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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Dall'Argentina sul nostro debito

Dall'Argentina sul nostro debito

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 Dall’Argentina: annullare il debito dell’Italia

Due testi dall’Argentina, con suggerimenti per l’Italia e gli altri paesi del gruppo dei cosiddetti “pigs”. Il primo è un’intervista fatta il 16/08/2011 da Pablo Waisberg (del giornale Buenos Aires Económico”) a Éric Toussaint, presidente del CADTM (Comitato per l’annullamento del debito del Terzo mondo), il secondo è di Eduardo Lucita, del collettivo argentino degli economisti di sinistra, che nello stesso spirito di Toussaint ricostruisce la vicenda del debito del suo paese, con una più ampia riflessione su ciò che di quell’esperienza può servire all’Italia e agli altri paesi europei schiacciati da un debito odioso.

1 - Éric Toussaint intervistato da Pablo Waisberg

“I direttori delle banche centrali hanno detto che la crisi era sotto controllo, ma mentivano. Questa crisi durerà uno o due decenni”, ha sostenuto Éric Toussaint. La previsione può sembrare azzardata, ma fu lui un anno fa ad assicurare a questo giornale che nel Vecchio Continente si viveva una “situazione esplosiva” e che la profondità delle trasformazioni economiche sarebbe stata pari alla grandezza di queste esplosioni. Anche se sono apparsi gli “indignati” in Spagna e in Grecia, le ferie estive hanno avuto una funzione di valvola di sicurezza, grazie alla quale la mobilitazione sociale in Europa non ha raggiunto il livello di quella del dicembre 2001 in Argentina.

D. Qual è il livello di gravità di questa crisi?

R. Altissimo. È chiaro che i commentatori, i governi e i mezzi della comunicazione dominante, i direttori delle banche centrali, che hanno sostenuto che la situazione era sotto controllo, mentivano in modo evidente. Siamo più o meno nella situazione degli anni ’30: il crac c’era stato nell’ottobre del ’29, ma i crolli delle banche si produssero nel ’33, mentre tra il ’29 e il ’33 i dirigenti degli Stati Uniti assicuravano che tutto era sotto controllo. Siamo entrati in una crisi che durerà un decennio o due.

D. Quali sono le cause?

R. Le misure economiche prese dai governi europei e dagli Stati Uniti negli ultimi quattro anni. La crisi è cominciata nel giugno-luglio del 2007 e ha avuto il suo apice nel 2008 con Lehman Brothers, ma il colpo forte è arrivato in Europa nell’ottobre di quell’anno. Subito dopo gli anelli più deboli della zona euro sono caduti, cominciando dalla Grecia, poi l’Irlanda, e qualche mese fa il Portogallo. Ora sta arrivando in Italia e in Spagna e torna con forza negli Stati Uniti.

D. È una crisi sistemica?

R. È sistemica, ma non terminale. Non c’è una crisi terminale del capitalismo in se. Il capitalismo ha sempre attraversato delle crisi, che fanno parte del suo metabolismo, ma la sua fine sarà il risultato dell’azione cosciente di popoli e governi. Passeremo attraverso periodi di recessione, depressione, una qualche crescita e una nuova caduta.

D. Perché si insiste con le tradizionali ricette di aggiustamento, che non hanno dato risultati nel 2008?

R. Perché la resistenza a queste politiche è stata insufficiente.

D. C’è la possibilità di uscire da questa crisi con un altro tipo di politica?

R. Potrebbe esserci un’uscita alla Roosevelt, con un maggior controllo del credito e misure di disciplina finanziaria per obbligare le banche a separarsi tra quelle di investimento e quelle di risparmio, e anche con un’imposizione fiscale più forte sui redditi più alti, con il conseguente miglioramento delle finanze pubbliche e la riduzione delle disuguaglianze. Ma potrebbe esserci anche una politica più radicale come la nazionalizzazione del settore bancario, e la rinazionalizzazione dei settori economici che sono stati privatizzati in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni. Insieme all’annullamento del debito di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna.

