Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Nuovi guai per la Libia

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Berlusconi “aiuta” ancora la Libia

Silvio Berlusconi, dopo un lungo e giustificato silenzio, ha ricominciato a occuparsi della Libia (per molti mesi l’aveva lasciata a La Russa e Frattini, cioè praticamente a nessuno), e si è incontrato col presidente del Consiglio Nazionale Transitorio, Mahmoud Jibril, che tornava da una visita in Francia, ritenuta evidentemente più urgente. All’incontro partecipavano anche l’Amministratore delegato e il presidente dell’ENI, Paolo Scaroni e Giuseppe Recchi, che invece la Libia l’hanno seguita attentamente in questi mesi. I due manager hanno integrato la “generosa offerta” di aiuti fatta da Berlusconi con una fornitura “gratuita” e immediata di benzina e gasolio ai ribelli.

Le virgolette sono dovute al fatto che l’offerta non è poi così generosa: si tratta della restituzione di una piccola parte dei fondi libici depositati in banche italiane, o investiti in imprese di vario genere, da Unicredit alla Juventus, passando per Finmeccanica. La restituzione è autorizzata dall’ONU, e ammonta a 350 milioni di euro su quasi tredici miliardi di dollari “congelati” (nella sola Italia, mentre nel mondo sono bloccati ben trenta miliardi di dollari). Insomma sono soldi del popolo libico, che Gheddafi gestiva come un patrimonio di famiglia, e di cui ora una piccola parte arriverà a chi prenderà il suo posto. Con quali garanzie, e con quale trasparenza? Berlusconi ha assicurato intanto che il governo italiano anticiperà subito questa somma, senza aspettare tutta la procedura necessaria per sbloccare quel primo miliardo e cinquecento milioni concesso dall’ONU (una fetta modestissima di quei 30 miliardi sparsi in molti paesi, e forse per questo ci vuole tempo per decidere da dove cominciare a restituire…). Generoso! Ma Berlusconi ha indicato anche come spenderli: in primo luogo per potenziare la polizia e ricostruire l’esercito, nel quadro della preoccupazione ossessiva di tutti i paesi che sono intervenuti in Libia: disarmare le milizie, recuperare le armi, che come accade in ogni rivoluzione e in ogni guerra civile sono finite in mano alla popolazione… Tutti i corrispondenti dei giornali europei dalla Libia insistono su questa necessità prioritaria. Grottesco che poi, per indorare la pillola,Berlusconi parli di aiutare la Libia anche sul terreno della sanità e dell’educazione, mentre le sta distruggendo in Italia.

Nessuno si preoccupava invece di quando Gheddafi veniva rifornito a caro prezzo di tutti i tipi di armi, spesso sofisticate e in genere sovrabbondanti rispetto agli uomini in grado di usarli. Anche nelle corrispondenze da Tripoli di questi giorni, è venuto fuori che è stato trovato un capannone con molte decine di carri armati non utilizzati. Evidentemente i mercenari (che in Libia c’erano davvero, anche se non tutti gli uomini di origine sub sahariana additati come tali e massacrati per questo dagli insorti lo erano) potevano supplire alle defezioni dell’esercito per certi compiti, ma non potevano essere formati in tempo per utilizzare ogni tipo di armi.

Comunque anche l’ENI ha chiarito che la fornitura di benzina serve prioritariamente a riportare “ordine e stabilità”, e a rimettere in funzione i pozzi. Poi la fornitura “gratuita” sarà ripagata in petrolio… Intanto, oltre all’ENI, scaldano i motori Inpregilo, Ansaldo e Finmeccanica, già firmatari di contratti lucrosi con Gheddafi, e che ora oltre a vederli riconfermati, vogliono partecipare alla “ricostruzione”…

