Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Che fare dopo il 15 ottobre

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Riflessioni sul 15 ottobre: che fare per riparare i danni?

 

Ho tardato un po’ a inserire un commento alla manifestazione del 15 ottobre, un po’ perché mi ero trattenuto ancora un paio di giorni a Roma, per varie ragioni, tra cui raccogliere altre testimonianze: perché ognuno, quando un corteo è così grande, può vedere solo una parte di quel che accade. A me, ad esempio, i "black bloc" sembravano molto meno di quanto probabilmente siano stati realmente. Aspettavo anche dei commenti più meditati dei mass media, dopo quelli dei primi due giorni che assurdamente attribuivano soprattutto ai No TAV la responsabilità degli incidenti, in modo bipartisan, dal Corriere della sera a Repubblica e a RAI3.

Quando è risultato che dei 12 ragazzi arrestati neanche uno aveva a che fare con la Valdisusa, hanno ripetuto che lì erano stati “addestrati”. Nessuno, su quei giornali, si domandava come fosse possibile che i 6.000 poliziotti vantati da Maroni alla vigilia non fossero stati capaci di prendere che 12 ragazzi, per giunta molto probabilmente estranei alle squadre organizzate.

Intanto sono usciti alcuni commenti molto equilibrati, che riporto qui di seguito, prima di riprendere la mie considerazioni “personali” sull’accaduto. Il primo è di Sinistra critica e mi sembra molto articolato e convincente, il secondo di Giorgio Cremaschi, che respinge nettamente l’assurda proposta di un Di Pietro nostalgico del suo ruolo originario di poliziotto.

 

1)  Il nodo è l'autodeterminazione dei movimenti


Si possono utilizzare sguardi e criteri diversi per descrivere quello che è accaduto a Roma il 15 ottobre e posizionarsi di fronte agli accadimenti. A noi interessa poco il dibattito sui “violenti” o sul “complotto”, sui “cattivi” a cui si contrappongono i “buoni”. Il nostro sguardo e il nostro punto di vista si colloca decisamente dentro al movimento che vogliamo costruire e si preoccupa delle sue potenzialità, della sua crescita, della sua efficacia e, soprattutto, della sua possibilità di decidere democraticamente. Di autodeterminarsi. Questo è il punto che vogliamo mettere al centro di questa riflessione perché, allo stesso tempo, questa possibilità è la grande sconfitta della giornata del 15 ottobre.

1) Le potenzialità del 15 ottobre sono evidenti dai numeri di una manifestazione in grande parte autorganizzata sia pure dal contributo di molte organizzazioni. Organizzazioni, però, che non sono quella “potenza politica” che c’è stata in altri tempi e quindi il numero di coloro che in vario modo hanno sfilato a Roma – 200mila ci sembra la cifra più credibile – dimostra una forza d’urto che è importante registrare e valorizzare. Il contrasto alle politiche messe in campo dai governi liberisti – di centrosinistra e di centrodestra, poco importa – in questo paese continua a essere importante anche se politicamente si colloca in forme diverse o, forse, non si colloca affatto. C’è una massa critica che resiste che costituisce l’anomalia italiana, il segno di un paese che non si è anestetizzato nonostante 17 anni di berlusconismo e, sottolineiamo, di antiberlusconismo deteriore. Da qui occorre ripartire.

