Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Ipocrisie e dimenticanze... --> Precisazioni sulla Libia...

Precisazioni sulla Libia...

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Polemiche e precisazioni sulla Libia

… e sulle rivoluzioni

Sono rimasto sorpreso da alcune reazioni ai miei ultimi interventi sulla Libia. A una di queste, fiutata nell’aria da mesi, prima che mi arrivasse come critica esplicita, avevo già tentato di rispondere in aprile, con un articolo su Come non riconoscere una rivoluzione… Ero preoccupato, rientrando in Italia dal Venezuela, di trovare in qualche dibattito un’indulgenza assurda per Gheddafi anche da noi, che pure avremmo dovuto conoscere meglio il ruolo del Rais come complice dell’imperialismo italiano, al di là delle sue rivendicazioni verbali della lotta contro gli occupanti italiani (a cui ovviamente non aveva partecipato personalmente) ogni volta che doveva ricontrattare il prezzo del petrolio e della sua funzione di cane da guardia.

Ero indignato sentendo disprezzare gli insorti perché impreparati e caotici, dimenticando che così sono sempre state le prime iniziative di milizie popolari: anche le prima formazioni dell’Armata Rossa nel 1918 o i battaglioni anarchici nel 1936 in Spagna erano inizialmente poco efficienti. Ma mi colpiva sentirli bollare come fantocci dell’imperialismo. A volte poi venivano derisi per il loro abbigliamento da armata Brancaleone, con gli infradito, e armi leggere che non sapevano usare bene. Mi venivano in mente le bellissime pagine di Guevara sulla difficilissima lotta per disciplinare i giovani e a volte incoscienti ribelli, o quelle dell’esperienza africana sui problemi per far capire ai partigiani congolesi come proteggersi dal nemico. Quanti guasti ha lasciato, anche in chi si crede rivoluzionario, l’ideologia reazionaria dello stalinismo, compresa la sua ricostruzione filmica apologetica (e grottesca) dell’Ottobre, che ne nascondeva assolutamente la complessità e a volte caoticità!

Ora ci si sono messi anche i mass media, che una volta abbattuto o quasi il regime di Gheddafi, hanno cominciato ad attribuirne il merito non solo ai bombardamenti, ma agli agenti segreti delle principali potenze imperialiste. Sui principali quotidiani sono apparse ricostruzioni fantasiose di un perfetto equipaggiamento da 007, dagli stivali agli occhiali speciali, alle armi più sofisticate. Bravissimi in questo due “esperti” come Guido Olimpio e Lorenzo Cremonesi. A me non era venuto in mente neppure per un istante che a questa così spudorata e ingenua operazione propagandistica potesse abboccare qualche compagno, ma da una delle mail ricevute ho capito che mi sbagliavo.

Sia chiaro, non ho nessun dubbio che possa esserci stata una presenza di agenti segreti a Bengasi e anche a Tripoli, ma con un ruolo assolutamente marginale rispetto a quello della generosa masnada di giovani imprudenti, insufficientemente armati e poco addestrati. Tra l’altro, se fossero andati in Libia con quell’equipaggiamento, gli “agenti segreti” sarebbero stati scoperti subito…

In tutte le rivoluzioni ci sono stati agenti di qualche potenza che voleva indirizzare il corso degli eventi: c’erano anche a Pietrogrado e a Mosca nel 1917 (ma anche dopo l’Ottobre…). Trescavano, certo, ma con quali risultati? I processi storici con radici profonde e reali non sono facilmente deviabili. La psicosi complottista, che vede dovunque agenti del nemico, è un altro dei lasciti dello stalinismo. In origine era la spiegazione di ogni evento imbarazzante proposta dai reazionari al potere: lo aveva colto benissimo Alessandro Manzoni immaginando che dei moti del pane di Milano fosse incolpato il candido Renzo Tramaglino, trasformato per l’occasione in agente del re di Francia… Poi questa spiegazione è diventata un patrimonio ideologico della sinistra al potere e dei suoi residuati.

A chi è convinto che l’URSS sia caduta per un complotto del Vaticano e della CIA con Gorbaciov (mi arrivano ogni tanto mail con argomenti di questo tipo inviate in giro da qualche “nostalgico” del socialismo reale che si consola così), è inutile spiegare che agenti di tutte le potenze imperialiste e anche rappresentanti del Vaticano già nel 1917 esistevano ed erano presenti sul campo, ma non hanno ottenuto niente o quasi (al massimo hanno aggravato la sindrome da assedio, che pure qualche fondamento lo aveva), almeno finché l’URSS, sia pur allontanatasi dal progetto originario, ha continuato ad essere accettata e difesa da una parte notevole dei suoi abitanti. Se hanno avuto un ruolo anche loro nel crollo del 1989-1991, è stato solo perché il sistema era ormai completamente marcio.

