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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Dibattito a Cuba (3)

Dibattito a Cuba (3)

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Il dibattito a Cuba 3 (la “diáspora”)

Uno dei dibattiti più appassionati degli ultimi tempi si è aperto sulla cosiddetta “diaspora cubana”, cioè sui rapporti con l’emigrazione, compresa quella di Miami. Ma le reazioni sono diverse, e le preoccupazioni sono aumentate rispetto alla discussione apertasi sullo stesso tema nel 2007 (su cui riprendo in appendice il breve resoconto che avevo scritto per LIMES, e che era già nel sito, in coda ai due interventi di Soledad Cruz; al tema accennava in particolare l’intervento di Magaly Muguercia).

A muovere le acque è stata l’intervista concessa da Carlos Saladrigas, un industriale di Miami, alla rivista Palabra Nueva dell’arcivescovato cubano, ripresa poi da diversi organi come Progreso semanal. Saladrigas cominciava sottolineando che i fenomeni migratori nascono quando un paese non ha la capacità economica o non garantisce il clima politico che trattenga la popolazione senza che questa aspiri ad andarsene altrove. Al contrario i “paesi prosperi, lungi dal subire spinte all’emigrazione, si trovano col problema di controllare l’immigrazione”. Saladrigas cerca di porsi dal punto di vista di molti cubani dell’isola, sinceramente interessati a ricongiungimenti familiari, ma ricorda che l’emigrazione cubana – anche se è diventata una delle fonti più importanti di rimesse e valuta pregiata all’isola – rappresenta oggi un problema acuto, perché Cuba è l’unico paese dell’America con popolazione in costante diminuzione. E per giunta, mentre in altri casi emigrano i settori più poveri e con scarsa formazione scolastica, da Cuba “emigrano persone istruite e formate professionalmente, prodotto di un enorme investimento nazionale su questo terreno, ma che mancano delle opportunità necessarie per assicurare alle loro famiglie un futuro migliore”.

L’intervento di Saladrigas esalta la colonia cubana negli Stati Uniti e soprattutto quella che in pochi anni ha conquistato un grande potere economico e politico nel sud della Florida, dove ha assunto anche caratteristiche diverse rispetto alle altri correnti migratorie. È una vera caldaia in cui ribollono “passioni, dolore, tendenze politiche, estremismi, nostalgie e sogni”, ma all’interno di essa tutti, anche quelli che non l’hanno neppure conosciuta, non hanno mai dimenticato Cuba e non hanno mai smesso di parlare di essa.

Negli interventi stimolati da Saladrigas alcuni hanno sottolineato che è importante prendere atto delle diversità, ma è un po’ poco. Lo scopo dell’intervento di Saladrigas (che anche perché publicato sull’organo della Chiesa fa grande sfoggio di elogi dell’umiltà, dell’amore, del dialogo, dell’incontro tra diversi) è però chiaramente politico: l’emigrazione, sostiene, è “una sfida e un grande attivo strategico per il futuro di Cuba”.

“Mentre alcuni di noi parlano di Cuba, molti si stanno inserendo a Cuba attraverso i legami familiari e affettivi che mantengono” e stanno avendo già una grande influenza nell’isola: “oltre 300.000 persone sono state a Cuba l’anno scorso, hanno consegnato diversi miliardi di dollari, e sono arrivati carichi di aiuti per i loro familiari, sia per uso personale, sia per la rivendita, e contribuiscono con materiali e capitali alle migliaia di piccole imprese che stanno spuntando in tutta l’isola”.

Secondo Saladrigas, costoro, che in genere provengono dall’emigrazione più recente e meno politica, stanno “riunificando il paese, persona con persona, famiglia con famiglia”. Ma non basta. “Rimangono molti altri settori della diaspora, i più politici, quelli che sono arrivati molti anni fa, e la classe imprenditoriale, che ancora devono cominciare il loro processo di riunificazione e reintegrazione a Cuba. Gran parte del potenziale della diaspora risiede in questi settori, e va dalla disponibilità di capitali alla chiave per la normalizzazione delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti.”