2) Cosa ci facciamo con questa potenzialità, cosa avremmo potuto fare se il 15 ottobre fosse andato diversamente? Come si trasforma la disponibilità a lottare in mobilitazione permanente? Questa domanda è importante porsela subito perché aiuta a dare un giudizio non impressionista sui fatti del 15. Una buona componente della manifestazione, tra cui noi con molta determinazione, aveva proposto di chiudere il corteo con una grande accampata: una forma politica che smentisse la ritualità della sfilata e non seguisse facili avanguardismi. A cosa serviva l’accampata? A compiere un atto simbolico di contrapposizione al potere dominante – sia esso il governo o la Banca d’Italia o anche lo stesso Quirinale – a definire uno spazio pubblico di dibattito e autorganizzazione e, quindi, a predisporre i primi meccanismi per la nascita di un movimento vero: organizzato dal basso, autodeterminato, dotato di un programma avanzato. Tutti questi ingredienti, infatti, oggi non esistono. C’è un umore generale, un’incazzatura diffusa, la disponibilità a venire a Roma ma, poi, nei territori, nei luoghi di lavoro, di studio, nei luoghi del non lavoro, nei luoghi migranti manca ancora la densità specifica e tipica di un movimento di massa. Per noi, il 15 ottobre serviva a far germogliare tutto questo.

3) Serviva anche, quella giornata, a offrire uno spazio d’azione utile a coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di un movimento di massa duraturo e efficace: i soggetti reali, gli operai, gli studenti, i precari, le donne, i migranti, i comitati per i beni comuni e così via. Anche qui, se oggi ci sono segnali importanti in questa direzione, quelle soggettività sono troppo spesso rappresentate solo dalle organizzazioni di riferimento: sindacali, qualche volta sociali, in parte partitiche. I soggetti reali non sono ancora i protagonisti e questa resta una priorità di fase che ci porta, con questo spirito, a diffidare della solita forma “parlamentare” di direzione del movimento con riunioni di intergruppi che, se forse andavano bene dieci anni fa a Genova, oggi non riescono a interpretare la fase. Per la natura diversa, a volte contrapposta, dei soggetti in questione, per alcune coazioni a ripetere indigeste e per una forma che pensa di assemblare il molteplice con una dimensione che non rappresenta più tutto quello che si muove. Il 15 è anche una sconfitta di quella dimensione e questo va tenuto in considerazione.

4) L’azione portata avanti dai settori che hanno animato gli scontri costituisce una proposta politica molto chiara e, anche per questo, attrae una porzione di giovani in gran parte precari che non va banalizzata. Tanti giovani si sono uniti agli scontri spesso solo per esprimere la frustrazione che proviene dalla crisi. Ma, appunto, la proposta politica è in larga parte questa: offrire una sede scenica per dare sfogo alla frustrazione. Inscenare scontri e un conflitto a uso delle telecamere per poi farlo rappresentare da un migliaio di giovani "incazzati" non ci sembra però una proposta in grado di reggere nel tempo se non con imprevedibili, quanto controproducenti, escalation. Escalation che abbiamo già visto e che tra i tanti guasti prodotti hanno comportato l'affossamento dei movimenti di massa.

5) La decisione di forzare la situazione ha contraddetto quelle che ci sembrano le priorità fondamentali: la costruzione di un movimento, la sua crescita ed efficacia, la sua autodeterminazione. Il movimento non è riuscito a nascere sabato in piazza, non avrà maggiore facilità a crescere e soprattutto è stato determinato da soggettività che non rispondono a nessuno.

6) In realtà, quello cui abbiamo assistito è stata la stanca replica di un film troppe volte visto negli ultimi decenni. La nascita di un movimento è scambiata per le forme e il gesto estetico di cui si dota; l’autodeterminazione di massa, paziente e complessa, viene aggirata tramite una scorciatoia praticabile da pochi; viene assolutamente minimizzata la difficoltà a riportare su scala locale, sul posto di lavoro, di studio o quant’altro, la dinamica che si sviluppa a livello centrale; il passaggio democratico che richiede tempo e orizzontalità viene bypassato da una scelta elitaria, avanguardista, verticalizzata e, facciamo notare, fondamentalmente maschile.

7) Per questo pensiamo che quanto avvenuto il 15 ottobre, con gravi responsabilità della polizia per il modo irresponsabile con cui è intervenuta in piazza San Giovanni, si ritorce contro il movimento e lo spinge all’indietro, tutto sulla difensiva e in balia di quei settori moderati ed elettoralisti – presenti in forze al suo interno e pronti ad approfittare del 15 ottobre – che in questo contesto recuperano forza e centralità.

