Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Crisi e “parti sociali”

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Crisi e “parti sociali”

Il massimo del ridicolo non è solo la fiduciosa dichiarazione di Domenico Scilipoti sugli effetti taumaturgici del vuoto discorso di Berlusconi sulla Borsa, quando questa aveva già chiuso con un tonfo senza precedenti in Europa, ma la delega di un ruolo salvifico alle “parti sociali” da parte delle sedicenti opposizioni. A loro volta le cosiddette “parti sociali” parlano con una sola bocca, quella di Emma Marcegaglia. La Camusso delega tutto, e chiede solo di accelerare i tempi per le misure risolutive, senza aspettare il 2013, Bonanni farfuglia banalità degne di Scilipoti. Vergognoso.

Mai come in un momento come questo in cui vengono alla luce le contraddizioni strutturali del capitalismo mondiale, è folle attribuire ogni responsabilità solo ai cialtroni che hanno governato in questi anni l’Italia assicurando benefici di ogni genere a capitalisti ed evasori, sorvolando sulle enormi complicità di cui hanno goduto. Gli oppositori continuano a chiedere “discontinuità”, ma di uomini, non di politiche. Così si trovano insieme a Marchionne…

Ai primi posti nelle richieste fatte “dall’Europa” (per bocca di Trichet) e accettate da tutti ci sono le “liberalizzazioni”, cioè le privatizzazioni di imprese costruite con i soldi di tutti nell’interesse di tutti. Non sono solo sanguisughe, ma anche idioti: cosa si risolverebbe? Non sono stati proprio i privati a sperperare i beni pubblici offerti loro sottocosto come Alitalia, o l’Alfa Romeo, o la Cirio, o la siderurgia, per fare solo che pochi esempi? E naturalmente i superburocrati europei ci chiedono di anticipare le “necessarie riforme” (ulteriori tagli al sistema pensionistico, sanitario, a tutti i servizi pubblici).

Sulla questione dei tagli, su cui anche Obama si è giocato un bel pezzo del suo elettorato e metà del gruppo democratico alla Camera, va detto qualcosa perché la demagogia dello stesso governo e delle finte opposizioni ha fatto breccia. L’unico taglio che sarebbe risolutivo sarebbe quello drastico alle spese militari. Il resto è tutto fumo. Ad esempio è stato scandaloso che il PD non abbia votato per la soppressione delle province, come sarebbe stato logico, dato che era da sempre nel suo programma bla bla: quando qualcuno lo ha preso sul serio e ha presentato una proposta in tal senso si è squagliato e si è astenuto; ma va detto che comunque questa misura non avrebbe risolto molto. Infatti le province hanno responsabilità per una parte notevole della rete stradale, dei trasporti locali, dell’edilizia scolastica, ecc. Possiamo sopprimere queste attività? Sarebbe folle e catastrofico. Spostarle da un carrozzone provinciale a uno regionale cambierebbe ben poco della spesa, a meno che non si pensi semplicemente di licenziare tutti i dipendenti…

Non più seria la polemica sulle presunte 40 auto del presidente Napolitano. Non è vero, ma se anche fosse, non è questo che manderebbe in rovina l’Italia. Quanto ai “costi della politica”, che indignano tanto (ma soprattutto per la constatata l’inutilità di questa “politica”), bisogna avere il coraggio di dire che farli è giusto, ma non risolvono molto. Tagliamo anche del 50% gli stipendi dei parlamentari (Turigliatto e Cannavò avevano a suo tempo presentato un progetto di legge che li riduceva ancor più), ovviamente non si può certo essere contrari, dato che lo chiede un’opinione pubblica giustamente schifata dall’avidità di un ceto politico incapace e impreparato, ma va detto chiaramente che anche questo non risolve i problemi del deficit.

Il deficit è creato dalle facilitazioni che il ceto politico assicura alle imprese private. Per fare un esempio lontano ma non lontanissimo, il ministro della salute liberale Francesco De Lorenzo, all’inizio degli anni novanta fu condannato per il suo favoloso arricchimento. A lui e al suo collaboratore Duilio Poggiolini furono trovati e confiscati oggetti e lingotti d’oro per alcuni miliardi di lire (oggi tra l’altro in parte restituiti, mentre De Lorenzo è tornato a insegnare e a fare il portavoce del ministero in varie occasioni). Tuttavia il danno maggiore non veniva da questo, ma dall’arricchimento illecito delle imprese farmaceutiche, che grazie alla loro complicità potevano vendere anche al servizio sanitario nazionale farmaci a prezzi molto maggiorati. I lingotti, i quadri, ecc. erano l’equivalente della bistecca che i ladri offrono al cane da guardia prima di entrare in una villa. De Lorenzo era il cane, i ladri erano (e sono!) gli industriali farmaceutici. Non è l’incarico politico in quanto tale a fare danni, è la sua costante subordinazione al grande capitale.