D. Crede possibile una di queste due vie di uscita?

R. Tutto dipende dalle mobilitazioni sociali, che in Europa non hanno raggiunto il livello del dicembre 2001 in Argentina. Per non parlare degli Stati Uniti, nei quali non ci sono grandi mobilitazioni sociali, ma piuttosto un attivismo dell’estrema destra con i Tea Party. Ma mi sembra difficile pensare che negli Stati Uniti la popolazione possa accettare che si approfondisca il neoliberismo: per questo bisogna vedere come si sviluppò la crisi del ’30, in cui le mobilitazioni arrivarono tra il ’35 e il ’36.

Éric Toussaint intervistato da Pablo Waisberg (Buenos Aires Económico, 16/08/2011)

Traduzione di Antonio Moscato

 

 

 

RIFLESSIONI SUL DEBITO DI PORTOGALLO, GRECIA, IRLANDA, SPAGNA, IN BASE ALL’ESPERIENZA ARGENTINA

di Eduardo Lucita[1]

 

 

All’inizio di luglio, veniamo a sapere a Buenos Aires che «l’agenzia di rating Moody’s ha abbassato la valutazione del Portogallo, e che ritiene che la si possa dover abbassare ancora a breve termine, considerando che il paese non otterrebbe altri prestiti sul mercato senza un altro piano di salvataggio». […] Il Portogallo non riesce a rispettare i suoi impegni nei confronti dei prestatori rispetto alla riduzione del suo passivo». […] L’abbassamento della valutazione attesta il rischio crescente che il Portogallo debba ricorrere a un nuovo finanziamento ufficiale» (Clarin, 6 luglio 2011).

Durante il mese di luglio, la situazione del debito in Europa si è aggravata, e il nuovo piano di salvataggio della Grecia non ha attenuato la crisi; viceversa, sembra che tutti concordino sul fatto che si tratti di una soluzione molto transitoria. Al tempo stesso, negli Stati Uniti, democratici e repubblicani sembrano star giocando sull’orlo dell’abisso, senza tener conto dell’impatto sull’economia mondiale. Tutto sta ad indicare che stiamo andando verso una nuova recessione internazionale, localizzata nei paesi del centro.

Queste notizie mi inducono a riflettere sulla crisi del debito portoghese, di cui tutto sta ad indicare che segue il percorso della Grecia. E, se si fa il confronto con quel che ha conosciuto l’Argentina alcuni anni prima, si vedrà che il FMI e la BCE ripetono lo stesso tracciato. Quel che si percepisce da qui è che il “Consenso di Washington”, che ha dettato le sue regole in America latina negli anni Novanta – il decennio neoliberista per eccellenza – sembra si sia spostato in Europa. Socializzare l’esperienza argentina mi sembra quindi utile per i compagni portoghesi e di altri paesi.

 

Il debito argentino era soprattutto con l’estero ed emesso in moneta straniera. La fine del periodo di convertibilità e di valorizzazione finanziaria ha posto termine a questa situazione, consolidatasi con la ristrutturazione del 2005 (a cui si aggiungono i pagamenti in riserve al FMI e ad altri prestatori, e la riapertura dei negoziati connessi alla moratoria) e con un cambiamento nel modello di accumulazione e di riproduzione dei capitali.  Il cambiamento è stato reso possibile grazie al ciclo d’espansione dell’economia che è decollato nel 2003. Siamo attualmente in presenza di un modello d’accumulazione sorto dalle viscere del neoliberismo, che qui trova i suoi limiti e che viene definito «neosviluppismo».

Uno dei mutamenti fondamentali dell’ultimo periodo è che la percentuale del debito interno sul totale del debito pubblico non smette di crescere. Non si tratta di un fenomeno locale: si studia meno il debito interno che non quello estero, ma è noto che il debito interno è molto cresciuto negli ultimi anni in tutti i paesi dell’America latina (soprattutto in Colombia), in Brasile e in Messico.

