Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Siria, una rivolta eroica

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Siria, una rivolta eroica

 

Sulla Siria si sa poco. Qualche mese fa Il megafonoquotidiano aveva pubblicato un testo dei compagni svizzeri del MPS (Movimento Per il Socialismo), che hanno un’intensa attività internazionalista (http://www.ilmegafonoquotidiano.it/news/fianco-del-popolo-siriano); ora hanno prodotto un altro documento diffuso in occasione della manifestazione di solidarietà con la lotta del popolo siriano, organizzata a Ginevra il 17 settembre 2001. Lo inserisco volentieri nel sito, perché a sinistra sulla Siria spesso si tace, anche se raramente si ha il coraggio di presentare apertamente il regime siriano come vittima di un’aggressione imperialista, come è stato fatto invece in America Latina dai governi “bolivariani”. (a.m. 6/10/11)

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Da sei mesi - dal 15 marzo 2011- un’ampia maggioranza del popolo della Siria, nelle sue diverse componenti, si impegna in una mobilitazione eroica per abbattere la dittatura sanguinaria di Bachar el-Assad e del suo clan.

Questo processo rivoluzionario democratico si iscrive nel contesto della "primavera araba". Una "primavera" nella quale i popoli hanno già abbattuto - o cercano di abbattere-  regimi che sono stati sostenuti per decenni dalle potenze imperialiste occidentali. Proprio quanto, oggi, questi ultimi tentano di far dimenticare. A maggior ragione mentre queste stesse forze stanno tentando di riconfigurare, in nome della democrazia, la loro presenza economica e la loro influenza politica in tutta la regione.

 

Un potere assassino, non riformabile

 

Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, basato in gran Bretagna, durante gli ultimi sei mesi l'apparato repressivo del regime del partito unico, il Baath, ha assassinato non meno di 2.800 persone (più di 3.000 secondo gli oppositori residenti in Siria). Più di 70.000 sono stati arrestati e brutalizzati; 15.000 sono detenute e subiscono odiose torture. Più di 3.000 prigionieri sono "scomparsi". Durante il periodo del Ramadan - nell'agosto 2011 - i militari e la polizia al soldo della dittatura hanno ucciso 473 manifestanti. Il 6 settembre, un giovane militante è stato arrestato a Damasco, con uno dei suoi amici. Il suo nome: Ghiyatar Matar. Era uno degli organizzatori - tra l'altro attraverso le reti sociali - delle manifestazioni pacifiche. Il 10 settembre, il suo corpo è stato reso alla famiglia. Hanno appurato che è stato "torturato a morte". È stato seppellito il 13 settembre a Daraya, vicino a Damasco. La sorte del suo amico Yahya Sharbaji - che aveva militato contro l'intervento americano in Iraq nel 2003, ed era stato imprigionato in passato - è sconosciuta, dopo che è stato incarcerato nell'ospedale militare 601 di Mazzeh a Damasco.

L'8 settembre, in un ospedale di Homs, gli esecutori dei lavori sporchi del regime hanno arrestato diciotto feriti, cinque dei quali mentre si trovavano in sala operatoria. Questa pratica è corrente da diversi mesi: dall'ospedale, i manifestanti feriti sono rapiti e trasferiti nelle prigioni o nelle stazioni di polizia, dove sono torturati. Questo terrore nascosto rivela, in maniera tangibile e sinistra, la natura del potere. Un potere non riformabile.

 

Un odio legittimo

 

La determinazione e il coraggio di chi sfida questo potere despotico, criminale e corrotto ha radici nell'odio legittimo che suscitano le molteplici umiliazioni subite durante numerosi anni. I tiri delle truppe, dette speciali, le manganellate più brutali, gli arresti massicci, le case invase e saccheggiate, la tortura, le aggressioni di delinquenti assassini al soldo del regime, tutto questo apparato repressivo non riesce a minare l'ardore di una popolazione, il cui 55% ha meno di 25 anni. Questo traduce la profondità del rigetto popolare nei confronti di questa tirannia e l’abisso che separa questa autocrazia da un popolo che è diventato, per lei, un autentico bersaglio vivente.