Valorizzare questo incontro sarebbe un affare per Cuba, secondo Saladrigas: offrirebbe “una classe affermata e abile nel maneggiare i mercati, con una risorsa importante di capitali”, ma consentirebbe anche di “aiutare a legittimare i difficili processi di cambiamento che Cuba affronta e affronterà ancor più in futuro”.

Con tutta la deferenza per la rivista dell’arcivescovato, diversi interventi, già polemici per l’uso di un’espressione quasi religiosa (la “diaspora”) per definire un fenomeno prevalentemente economico, hanno reagito a questa pretesa di offrire una “legittimazione”. Di fronte a chi? E come? Saladrigas non ha dubbi: dobbiamo riuscire a usare il potere politico di questa classe di imprenditori “non per danneggiare la sovranità di Cuba, ma per rafforzarla”.  Ma è la frase successiva quella che ha scandalizzato di più: “Dobbiamo accettare la realtà che la relazione tra Cuba e gli Stati Uniti sarà sempre asimmetrica, ma una diaspora integrata, forte e poderosa, avrà la capacità di indirizzarla a favore di Cuba”.

L’intervento prosegue parafrasando una frase di Giovanni Paolo II (“Cuba deve aprirsi alla sua diaspora, e la sua diaspora a Cuba”) e dello stesso cardinale Jaime Ortega (“i materiali per costruire ponti e muri di separazione sono gli stessi”), e invitando a non parlare del passato, che infanga e divide, mentre il futuro ha la forza per unirci. Ovviamente il futuro si costruisce sul presente, salvando quel che si deve salvare e disfacendo quel che è necessario distruggere. “Ma tutti abbiamo commesso errori che hanno fatto danno alla patria, e a tutti spetta il compito di rettificarli”.

I primi interventi (Jesús Arboleya Cervera e Ramón de la Cruz Ochoa) hanno polemizzato abbastanza blandamente, affermando di avere dubbi che gli imprenditori privati, nazionali o stranieri, possano essere i salvatori dell’isola, e di non condividere la fiducia nelle virtù taumaturgiche del mercato, proprio nel momento in cui la crisi economica attuale spinge ogni persona ragionevole a dubitarne. Il primo, soprattutto, sostiene che le idee del socialismo non hanno mai avuto tanti consensi in America Latina; “perfino negli Stati Uniti è stato necessario l’intervento dello Stato per correggere [ma ci sono riusciti? NdR) gli sfaceli provocati dal neoliberalismo”.

L’irritazione di Ramón de la Cruz Ochoa si rivolge anche contro il “buonismo” evangelico di Saladrigas, di cui ricorda l’impegno anche recente in campagne ostili a Cuba (non solo era tra chi non voleva che il famoso “niňo Elián” potesse tornare a Cuba, ma si era dato da fare per ostacolare la partenza di una nave che da Miami voleva recarsi all’Avana in occasione della visita del papa).

E in un secondo intervento Jesús Arboleya Cervera dice che il suo dissenso da Saladrigas si deve soprattutto alla convinzione che “non considero l’apertura al capitale privato come la misura essenziale nei cambiamenti in corso: mi interessano di più le riforme nel funzionamento dell’impresa statale socialista, gli stimoli alle cooperative, che sono anch’esse una forma di proprietà sociale, il decentramento del potere statale, e l’introduzione di una chiara divisione tra le funzioni governative e l’amministrazione dei mezzi di produzione”, che può stimolare l’iiziativa individuale, “senza che questo porti alla privatizzazione del patrimonio nazionale”. Nello stesso intervento si sottolinea che le “considerazioni critiche” al modello approvato nel congresso non si rivolgono alle aperture alla gestione privata su una scala definita, ma all’insufficiente chiarezza su come i lavoratori e la popolazione in generale potranno intervenire concretamente nella gestione economica, che è “il miglior antidoto alle deformazioni generate dalla burocrazia”.

È poi intervenuto anche Pedro Campos, l’ex diplomatico di cui avevo riportato altri testi, tra cui Pedro Campos da Cuba (it), che ha cominciato ricordando la sua assenza di pregiudizi nei confronti del “dialogo” con l’emigrazione, di cui si era occupato anche a livello di una commissione del ministero degli Esteri. Tuttavia ora si preoccupa che non diventi “un dibattito tra due parti uniche, lo Stato e un gruppo di emigrati che più o meno riconoscono il governo, senza mostrare tutta la diversità, all’interno e all’esterno”.

