Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Marxismi dimenticati

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Marxismi dimenticati

Un’ampia e puntuale recensione di Peter Thomas sul Manifesto (che riproduco integralmente in appendice) segnala le novità introdotte nella nuova edizione ampliata del libro di Cristina Corradi, Storia dei marxismi in Italia. Giustamente Thomas parte dalla valorizzazione dell’impostazione generale, già visibile nella prima edizione: “i marxismi, piuttosto che il marxismo”, e dallo sforzo per “contrastare precipitose dichiarazioni di morte del marxismo”. Benissimo, e al proposito colgo l’occasione per segnalare, sul mio sito, il “Quaderno di Critica Comunista” su L’eterna crisi del marxismo, di Livio Maitan, che era stato dedicato proprio al bilancio di questi tentativi nel corso di un intero secolo.

Thomas registra come dato indubbiamente positivo “l’inclusione nella seconda edizione di figure internazionalmente importanti come Amadeo Bordiga” o Franco Fortini”. Ma la recensione coglie poi una serie di limiti rimasti anche in questa edizione ampliata. Ad esempio la sottovalutazione del fatto che “la riflessione teorica non era mai accompagnata da qualsivoglia forma di disimpegno politico. Al contrario quasi tutti i protagonisti di quegli anni intensi erano militanti attivi di organizzazioni politiche variamente collocate”. E in questo quadro si spiegano “alcune assenze pesanti: i contributi teorici delle tradizioni trotskyste italiane, in particolare quella di Livio Maitan”, ma anche altre, come “il femminismo di Mariarosa Dalla Costa; il pensiero di Ludovico Geymonat, gli studi di Valentino Gerratana”.

Quella di Maitan colpisce anche perché la Corradi, dopo la prima edizione, ha partecipato a diverse iniziative del Centro Studi Livio Maitan, senza prendere in esame la ricca produzione politica ma anche teorica del compagno da cui il centro prende il nome. Ma la spiegazione di questa lacuna deriva da alcuni limiti registrati efficacemente da Peter Thomas, come l’impegno della Corradi nel ricercare l'idea “di una tradizione nazionale relativamente unitaria” sorvolando sui profondi legami con il dibattito internazionale. Ma ancor più deriva dalla “relativa assenza della politica in quanto tale nella trattazione di Corradi, probabilmente l'elemento che più sconcerta il lettore e la lettrice stranieri. Nonostante il titolo, ci si accorge ben presto che il libro è in realtà una storia dei marxismi teorici in Italia, piuttosto che di quei marxismi concepiti come totalità, a un tempo teorici, politici e sociali”. Come quello incarnato da Livio Maitan per oltre sessanta anni…

Peter Thomas rispetta giustamente il grande lavoro di esplorazione tentato dalla Corradi, e la sua abilità nel “presentare questo lavoro in forma sintetica, rivolgendosi a una nuova generazione”, ma sottolinea che il suo sforzo “può essere indicato come prodotto rappresentativo di una tendenza più generale”. Thomas parla di un “marxismo post-occidentale” che è diffuso tra una giovane generazione di intellettuali europei” che sono spesso “esclusi dal potere o prestigio dell’università e largamente ignorati dall’intellectual consensus che regna tra le sponde dell’Atlantico”. Forse. Ma non mi convince del tutto. Certo si tratta – come nel caso della maggior parte dei giovani intellettuali che hanno collaborato all’impresa di Pier Paolo Poggio che ho segnalato in Eretici non comunisti… e in Comunisti eretici - di un marxismo che si forma se non nelle accademie, nella loro anticamera, ignorando del tutto la militanza, scomoda ora più che mai, ma non impossibile, e comunque sempre più necessaria. (a.m. 2/8/11)

 

Innovazioni in cerca d'autore

Peter Thomas - il manifesto | 02 Agosto 2011

Nuova edizione della «Storia dei marxismi in Italia» di Cristina Corradi. Da Antonio Labriola ai primi dieci anni del nuovo millennio, un saggio che ripercorre un laboratorio teorico tra i più creativi nel Vecchio Continente