È la conferma di quanto avevo scritto in Libia: chi ha vinto? sui bombardamenti NATO finalizzati soprattutto a indebolire contemporaneamente tutte e due le parti, e che a un visitatore del sito (ce ne sono molti nuovi, in questi giorni) è sembrato non adeguatamente fondato. Capisco che non è facile capire il mio atteggiamento dialettico, che non ha condiviso l’indulgenza per Gheddafi da parte di Cuba e Venezuela (e di molta parte della sinistra latinoamericana) ma lo ha sempre difeso dalle demonizzazioni razziste della nostra destra revanscista (PD incluso); che ritiene sbagliatissimo che settori importanti del Consiglio Nazionale di Transizione abbiano approvato e anzi chiesto l’aiuto della NATO, ma non per questo rifiuta di considerare l’insurrezione libica parte dell’ondata delle “primavere arabe”. Molti denunciano la presenza nel CNT di diversi ex collaboratori di Gheddafi, ed è vero, ma è inevitabile: una delle definizioni classiche di una rivoluzione è che quando si sollevano le masse escluse fino a poco prima passive, i gruppi dirigenti si dividono e una parte di essi si schiera con chi insorge. Comunque sono proprio quelli gli elementi su cui i tutori occidentali puntano…

Tra gli insorti, sosteneva per primo Gheddafi, e oggi ripetono in molti, di diverse tendenze, ci sarebbero integralisti islamici. Logico e probabile, tanto più che erano stati a lungo discriminati e perseguitati dal regime, e quindi come è accaduto in tanti altri casi nella clandestinità si sono rafforzati. Ma questo si diceva anche della Tunisia e dell’Egitto, ed è risultata una forzatura di chi voleva stroncare la rivoluzione imponendo il controllo dell’esercito, che è il vero pericolo per la rivoluzione, ed è invece la sola speranza delle potenze imperialiste e di Israele. Viceversa sono state dimenticate le molte testimonianze sulla presenza tra i giovani insorti di alcuni che ostentavano bandiere e magliette con l’immagine di Guevara, e non erano certo integralisti.

La mia ostilità all’intervento “umanitario” della NATO fin dal primo momento nasceva dalla mia esperienza di storico, che ha studiato con attenzione tutti gli interventi di questo tipo e ne ha ricavato una diffidenza profonda nei confronti di tutte le incarnazioni della cosiddetta “comunità internazionale”. Chi volesse avere un po’ di esempi, dia un’occhiata alle 20 pagine (soprattutto le ultime) della mia dispensa su Gli Stati Uniti – L’ONU. Due giorni fa avevo accennato allo scarso armamento fornito dagli “alleati” ai partigiani italiani: ora aggiungo che questo atteggiamento, e l’ossessione di disarmare subito i combattenti ha provocato ad esempio la tragedia greca del 1944-1947: Rinvio per questo ancora al mio RIVOLUZIONE E GUERRA CIVILE IN GRECIA.

Ma di esempi del genere ce ne sono stati tantissimi nella storia: penso all’intervento degli Stati Uniti a Cuba nel 1898 “per aiutare i poveri cubani in lotta con i colonialisti spagnoli”, che approfittò dell’appoggio generoso dell’esercito ribelle per sconfiggere la Spagna e sottrarle non solo Cuba, ma anche Porto Rico, Filippine e Guam…

A chi scopre ora che la guerra di Libia è “un’invenzione mediatica”, consiglio di leggere come l’appoggio alla rivoluzione cubana era stato preparato negli USA da articoli appassionati sulle atrocità spagnole (vere), ma appena ottenuta la vittoria gli occupanti preferirono appoggiarsi sui militari spagnoli, con cui si intendevano benissimo per affinità di casta, mentre erano inorriditi di vedere tra i capi dell’esercito mambí tanti “negri”… Allora, è vero, non c’era ancora la TV con i combattenti che si mettono in posa fingendo di sparare a un nemico inesistente, ma le foto truccate c’erano già…