 

Ristrutturazione produttiva ed egemonia finanziaria

 

In Argentina, il colpo di Stato militare del 1976 coincise con la fine di un ciclo economico a livello mondiale, un ciclo unico nel capitalismo che si estende dal 1945 al 1975 (quello cosiddetto dei “Trenta Gloriosi”) e che in America latina è noto come «sostituzione delle importazioni». Un altro ciclo comincia, in cui il capitale ristruttura i suoi spazi produttivi e di servizi sotto l’egemonia del capitale finanziario. Nella regione, esso prende il nome di «valorizzazione finanziaria», perché è contraddistinto dalle grandi quantità di capitale finanziario che non trovava dove investirsi nel settore produttivo a tassi che garantissero la riproduzione del capitale. L’indebitamento dei paesi è stato allora lo strumento per piazzare questi eccedenti finanziari, non solo in Argentina e nei paesi dell’America latina, ma anche in Africa e in molti dei paesi asiatici.

Quando la dittatura militare usurpò il governo del nostro paese, il debito estero ammontava a circa 8 miliardi di dollari. Sette anni dopo, il governo uscito dalle elezioni si è trovato alla testa di un paese il cui debito raggiungeva i 45 miliardi. In ogni paese, l’indebitamento ha assunto forme specifiche: in Argentina, si è trattato di una Riforma Finanziaria e di altre misure fra cui quella che obbligava le imprese statali a indebitarsi inutilmente. I dollari che sono affluiti hanno partecipato al finanziamento della fuga dei capitali e all’equilibrio dei fondi esteri. E per coronar il tutto, anche le imprese private si sono indebitate, non in vista di investimenti produttivi o per creare posti di lavoro, ma per effettuare depositi all’estero. Alla fine, i debiti privati sono stati statalizzati. E il circolo si chiude con 37 miliardi di nuovo debito… Per la sua origine, il debito può essere classificato come «debito odioso». Ora, in materia c’è una giurisprudenza internazionale.

 

Cambiamenti dei meccanismi dell’indebitamento

 

All’inizio degli anni Ottanta, la crisi del debito investe l’America latina: scoppia dapprima in Messico, in Brasile, poi in Argentina, paesi che annunciano di non essere più in grado di pagare. L’Argentina impose una moratoria di fatto: non la si è annunciata come tale, ma dal 1988 al 1992 non vi sono stati né pagamenti né rifinanziamenti. La situazione ha portato a una politica di Stato da parte degli Stati Uniti, gli Aggiustamenti Strutturali, che troveranno poi la loro definitiva espressione nel Consenso di Washington.

Vi fu dapprima il Piano Baker, il cui obiettivo era quello di salvare la banca commerciale – che ha recuperato il capitale prestato -  tramite meccanismi di capitalizzazione di debito attraverso la privatizzazione generalizzata di imprese e servizi statali. Queste riforme, cosiddette di prima generazione, procedettero molto lentamente, per le resistenze dei governi e delle stesse imprese statali. Per questo l’imperialismo è ricorso al Piano Brady, che segnò l’avvio dell’indebitamento tramite l’emissione di buoni per finanziare i passivi di bilancio, con l’applicazione di misure strutturali come contropartita. I principali attori non erano più gli organismi finanziari, o le banche commerciali, ma i fondi pensione e di investimento, che sono diventati i grandi finanzieri della regione. Durante quel periodo, il debito è aumentato di circa 18 miliardi, raggiungendo i 63 miliardi di dollari. Facciamo notare che la gestione delle crisi greca e portoghese segue in certa misura quella della crisi argentina, con piani di salvataggio e scambi di debito, mentre quest’ultimo continua a crescere.

È poi arrivato il periodo degli anni Novanta, quello della completa egemonia neoliberista, della convertibilità (1 peso = 1 dollaro) e delle privatizzazioni in tempo record. Si partiva dal principio che la vendita del patrimonio pubblico (ossia del capitale sociale accumulato per generazioni) sarebbe servita a pagare una buona parte del debito; si trattava di mera propaganda ufficiale e degli organismi internazionali, perché in quel periodo, e malgrado la vendita di quantità di attivi pubblici, il debito aumentò di 84 miliardi di dollari, raggiungendo i 147 miliardi. Facciamo notare che il debito argentino cresce ulteriormente durante periodi in cui i tassi d’interesse internazionali sono più bassi e in cui vi sono molte liquidità internazionali, così come è dato attualmente osservare.

