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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> A Cuba si riaccende il dibattito

A Cuba si riaccende il dibattito

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A Cuba si riaccende il dibattito

 

Un importante intervista a Aurelio Alonso

 

A Cuba il dibattito si riaccende periodicamente, anche se riaffiora solo a tratti sui mezzi ufficiali di informazione, e in forme in parte cifrate. Ad esempio ho ricevuto un’intervista ad Aurelio Alonso, sociologo e filosofo, che fu uno degli animatori della bellissima rivista dei primi anni della rivoluzione, Pensamiento crítico, soppressa non a caso nel 1971, quando la morsa del dogmatismo diventò più forte e durò almeno quindici anni, condizionando un’intera generazione.

L’intervista è stata fatta da Mabel Machado, brillante giornalista della rivista La Jiribilla, che nella presentazione fa capire che l’intervista, fatta in un’ora di attesa della presentazione della rivista Casa de las Américas di cui Alonso è vicedirettore, non potrà “per ora” essere pubblicata integralmente...

Eppure Aurelio Alonso oggi non è più un emarginato costretto al silenzio come era stato per anni.Poco tempo fa l’Instituto Cubano del Libro gli ha reso l’omaggio dedicato a “L’autore e la sua opera”, mentre è stato pubblicato un suo libro su Iglesia e política en Cuba revolucionaria, e su vari periodici ha pubblicato più di 150 articoli. Il titolo del libro è la chiave della sua posizione attuale: in questi ultimi anni ha avuto un ruolo prezioso di “pontiere” tra il partito, il governo, e la Chiesa cattolica.

 

L’intervistatrice presentandolo osserva che, “passati i settanta anni, Aurelio ha detto e deve dire più di quello che deve tacere”. E in effetti l’intervista, pur forse tagliata in qualche punto come assicura la giornalista, non sembra proprio reticente.

Alla domanda rituale su cosa rimane per lui della carica liberatoria che la rivoluzione ebbe al suo inizio, Aurelio Alonso risponde che questa carica vive sempre, forse con maggiore maturità: “A mano a mano che uno matura, acquista coscienza, spirito critico e dissensi. Se non abbiamo dissensi non siamo autentici”.

Tessendo l’elogio della rivoluzione, che è una “grande critica a tutto lo statu quo... che parte da una grande verità, ma che non viene sola ma è avvolta in un un gran numero di errori e debolezze umane e di bassezze e di miserie, che si realizzano successivamente nella storia”, ma poi il nocciolo di verità persiste e riaffiora.

Mabel Machado formula poi una domanda insisidiosa che dalla validità del marxismo per la generazione rivoluzionaria a cui Alonso appartiene, arriva a chiedere se “considera superata la manualizzazione del marxismo a Cuba”, contro cui si era scagliato il Che.

Aurelio Alonso risponde “Sí e no”, ma nella spiegazione successiva si capisce che non c’è nessuna ambiguità o “cerchiobottismo”, perché egli dice francamente che “nella nostra realtà c’è una dose molto forte di codismo (letteralmente seguidismo, che vuol dire accodarsi, seguire passivamente, NdT), o di subalternità, una forte quota di mimetismo”. La ragione dell’ottimismo è che la capacità di pensare autonomamente, che non è facile che si produca totalmente, è comunque “molto più forte che venti anni fa”. Il paragone Ovviamente non con cinquanta anni fa, ma è ripreso in questi anni, anche se “esiste sempre il dilemma tra la disciplina e l’iniziativa, la discussione tra l’immaginazione e la norma”.

In realtà c’è “una tendenza a strutturare e destrutturare, e da un altra parte a subordinarsi a quello che è strutturato. È a questo punto che si corre il rischio di perdere la capacità di continuare a ristrutturare”.

A un’altra domanda dell’intervistatrice sul pensiero sociale cubano e l’insegnamento delle scienze sociali nel paese, Aurelio Alonso risponde seccamente che gli “sembra quasi impossibile definirlo quantitativamente. Sfortunatamente l’insegnamento e le correnti o modi di pensare a Cuba a partire dal marxismo sono state esposte a diverse circostanze disgraziate. L’éjercicio de pensar (l’uso del pensiero, letteralmente, ma è anche il titolo di un saggio e di un libro di Fernando Martínez Heredia, NdT) – con tutta la libertà che il pensiero esige – si è visto ostacolato, anche se non si arrese, perché ci furono teste che si ribellarono e continuarono a produrre, e ci fu una possibilità di contatto con le generazioni più giovani, una possibilità che non tutto si riducesse a un accodamento dogmatico a una ortodossia marxista che, in definitiva, dimostrò di essere equivoca, insufficiente, che dimostrò di essere quanto di più opposto al marxismo si potesse immaginare”.