8) Noi non ci riconosciamo in queste forme ma solo in quelle che vengono espresse dalla maturità e dalla consapevolezza dei soggetti sociali autodeterminati. I mezzi e il fine vanno accordati e l’unico modo per farlo, l’unica “moralità” che si può riconoscere all’azione politica e quella che proviene dalla democrazia del movimento, dalla sua autodeterminazione e quindi dalla sua autorganizzazione.

9) Questo è il punto che vogliamo proporre davvero alla discussione. L’unico modo per uscire da questa impasse e dalla frustrazione che si registra a livello generalizzato. Il movimento deve saper affrontare le proprie scadenze avendo deciso cosa fare nelle piazze e come difenderlo politicamente, socialmente e materialmente. Per fare questo occorrono modalità che in Italia raramente si sono date visto che la grammatica dei movimenti è stata in larga parte monopolizzata dalla svalorizzazione e dal burocratismo della sinistra istituzionale e dal sostituzionismo di forze "antagoniste" che, a quanto pare, continuano a riproporre lo stesso schema già fallimentare.

10) Proponiamo, dunque, di ripartire dall’indignazione dei soggetti reali, dagli studenti, dai lavoratori, dai precari, dai migranti, dalle donne. Ci impegniamo soprattutto nella costruzione di movimenti reali a partire da questi soggetti Solo questa dimensione può fare davvero la differenza.

11) Rilanciamo l’idea dell’accampamento, ovviamente da reinventare, in forme non estemporanee né calate dall’alto ma come espressione delle lotte di soggetti reali.

12) Pensiamo che la lotta contro la crisi e la sua declinazione politica vada condotta rafforzando l’autorganizzazione, il movimento di massa, la sua disponibilità al conflitto sulla base della capacità di dotarsi di una vera piattaforma di lotta che dica che il debito non lo paghiamo e che per farlo proponiamo un’altra agenda: moratoria unilaterale sul debito pubblico, realizzazione di una banca pubblica nazionale, tassazione fortemente progressiva di rendite e patrimoni, salario minimo, reddito sociale per giovani e precari, riduzione dell’orario di lavoro, riduzione drastica delle spese militari, difesa dei beni comuni contro grandi opere come la Tav, abolizione del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro per i migranti, estensione della democrazia diretta.

13) Siamo scesi in piazza al grido di “a casa non si torna”. Questo slogan, dopo il 15 ottobre, è ancora più attuale.

Esecutivo Nazionale Sinistra Critica - Organizzazione per la Sinistra Anticapitalista

 

 

2)  15 ottobre: un fallimento su cui discutere seriamente.

No a nuove leggi di polizia

 

di Giorgio Cremaschi

 

E’ inutile nasconderlo o minimizzarlo: il 15 ottobre c’è stata in Italia la più grande manifestazione tra quelle realizzate in tutto il mondo ed è finita in un disastro.

Noi, che siamo tra coloro che l’hanno promossa e organizzata, abbiamo il dovere di scusarci con tutte e tutti coloro che sono venuti lì per manifestare e basta. Non siamo stati in grado di garantire ad essi l’esercizio di questo loro diritto. Una minoranza, non è importante quanto vasta, ma comunque nettamente tale, si è impadronita della manifestazione e l’ha trasformata sul piano militare, sul piano mediatico e su quello politico in un'altra cosa.

Questo è per me il punto centrale, poi naturalmente ci sono le singole responsabilità, gli atti di devastazione inaccettabili, così come anche gli scontri in piazza San Giovanni, ove le cariche della polizia hanno finito per coinvolgere tutte e tutti coloro che volevano manifestare. Se vogliamo fare una riflessione politica, dobbiamo sottolineare che questo è stato il senso della giornata: un esproprio di democrazia, coperto dagli scontri, quando doveva essere esattamente il contrario.