L’ho detto tante volte, ma è meglio ripeterlo molte volte ancora: l’unica spesa che si potrebbe tagliare subito e avrebbe effetti rilevanti è quella militare (che comprende dalle portaerei alle divise, dalla carta igienica alle razioni per l’esercito, come al solito pagate in tutto il mondo capitalistico a prezzi esorbitanti). Ma su questo c’è un silenzio generale bipartizan, o al massimo furbate come quella della Lega, che approfitta del malcontento per fare agitazione sulla Libia, salvo poi votare tutto, o di Vendola che quando riscopre le spese militari propone … un esercito europeo!).

Tutti, Berlusconi ed altri evasori in testa, dicono che bisogna lottare contro l’evasione, e così la questione figura anche nei cinque punti di Bersani o nel programma delle “parti sociali”. E chi la deve scoprire questa evasione, una guardia di finanza di cui ogni anno un po’ di generali vengono scoperti a trafficare, e che comunque si scontrano tra loro al seguito di cordate di politici e faccendieri? Ultimo caso il generale di Tremonti contro quello di Berlusconi…

Se si vuole colpire l’evasione bisogna avere il coraggio di una proposta radicale: espropriare e affidare alla gestione democratica dei lavoratori ogni azienda di cui si scopre l’evasione fiscale (cioè quasi tutte), e di cui si scoprono attività di riciclaggio di denaro di provenienza criminale. Sono tante, ogni tanto si scopre qualche caso minore (come ieri i legami del lenone Lele Mora con il mafioso Guglielmo Fidanzati) ma si sorvola sui fenomeni analoghi, che stanno a monte di tutte le improvvise fortune di “geniali e audaci imprenditori” come Berlusconi, ma anche dei suoi concorrenti del centrosinistra. Sono questi legami che impongono di spendere miliardi inutili per le Grandi Opere (in parte neppure conteggiati: chi paga l’assurda militarizzazione della Val di Susa? Figura forse nel bilancio tra i costi della TAV?), e per imprese militari che oltre ad essere infami e costose, non servono neppure ai fini che si proponevano, dato che gli sventurati “nostri ragazzi” spediti in paesi di cui non conoscevano neppure l’esistenza, devono ridursi al compito di proteggere se stessi, se ci riescono…

Naturalmente non si può, e non basta, difendere il settore “pubblico” così com’è rispetto a quello privato e a quel “pubblico-privato” tanto caro al PD: non si può riproporlo come è ora, o come era prima dello scoppio di Tangentopoli. La sfiducia nei carrozzoni gestiti da un ceto politico abituato alla corruzione da decenni (non solo in Italia) è profonda e non è frutto solo di campagne denigratorie. Occorre chiarire che occorre un controllo dal basso, dei lavoratori del settore e di comitati di utenti (bisognerebbe cominciare dalle munipalizzate di certi comuni passati a sinistra o dalla regione Puglia, che ha invece finora gestito l’Acquedotto pugliese in modo autoritario e centralistico.

Mi fermo qui. Io volevo solo polemizzare con le più assurde e suicide dichiarazioni della sinistra di fronte all’acutizzarsi della crisi. Una crisi che ha permesso, una volta tanto, una battuta azzeccata a “la Jena”, che ha scritto su La Stampa: “Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del capitalismo”. Ho solo accennato ad alcuni punti essenziali del programma che discuteremo, spero, il 1° ottobre a Roma, e che ho già riportato sul sito: Dobbiamo fermarli!.

(a.m. 5/8/11)

P:S: Sulle caratteristiche generali della crisi, non posso che rinviare al bellissimo e dimenticatissimo, anche in tempi più remoti, opuscolo: Lenin e la crisi, e più in generale ad alcuni altri scritti preziosi, ugualmente sul sito (dove, nella sezione “Capitalismo ed anticapitalismo” dei GRANDI NODI DEL NOVECENTO, o nel “Materiale per l’autoformazione” dell’ARCHIVIO ce ne sono molti altri di grande interesse, come i libri Mandel – Ottobre 1917 e Maitan – Tempeste nell’economia mondiale, e anche l’abbozzo inconcluso di un testo lucidissimo di Gianni Rigacci, Chi ha detto che non ci sarà un altro 1929?) .

Buona lettura!



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