 La Storia dei marxismi in Italia di Cristina Corradi - edita da manifestolibri e qui proposta in una seconda edizione riveduta ed estesa - è volta a ricostruire la vicenda di una cultura politica che negli anni '60 e '70 è stata fonte di ispirazione per le forze di opposizione del mondo intero e ad esortare una generazione, quella odierna, a raccoglierne l'eredità. Vi è già un buon numero di studi significativi su questa tradizione intellettuale, su singoli suoi esponenti, afferenti a specifiche correnti teoriche. Il lavoro di Corradi, però, è il primo studio che cerca di fornire un quadro complessivo dello sviluppo in Italia di queste forme di marxismo, dalle loro origini, collocabili nel tardo diciannovesimo secolo, fino al giorno d'oggi, tenendo conto sia delle differenze teoriche sia della relativa unità, del loro essere interne a una tradizione nazionale.

Il soggetto plurale annunciato nel titolo - i marxismi, piuttosto che il marxismo - rende bene il senso di un approccio che, alla preoccupazione di rintracciare una purezza di continuità genealogica, antepone l'esplorazione della ricchezza e della diversità di pensiero che si è sviluppata in Italia dentro la tradizione marxista, in relazione con questa, e talvolta in contrapposizione a essa.
Sul piano formale, il lavoro si caratterizza per la completezza dell'informazione bibliografica e per il principio di ospitalità che dimostra nell'esposizione e nelle valutazioni. L'ampio spettro degli autori presi in considerazione fa intuire la ricchezza dei prodotti che sono stati elaborati nelle intense culture politiche dell'anomalia italiana - in forte contrasto con la miseria e la mediocrità che vengono spesso premiate e promosse nelle cattedre universitarie italiane contemporanee.


Cronache di una morte annunciata
La tesi principale della Storia dei marxismi in Italia, come Corradi afferma con forza nella sua Introduzione, è che in Italia, nel corso dell'ultimo trentennio, «nonostante la diffusione di una marx-fobia acritica e volgare, ha continuato a vivere un marxismo teorico, poco noto ma assai vivace», che ha segnato una discontinuità con le interpretazioni tradizionali. Corradi si impegna a contrastare precipitose dichiarazioni di morte del marxismo, apparentemente dovute a presunte incoerenze teoriche di fondo. La prima mossa consiste nel suggerire che, nelle attuali condizioni di amnesia storica, un lavoro di scavo degli itinerari del passato può aiutarci a identificare nel presente le tendenze che possono ereditare criticamente i punti di forza di quella tradizione.
Il lavoro è diviso in tre parti, secondo un ordine grosso modo cronologico. La prima sezione, «Da Labriola a Gramsci (1895-1937)», introduce il marxismo delle origini, quello dell'Italia post-risorgimentale. Qui si mette in particolare rilievo il ruolo cruciale di Antonio Labriola e del dibattito che si accende alla svolta del secolo - in cui prendono la parola, tra gli altri, Croce, Sorel, Gentile e Mondolfo - circa lo status della nuova weltanschauung. Corradi pone in evidenza, in questo contesto, la dolorosa ricezione del Capitale da parte del primo marxismo italiano, fattore, questo, destinato a giocare un ruolo decisivo nello sviluppo delle successive e diverse tradizioni, nel senso della sottodeterminazione.
La seconda parte del libro affronta la rinascita del marxismo teorico nell'Italia del secondo dopoguerra, dopo la caduta del fascismo, dalla Liberazione fino al 1989. Lo storicismo, dalla lettura ortodossa di Antonio Gramsci da parte di Togliatti fino a Cesare Luporini e Nicola Badaloni, il dellavolpismo, che include Lucio Colletti e Mario Rossi, il neomarxismo, da Raniero Panzieri a Franco Fortini, e l'operaismo, da Mario Tronti ad Antonio Negri, costituiscono i principali paradigmi che Corradi esplora con riferimento a questo periodo. L'inclusione nella seconda edizione di figure internazionalmente importanti come Amadeo Bordiga (il suo nome rimane capace anche oggi di indurre un silenzio wittgensteiniano in alcune aree della sinistra italiana) e Franco Fortini, teorico di un marxismo di rara creatività, apre nuove prospettive.
L'autrice non manca di menzionare i contributi di alcuni dissenzienti, lasciando spazio a figure significative come quella del partigiano Antonio Banfi, sostenitore di un razionalismo critico, o di Sebastiano Timpanaro, con il suo marxismo-leopardismo; fino agli sviluppi sincretici del più tardo, e primo, neogramscismo, senza dimenticare autori indipendenti, difficilmente riconducibili a queste tendenze, come l'economista Claudio Napoleoni.
Leggendo questa parte del lavoro di Corradi il lettore resta sbalordito dalla ricchezza e dall'ampiezza del pensiero marxista in quel periodo, che sembra sfuggire ai confini ben distinguibili di una corrente culturale, per configurarsi piuttosto come una prospettiva caleidoscopica sulla totalità dell'epoca. Questi decenni testimoniano una vera e propria esplosione di creatività teorica e di energia, tanto che il marxismo italiano può ben rivaleggiare con altri marxismi europei del periodo - come quello della Scuola di Francoforte, allora tornata in patria - in termini di produttività e di complessità, ma sopravanzandoli in termini di diffusione di massa, di militanza, e soprattutto di spinta verso il rinnovamento di una tradizione, piuttosto che verso la stucchevole riflessione sul preteso declino di essa.