Per questo sono contrario a minimizzare, così come respingo le reazioni ipocrite del palazzo. L’Italia è un paese con una democrazia malata, dove nelle istituzioni, nel parlamento, stanno persone incriminate per reati gravissimi, che considerano la magistratura una forza eversiva. L’illegalità in questo paese comincia dall’alto e, senza per questo giustificare nulla, è evidente che questo apre la via alla rottura e alla sfiducia anche violente.

Per questo la risposta non può essere la negazione della realtà. I giovani che sfasciavano tutto, e che hanno aggredito prima di tutto il corteo e la manifestazione, vanno affrontati prima di tutto come un problema politico. Sono assolutamente contrario alla proposta di Di Pietro e Maroni di nuove leggi di polizia, questo sì sarebbe il modo per precipitare in rotture da fine anni Settanta.

E’ evidente che chi ha provocato gli incidenti aveva una totale sfiducia nella funzione e nella efficacia della grande manifestazione. E’ di questo che bisogna discutere, naturalmente con tutto il rigore necessario.

Bisogna che i movimenti sappiano validare con una discussione democratica le scelte che compiono. Bisogna che ci siano le assemblee, le sedi aperte e trasparenti ove si decidono quali sono i criteri e le forme organizzate delle manifestazioni e ove si chiarisce che chi non li rispetta è estraneo ad essa.

Questa è la questione di fondo, rispetto alla quale non ci sono scorciatoie. O sappiamo affrontare questa crisi dei nostri movimenti e delle nostre lotte con un confronto aperto e con una pratica democratica vera, oppure rischiamo di veder travolte la nostra forza e le nostre ragioni. E’ molto facile, di fronte a questa crisi economica, alla disperazione che produce, alla chiusura e alla crisi della nostra democrazia, che cresca lo spazio per azioni di carattere disperato. Se vogliamo impedirlo dobbiamo maturare in fretta e, senza ipocrisie, assumerci la responsabilità dei fallimenti. E il 15 ottobre in Italia lo è stato.

 

Roma, 17 ottobre 2011

 

 

Riflessioni aggiuntive…

La terminologia è diversa, ma le proposte sono convergenti, e partono dal rifiuto non solo delle assurde rivendicazioni della Legge Reale da parte di Di Pietro, ma anche della tentazione di vedere dietro i violenti soltanto le possibili manovre poliziesche, tentazione presente invece spesso nei settori del corteo di provenienza PCI, che non avevano dubbi a gridare “fascisti, fascisti”, con un evidente nostalgia delle posizioni che avevano negli anni Settanta nei confronti dell’autonomia, ma anche dei gruppi della sinistra rivoluzionaria in genere (“chi vi paga?”, era la domanda più frequente).

Va segnalato a questo proposito lo scatenarsi di una valanga di insulti contro il povero Valentino Parlato, che aveva fatto a caldo sul manifesto del 16 un commento magari non molto dialettico ma giusto nella sostanza. Aveva scritto infatti:  

Quella di ieri a Roma è stata una manifestazione storica, il segno di un possibile cambiamento d'epoca. Una manifestazione enorme, rappresentativa di tutto il paese (camminando nel corteo e in piazza si sentivano gli accenti di tutte le regioni italiane). E ancora, una manifestazione che si realizzava in contemporanea con tante altre nel mondo, in Europa e anche negli Usa, tutte concentrate sul cambiamento del modello di sviluppo, a sancire la crisi del liberalcapitalismo. Per dire che così non si può andare avanti, che la politica di oggi è arrivata a un punto morto e che ci vuole un'inversione di rotta, anche dei partiti politici, oggi ridotti alla sopravvivenza di sé stessi.

A Roma ci sono stati anche scontri con la polizia e manifestazioni di violenza. Meglio se non ci fossero state, ma nell'attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici, era inevitabile che ci fossero. Aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati. Sono segni dell'urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile.