E prosegue sostenendo giustamente che “il marxismo che si era trasformato in dottrina privava di ogni dimensione di valore metodologico-scientifica l’esempio dato dal pensiero di Marx, e negava la capacità di dubitare di tutto come esigeva egli stesso, e la possibilità di trasformare la mancanza di rispetto in un meccanismo del pensiero”.

Su questo Aurelio Alonso è categorico: “Bisogna convertire l’irriverenza in un meccanismo di pensiero. Nessuno deve accettare come assoluta una qualsiasi verità, se non ne è convinto. Non ci sono verità definibili tali perché la ha detta un’altra persona”. Ma non basta: “noi usiamo ancora citazioni di autorità. I nostri dirigenti, i nostri politici e i nostri professori lo fanno ancora”.

E contrappone a questi “professori” un saggio di Néstor Kohan pubblicato sulla rivista Casa de las Américas che marxisticamente critica Marx sulla sua incomprensione di Bolivar; ricorda anche i timori di Marx su un possibile uso dogmatico del suo pensiero a partire dalla fortunata volgarizzazione dell’Anti-Düring. Ma non posso continuare a tradurre e neppure a parafrasare tutta la lunga intervista, che anche nella seconda e terza parte contiene altre interessanti considerazioni sull’eresia cubana, a partire dal Che, e una franca ammissione sul ruolo negativo del Partido Socialista Popular nell’involuzione dogmatica, ben oltre i due casi di “settarismo” legati ad Anibal Escalante. Non posso, ho detto, perché ci sono diverse altre novità cubane su cui sto preparando altre analoghe segnalazioni. Accludo però intanto integralmente il testo originale dell’intervista in Appendice.

 

(a.m. 3/8/11)

 

 

Entrevista al sociólogo cubano Aurelio Alonso*
Por Mabel Machado


El sociólogo y filósofo Aurelio Alonso nos recibe en la Casa de las
Américas. Faltan solo un par de horas para la presentación del último
número de la revista /Casa/, de la cual es subdirector, pero responde
reposadamente a las preguntas de /La Jiribilla/ en una salita de
espera que ha elegido para que “conspiremos”, además, sobre un tema
que nada tiene que ver con la entrevista. Transcurre más de una hora
de diálogo y la frase con la que nos saluda Jorge Fornet (“vine a ver
quién es la víctima del verbo pródigo de Aurelio”) advierte que, por
el momento, no podremos publicar íntegramente la conversación.

Apenas hace una semana de que el Instituto Cubano del Libro le
dedicara el homenaje “El autor y su obra” a este ensayista formado en
los 60 y fundador de la Cátedra de Filosofía de la Universidad de La
Habana. El homenaje, la publicación de su libro /Iglesia y política en
Cuba revolucionaria/ y de más de 150 artículos, por solo mencionar
algunos aspectos de su labor como intelectual, evidencian que, pasados
sus setenta años, Aurelio ha dicho y tiene que decir más de lo que
debe callar.

*I: LA LIBERTAD TIENE UNA ESENCIA PERMANENTE*

Ha hablado muchas veces de lo que significó para él, como joven y como
intelectual, el triunfo de la Revolución Cubana. Del proceso que
comenzó en 1959, dice, lo más impactante fue haber percibido la
grandeza de su carga liberadora. Sobre esa promesa temprana y
permanente se sustenta la fidelidad del ensayista hacia el proceso
cincuentenario.

*¿En qué sentidos la Revolución conserva para usted la carga de
liberación que tuvo en sus inicios? *

--Esta no es una pregunta difícil de responder, porque se trata de
algo que se vive en muchas formas y con más madurez. Quizá la vivencia
de esa carga liberadora en los tempranos años 60 tenía un peso
puramente emocional. En la medida en que uno madura, adquiere
conciencia, sentido crítico y disensos. Si no tenemos disensos no
somos auténticos.

»La Revolución es una gran crítica a todo el /statu quo/, a todo
régimen anterior, a toda la configuración anterior. Es una crítica que
lleva la razón, que se hace desde una gran verdad, pero desde una gran
verdad que no viene sola; es una verdad que viene envuelta en un
sinnúmero de errores y de debilidades humanas y de bajezas y de
miserias que se realizan después en la historia. La historia le da a
esa verdad un contenido diverso, pero esa verdad se mantiene si es
capaz de subsistir.