Il lavoro della talpa
Per quanto elaborata, la riflessione teorica del marxismo italiano non era mai accompagnata da qualsivoglia forma di disimpegno politico. Al contrario quasi tutti i protagonisti di quegli anni intensi erano militanti attivi di organizzazioni politiche variamente collocate, da quelle alla sinistra del Partito socialista, fino a quelle gravitanti intorno al Pci e alla sua sinistra, nell'ampia area occupata da una miriade di gruppuscoli.
La terza parte del libro, intitolata «Bilanci critici e progetti ricostruttivi», dà conto degli sforzi che sono stati compiuti negli anni Ottanta e Novanta, nel senso della continuità e della revisione, da parte di autori che sono tuttora attivi. Sia pure in forme minoritarie, contro una cultura mediatica ostile, e spesso da posizioni precarie e marginalizzate, un numero significativo di teorici di valore si è sforzato di rimanere fedele alle tradizioni in cui aveva formato il proprio pensiero e a operare all'interno di essa con coscienza autocritica e spirito di trasformazione.
La ricostruzione comincia con una panoramica sullo sviluppo del pensiero di Negri, sul sentiero che lo porta fuori dell'operaismo classico, fino a Impero e agli scritti seguenti. Prosegue con le tesi del filosofo torinese Costanzo Preve, che si è sforzato di rifondare il marxismo attraverso una sintesi di Lukács e Althusser e con una forte enfasi sull'antropologia filosofica, e con una rassegna dei lavori di Domenico Losurdo che propone una rivalutazione del ruolo avuto da Hegel nello sviluppo della tradizione marxista, incita a riconsiderare la tesi della estinzione dello Stato ed enfatizza il contributo delle lotte anticoloniali a una teoria dell'emancipazione concretamente universalistica. Da ultimo si sintetizzano le principali tesi di Roberto Finelli in ordine ad un marxismo dell'astratto capace di decifrare i geroglifici della postmodernità.
Il nucleo centrale di questa sezione finale, tuttavia, è costituito dalla rassegna sulle varie riprese della critica dell'economia politica e sull'emergere in Italia, dopo molte false partenze, di un marxismo che possa legittimamente essere definito marxismo del Capitale. Corradi indaga le coerenti e significative riproposizioni o rielaborazioni del pensiero di Marx che hanno preso corpo nei lavori di Gianfranco Pala, Gianfranco La Grassa, Maria Turchetto, Riccardo Bellofiore. Questi autori hanno cercato di rispondere alla cosiddetta crisi del marxismo di fine '70-'80 rifocalizzando l'analisi sui rapporti sociali di produzione e sul processo lavorativo e hanno poi elaborato analisi significative della globalizzazione.
In conclusione, alcune considerazioni critiche. Una prima considerazione riguarda i presupposti teorici e storici dell'indagine. Seguendo una tendenza affermatasi di recente sul piano internazionale, Corradi sembra talvolta presupporre, quale oggetto ultimo di ricerca, un discorso marxista originario, da cercare soprattutto nel Capitale e da intendere primariamente come totalizzante teoria sociale della modernità.
Corradi ha certamente ragione a sottolineare con forza che l'opus magnum di Marx, ben lungi dal soffrire di irrisolvibili contraddizioni teoriche, attende ancora la sua lettura più produttiva, che sarebbe tanto più urgente oggi, in un periodo di crisi capitalistica globale. D'altra parte, la storia di questi marxismi storicamente esistenti può essere raccontata in maniera molto diversa, in quanto sperimentazioni nel campo impuro della prassi storico-politica. Le «fragilità teoriche» che Corradi scorge in questo «marxismo senza il Capitale» potrebbero essere indici rivelatori di particolari punti di forza su altri terreni, segnatamente quelli della teoria politica e dell'organizzazione. Una seconda considerazione, che nasce dalla prima, riguarda la selezione degli autori e delle tradizioni trattate, nonché il peso relativo loro accordato. Sono state notate alcune assenze pesanti: i contributi teorici delle tradizioni trotskyste italiane, in particolare quella di Livio Maitan; il femminismo di Mariarosa Dalla Costa; il pensiero di Ludovico Geymonat, gli studi di Valentino Gerratana.