Chiarisce che non teme tendenze “annessioniste”. Se ci sono, sono pochissime, mentre di sostenitori di più strette relazioni di ogni genere con gli USA ce ne sono molti, “anche nel governo/partito”. Il rischio maggiore non è l’aperto annessionismo, ma una specie di “neoplattismo” [il riferimento è al famoso “emendamento Platt” che consentiva agli Stati Uniti un controllo sulla vita politica cubana nei primi trent’anni di formale “indipendenza” dell’isola NdT], che non concepisce lo sviluppo economico di Cuba senza uno scambio dipendente con gli USA. Tanto più che Campos sa bene quanto il gruppo dirigente cubano guardi alla Cina, considerata modello di socialismo, ma in cui “il capitale dei cinesi d’oltremare ha svolto un ruolo importante nella restaurazione di un capitalismo atroce”.

Campos ci tiene a sottolineare che non teme la maggior parte dell’emigrazione cubana, che “è costituita da quelli che se ne andarono con le mani vuote, solo con le conoscenze acquisite in Cuba e i loro desideri di guadagnarsi la vita e aiutare i familiari rimasti qua”, e sono persone che avevano beneficiato di quanto meglio era stato conquistato dal processo rivoluzionario cubano: sanità ed educazione per tutti, e che negli Stati Uniti non hanno potuto oltrepassare la condizione di lavoratori salariati o piccoli commercianti. Con loro è possibile e necessario sviluppare il dialogo su una riunificazione necessaria. Possiamo anche “discutere sulla forma concreta che può assumere la partecipazione di loro capitali al miglioramento della nostra economia”.

Ma il problema principale è un altro: “siamo di fronte al riconoscimento quasi generalizzato del fatto che il vecchio sistema statalista, di taglio neo-staliniano, a torto considerato socialismo, non solo non funziona, ma è stato causa principale di molti dei problemi economici e sociali di Cuba, tra cui la divisione della sua popolazione”. Naturalmente senza dimenticare le responsabilità delle politiche aggressive USA e del bloqueo, ma neppure che, “come ha detto chiaramente Raúl, i nostri stessi errori sono i peggiori nemici del processo rivoluzionario cubano”.

Per Campos è chiaro: “la Cuba neo-stalinista non ha futuro, e i suoi difensori sono chiamati a rinunciare alla loro resistenza, e a collaborare pacificamente al cambiamento, in direzione della democratizzazione politica ed economica della società cubana; altrimenti la loro ignoranza e ostinazione potrebbe provocare quel disastro che a nessuno conviene”.

Pedro Campos ha ben chiaro che i gravi problemi economici di Cuba sono difficili da risolvere, anche dato il contesto internazionale, e certo non possono essere affrontati mettendo un cerotto riformista sul vecchio modello statalista: occorre lavorare per un nuovo modello diverso sia dall’inefficiente “socialismo di Stato” (che copre un capitalismo monopolistico di Stato), sia dall’irrazionale capitalismo privato. Ma per questo è chiaro che “il problema fondamentale di Cuba oggi più che economico è politico”.

Quel che sta ritardando e ostacolando i cambiamenti in direzione della nuova società, è l’insieme di ostacoli di ogni genere del sistema statalista-burocratico. La società martiana per cui noi cubani lottiamo, “Con todos y para el bien de todos” (con tutti e per il bene di tutti), diventerà possibile solo quando la libertà si tradurrà in una piena democrazia e nella ripartizione effettiva del patrimonio, lontana dalla sua concentrazione nello Stato o nelle mani di un pugno di milionari.

È interessante che Campos evita di rigettare aprioristicamente il dibattito o di liquidarlo ricordando i precedenti politici di Saladrigas, come ha fatto ad esempio Nelson P. Valdés, che aveva condiviso con lo stesso imprenditore la sorte di essere portato via da Cuba con altri bambini e adolescenti nel 1961 con l’operazione “Peter Pan” [patrocinata dalla Chiesa cattolica col pretesto che il regime aveva abolito la patria potestà], ma aveva saputo riscoprire Cuba qualche decennio prima.