»Tal verdad subsiste, está presente ahora. El sentido de
independencia, de libertad, de responsabilidad, el saber incluso qué
lugar ocupa uno concretamente dentro de un proyecto social, me parece
muy importante. Eso es algo que no se ha perdido, la población lo
siente, eso en el fondo se vive. Uno no es un objeto de mercado, no se
trata de que sepas cuánto vales, y de que hoy te pagan más y mañana
menos y de que tratas de ganar más. Es elemental que todo el mundo
trate de vivir mejor, pero lo que prevalece es que uno sabe lo que le
toca darle a la sociedad, qué hacer y dónde, qué reclamarle, dónde
puede aportar con la crítica y dónde rectificar o contribuir a
rectificar.

»El sentido de libertad es algo que se renueva, se recrea, se realiza
con una madurez distinta, pero tiene una esencia permanente».

*Una de las maneras de “aportar” que encontró su generación, fue el
estudio del marxismo. Y una de las aportaciones suyas más
significativas para pensar la Revolución han sido las polémicas. A
varios años de la polémica de los manuales, ¿considera superada la
manualización del marxismo en Cuba? *

--Sí y no. En abstracto, la Revolución se concreta desde los hombres
que la hacemos, en cómo la vivimos y la pensamos. En nuestra realidad
hay una dosis muy fuerte de seguidismo, pudiéramos decir que de
subalternación, una cuota grande de mimetismo. Todavía la capacidad de
pensar por sí mismos no es algo que cuaje totalmente, pero cuaja mucho
más que hace veinte años. Existe siempre el dilema entre la disciplina
y la iniciativa, el debate entre la imaginación y la norma. Es una
tendencia a estructurar y desestructurar y, por otra parte, a
subordinarse a lo estructurado. Es aquí donde se corre el riesgo de
perder la capacidad de seguir reestructurando. Aún esta tendencia está
presente y será difícil cambiarla. La noción del hombre nuevo es una
posibilidad éticamente distante, no estamos tan cerca de lograr ese
nivel de virtudes éticas, y más allá, ese de madurez y valentía en el
pensamiento que dan la coherencia, la seguridad.

*Teniendo en cuenta la posibilidad de maduración del pensamiento,
¿pudiera describir el punto en que se encuentra no solo el pensamiento
social cubano, sino la enseñanza de las ciencias sociales en el país?
*

--Me parece casi imposible definirlo cuantitativamente. Por desgracia,
la enseñanza y las corrientes o estilos de pensar en Cuba desde el
marxismo se han visto sometidos a diversas circunstancias azarosas. El
ejercicio de pensar --con toda la libertad que el pensamiento
requiere-- se vio obstaculizado, aunque no se frustró porque hubo
cabezas que se rebelaron y siguieron generando, y se dio una
posibilidad de hacer contacto con las generaciones más jóvenes, una
posibilidad de que no todo quedara en un seguidismo dogmático de una
ortodoxia marxista que, en definitiva, demostró ser equívoca,
insuficiente, que demostró ser lo más opuesto al marxismo que se pueda
pensar.

»El marxismo que se hizo doctrina, le restaba al ejemplo dado por el
pensamiento de Marx toda la dimensión de valor
metodológico-científica, la capacidad de dudar de todo como reclamaba
él mismo y la posibilidad de convertir la irreverencia en un mecanismo
del pensamiento. Hay que convertir la irreverencia en un mecanismo de
pensamiento. Nadie tiene por qué aceptar como absoluta ninguna verdad
si no está convencido de ella. No hay verdades definibles porque lo
haya dicho otra persona. Nosotros todavía usamos citas de autoridad.
Nuestros dirigentes, nuestros políticos y nuestros profesores todavía
lo hacen.

»En el último número de la revista /Casa de las Américas/, publicamos
un artículo muy interesante del argentino Néstor Kohan (un crítico de
Marx desde el marxismo) que constituye una prueba de marxismo
verdadero al cuestionar la incapacidad del autor de /El Capital/ para
comprender el proceso libertador latinoamericano y su visión sobre
Bolívar y el pensamiento emancipador.