Il terrorismo di Stato, aumentato senza ritegno, è la sola politica che conosce il regime di Bachar el-Assad. Tutte le promesse di "riforme" o "di blocco delle operazioni militari e poliziesche", fatte di interviste caricaturali sulla televisione di Stato e di risposte tardive alle imprecazioni tardive del segretario dell'ONU, Ban Kimoon, non sono altro che intossicazione propagandista.

I crimini quotidiani smentiscono più che mai questo genere di annunci, compresi quelli emessi, il 10 settembre scorso, di fronte al fresco di nomina segretario generale - Nabil al-Arabi - della vile Lega Araba. Una Lega Araba i cui membri sono, in un certo senso, scossi dalla potenza e dalla determinazione di questa lotta popolare anti-dittatoriale.

A questo si aggiunge la recente scelta politica di Bachar el-Assad. Egli ha riunito attorno a se i più grandi specialisti della repressione che furono al servizio di suo padre Hafez el-Assad: Ali Doba, ex-responsabile dei servizi dell'intelligence militare, Muhammad Khouli, ex-direttore dell'intelligence dell'aeronautica.

 

Le forze di una mobilitazione pacifica

 

Una rivolta popolare di queste dimensioni, di fronte a un potere che utilizza tutte le armi a sua disposizione per tentare di spezzarla, necessita un certo grado di organizzazione e una grande intelligenza collettiva.

La rete di Comitati locali di coordinamento non ha cessato di svilupparsi, inizialmente nelle regioni più periferiche, dove la crisi sociale ed economica era più acuta e dove l'infiltrazione poliziesca era più difficile, dato che le persone si conoscono meglio. Se lo sviluppo del movimento è stato più limitato a Damasco e ad Aleppo, non è solo perché il regime dispone di una base e di una clientela più numerosa in queste città. Ma anche perché è più facile compiervi le operazioni combinate di polizia e esercito, e le iniziative di infiltrazione poliziesca, che si poggia su un gran numero di sbirri "anonimi".

Ad ogni modo, il numero di manifestazioni - comprese alcune "manifestazioni volanti", più difficili da reprimere - è aumentato. Questo traduce l'espansione della contestazione radicale del regime. Gli arresti e la repressione - per fare un esempio le persone arrestate e torturate sono liberate, "sotto sorveglianza", in modo da suscitare la paura in un contesto più ampio - non sono riuscite a spezzare la volontà di chi non cessa, con un coraggio straordinario, di rivendicare la partenza del clan Assad e dei suoi complici.

Quanto all'intelligenza collettiva, questa trova la sua espressione nel modo in cui i Comitati locali di coordinamento, il 29 agosto 2011, hanno preso posizione contro le velleità di taluni di prendere le armi o di richiedere un intervento militare esterno. La presa di posizione (pubblicata sul sito Jadaliyya il 31 agosto 2011) del Coordinamento si articola attorno ai seguenti argomenti:

 

- “Possiamo comprendere le ragioni" di tali appelli, ma "rifiutiamo questa posizione dato che la troviamo inaccettabile sul piano politico, nazionale e etico". Inoltre, una tale opzione "indebolirebbe il sostegno popolare e la partecipazione alla rivoluzione". La "militarizzazione" aumenterebbe la "catastrofe umanitaria nello scontro con il regime". E questo metterebbe la rivoluzione su un terreno più favorevole al regime e "ridurrebbe la superiorità morale" acquisita dalla rivoluzione dal suo inizio.

- L'esempio della prima Intifada (iniziata nel dicembre 1987) in Palestina viene presa come riferimento in opposizione alla seconda Intifada "militarizzata". Poi la dichiarazione afferma "È importante notare che il regime siriano e il nemico israeliano utilizzano gli stessi strumenti di fronte alle due ribellioni."

- "L'obiettivo della rivoluzione siriana non si limita ad abbattere il regime. La rivoluzione mira anche a costruire un sistema democratico e delle istituzioni nazionali che salvaguardino la libertà e la dignità del popolo siriano."

- "Il metodo utilizzato per abbattere il regime è un'indicazione di quello che sarà il regime futuro della Siria. Se noi manteniamo delle manifestazioni pacifiche, a cui partecipano le nostre città e i nostri villaggi, i nostri uomini, le nostre donne e i nostri bambini, la possibilità di una democrazia nel nostro paese sarà molto più grande. Se uno scontro militare o un intervento militare prendono forma, sarà quasi impossibile stabilire i fondamenti legittimi per l'avvenire di una Siria di cui potremmo essere fieri."

