Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Libia: chi ha vinto?

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Libia: chi ha vinto?

 

In attesa di tradurre una complessa riflessione di Gilbert Achcar sulla rivoluzione libica nel contesto di quella araba, ne traggo alcuni spunti per alcune mie osservazioni.

Prima di tutto, sulla stampa italiana, anche di centro sinistra (Manifesto compreso) c’è stata una notevole prevenzione nei confronti dei ribelli, di cui è stata sottolineata sistematicamente l’inferiorità militare alle truppe di Gheddafi, la non omogeneità, la possibile presenza al loro interno di islamisti radicali mimetizzati. Nella sinistra radicale influenzata dal giudizio di Chávez si è poi dato subito per scontato che i ribelli fossero tutti marionette manovrate dalla CIA.

Pochi hanno notato un dato molto interessante: l’impegno militare della NATO (si fa per dire) è stato insignificante. Nel solo piccolo Kosovo, gli alleati sotto copertura NATO erano intervenuti con 1.100 aerei e 38.400 missioni. In Libia hanno utilizzato solo 250 aerei in 11.107 missioni.  Eppure il petrolio della Libia, di ottima qualità, doveva rendere più interessante la conquista di questo paese. Risultato: Gheddafi ha resistito cinque mesi, mentre Milosevic aveva dovuto cedere dopo 78 giorni.

In Iraq, sia nella prima guerra del 1991, sia nella seconda erano state scaricate in pochi giorni una quantità enorme di bombe di ogni genere, con una media di 565 missioni al giorno, mentre in Libia sono state in media solo 57 al giorno, di cui alcune solo esplorative.

Le accuse ai ribelli di volere la spartizione del paese, sono risultate del tutto infondate: sono caduti a migliaia per liberare tutto il paese, senza avere un adeguato appoggio aereo, e in certi casi subendo anzi il “fuoco amico”. Fino all’ultimo Gheddafi ha mantenuto armi pesanti, carri armati, missili Scud, con una netta superiorità sugli insorti male armati, in genere civili improvvisatisi combattenti e non sufficientemente addestrati ed equipaggiati. È impossibile che l’intervento della NATO “non sia riuscito” a ridurre drasticamente il potenziale bellico del governo di Tripoli. E allora? E soprattutto perché la NATO ha rifiutato di fornire le tanto sollecitate armi pesanti e delle attrezzature un po’ più efficienti del furgone con una mitragliatrice montata nel cassone?

È assurdo che mentre in Iraq e in Afghanistan gli Stati Uniti hanno puntato su forze locali poco affidabili, in Libia la NATO (con la parziale e non significativa eccezione della Francia) ha rifiutato di fornire l’armamento pesante che avrebbe permesso una soluzione libica del conflitto. Eppure gli insorti erano disposti a pagare le armi, e avrebbero potuto farlo senza problemi, controllando la maggior parte delle risorse petrolifere del paese. Al contrario negli ultimi anni Gheddafi aveva potuto comprare in grandi quantità da vari paesi europei, come l’Italia o la Spagna, le armi micidiali (comprese le bombe a grappolo) che ha poi usato contro il suo popolo.

Vari corrispondenti hanno segnalato il malumore che regnava tra i combattenti volontari per l’inadeguatezza dei bombardamenti, che attribuivano in genere a inefficienza o incompetenza dei piloti Nato, ma che probabilmente era dovuta alla volontà di far logorare le forze dei due schieramenti, per evitare che gli insorti potessero rivendicare il loro ruolo nella caduta del regime.

 

Un altro elemento di riflessione: anche se la partita non è ancora chiusa, è stato confermato che la rivoluzione aveva consensi non solo a Bengasi, ma anche a Tripoli, dove era stata repressa spietatamente. In realtà era emerso già nei primi giorni e poi era stato rimosso. L’atteggiamento iniziale di molti degli insorti di Bengasi a favore dell’intervento NATO, che era sbagliato, ma comprensibile, partiva dall’esperienza della ferocia della repressione di Gheddafi nei confronti dei “ratti” e dei “drogati” che lo contestavano, oltre che dall’illusione che l’ONU si muovesse solo per offrire una protezione umanitaria. Il mutamento di atteggiamento è stato poi provocato anche dall’ipocrita applicazione della risoluzione che prevedeva l'embargo sulle armi, applicata rigorosamente da paesi che avevano violato tante risoluzioni, e che avevano ampliato notevolmente il senso della risoluzione numero 1973 del Consiglio di Sicurezza. È questo che ha reso diffidenti molti degli insorti, che hanno cominciato a capire la logica dell’intervento.

 

Non so quanti in Libia potessero conoscere il precedente del comportamento degli Stati Uniti in Italia durante il 1943-1945, ma avrebbero capito prima molte cose. Allora, soprattutto nel terribile inverno 1944-1945, le armi erano state lesinate ai partigiani, a cui era stato dato in diverse occasioni l’ordine di smobilitare, mentre bombardamenti furiosi che colpivano la popolazione civile precedevano ogni avanzata delle truppe alleate. L’obiettivo era impedire che gli antifascisti avessero un ruolo visibile nella distruzione definitiva del regime nazifascista.