Tutte le guerre sono state precedute e accompagnate da intense campagne di stampa che descrivevano atrocità vere o presunte. Nel 1914-1915, per convincere i neutralisti italiani ad accettare la partecipazione alla guerra mondiale, ad esempio, ci furono molti articoli sulle atrocità dei militari tedeschi sui bambini del Belgio, a cui tagliavano le mani… Inutile dire che a guerra finita non si trovò nessun bambino con i moncherini. E proprio la guerra di Libia del 1911 era stata preparata da un’intensa campagna di stampa che presentava quello “scatolone di sabbia” come il paese di Bengodi, che attendeva con ansia l’arrivo dei civilizzatori italiani. Negli archivi de “La Stampa”, del “Corriere della sera” e di altri quotidiani sono state trovate le corrispondenze tra i direttori e gli inviati speciali, per concordare cosa raccontare e cosa tacere. Era prassi corrente già un secolo fa, evidentemente. Quando poi le cose cominciarono ad andare male, con la sorpresa di Sciara Sciat, tutti all’unisono denunciarono la barbarie e il “tradimento” dei libici, con abbondanza di particolari orribili (i nostri bersaglieri torturati ed evirati prima di essere uccisi). Lo stesso era avvenuto quindici anni prima dopo la sconfitta catastrofica di Adua. I giornali erano stati talmente riempiti di denunce di crudeltà inaudite, che quando rientrarono i primi scaglioni di prigionieri liberati furono fatti sbarcare nottetempo a Napoli, per evitare che tutti potessero vedere che stavano bene e non presentavano tracce di sevizie. Lo scopo era di creare un clima di odio contro i barbari ed evitare che si parlasse invece della incredibile impreparazione degli ufficiali italiani aggravata dal disprezzo per l’avversario. È interessante che, dopo il rientro in patria, alcuni degli scampati al massacro di Adua pubblicarono libri di memorie, che contraddicevano clamorosamente quel che era stato raccontato sui giornali. Uno di essi vantava perfino un’avventura amorosa con una principessa etiopica che lo aveva ospitato durante la prigionia…

Anche la prima guerra contro l'Iraq nel 1991 era stata preparata con una raffica di notizie false sulle atrocità compiute dalle scalcagnate truppe di Saddam Hussein nel Kuweit: neonati fatti morire tagliando l'alimentazione delle incubatrici, massacri di ogni genere per tutti i gusti: ad esempio sui giornali sportivi di tutto il mondo apparve la notizia, ugualmente inventata, sull'uccisione dell'intera squadra di calcio del Kuweit... Naturalmente per gli ecologisti, foto di un cormorano immerso nel petrolio versato dal solito Saddam. Poi, a guerra finita si seppe che erano stati i servizi di informazione degli Stati Uniti a confezionare le notizie.

Torniamo alla Libia. È interessante vedere come da un giorno all’altro, su tutti i grandi quotidiani di informazione, ci si è accorti ad un tratto che ci sono state atrocità da una parte e dall’altra (cosa che accade purtroppo ai margini di tutte le lotte, anche per le cause migliori, ma che “si scopre” solo quando si vuole giustificare un intervento “civilizzatore”); soprattutto si parla sempre più del pericolo che le ipotetiche armi chimiche del rais cadano nelle mani di “estremisti”. Ma Scaroni, promettendo una rapida ripresa dell’estrazione di gas, aggiunge: “Certo che lavorare in un paese in cui tutti hanno un arma è difficile”.

E immediatamente Ban Ki Moon annuncia l’imminente invio di una “Forza internazionale di pace” per aiutare il paese a “ristabilire l’ordine”… Probabilmente con incorporati gli agenti speciali di tutte le potenze imperialiste, a cui tutti i giornali attribuiscono ora il merito della vittoria dei ribelli… Ovviamente è possibile che ce ne siano stati alcuni fin dall’inizio, ma se fossero stati così efficienti come li presentano, non si capisce perché la guerra si sarebbe protratta tanto a lungo e con tante vittime innocenti di bombardamenti ben poco intelligenti, come quelli che si stanno scaricando oggi su Sirte, colpevole solo di essere la città natale del colonnello…

Il ruolo dei servizi segreti viene sempre amplificato perché fa colore, la realtà è molto più semplice. Ben più importante è il ruolo dei micidiali e costosissimi strumenti di guerra, di cui non sapremmo nulla se non ci fosse la preziosa “controinformazione” di Manlio Dinucci sul manifesto, o del blog di Antonio Mazzeo, che ho spesso riportato sul sito, e di cui inserisco ora in appendice una nota tecnica sui Predator, molto utile perché segnala anche i costi di questi infernali giochini di cui l’Italia si sta sempre più dotando, come se qualcuno la minacciasse…