A rafforzare questa tendenza a vedere tutto quel che accade in Libia come il frutto di manovre imperialiste, c’è anche la scelta di ignorare altre testimonianze sulla complessità dello scontro in atto tra i protagonisti della rivoluzione, riportate ad esempio da vari giornalisti non embedded (ad esempio da Mimmo Càndito, che aveva descritto le magliette col Che, o Guido Ruotolo che parla dei 130 giornali fioriti a Bengasi in questi mesi). Vengono invece riprese ed enfatizzate le classiche balle di guerra come quella del Viagra fornita alle truppe lealiste per incoraggiarle a stuprare. Isolare queste balle serve per ricavare la conclusione che non c’è stata nessuna rivoluzione ma solo un videogame prodotto dagli imperialisti.

Quella dello stupro era una classica balla lanciata prima che da settori del CNT di Bengasi, dallo stesso Gheddafi nei confronti dei ribelli, con il particolare grottesco che le “droghe” sarebbero state distribuite ai giovani ribelli da Al Qaeda nelle bibite… Un’altra frottola classica è stata quella di questi giorni, sulle “amazzoni” di Gheddafi che sarebbero state “costrette” ad arruolarsi, e poi stuprate del Rais. Può anche essere che qualcuna di loro abbia davvero raccontato questa storia inverosimile per alleggerire la sua responsabilità di aver fatto parte di un corpo speciale privilegiato, ma su questa base Marinella Correggia costruisce un articolo sul Manifesto del 30/8 che attribuisce questa ed altre bugie esclusivamente alla propaganda dei ribelli “per nobilitare l’intervento NATO”. Su questa panzana si era buttata in realtà una sedicente psicologa infantile di Bengasi, che aveva sparato molte altre sciocchezze sulla passione di Gheddafi per donne importanti, anche orride, da Condoleezza Rice alla Madeleine Albright. Fesserie analoghe erano state lanciate a suo tempo per interpretare la crudeltà di Saddam Hussein alla luce di presunti abusi subiti in tenera età dal patrigno: su questo avevano farneticato psicanalisti di New York che non lo avevano mai visto se non in fotografia. È evidente che ai margini dei conflitti, ci sono cialtroni che cercano di ricavare soldi o notorietà assecondando i vincitori nella demonizzazione dei vinti. Ma questo fa passare forse Gheddafi o Saddam dalla parte della ragione?

Come avevo sottolineato nei due articoli Libia: chi ha vinto? e soprattutto Nuovi guai per la Libia, la mia preoccupazione principale era smontare una campagna di stampa tendente a preparare l’opinione pubblica europea a un intervento di terra (eventualmente di paesi “islamici moderati”), per disarmare la popolazione e “arginare le violenze”. Preoccupazione che non è condivisa dal Manifesto, evidentemente, se accanto all’articolo unilaterale della Correggia a cui ho accennato, riporta senza allarme in un articolo di Cristina Cecchi sugli “Abusi da entrambe le parti” (che ovviamente ci sono stati e ci sono davvero) un intervento di “un consulente di Human Rights Watch” che conclude: “bisogna evitare che le armi contenute nei depositi … finiscano nelle mani sbagliate”; per questo “raccomanda al CNT di chiedere che le Nazioni Unite siano presenti sul campo per monitorare la situazione”. Io continuo ad essere sempre più allarmato, dato che non c’è mai stato un intervento delle Nazioni Unite che non sia stato a favore dell’imperialismo!

Ho accennato a Saddam, “vittima” certamente di una campagna di denigrazione che doveva giustificare le guerre contro il suo regime, ma pur sempre un criminale. Assurdo schierarsi con lui. Ma questo vale anche per un altro “mostro” creato dai mass media, Slobodan Milosevic, che non era certo l’unico responsabile delle violenze nella ex Jugoslavia, ma non per questo era da assolvere dalle sue responsabilità nell’innesco del conflitto, con il suo assurdo nazionalismo serbo in nome di una battaglia di sei secoli prima, e il suo attacco alla direzione (comunista, allora) del Kosovo, poi a quella moderata di Ibrahim Rugova, per trovarsi alla fine a dover fare i conti con l’UCK, spalleggiato ovviamente con grande cinismo dall’imperialismo.

Quelli che di Milosevic o Saddam hanno fatto una bandiera, e oggi fanno lo stesso con Gheddafi, dimenticano che l’imperialismo sceglie i suoi bersagli non certo in base alla pericolosità del loro antimperialismo,e tantomeno in base ai loro crimini reali, ma soprattutto valutandone la debolezza militare o politica. Per questo scelsero Saddam e non Hafiz al Asad, che era della stessa pasta, ma godeva di maggiori consensi. E certo sono stati molto prudenti nell’affrontare l’Iran, che dava loro più fastidio di Iraq e Siria messe insieme, ma aveva ed ha una forza più temibile. Anche Noriega, loro vecchio collaboratore, è stato additato come mostro di turno, solo perché sapevano che i suoi consensi erano in forte calo per fondate ragioni. Agli USA dava ben più fastidio Cuba, ma sapevano bene che uno sbarco con lo stesso pretesto del narcotraffico (era il tempo del “caso Ochoa”) avrebbe trovato una resistenza fortissima.