 

In Libia uno dei pretesti per negare le armi è stata la possibile presenza di integralisti tra gli insorti, pretesto ridicolo da parte di chi per sconfiggere i talibani in Afghanistan si è appoggiato sulla cosiddetta Alleanza del Nord, coalizione di gruppi integralisti ultrareazionari, e ha come alleato principale in Medio Oriente l’Arabia Saudita.

Vari commentatori di paesi arabi riportati da Gilbert Achcar hanno espresso la convinzione che in realtà la NATO ha prolungato intenzionalmente la guerra sia per far logorare i ribelli, sia per facilitare una transizione che recuperi parte dell’esercito di Gheddafi come garante di stabilità contro il pericolo di un consolidarsi delle tendenze rivoluzionarie, ossia per avere uno sbocco analogo a quello caldeggiato (ma non ancora assicurato) per Tunisia e soprattutto Egitto.

Un esponente del comitato dei ribelli di Sirte, Abu Bakr al Faryani, ha dichiarato al giornale libanese “Al Ajbar” che la lentezza delle operazioni militari contro le brigate di Gheddafi sarebbe finalizzata a guadagnare tempo, per poter selezionare meglio gli uomini più malleabili nel Consiglio nazionale degli oppositori, e alzare il prezzo da far pagare ai “vincitori”.

 

Il quotidiano “La Stampa” del 23/8 ha pubblicato una cartina per una spartizione della Libia dopo Gheddafi in tre zone di influenza controllate dalle potenze che sono intervenute e vogliono la loro parte nella “ricostruzione” del paese e nella spartizione delle sue risorse, ma che tenderebbero a evitare la presenza diretta sul campo di loro truppe (altra cosa “esperti” di vario genere). Si ispira probabilmente a quanto apparso in un articolo uscito sull’edizione digitale di “The Guardian”, in cui Tom Dale ha analizzato i programmi della NATO, che erano stati rivelati il 28 giugno da Andrew Mitchell, segretario allo Sviluppo Internazionale della Gran Bretagna. Un ponderoso documento, prevede che il controllo dopo la caduta di Gheddafi sia affidato a truppe di terra di paesi islamici “moderati” non confinanti (cioè Turchia, Giordania, forse Marocco) e altri paesi dell’Unione Africana. L’Algeria sarebbe confinante, ma il suo esercito sembra molto interessato a bloccare una dinamica rivoluzionaria che potrebbe riaccendere la questione berbera in tutta l’area. All’economia penserebbero naturalmente le istituzioni internazionali…

Ma soprattutto si punta a recuperare quanto più possibile dell’esercito di Gheddafi, indispensabile per mantenere l’ordine ed evitare una situazione aperta e ancora non completamente normalizzata come quella di Tunisia e Egitto. Per questo, si dice, bisogna “evitare di ripetere l’errore fatto in Iraq”, dove la dissoluzione dell’esercito di Saddam spinse molti militari alla guerriglia e rese poco controllabile il paese finché a governarlo c’erano solo i fuorusciti tornati al seguito delle truppe di occupazione.

Le prime indiscrezioni su questo piano hanno allarmato l’ala più radicale degli insorti di Bengasi, preoccupati dall’eccessiva condiscendenza con i paesi imperialisti da parte di molti esponenti del Consiglio nazionale.

Come in Egitto, una vivace battaglia politica contrappone diversi gruppi dell’opposizione, alcuni dei quali (proprio le forze islamiche) sono più disposti a un accordo con settori significativi del regime gheddafiano. Rispetto all’Egitto, pesa l’assenza di un movimento operaio organizzato, anche se Kamal Abu Aita, presidente della nuova federazione egiziana dei sindacati indipendenti ha stabilito collegamenti con la Libia, dove tra l’altro lavorava senza tutela un milione di egiziani.

 

Che accadrà? Difficile dirlo, in Libia come in Tunisia e in Egitto si è avviato un processo tumultuoso il cui esito è incerto. Ma è la sorte di ogni processo rivoluzionario, nessuno ha una strada tracciata verso la vittoria. Ma le speranze suscitate dalla primavera araba non sono infondate: le potenze occidentali vorrebbero controllare questi processi, e sicuramente danno cattivi consigli ai loro amici locali, ma non hanno truppe di terra che possano intervenire efficacemente per bloccare sviluppi sgraditi.  Non ne hanno a sufficienza, hanno opinioni pubbliche sempre più ostili a queste imprese, e soprattutto hanno l’esperienza negativa dei paesi in cui le hanno usate senza risultati significativi, come l’Iraq e l’Afghanistan. 

Per questo i giochi non sono ancora fatti, ed è assurdo che parte della sinistra dia per scontata la sconfitta e rinunci quindi ai compiti di sostegno a queste rivoluzioni, che non sa riconoscere nel caos e negli scontri politici complessi che accompagnano sempre l’ascesa di un processo rivoluzionario.

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(Su questo, rinvio a quanto scrivevo in aprile, in Come non riconoscere una rivoluzione…  a.m. 24/8/11)

PS Tra l'altro non sarà facile fare i conti con l'armamento leggero che è stato insufficiente per fronteggiare l'esercito regolare, ma che nel corso della lunga lotta è finito nelle mani di una fetta notevole della popolazione, che non sarà certo facile disarmare. Dalle dichiarazioni occidentali di questi giorni, si direbbe che questo sarà il problema principale del "dopo Gheddafi". (a.m.25/8/11)



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