”, Clementi si arrampica sugli specchi:

“Per quanto questa documentazione meriti una lettura attenta, è bene premettere che essa non può oltrepassare i limiti della sua portata: si deve, cioè, tenere presente che si tratta di missive redatte in una situazione di guerra e di estremo pericolo, in un momento nel quale l’evoluzione bellica non era chiara, e l’Italia si trovava ancora al fianco della Germania. Inoltre, all’epoca Ercoli era negli Urali, a circa tre giorni di treno da Mosca, isolato e privo di qualsiasi elemento di conoscenza della situazione, al contrario di Bianco. Il che, ed è lo stesso Togliatti a ricordarlo, lo privava di ogni margine di manovra”. (pp. 122-123)

Argomenti che avrebbero giustificato il silenzio, non il cinico richiamo alla giustizia che Hegel considerava immanente in tutta la storia, per dire che la morte di molti prigionieri poteva essere salutare in Italia come le sconfitte di Adua e Dogali…

Ma l’indulgenza di Clementi forse si deve alla sua scarsa conoscenza delle caratteristiche di Togliatti-Ercoli, l’uomo che non mosse un dito per salvare centinaia di comunisti italiani vittime dello stalinismo (compreso suo cognato Paolo Robotti); l’uomo che orchestrò in Spagna la repressione che doveva contribuire pesantemente alla sconfitta della rivoluzione spagnola (Togliatti in Spagna); l’uomo che ebbe una parte di primo piano nella distruzione del movimento comunista in Polonia, ecc. (Togliatti segretario del Comintern)

Ma il cinismo di Togliatti emerge, senza indignare troppo Clementi, anche in un’altra parte del famoso carteggio con Bianco: quest’ultimo aveva espresso con la massima cautela una perplessità rispetto alla notizia di un’imminente espulsione di Umberto Terracini e Camilla Ravera, e ricevette come risposta una scarica di contumelie rivolta ai due dirigenti ancora in carcere. La Ravera “non vale niente”, è solo “una intrigante”, e fu “un grave errore di Gramsci, di Grieco e di Scoccimarro porla nell’Ufficio politico del partito nel 1926”. Servita. Ma il peggio è quanto detto su Terracini, che “invece è una forza”, e potrebbe essere “un attivo agitatore e un organizzatore accurato”, e proprio per questo gli va inflitta una condanna, ma in forma tale che lo mantenga nell’area del partito con la speranza di rientrarvi successivamente (come di fatto avvenne).

Ma qual’era la colpa dei due? Aver criticato il patto Ribbentrop –Molotov nel 1939. Si era nel 1943, ed era ormai chiaro che quell’accordo aveva giovato a Hitler e non all’URSS, ma non era ammissibile che si fosse dubitato della giustezza della politica staliiana ( si veda La seconda guerra mondiale, Stalin e il PCI).

Tra l’altro appare evidente che Clementi ancor oggi considera giusto quell’accordo suicida. Oltre alle consuete giustificazioni sul “guadagnare tempo e spazio”, egli avanza un’ipotesi inedita: l’accordo sarebbe stato il frutto di un tentativo di “replicare con la Germania l’esito ottenuto col Giappone qualche anno prima”. Ipotesi inedita ma anche bizzarra: col Giappone non era stato realizzato nessun accordo formale. Erano falliti tutti i tentativi di stipulare col paese del Sol Levante un patto di non aggressione analogo a quello firmato con la Polonia nel 1932, e poco dopo con Finlandia, Estonia e Lettonia (con che risultati, non se lo chiede…).

Tutti gli anni Trenta erano stati caratterizzati da scontri armati in varie zone della Siberia contese. Se alla fine il Giappone – nonostante le pressioni di Hitler – finì per evitare per tutta la durata della seconda guerra mondiale di riaprire un conflitto su quel fronte, come i sovietici temevano, fu per realismo e prudenza, non per le concessioni fatte dall’URSS, che aveva permesso al Giappone di utilizzare la ferrovia transiberiana per consolidare la conquista della Manciuria sottratta alla Cina e trasformata in uno Stato fantoccio, il Manciukuò, che venne perfino riconosciuto dai sovietici.

Gli ultimi due capitoli, su La questione di Trieste  e su La pace, non apportano quasi nulla di nuovo, a parte una ricostruzione delle vicende di un libro famoso di Luigi Longo, Un popolo alla macchia, diffusissimo in Italia, che Paolo Robotti (proprio lui, sopravvissuto dopo una dura prova alla repressione staliniana e sempre più tenacemente stalinista) aveva inviato a Mosca nel 1947 insieme alle Lettere dal carcere di Gramsci suggerendone la traduzione. Clementi ricostruisce non solo tutte le relazioni negative di redattori e censori che ritengono inopportuno il libro del numero due del PCI, ma fornisce qualche esempio dello stravolgimento del testo effettuato prima di consentirne la pubblicazione (nel 1951!). La ragione è evidente, il libro presentava la resistenza in base alla linea “unitaria” e interclassista del periodo 1944-1947, che non andava più bene dopo lo scoppio della “Guerra fredda”. Ma è questione davvero marginale, e tra le “colpe” dell’URSS certo una delle più insignificanti.

(a.m. 9/7/11)