Il divenire del futuro
Una terza considerazione, che forse mostra il limite più sostanziale, deriva dalla centralità che Corradi assegna, nella sua storia dei marxismi italiani, all'idea di una tradizione nazionale relativamente unitaria, seppure con le sue divisioni interne. Come emerge chiaramente dalla ricostruzione generale, questa tradizione ha sviluppato consapevolmente, fin dalle origini, e non soltanto nel periodo in cui il Pci si autoimponeva la dipendenza da Mosca, una prospettiva internazionalista. Labriola era in corrispondenza con Engels; Gramsci partecipò alle prime discussioni in seno alla Terza Internazionale. Il primo operaismo si sviluppò in dialogo con altre correnti continentali dell'antistalinismo di sinistra; il lavoro di Negri è stato fortemente influenzato, in un secondo momento, dal contatto con le correnti del post-strutturalismo francese, avvenuto durante l'esilio.
Una quarta considerazione concerne la relativa assenza della politica in quanto tale nella trattazione di Corradi, probabilmente l'elemento che più sconcerta il lettore e la lettrice stranieri. Nonostante il titolo, ci si accorge ben resto che il libro è in realtà una storia dei marxismi teorici in Italia, piuttosto che di quei marxismi concepiti come totalità, a un tempo teorici, politici e sociali. Il testo fa più volte riferimento a dei momenti di svolta particolarmente significativi della vita politica italiana; ma questo aspetto rimane esterno rispetto al filo conduttore della ricostruzione, che si preoccupa piuttosto di seguire la laboriosa marcia del concetto. Da un altro punto di vista, se si considera che l'obiettivo è di smontare una storia a disegno del marxismo che precipita in un punto di crisi finale, si può però ipotizzare che questo limite sia anche un punto di forza. Ed è in questo senso, infine, che lo studio di Corradi può essere indicato come prodotto rappresentativo di una tendenza recente e più generale, verso quello che può essere descritto come un marxismo post-occidentale, diffuso tra una giovane generazione di intellettuali europei. Spesso esclusi dal potere o prestigio dell'università e largamente ignorati dall'intellectual consensus che regna tra le sponde dell'Atlantico, questi studiosi hanno individuato nell'esplorazione dei punti di forza e di debolezza, storici e teorici, delle tradizioni che discendono da Marx una delle strade su cui possiamo guadagnare un punto di vista critico e un punto di vantaggio su tutto ciò che è troppo contemporaneo.
Lo scavo critico del passato non è, ovviamente, rifondazione; la rettende Kritik (la critica salvifica) di Benjamin non offre garanzie circa un programma futuro di ricostruzione combattiva. Vista la ricchezza del materiale che Corradi ha scoperto, comunque, e considerata la sua abilità nel presentare questo lavoro in forma sintetica, rivolgendosi a una nuova generazione, non bisognerebbe forse sottostimare il contributo che questa modalità storica può ancora apportare nella battaglia di resistenza contro il divenire-futuro del presente.

Peter Thomas

 

 

 

 




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