»La gran vigencia de Marx tiene que ver con que su crítica al sistema
capitalista no se convirtió en un esquema de dogma. Nada más ajeno al
doctrinalismo que Marx. Por ello, precisamente los resquemores con
Engels ante el /Anti-Dühring/, porque previó desde temprano --y lo
advierte entre líneas en el prólogo a la primera edición-- que una
obra así se pudiera convertir en un esquema o punto de partida para
una esquematización. De ahí parte otra preocupación de Marx frente a
los sistemas filosóficos. Él no quiere conducir su pensamiento hacia
un sistema filosófico, está contra ellos y a favor de la filosofía
como método.

»Luego, en la edición del propio libro posterior a la muerte de Marx,
Engels se distancia un poco, tal vez entusiasmado con el éxito que ha
tenido su obra, y entiende que lo que escribió como algo coyuntural,
fue convertido por la clase obrera en algo más. Sin embargo, en el
/Anti-Dühring/, junto con el intento de dosificación del marxismo, es
donde empieza un encasillamiento del pensar que desde el punto de
vista metodológico tiene muy poco de marxismo y de lo que el propio
Engels aportó en otras de sus obras».

*II: EL REVERDECER DEL MARXISMO CORRESPONDE AL SIGLO XXI*

En la nota a la antología de textos de la revista /Pensamiento
Crítico/ publicada recientemente por la Editorial Oriente, uno de sus
fundadores junto con Alonso, Fernando Martínez Heredia (Premio
Nacional de Ciencias Sociales 2006) recordaba la necesidad de que un
pensamiento “hereje” acompañara a la Revolución en ciernes de los años
60. De esa necesidad, apuntaba, nació el grupo de la calle K y la
revista que se dio a la tarea de contribuir a pensar la transición
desde las Ciencias Sociales.

*Aurelio, usted mencionaba el contacto de su generación con la más
joven. ¿Pudieran existir hoy nuevos “herejes” del pensamiento, en el
sentido positivo que tiene asumir esta posición desde la crítica? *

--Calificarse de hereje siempre tiene un valor relativo. De cierta
forma, la Revolución Cubana ha sido hereje por muchas razones: el
internacionalismo cubano fue hereje dentro de la concepción dominante
del marxismo de la época conducido desde Moscú. Siempre el concepto de
herejía debe verse con respecto a algo. Yo me sentía hereje en mi
juventud frente al marxismo ortodoxo, de tipo doctrinal primero y
política después.

»Pero la herejía más importante de los años 60 en Cuba no fue la del
grupo de /Pensamiento Crítico/, sino la del Che, por la relevancia de
su personalidad, por la profundidad y por el alcance de su pensamiento
en ese momento. Hoy nosotros sentimos que tenemos una capacidad de
reflexión mucho más madura que entonces, lo cual no me hace menos
hereje; creo que ahora lo soy más que entonces.

»En aquel momento, nos sentíamos herejes porque, fundamentalmente,
disentíamos de un marxismo doctrinalizado y también porque ese
marxismo no era algo que estaba fuera de Cuba, sino dentro también. En
el aporte de la lectura marxista en la integración del movimiento
revolucionario, tiene un peso muy grande el pensamiento ortodoxo,
estaliniano, conducido desde Moscú. Se dio a través del Partido
Socialista Popular desde la presencia marxista original que, al
organizarse, hizo que la lectura de la realidad revolucionaria y del
actuar político fuera penetrando con cierta fuerza contradictoria, por
tratar de asumir espacios políticos de conducción en el período
inicial de integración del pensamiento revolucionario.

»Esto, que se conoce como proceso de sectarismo, se repite en el año
1968 con el nombre de microfracción. Al final se trata del mismo
proceso que a veces se renueva, que no ha sido completamente extirpado
del pensamiento ni de la conducta política. Nuestra Revolución ha sido
muy complicada y merece mucha reflexión, como la merece la valentía y
la capacidad del pueblo cubano de enfrentar la austeridad.

»Ahora somos herejes frente a muchas más cosas. Creo que en eso tiene
que ver el hecho de que se ha abierto un espacio para el pensamiento.
Es lamentable decirlo, pero tuvo que caerse el campo socialista
--ojalá hubiera encontrado una salida diferente-- para que se diera
esta oportunidad en los 90. Siempre los grandes cambios nacen de
grandes partos, de grandes crisis.