L’Argentina ha poi attraversato un periodo brevissimo durante il quale c’è stato un altro cambiamento di debito, il Megacanje (megacambio), e un contributo chiamato Blindaje (blindaggio) a presunta protezione dell’economia da situazioni internazionali come quelle attraversate in precedenza, e che non sono serviti che a perpetuare l’agonia e a finanziare la fuga di capitali.  La fine della convertibilità ha chiuso quel nefasto periodo. Durante il periodo di convertibilità, gli anni 1977-1978 sono stati quelli più favorevoli (innalzamento del livello di produzione, del consumo e dell’occupazione), ma a partire dal secondo semestre del 1998 l’economia è entrata in recessione. Praticamente, in 5 anni (metà 1998-metà 2003), il PIL ha perso 19 punti e l’investimento è diminuito di circa il 60%, numerosi negozi e fabbriche hanno chiuso e la disoccupazione è aumentata.

La popolazione in piazza, con i cacerolazos (manifestazioni con pentole per fare rumore battendole) rovesciò il governo eletto (che se ne è andato lasciando 37 morti sulle piazze e per le strade). Il governo provvisorio che gli succedette dichiarò il non pagamento del debito privato (il 54% del totale), mentre continuò a pagare religiosamente il debito con gli organismi finanziari multilaterali, come il FMI. Il non pagamento (in realtà una sospensione unilaterale) durò 38 mesi senza che succedesse niente di grave e senza che i marines ci invadessero. Viceversa, sono stati 38 mesi durante i quali lo Stato ha respirato ed è uscito dall’asfissia finanziaria impostagli dal servizio [l’interesse] del debito, e si è trovato in condizioni migliori per affrontare la crisi economica e sociale. Il governo provvisorio pensava di perseguire un’uscita non ortodossa dalla crisi, con una forte emissione monetaria e la conservazione dell’attività economica, mentre sarebbe uscito lentamente dalla convertibilità. Tuttavia, un colpo fomentato dall’interno stesso del governo, e sostenuto dai settori finanziari che sarebbero stati quelli perdenti di fonte all’uscita economica concepita, insediò un nuovo governo provvisorio.

La prima misura del nuovo governo consistette in una macro-svalutazione che portò la parità del peso a 3,5 rispetto al dollaro, polverizzò i salari gettando nella miseria milioni di argentini con il 24% della forza lavoro disoccupata e il 54% della popolazione in condizioni di povertà. In seguito, invece di destinare ai settori popolari la boccata finanziaria d’ossigeno ricavata dalla sospensione del pagamento di una parte del debito, lo Stato concesse sussidi alle banche e alle imprese di servizi pubblici privatizzate. Si valuta che il costo di quel tipo di misure equivalga a 12 e 14 punti del PIL!

Il mancato pagamento di una parte rilevante del debito permise comunque al governo successivo di Nestor Kirchner, uscito dalle urne 38 mesi dopo, di essere in condizioni migliori per negoziare una riduzione consistente, fin ad allora la più consistente a livello internazionale (si dice che quella sul debito greco potrebbe essere più elevata), di allungare le scadenze del pagamento e di rivedere al ribasso i tassi d’interesse.

Il nuovo governo democratico approfittò delle condizioni internazionali e prese anche misure per riattivare il mercato interno, oltre ad occuparsi della critica situazione sociale facendo forti concessioni al movimento popolare. Estese i piani di sussidio ai disoccupati, ristabilì i contratti collettivi di lavoro (revocati per tutti gli anni Novanta), promosse alcuni aumenti salariali, decretò l’andata in pensione di 2 milioni di persone che normalmente non ci sarebbero potute andare, introdusse sussidi per le tariffe dei servizi pubblici privatizzati, diede impulso alla ripresa economica e alla produzione nazionale. Si è così assistito alla creazione di 5 milioni di posti di lavoro, anche se molti di questi erano precari.