Pedro Campos non esclude il dialogo, ma lo riconduce al necessario superamento del modello attuale, autoritario ed eccessivamente centralizzato, e che rende quindi praticamente impossibile qualsiasi piano di inserimento degli emigrati nella società, per i suoi molti deficit di democrazia, i suoi schemi dogmatici, i suoi pregiudizi politici escludenti e settari, le sue eccessive regolamentazioni, le leggi e gli ostacoli arbitrari che rendono difficile lo sviluppo di altre forme di produzione al di fuori di quelle statali, e perfino il dialogo orizzontale reale tra gli stessi sostenitori del socialismo: “Il dialogo verso la riconciliazione promosso da diversi gruppi ed esponenti della tradizionale opposizione, non è indipendente, ma parte della necessaria discussione e del consenso sulla società a cui vogliamo arrivare tra tutti i cubani, rispettando le differenze e le minoranze”.

La critica al dialogo esclusivamente verticale (cioè la consultazione della base da parte del vertice prestabilito) è costante nella critica da sinistra all’attuale sistema. Ne parlava ad esempio anche Frank Josué Solar Cabrales in Cuba: il dibattito continua - 2, appena inserito nel sito.

Ma sulla posizione di Pedro Campos inserisco anche, per ora in lingua originale, un’ottima recente intervista che chiarisce meglio la sua posizione: Hacer Revolución en la Cuba de hoy

(Questi interventi sono tratti dal bollettino Desde la ceiba del 27/7/11. a.m. 9/8/11)

 

Appendice

Qualcosa si muove a Cuba tra gli intellettuali

giugno 2007

Dal gennaio 2007 a Cuba è accaduto qualcosa di nuovo: il 5 gennaio in un programma televisivo appariva una specie di fantasma: Luis Pavón Tamayo, che era stato messo nell'aprile del 1971 alla testa del Consejo Nacional de Cultura e aveva esercitato per un quinquennio un ruolo nefasto di censura e messa al bando di ogni spirito critico. Dopo pochi anni era stato sostituito e praticamente dimenticato. Ora appariva in un programma "Impronta" (dedicato a chi ha lasciato tracce importanti, "un'impronta", insomma, nella storia e nella cultura cubana), che lo presentava in termini completamente apologetici. Esibizione di sue foto accanto a Fidel, Guevara e altri esponenti della rivoluzione, di un libro del Che con dedica autografa, domande ingenue di una presentatrice che non sapeva nulla di lui, e successivamente ha ammesso di non avere il minimo sospetto di quale fosse stata l'impronta realmente lasciata durante gli anni in cui aveva diretto il CNC.

Tre giorni dopo decine di intellettuali di primo piano (per la precisione 36) si erano già mobilitati scambiandosi e.mail (nonostante le note difficoltà di accesso); alla fine del mese si trovavano insieme per ascoltare una conferenza di uno di loro, Ambrosio Fornet, su "El quinquenio gris: revisitando el termino", tenuta nella Casa de las Américas il 30 gennaio nel quadro di un ciclo sulla politica culturale del periodo rivoluzionario organizzato dal Centro Téorico-cultural Criterios. Il "Quinquennio grigio" è il termine abbastanza eufemistico convenzionalmente usato per definire il periodo del trionfo dei censori stalinisti a partire dal 1971; molti preferiscono chiamarlo il "decennio nero", ma di fatto è stato ancora più lungo, in pratica un quindicennio, sia pur con lievi attenuazioni già prima di quel 1986 che con la rectificación de errores segnava l'inizio dello sganciamento dall'URSS.

Come mai tanta passione se il personaggio esaltato da quel programma televisivo era davvero uno zombie, che era stato dimenticato per decenni? Era stato qualche vecchio amico a volere che gli si rendesse omaggio?

Prima di tutto, in molti dei messaggi scambiati, e poi nel testo della conferenza di Fornet, si è denunciato il carattere non casuale e non isolato della riesumazione: negli stessi giorni erano apparsi in diversi programmi televisivi altri fantasmi di un passato non rimpianto, come Jorge Serguera Riverí (Papito), che era stato in quegli stessi anni settanta direttore della televisione cubana o Armando Quesada (detto "Torquesada"...), il "normalizzatore" del teatro cubano.

