Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Il panico di Israele

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Il terrore di Israele

 

Dopo la crisi con la Turchia, che fu per anni la più preziosa alleata nell’area, la folle politica dei governanti di Israele sta portandoli verso una possibile catastrofe. Avevo sottolineato molte volte quanto fosse infondata la certezza dello Stato sionista di essere eterno e invincibile grazie alla stretta alleanza con quella che è tuttora la più grande potenza militare del mondo, gli Stati Uniti.

«Il rischio per Israele percepito da alcuni intellettuali considerati "traditori", è non solo e non tanto la sua cancellazione da parte di Stati vicini in cui le dittature filoccidentali cosiddette moderate" fossero spazzate via da una rivolta popolare, ma la sua ulteriore involuzione e imbarbarimento», avevo scritto diversi anni fa nella conclusione di un mio lungo articolo Ebrei e palestinesi nella storia: miti e realtà, (il più letto in assoluto sul sito, e ripreso anche da vari altri siti). Anche nella lunga introduzione al libro Israele sull’orlo dell’abisso, pubblicata sul sito col titolo Israele e il sionismo, e in vari articoli più recenti, avevo sempre sottolineato che l’arroganza dei dirigenti sionisti poteva scontrarsi un giorno con un mutamento della politica degli Stati Uniti, che pagano un prezzo molto elevato per il loro sostegno incondizionato allo Stato di Israele. In tutti i miei scritti sugli Stati Uniti, pubblicati nella seconda sezione “I grandi nodi del Novecento”, sottosezione “capitalismo e anticapitalismo”, ho sempre sottolineato alla luce di molte esperienze storiche che un mutamento del genere, pur non facilmente prevedibile, non si può neppure escludere.

A questo non siamo ancora arrivati, ma la primavera araba ha già posto problemi sconvolgenti a Israele e agli stessi Stati Uniti. Chi credeva che bastasse tenersi buoni governanti corrotti come Sadat e Mubaraq o i regnanti giordani colmandoli di “aiuti” di miliardi di dollari, doveva fare i conti con episodi che periodicamente rivelavano che la loro politica di amicizia con Israele non era condivisa da una larghissima maggioranza dei rispettivi popoli. Non alludo solo al fatto che tanto Sadat quanto il primo re Abdullah di Giordania hanno pagato con la vita i loro cinici accordi con i sionisti, ma a molti episodi minori “spiegati” sulla grande stampa internazionale sempre come atti di pura follia, e che avevano invece una logica: tipico ad esempio il poliziotto egiziano che invece di proteggere dei turisti israeliani o creduti tali sparava sul loro pullman...

Oggi, da mesi, c’è di peggio per Israele: la rivoluzione in Egitto, pur lontana dalla vittoria sull’esercito di assassini che Barack Obama ha convinto ad abbandonare Mubaraq e a fingere di schierarsi con la rivoluzione, per mantenere il controllo sul paese chiave del Vicino Oriente, è già capace di non limitarsi a sabotare ogni settimana o quasi il gasdotto che alimenta Israele col gas egiziano venduto sotto costo, ma ha attaccato direttamente l’ambasciata israeliana al Cairo. Tutti i maggiori quotidiani italiani che hanno quasi senza eccezioni le vicende arabe e mediorientali affidate a commentatori “molto amici” di Israele, hanno cercato di addebitare l’assalto agli integralisti islamici. Eppure c’è un dato molto semplice: in tutto il mondo arabo è stato abbastanza facile per l’imperialismo aiutare a instaurarsi dittature complici degli Stati Uniti e quindi ben disposte verso Israele, ma non è stato possibile cancellare in milioni e milioni di persone di tutta l’area lo sdegno per la rapina con cui i dirigenti sionisti, con le complicità statunitensi ed europee (e in forma diversa di tutti i regimi arabi), si sono impossessati prima dell’80% e poi di tutta la Palestina. L’integralismo islamico ha potuto apparire per un po’ il paladino della riscossa araba e della causa palestinese, ma l’entrata in scena delle masse lo ha messo al margine, invano evocato come spauracchio dai dirigenti di Tel Aviv.

Diversi giornali italiani hanno anche intervistato giovani egiziani, rivoluzionari ma “moderati”, realmente preoccupati che dietro l’assalto all’ambasciata ci possa invece essere una manovra dell’esercito per recuperare terreno. Sulla sponda opposta Uri Avnery, antisionista o “non sionista”, comunque “moderato”, con la stessa logica, aveva spiegato sul Manifesto che il missile da Gaza e la ritorsione come al solito “esagerata” di Israele che con i suoi missili “intelligenti” aveva ucciso cinque guardie di frontiera egiziane, avrebbe avuto come retroscena una manovra dei “falchi” di Israele per disorientare il movimento degli “indignati” locali e creare di nuovo il clima di patria in pericolo…

La “patria sionista” è davvero in pericolo, ma per le conseguenze naturali di una politica dissennata, senza bisogno di subdole manovre di 007… E non sarà facile per Israele e i suoi protettori arginare il processo che ha portato alla luce di nuovo in modo clamoroso la contrapposizione netta tra il sentimento anti israeliano delle grandi masse arabe, e la cinica subalternità all’imperialismo e al sionismo di eserciti armatissimi, ma senza altro ruolo che quello di prepararsi a schiacciare le rivolte popolari nel loro paese e in quelli vicini.

(a.m. 11/9/11)