Il nuovo governo eliminò la trattenuta del 12% sul salario dei funzionari, rimborsandola con buoni di Stato, pose dei limiti alle procedure ipotecarie svantaggiose per gli alloggi popolari. Saldò il totale del debito con il FMI con le riserve (cosa che noi abbiamo contestato), senza però uscire dall’organismo, pur non accettando più da allora gli audit annuali del Fondo, né le sue tradizionali raccomandazioni.

Dopo otto anni, l’economia argentina cresce mediamente dell’8% annuo. L’attuale livello del debito resta elevato, ma non ha più il carattere restrittivo di prima, perché  negli ultimi anni l’economia è cresciuta parecchio: essa ha beneficiato dei cambiamenti sul mercato mondiale e delle misure governative in favore del mercato interno; il rapporto debito/PIL è migliorato parecchio. Il governo ha accompagnatole misure economiche con misure politiche quali l’Annullamento delle leggi d’Amnistia e del “Punto finale”, che permisero il rilancio del processo ai militari responsabili del Terrorismo di Stato, alcuni cambiamenti in seno alla Corte Suprema di Giustizia ampiamente richiesti dalla popolazione, di promuovere una politica dei Dirittti umani, ecc.

 

A titolo di conclusione

 

a)      Il non pagamento è perfettamente possibile. Il paese debitore ne ha la possibilità e, in Europa, ci sembra vi sia la concreta possibilità di formare un Club dei paesi debitori che comprenda tutti i paesi periferici, l’Italia (il cui debito arriva al 120% del PIL) e il Belgio (98% del PIL), e di condurre un’azione congiunta che avrebbe parecchia forza. La nostra esperienza ci insegna che il non pagamento non deve andare insieme a una svalutazione, i cui effetti si scaricano sui lavoratori e i settori popolari. In Portogallo, questo non potrebbe verificarsi se non nel caso che il paese uscisse dall’eurozona, ma accanto a una misura di non pagamento questo sembra inadeguato, e implicherebbe una serie di problemi che non conosco bene. Quel che invece è sicuro, è che il non pagamento deve andare insieme a una serie di misure nei confronti delle banche, perché lo Stato disponga di risorse per portare avanti una politica di miglioramenti della competitività internazionale (senza svalutazione) e di protezione della produzione nazionale e del mercato interno. La parola d’ordine è «Salvare i popoli, non le banche

b)      Noi, sinistra argentina, abbiamo sostenuto per anni la parola d’ordine «No al pagamento del debito», che a mio avviso è corretta ma ha scarso effetto a livello politico. In compenso, promuovere l’audit del debito trova maggiore risonanza politica, perché sembra politicamente più ragionevole e questo consente di argomentare meglio verso i/le cittadini/e.

c)      Occorre proporre la sospensione dei pagamenti finché l’audit non ne abbia deciso la loro natura legittima o meno, e che cosa convenga effettivamente pagare o ripudiare. L’audit porrà anche in evidenza i comportamenti dei funzionari locali nel processo di indebitamento fraudolento e incoraggerà azioni legali nei loro confronti.

d)     Il non pagamento o la sospensione unilaterale di pagamenti permette allo Stato di dimostrare una maggiore autonomia economica, ma anche politica, come dimostra il caso argentino. L’attuale livello del debito non ha più il carattere restrittivo di prima, perché l’economia è cresciuta parecchio negli ultimi anni: ha beneficiato dei cambiamenti intercorsi sul mercato mondiale e delle misure in favore del mercato interno prese dal governo; il rapporto debito/PIL, di conseguenza, è molto migliorato

 

[L’articolo di Eduardo Lucita è stato scritto a fine luglio, ma pubblicato l’8 settembre 2011 sul sito del CADTM http://www.cadtm.org. La traduzione è di Titti Pierini.]



[1] Eduardo Lucita è membro del collettivo argentino degli Economisti di Sinistra (EDI)



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