Nessuno di loro aveva avuto il minimo ruolo pubblico in questi ultimi anni. Io stesso qualche anno fa avevo incontrato più volte Papito Serguera, che mi interessava perché tra i suoi tanti incarichi era stato ambasciatore ad Algeri e Brazzaville negli anni della spedizione africana del Che. Era stato gentile e ricco di informazioni, anche se a tratti avevo intravisto gli artigli del burocrate nella rivendicazione del suo ruolo come "fiscal", cioè pubblico accusatore in diversi processi politici, a partire da quello contro Hubert Matos. Viveva in una splendida villa in cui teneva a pensione diversi stranieri dall'aspetto di uomini d'affari. Ma si considerava ritirato dalla vita attiva e a tratti si lasciava andare a considerazioni critiche sul presente.

Come mai questi personaggi sono riapparsi all'improvviso? E perché tanto allarme? La chiave sta in alcune allusioni prudenti al loro possibile sponsorizzatore contenute in diversi messaggi.

Nessuno lo ha nominato esplicitamente (ed è già un sintomo dei limiti di questo "disgelo"), ma si capisce che il "potente dirigente" a cui alcuni messaggi alludono è Ramiro Valdés Menéndez, l'uomo che fu ministro degli Interni durante il periodo più repressivo del regime, dal 1961 al 1969, gli anni del "Terrore rosso" a cui alludeva polemicamente Guevara in una conferenza del 1962 ai membri della Seguridad. Allontanato da Fidel, era stato poi recuperato di nuovo per la stessa carica nel 1978, rimanendovi fino al 1986, quando era stato poi di nuovo destituito da Castro all'inizio della rectificación. In quell'anno era stato allontanato dall'Ufficio Politico, pur rimanendo nel comitato centrale.

Ramiro Valdés non era mai stato troppo amico di Raúl Castro, e quando era stato recuperato da Fidel all'inizio del 2006 con la nomina nel ristretto Consiglio di Stato "con importanti funzioni esecutive" gli esperti cubanologi avevano parlato di una mossa che lo metteva in lizza per la probabile successione al líder máximo, in concorrenza quindi con Raúl.

Tuttavia, poco dopo l'annuncio della malattia di Fidel, è arrivata la sorpresa: Raúl Castro lo ha nominato ministro, non degli Interni ma dell'Informatica e Comunicazioni. Da cui dipendono, appunto, anche la radio e la televisione. Dell'informatica e del suo controllo (con consulenti oggi cinesi, ieri tedesco orientali) Ramiro si occupava da tempo. La sua nomina da parte di Raúl Castro a un ministero che oggi assume caratteristiche importanti, analoghe e parallele a quello dell'Interno (secondo alcuni commentatori era stato Valdés che aveva preparato l'arresto dei 75 dissidenti nel 2003), significa probabilmente che tra le varie correnti che gestiscono il potere a Cuba c'è stato un accordo. Ma la ricomparsa, nella sua scia, dei vari Pavón e Torquesada, getta un allarme tra chi pazientemente aveva cercato di allargare gli spazi di dibattito democratico a Cuba a partire dalle riviste indipendenti, i Centri Studi del partito, alcune facoltà universitarie e certi settori degli stessi sindacati.

Il materiale è già abbondantissimo. Riportiamo intanto un breve stralcio di uno dei primi interventi, quello di Desiderio Navarro, che ha accusato Pavón di aver privato per sempre Cuba "di innumerevoli opere a causa della pressoché inevitabile autocensura forzata successiva ai fertilissimi anni Sessanta" e di aver "riempito un intero periodo di una pessima produzione letteraria e artistica nazionale oggi giustamente dimenticata persino da quegli stessi che l’avevano allora incensata e premiata". Pavón , prosegue Navarro "ci ha inondati con il peggio delle culture contemporanee dei paesi dell’Europa dell’Est, privandoci della conoscenza di quanto c’era in esse di più creativo e profondo"e ha "inculcato stili e meccanismi di direzione e di lavoro culturale neozdanoviani che ci sono voluti decenni per sradicare, tanto “normali” erano diventati. (...).