(a.m. 27/8/11)

 

Appendice

La guerra segreta dei Predator italiani in Libia

di Antonio Mazzeo

 

Gli analisti statunitensi ne sono più che convinti. I velivoli senza pilota schierati dalla coalizione internazionale per le operazioni di guerra in Libia hanno contribuito in modo rilevante al successo dell’offensiva sferrata dalle forze ribelli contro i santuari del potere del colonnello Gheddafi a Tripoli. Frederic Wehrey, politologo della RAND Corporation ed esperto di conflitti mediorientali, sostiene che la scelta degli obiettivi e gli attacchi delle forze anti-governative sono stati “molto più efficaci e meglio coordinati e controllati”  grazie all’uso di “tecnologia fornita individualmente dagli alleati Nato e al  maggiore sostegno diretto e indiretto dell’alleanza militare”. Un anziano diplomatico della NATO, in forma anonima, ha spiegato alla Cnn che i ribelli sono stati aiutati in particolare dalle “operazioni di intelligence e sorveglianza, intensificatesi nelle ultime settimane di conflitto, grazie all’uso dei velivoli armati senza pilota UAV Predator che hanno individuato, segnalato e colpito occasionalmente gli obiettivi”. Secondo i dati forniti dal Pentagono, le sortite degli aerei UAV statunitensi contro le forze terrestri e le difese aeree libiche sono più che raddoppiate negli ultimi 18 giorni in comparazione al periodo compreso tra l’1 aprile e il 10 agosto scorso (“1,4 attacchi al giorno contro gli 0,6 antecedenti). Principale base operativa dei Predator USA la stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia. 

Alla guerra più o meno occulta dei sofisticatissimi velivoli senza pilota non ha fatto mancare il suo apporto l’Aeronautica militare italiana. Secondo quanto è stato possibile verificare, l’uso dei Predator del modello di ultima generazione “B” avrebbe preso il via tra il 10 e l’11 agosto e sino ad oggi sarebbero state effettuate non meno di tre missioni in Libia. Sotto il controllo del 28° Gruppo “Le Streghe” del 32° Stormo dell’Ami, i Predator sarebbero partiti dalla base di Amendola (Foggia), dove avrebbero fatto rientro a conclusione di missioni di volo durate all’incirca 12 ore ciascuna. “Un velivolo a pilotaggio remoto Predator B è entrato a far parte degli assetti aerei italiani messi a disposizione della NATO per l’operazione Unified Protector  congiuntamente  ai cacciabombardieri “Tornado” ed “AMX”, ai caccia F-16 “Falcon” e agli aerorifornitori KC-767A e KC-130J”, conferma il ministero della Difesa con un comunicato stampa.

Il possibile schieramento in Libia degli UAV italiani era stato annunciato il 29 giugno da Il Sole 24 Ore. “Per superare lo stallo nelle operazioni militari contro le truppe di Gheddafi la NATO potrebbe mettere in campo i velivoli teleguidati dell’Aeronautica militare già tra due settimane in compiti di sorveglianza, intelligence e ricognizione”, riferiva il quotidiano. Fonte autorevole, il colonnello Fabio Giunchi, comandante del 32° Stormo di Amendola, l’unico reparto italiano dotato di velivoli senza pilota (sei Predator modello “A” e due “B”). “Affiancando i due velivoli dello stesso tipo messi in campo dagli statunitensi, che li basano a Sigonella, gli UAS (Unmanmned aerial system) italiani sono in grado di restare in volo sul bersaglio per molte ore esplorando il terreno grazie a telecamere e sensori, individuando i bersagli e “agganciandoli” a favore di missili e bombe dei jet alleati o degli elicotteri da combattimento franco-britannici”, annunciava il colonnello. “Stiamo affinando le ultime preparazioni, al momento i Predator B sono impiegati con compiti di ricognizione ma possono volare armati, se si volesse andare su questa strada. Noi ci auguriamo che accada, perché questo darebbe una maggiore flessibilità di impiego”.