La maggior parte dei lettori del manifesto si è indignato, in base a un riflesso condizionato simile a quello dei manifestanti (non molti, per fortuna) che hanno applaudito la polizia o si sono impegnati a fornirle le foto dei “violenti”.  Naturalmente gli infiltrati per conto dei servizi o di una delle tante, troppe polizie che ci sono in Italia, ci potevano essere, come ci sono stati a Genova e in tanti altri casi. Ma il fenomeno a cui si riferiva Parlato, e che ho constatato personalmente, è che ai 200 o 300 ben organizzati e ben attrezzati che hanno cominciato ad attaccare il corteo, o a metterlo in pericolo incendiando auto a due metri da una folla pacifica e impreparata, si sono uniti presto centinaia, forse due o tre migliaia di giovani, che hanno reagito alle cariche della polizia (inefficaci sui violenti organizzati, e pericolose per i manifestanti) bruciando cassonetti o distruggendo un auto. È questo che bisogna capire, è questo il problema da affrontare, senza prestarsi al tentativo di operare una santificazione della polizia e una demonizzazione degli “antagonisti”, ad esempio i centri sociali. Che tra l’altro sono ben diversi tra loro, e che anche in questo caso a volte hanno preso posizioni interessanti. Alludo per esempio a un documento dei centri sociali delle Marche, di cui riporto la parte centrale, estremamente severa verso gli organizzatori degli scontri:

…Dietro i falò del 15 ottobre non abbiamo visto nessuna “rabbia precaria” ma solo un “defilé noir” fatto di facili azioni tutte volte alla propria teatrale rappresentazione. Non abbiamo visto sanzionare i palazzi del potere e della crisi, a meno che in questa dicitura non rientrino alimentari, uffici postali e qualche veicolo familiare. Neppure abbiamo visto qualcuno avviarsi verso i palazzi del potere rompendo i divieti del Ministero dell'Interno: il “defilé” si è svolto tutto lungo il percorso prestabilito ben al riparo da un'esposizione diretta. I cellulari della polizia che tagliano in due il corteo invece li abbiamo visti: ce li siamo trovati proprio addosso mentre il “defilé” si dileguava rapidamente lungo il corteo. Così come abbiamo visto insultare la rabbia vera, diffusa, di precari, lavoratori, disoccupati e studenti, quella stessa rabbia che poi non ha esitato a resistere alle cariche della polizia nel tentativo di impedire la frantumazione del corteo e la sua evacuazione. Dietro i falò del 15 ottobre, secondo i peggiori crismi del peggior ceto politico, c'è stata la volontà di volersi rappresentare, contro ogni legame sociale e di solidarietà all'interno del corteo, tutelando la propria esclusiva incolumità, inseguendo la notizia del giorno dopo ed esprimendo una caricatura “machista” che certo non appartiene alla storia ed alla cultura, seppur estremamente variegata, dei movimenti…

 

Centri Sociali Marche

Ho riportato questo commento anche perché può essere utile per affrontare uno dei compiti che avremo nei prossimi giorni, oltre a quelli di discussione politica per definire democraticamente le scelte del movimento indicati tanto da Sinistra Critica che da Cremaschi: la difesa delle possibili vittime di una caccia all’incendiario orientata verso i centri sociali in generale. La loro demonizzazione a volte è stata difficile da contrastare per la loro abitudine a un linguaggio apparentemente bellicoso (penso a Casarin e alle sue 100 tute bianche che a Genova “dichiaravano guerra al G8”…) che spesso si presta magnificamente all’uso da parte del Maroni di turno.

Ma la migliore difesa per chi è oggi sotto tiro (come i No TAV, principale bersaglio delle veline sui quotidiani di regime) sarà la capacità di respingere il ricatto di Alemanno e Maroni, e assicurare il successo della manifestazione della FIOM che si tenta oggi di bloccare. (a.m. 18/10/11)