Navarro richiama un suo articolo recente sulla "responsabilità dei politici nella limitazione del ruolo critico dell’intellettuale" ma aggiunge che "questo costituisce soltanto la metà del problema. L’altra metà, che meriterebbe un articolo simmetrico, è la responsabilità degli intellettuali: senza il silenzio e la passività della loro quasi totalità (per non ricordare la complicità e l’opportunismo di non pochi di questi) il «quinquennio grigio» o il «pavonato», come già molti allora lo chiamarono, non sarebbe stato possibile o, in ogni caso, non sarebbe stato possibile con tutta la carica distruttiva che ha avuto. Con rare eccezioni, tra gli intellettuali, gli eterosessuali (anche quelli non omofobici) si disinteressarono del destino dei gay; i bianchi (compresi i non-razzisti), della sorte dei negri che avanzavano rivendicazioni; i tradizionalisti, del destino degli avanguardisti; gli atei (inclusi quelli tolleranti), delle vicende dei cattolici e del resto dei credenti; i filosovietici, della sorte dei contrari al realismo e dei marxisti estranei alla filosofia di Mosca; e così via". Navarro si chiede se "questa mancanza di responsabilità morale individuale potrebbe oggi ripetersi fra gli intellettuali cubani".

La maggior parte dei primi interventi sono andati nella stessa direzione, a volte con informazioni preziose sulla censura esercitata dalla televisione nei confronti di film cubani famosissimi e decantati all'estero come Fresa y chocolate o Guantanamera, o di opere teatrali come "Marx a Soho" tratto da un testo di Howard Zinn. È sintomatico che sono stati messi in rete insieme a messaggi di chi ha scelto o è stato costretto all'emigrazione, e che nella lista dei primi interventi compaia anche il nome di monsignor Carlos Manuel de Céspedes, vescovo di Matanzas e protettore del dissenso moderato (anche grazie al nome illustre, identico a quello del suo bisavolo protagonista della prima rivoluzione cubana del 1868).

Uno degli interventi più interessanti è quello di Magaly Muguercia, che parla a nome dei tanti "intellettuali rivoluzionari che scelsero di emigrare quando non fu più possibile manifestare il loro pensiero". Alcuni se ne andarono perché "si cominciò a negare l'accesso alle case editrici e alle aule universitarie". C'è poi una intera generazione di giovani qualificati che hanno ora tra i 30 e i 40 anni, che "si educarono nei principi rivoluzionari, e se ne andarono per ragioni economiche ma anche per disillusione e perché stufi di essere obbligati all'ossequienza". Magaly ne conosce molti perché è la generazione dei suoi figli.

"Sono persone pensanti e colte. Ma siamo dispersi per il mondo. Se fossimo convocati, se qualcuno ci invitasse a far ritorno a Cuba, ritorneremmo in tanti a far valere il diritto di ogni cubano rivoluzionario a pensare, in questo momento, al futuro del paese. È il momento di convocarci, noi che stiamo fuori del paese, per farci ritornare a pensare al paese che amiamo e vogliamo, e a dirlo, perché è evidente che la convalescenza di Fidel sta aprendo porte non desiderabili. Queste porte possono aprirsi verso la repressione del pensiero all'interno, e l'accoglimento dall'esterno di modelli pseudosocialisti: capitalismo con Stato repressore".

Un simile intervento dimostra che, contrariamente a quel che ripetono ossessivamente gli zelanti amici della burocrazia cubana, una parte notevole dell'emigrazione intellettuale non è controrivoluzionaria e "prezzolata", e tra l'altro sta più in Europa e in altri paesi latinoamericani che a Miami. Sulla stampa della Florida peraltro si sono avuti commenti piuttosto acidi su questo dibattito, insinuando che è stato possibile solo perché avrebbe avuto l'appoggio discreto del ministro della Cultura Abel Prieto e del suo predecessore Armando Hart. Ma non si domandano che significa questo appoggio, se c'è stato. Certo, in questo caso sarà stato più facile avere coraggio per quelli che non lo ebbero in passato, come denunciava Desiderio Navarro. Ma come sottovalutare che in un momento decisivo per le sorti di Cuba, una parte dei dirigenti hanno scelto di incoraggiare un dibattito aperto?

(4/6/07 a. m.)

Pubblicato su LIMES, già inserito in coda ai due articoli di Soledad Cruz



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