“Proprio in vista delle operazioni di attacco contro target libici – aggiungeva l’estensore dell’inchiesta de Il Sole 24 Ore - l’Aeronautica militare sta per ricevere dalle forze armate statunitensi i kit necessari a imbarcare bombe a guida laser e Gps e missili, le stesse armi impiegate dai velivoli di questo tipo che gli statunitensi impiegano per colpire le basi talebane e di al-Qaeda in Pakistan. Una vera e propria rivoluzione per l’Aeronautica italiana che finora, per motivi squisitamente politici, aveva potuto utilizzare queste macchine senza sfruttarne le capacità d’attacco”. L’“operazione umanitaria” contro l’ex regime alleato di Gheddafi, alla fine, ha consentito di far superare gli ultimi tabù del governo e delle forze politiche di maggioranza e d’opposizione, consentendeno il battesimo di fuoco dei Predator tricolore.

L’MQ-9 Predator B è operativo in Italia dall’estate 2010. Noto negli Stati Uniti come “Reaper”, il velivolo è un’evoluzione del Predator A già utilizzato dall’Ami in Iraq ed Afghanistan. Con una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20, il “Reaper” assicura maggiori prestazioni in termini di raggio d’azione, autonomia di volo (tra le 24 e le 40 ore), velocità (440 Km/h) e carico trasportabile (quasi 1.800 chili contro i 200 dei Predator A). “L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile”, segnalano le riviste specializzate in strumenti di morte. “Si tratterà di missili Hellfire, bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps”. Un “gioiello” che la casa produttrice, la General Atomics Aeronautcal Systems Incorporated di San Diego (California), vende a 10,5 milioni di dollari l’uno, contro i 3,2 milioni dell’esemplare di prima generazione. “La manutenzione dei Predator B sarà gestita per ancora due anni ad Amendola da personale americano della General Atomics”, specifica il sito web Dedalonews. “Entro un anno gli UAV diverranno sei per modello, consentendo al 32° Stormo dell’Aeronautica di gestire in contemporanea fino a tre velivoli, anche dall’altra parte del pianeta. In attesa di diventare nel 2014 la prima base italiana per i nuovi cacciabombardieri Lockheed Martin F-35A, destinati a sostituire prima gli AMX e poi i Tornado, ad Amendola sono in via di ampliamento gli hangar per gli UAV”.

Per consentire ai Predator B di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, il ministero della Difesa ha predisposto la creazione di “corridoi di volo” riservati tra la Puglia, il poligono sperimentale di Salto di Quirra e lo scalo di Decimomannu in Sardegna, le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia e l’isola di Pantelleria. Alcuni di questi “corridoi” sono stati messi a disposizione dei velivoli senza pilota Global Hawks e “Reaper” schierati dalle forze armate USA a Sigonella. I decolli e gli atterraggi degli aerei USA, sempre più numerosi negli ultimi mesi, stanno creando gravi difficoltà al traffico del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa. Ne sanno qualcosa i passeggeri del volo di linea Alitalia “Venezia-Catania” che la mattina del 18 agosto sono stati dirottati a Palermo - Punta Raisi “a causa di intenso traffico militare nell’aeroporto di Sigonella” e costretti poi ad un interminabile viaggio in pulman tra il capoluogo siciliano e Fontanarossa. Alle ore 11.18 del giorno successivo, i piloti degli aerei in partenza o diretti allo scalo etneo hanno ricevuto un NOTAM, l’informazione sull’efficienza dei sistemi di sicurezza dell’aeroporto, che ha imposto una breve sospensione delle operazioni sullo scalo “a causa delle attività di un aereo senza pilota”, presumibilmente un Global Hawk dell’Us Air Force operativo a Sigonella. Fra tre anni gli enormi UAV-spia schierati nella base siciliana potrebbero essere venti. Terribile immaginare cosa accadrà in termini di sicurezza, tenuta delle rotte e puntualità di orari viaggiare da e per la Sicilia orientale.

 



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