»Universalmente, el reverdecer del marxismo, a mi juicio, corresponde
al siglo XXI, va a ser la doctrina de la izquierda en el futuro. No sé
si va a triunfar, hay que tener un optimismo muy férreo, sin ser
ingenuos. El alcance de la potencia militar que ha adquirido la lógica
del capital sobre la humanidad, es demasiado grande como para ser
triunfalista. Me cuento entre los optimistas porque la forma en la que
termina el siglo XX, con el derrumbe socialista de Europa del Este, se
nos revela la verdadera dimensión del descubrimiento de Marx, y nos
abre la posibilidad de ponernos a su altura en nuestro tiempo; sin
copiar lo que dijo como si nos fuera a brindar las soluciones para los
problemas actuales. Tales soluciones debemos encontrarlas nosotros, mi
generación y, en mayor medida, los jóvenes porque les resta más tiempo
por vivir.

»Esto es muy importante, pero no más fácil. En los 60, éramos unos
herejes que creíamos que todo sería más fácil y que nuestras ideas
correspondían a un pensamiento orgánico de la Revolución Cubana, que
se podría implantar con un modelo propio. Desde entonces, vino la
crisis de finales de los 60, el fracaso de la Zafra de los Diez
Millones, un contexto donde no se advertía otra salida, sobre todo con
el bloqueo que teníamos. El socialismo cubano estaba bloqueado por un
efecto de reacción en cadena, que no le hubiera permitido a Cuba
lograr una resolución en la ONU sin contar con la solidaridad que
comenzó a ganar a finales de los 80.

»Hoy tenemos un bloqueo más agudo por parte de los EE.UU., no tenemos
un socio equivalente a lo que fue la URSS en el plano económico; pero
tenemos un mundo donde se nos comprende y se nos acepta más y donde
recibimos más solidaridad. Y existe una América Latina que tiene
relaciones a nivel de estado con nosotros, además de un cambio con la
aparición de procesos radicales en el continente. Es un mundo
distinto, un escenario que ha cambiado y al que también nosotros hemos
ayudado a cambiar, porque en esa dirección hemos sido pioneros y
protagonistas. No es para celebrar, pero se debe tener en cuenta que
esta Revolución, aún con sus errores, significa mucho. Esto no tiene
nada que ver con una afiliación mía con el discurso oficial, que asumo
en una parte y en otra no, porque, por encima de todo, me sigo
considerando hereje».

*III: EL CAPITALISMO CON ROSTRO HUMANO ES UN CONTRASENTIDO*

Al referirse al socialismo en el siglo XXI, Aurelio Alonso hace una
distinción que puede parecer muy específica: prefiere llamarlo
socialismo “del” siglo XXI.

*¿En qué aspectos se separa la visión que considera al socialismo como
un proceso que tiene lugar en el presente, de la otra que lo asume
como un proceso que encierra la posibilidad de convertirse en la
opción política del futuro para la izquierda? *

--La primera vez que hablé de socialismo en el siglo XXI --en aquel
entonces utilicé el “del”-- fue en una entrevista durante un Foro
Social Mundial en Porto Alegre, que se publicó en el semanario /Punto
Final/. El entrevistador, Carlos Torres, me preguntó sobre la opción
para el futuro, y le respondí que sería socialista, pero que este
socialismo debía reinventarse.

»Socialismo en el sentido de que la lógica del capital, para seguir a
István Mészáros, no tiene salida humana posible. El capitalismo con
rostro humano es una falacia, un contrasentido porque se configura
sobre la base de la acumulación de ganancias que se realiza
quitándoles el dinero a otros. La lógica del bienestar en el capital
es siempre para la minoría.

»La única solución que tiene la humanidad a esa lógica implacable, es
socialista. Pero ese socialismo no es el rescate de lo que se intentó
en el siglo XX --y aquí hablo de la experiencia y no de los
conceptos--. Los conceptos son engañosos: hablar de marxismo supone
hablar de los descubrimientos de Marx; pero cuando hablamos de
leninismo estamos usando un concepto inventado por Stalin para tratar
de darle a su política de estado, a su visión de construcción
socialista, el respaldo de Lenin.

»El problema es muy sencillo: radica en que para los retos planteados
hoy en la construcción del socialismo, no podemos rescatar modelos del
siglo XX. Tenemos que construir nuestros propios experimentos. Hay que
hacer experimentos socialistas sustentables, con características
propias. La realidad cubana y la venezolana, por ejemplo, parten de
realidades muy distintas, pero en sus objetivos tienen aspectos más
comunes que en sus puntos de partida».
Tomado de /La Jiribilla/

 



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