Ultima considerazione: credevo di aver contribuito al chiarimento aggiungendo al bell’articolo di Piero Maestri, che ho condiviso al punto di rammaricarmi di non averlo avuto prima di scrivere il mio secondo articolo, che mi sarei volentieri risparmiato, anche quello arrivatomi da Guillermo Almeyra, che mi sembrava utile soprattutto perché molto sintetico. Ma questo ha innescato un’altra protesta da parte di un compagno che mi ha scritto che considerava “un’infamia” l’accostamento tra le nostalgie di una parte della sinistra confusa (despistada, diceva Almeyra, alludendo ovviamente a quella latinoamericana disorientata dall’atteggiamento di Chávez) e il timore manifestato dal governo di Israele di fronte alla ribellione democratica delle masse arabe. Non era un’offesa, ma la costatazione di una certo involontaria ma non meno assurda convergenza: il governo Netanyau ha molte buone ragioni per temere un consolidamento delle rivolte arabe che possa portare alla formazione di Stati democratici decenti e non dittatoriali, che gli impedirebbero di presentarsi ai propri cittadini come un salvatore, tanto più che ha due preoccupazioni ancora più vicine: la contestazione sociale interna, ancora poco politicizzata ma di massa (ha portato in piazza il 6 agosto ben 350.000 manifestanti), e le ripercussioni delle rivolte arabe tra i palestinesi, tradottesi in una forte pressione che ha imposto l’unità tra le varie fazioni. La sinistra latinoamericana avrebbe dovuto accorgersi, e rallegrarsi, di quel che si è cominciato a muovere in un settore delicatissimo per gli equilibri mondiali, e invece si è allarmata. Invece, a parte qualcuno che si è allarmato anche da noi, il grosso di quel che fu un tempo la sinistra italiana, neppure si accorge di quel che accade a Tripoli e Bengasi...

Per concludere. Non dovrei ripetere quel che ho scritto decine di volte: è impossibile prevedere l’esito di una rivoluzione. Moltissimi esempi, a partire dalla Germania del 1918-1919, confermano che la sproporzione tra la consapevolezza del pericolo che hanno le classi dominanti minacciate e l’inesperienza della maggior parte dei rivoluzionari, può facilitare la sconfitta. Ma non è una buona ragione per fare le Cassandre e sedersi ad aspettare l’esito “fatale”. Tanto più se molti di quelli che lavorano per sconfiggere le rivoluzioni arabe, sono nel nostro paese…

(a.m. 30/8/11)

 

P.S Mi domando che altro accadrà dopo la pubblicazione di questo articolo di precisazioni: arriveranno altre proteste? Intanto un tale, che non conosco, mi scrive per spiegarmi che Gilbert Achcar (che conosco invece molto bene da più di trenta anni, avendo militato nella stessa organizzazione, anche se a volte con opinioni in parte diverse) sarebbe un nuovo Kautski, un esponente della “sinistra imperialista”. La prova è che Achcar crederebbe alle cifre sbandierate dai "ribelli" (rigorosamente messi tra virgolette), e non ha “mai sentito parlare di propaganda di guerra”, quindi non capisce che “non c'è la minima prova dei massacri”. Un’accusa grottesca.

Questi presunti “ribelli” sarebbero tutti uguali, e tutti manovrati. Come si spiega allora la protesta di migliaia di persone in piazza a Misurata contro la nomina di un ex generale del regime, Albarrani Shkal, come capo della sicurezza a Tripoli, nel quadro di quell’operazione di recupero dell’esercito che denunciavo, e che era stato segnalata prima di me da Gilbert Achcar, in un articolo che spero possa essere letto presto in italiano…

Inoltre vorrei segnalare un altro dato ignorato da chi vede i ribelli come un blocco omogeneo conservatore: perfino il presidente del CNT Mustafa Abdel Jalil, che certo non rappresenta la sinistra, e che ha non poche macchie sul suo curriculum, ha detto che non vuole una presenza della NATO sul territorio libico. Come minimo significa che nel CNT c’è uno scontro, e che questo organismo non è composto solo da servi dell’imperialismo.

Altra notizia presentata come strana e incomprensibile è la distruzione dell’aereo presidenziale di Gheddafi da parte dei ribelli. Ma come, era tanto bello, imitava l’Air Force One di Obama, con letti matrimoniali e salottini… Invece a me sembra una manifestazione del permanere di una carica rivoluzionaria primitiva ma radicale: nessuno più deve usarlo, non dobbiamo più avere un presidente che erediti i privilegi e il lusso della famiglia Gheddafi. Mi ricorda l’atteggiamento delle rivolte contadine che accompagnarono le due rivoluzioni russe, e che appiccavano il fuoco (“il gallo rosso”) alle ville dei nobili. Luddisti? No, semplicemente volevano evitare che qualcuno se ne impossessasse e diventasse “più eguale degli altri”…

(a.m. 31/8/11)

 




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