 

Cedimenti alla periferia del regime

 

L'ampiezza e la durata di questa lotta popolare e pacifica iniziano ad avere un'influenza sui soldati. Le diserzioni cominciano. A inizio settembre, una caccia ai soldati disertori è stata condotta nella località di Khan Cheikhoun,  città a 50 km da Hama; città martire nel 1982 (Hafez el-Assad vi ha fatto massacrare circa 20.000 abitanti) e la cui popolazione è stata bombardata questi ultimi mesi.

Almeno otto soldati sono stati giustiziati a Al Kiswah (a 13 km da Damasco) e nella località vicino a Zabadani perché rifiutavano di sparare sulla popolazione. Il 9 settembre, nel nord del paese, sette soldati sono stati giustiziati perché hanno voluto disertare e raggiungere la rivolta.

Certamente, per ora, il nucleo duro delle forze repressive è integro. Questo tipo di corpo sociale vive - se così si può dire - della repressione e delle operazioni di saccheggio economico proprio a questi tipi di apparati statali.

Infatti, i massacratori del regime sperano che, sotto l'effetto della veemenza repressiva, la disperazione e la rabbia spingano frazioni di militanti a prendere le armi. Questo condurrebbe a un enorme bagno di sangue e a un fallimento della rivoluzione democratica.

Le dimissioni del procuratore generale di Hama, Adnan Mohammed Bakkor, è un altro indice di indebolimento dell'amministrazione e una conferma dell'ampiezza delle uccisioni. In un comunicato del "Comitato dei giuristi siriani per la libertà" sono menzionate le ragioni di questa rinuncia: gli omicidi nelle prigioni; le sepolture anonime in una fossa comune situata in un parco pubblico di Hama di 420 cadaveri; la tortura che ha condotto alla morte di 320 persone. I giuristi domandano ai "membri delle istituzioni giudiziarie di iscrivere con lettere di fuoco il loro nome nelle pagine della lotta del popolo per la libertà facendo appello alla loro coscienza". Poi, sollecitano che il massimo delle informazioni sui crimini del regime siano divulgate (Jadaliyya, 4 settembre 2011).

 

Un obiettivo: abbattere la dittatura

 

Il 15 settembre 2011, a Istanbul, un nuovo Consiglio nazionale siriano è stato creato. Si compone di 140 membri, di cui 70 presenti in Siria. Mira a unificare tutte le componenti dell'opposizione e rivendica "la caduta del regime con tutte le sue ramificazioni". Pare che le esigenze di quelli che combattono nel paese siano meglio prese in considerazione che in occasione di iniziative passate. Una delle figure di questa istanza è Burhan Ghalioum, in esilio a Parigi. Egli si pronuncia per "la formazione di un quadro politico unificato rappresentativo di tutte le correnti politiche e popolari che possano rappresentare la rivoluzione siriana e coordinare le loro azioni nazionali e internazionali".

Più un regime è repressivo, più si afferma la necessità di una vasta alleanza sociale e politica per poter vincere la prima tappa di una rivoluzione democratica: l'abbattimento della dittatura. La semi-paralisi economica mina il regime. Stando alle parole di Buhran Ghalioum  “Damasco è persa per il regime. Gli uomini d'affari iniziano a dissociarsi […] Damasco passerà per tutte le tappe che hanno conosciuto le città di media grandezza […] dove gli abitanti hanno sposato la rivoluzione, indipendentemente dalla loro confessione e dal loro ceto sociale." (Le Monde, 1° settembre 2011).

Le manovre delle diverse potenze imperialiste e regionali per canalizzare la rivoluzione democratica si moltiplicano. Per accrescere la possibilità che le fila più attive dei giovani militanti attivi in Siria possano prendere il loro destino in mano, una solidarietà internazionalista attiva e continua, la più ampia possibile, costituisce un elemento importante.

[traduzione a cura della redazione di “Solidarietà”, giornale del MPS (solidarietà@bluewin.ch) del Canton Ticino].



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