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L’ALBA sul marciapiede sbagliato

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Siria

 L’ALBA sul marciapiede sbagliato

 

Pablo Stefanoni, giornalista ed economista argentino, vive dal 2004 a La Paz dove dirige l’edizione boliviana di Le Monde Diplomatique. Scrive per molti giornali tra cui Clarín (Buenos Aires) e il manifesto, e il settimanale uruguayano Brecha. (Tratto da Rebelión http://www.rebelion.org/)

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Credo necessario essere chiari su questo punto: la presenza a Damasco del ministro Iván Canelas [ministro dell’informazione della Bolivia] per appoggiare la dittatura di Assad è incompatibile con i valori di una sinistra emancipatrice e rinvia alle vecchie tesi della guerra fredda: si appoggia un governo in funzione di considerazioni puramente geopolitiche, senza preoccuparsi di quanto possa essere oppressivo nei confronti del suo popolo, se la sua posizione è in astratto “antimperialista”.

Senza dubbio la presenza in Siria di ministri e cancellieri dell’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América) colloca questo blocco di governi latinoamericani sul marciapiede opposto rispetto alla rivoluzione democratica araba, ai giovani, alle donne e i lavoratori in lotta. Mentre i ministri si riunivano con il dittatore, i proiettili continuavano a raggiungere gli oppositori nelle strade.

Sarebbe utile conoscere le fonti a cui si sono informati gli inviati dell’ALBA per sostenere che tutto è opera di una grande cospirazione mediatica pro imperialista. Forse hanno sentito altre fonti oltre ai funzionari di Assad, alcuni dei quali sicuramente appartenevano alla temuta Mukhabarat, la polizia segreta?

Lo storico e scrittore libanese Fawaz Trabulsi spiega che la ribellione siriana è essenzialmente rurale. “Esiste un rapporto esplosivo tra crescita demografica e disoccupazione, soprattutto nelle campagne”. Gli inviati dell’ALBA hanno percorso queste zone rurali? Sicuramente no. E certo non hanno intervistato Trabulsi, che in un’intervista al giornale Jadaliya (disponibile anche in spagnolo) ha spiegato: “contrariamente alla retorica che presenta la Siria come una forza antimperialista (mumana’a) nella regione, sotto Bashar al-Assad l’economia siriana è stata liberalizzata molto rapidamente e nel peggior modo possibile, con alti livelli di corruzione e di controllo monopolistico. Le industrie produttive che in genere davano lavoro ai giovani sono state ridimensionate e l’economia ora è basata sulla rendita. Senza dubbio ci sono stati alcuni strati di borghesia che ne hanno tratto vantaggi, e un certo benessere ha raggiunto dei settori delle classi medie, ma contemporaneamente c’è stato un aumento costante della povertà e dell’emarginazione delle zone rurali e del settore agricolo.

È per questo che le regioni più povere della Siria erano pronte a mobilitarsi rapidamente… le muove, inoltre, la consapevolezza della discriminazione contro la popolazione sunnita, che è maggioritaria. Li muove un sentimento di rigetto nei confronti di un regime terribilmente repressivo e sanguinario, che li umilia.”

 

Il ministro degli Esteri venezuelano Nicolás Maduro ha parlato di una grande cospirazione mediatica. Io ho ascoltato solo una volta un giornalista della TV siriana (proprio mentre intervistava Chávez alcuni anni fa), e per quel che ricordo di quei pochi minuti, non posso che sorridere al commento di Maduro. E il ministro Canelas avrà guardato almeno cinque minuti di televisione nel suo hotel, insieme al suo traduttore? Se lo avesse fatto avrebbe perlomeno sfumato le sue valutazioni. È vero che sappiamo che un viaggio non basta per vedere tutto: si vede quello che si vuole (o che si deve) vedere.

Dopo l’esperienza del socialismo del XX secolo, e degli sforzi per pensare un socialismo del secolo XXI – che tra l’altro doveva lasciare indietro i legami e le giustificazioni delle esperienze autoritarie – non è poco preoccupante che il blocco che si presume più dinamico della sinistra continentale non sia in grado di evitare l’appoggio a una dittatura, voltando le spalle a migliaia di giovani che col proprio corpo si oppongono alla tirannia, per la dignità e la libertà. E si scontrano con un regime nel quale, come spiega a Le Monde Diplomatique un alto ufficiale dell’esercito, il partito, la burocrazia statale e le forze armate sono oggi subordinati ai servizi di sicurezza.

Ma purtroppo una parte della sinistra continua ad avere per i dittatori un’attrazione “psicopolitica” che spaventa soprattutto quelli come noi, che siamo di sinistra, non pensiamo che i regimi del blocco bolivariano siano dittature, e appoggiamo le riforme in corso. Non mi è piaciuto vedere il nostro ministro e la bandiera boliviana sotto la foto del dittatore siriano. Dato che non sono affatto passato all’opposizione…

Pablo Stefanoni

(traduzione mia, a.m.11/10/11)



Tags: Siria  Assad  ALBA  Venezuela  Bolivia  Stefanoni  

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