Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Bolivia: il prezzo del “capitalismo andino”

Bolivia: il prezzo del “capitalismo andino”

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Bolivia: il prezzo del “capitalismo andino”

 

Avevo segnalato già in settembre il rischio che correva Evo Morales affrontando la protesta delle popolazioni amazzoniche minacciate dall’apertura di una autostrada nella foresta in cui vivevano. Il titolo I No TAV di Evo alludeva al criterio usato nei confronti degli abitanti del Territorio Indígena del Parque Nacional Isidoro Sécure (Tipnis): sono pochi e pretendono di opporsi al progresso generale in nome dei loro interessi particolari e “corporativi”, sono “manipolati”, ecc.

Era già allarmante. Ma la crisi è andata avanti e ha provocato un indebolimento ulteriore di Evo. Ritorno sull’argomento, con un testo sintetico ma molto efficace di Guillermo Almeyra, una documentatissima cronaca di David Lifodi apparsa su www.peacelink.it e un articolo di Alessandro Grandi, Peace Reporter, 17/10/11 http://it.peacereporter.net sul fallimento della consultazione popolare per eleggere magistrati favorevoli al governo. (a.m. 18/10/11)

 

 

BOLIVIA – NEOSVILUPPISMO O ALTERNATIVA AL CAPITALISMO’

Guillermo Almeyra

 

La conquista del governo, grazie a una massiccia sollevazione operaia, contadina e popolare che impone un parlamento a maggioranza indigena e un presidente uru-aymara la cui lingua materna è l’aymara, non cambia il sistema sociale che domina nel paese, l’inserimento nel mercato mondiale capitalistico, né la natura dello Stato. Indipendentemente da tutte le sue importanti ripercussioni sui rapporti di forza tra le classi e gli strati sociali - ossia sul funzionamento dello Stato, che ne è l’espressione – si tratta, naturalmente, soltanto di un momento nel quadro di un processo in cui occorre ogni giorno conquistare nuove trasformazioni sociali, pena ricadere in ciò che le mobilitazioni vogliono appunto cambiare.

Niente è acquisito una volta per tutte, niente è saldamente conquistato e il processo rivoluzionario di fondo non ha sempre lo stesso vigore e la stessa dinamica degli inizi. Il capitalismo provoca infatti, inevitabilmente, la burocratizzazione dei movimenti sociali e della squadra di governo, che può sfuggire ai “pericoli professionali del potere” solo con un tenace sforzo autocritico e di rinnovamento culturale.

Nel caso della Bolivia, si sovrappongono e si intrecciano tre rivoluzioni: quella della decolonizzazione, per i diritti fondamentali delle popolazioni native che sono maggioritarie e per l’uguaglianza di queste con i meticci e i bianchi; quella democratica e antioligarchica, con il pieno godimento, per la maggioranza, dei diritti finora monopolizzati da una minoranza etnica e culturale, e attraverso la realizzazione di uno Stato di diritto; e, infine, in germe, quella anticapitalista, tramite un sistema sociale alternativo, che è presente nella storia boliviana, nella generalizzazione del dualismo di potere, del potere popolare di fronte a quello dello Stato, incluso quando questo disponeva o dispone di un governo maggioritario (come il primo governo del Mnr o quello di Evo Morales).

La prima rivoluzione si basa sul riconoscimento che lo Stato è plurinazionale, e quindi sull’instaurazione costituzionale di una discriminante positiva in favore delle popolazioni originarie, le cui lingue, culture, usi e costumi, giustizia popolare, legislazione e la cui autonomia devono coesistere – con tutta la loro diversità – con la giustizia, la legislazione e l’apparato statale capitalistico, che si proclama repubblicano e considera universali le leggi e le istituzioni che la rivoluzione democratica cerca di imporre. Dato il permanere dello sfruttamento capitalistico dei lavoratori e degli oppressi, da parte del capitale internazionale e dei suoi agenti e soci minori, ad ogni istante ricompaiono i germi della terza rivoluzione, quella anticapitalista, nelle svariate forme degli organismi di potere “dal basso” che nascono come Stato in formazione nei conflitti, scontrandosi con il governo dello Stato centrale, che è guidato dalle necessità dello sviluppo capitalistico e dalle esigenze dell’economia mondiale.

Il governo è costretto a esportare materie prime e prodotti agricoli essenziali per ricavarne divise, che servono al funzionamento dello Stato, a ridurre la miseria e l’ignoranza e alla crescita economica del paese. Conserva quindi una politica “neosviluppista”, estrattivista, e un’agricoltura capitalista d’esportazione che contrasta con la fame di terre dell’agricoltura contadina e con la difesa dei boschi e delle risorse naturali (acqua, legno, biodiversità). Ritiene, ad esempio, che sia logico e legale che i pochi dirigenti di una multinazionale mineraria o petrolifera danneggino seriamente l’ambiente che appartiene a tutti, ma non che diecimila indigeni, con il loro modo di vivere non capitalista, si oppongano al tracciato di un’autostrada internazionale che ne distruggerà il territorio, contrapponendo ad essi il consenso dei taglialegna, dei coltivatori di coca, dei piccoli commercianti, dei funzionari e dei ceti medi meticci o indigeni delle zone inglobate, su questo piano, nel capitalismo, in favore degli imprenditori brasiliani. Cosicché, per il governo di aymara e meticci integrati, i guaraní sono “selvaggi” che vanno ignorati o repressi o, peggio ancora, li si ritiene talmente arretrati da lasciarsi regolarmente manipolare dagli Stati Uniti o dai proprietari terrieri. È questo il prezzo del teorizzare, come ha fatto il vicepresidente boliviano [Álvaro García Linera], la creazione di un “capitalismo andino”, e cioè di fatto un’incipiente borghesia aymara che sfrutta barbaramente la manodopera familiare e il lavoro semischiavistico per garantirsi un’accumulazione primitiva capitalistica, d’accordo con i dirigenti dei movimenti sociali (il Mas), che di fatto soppiantano gli ayllu comunitari [il nucleo politico-sociale originario delle comunità andine], per cui questi attraversano un processo di disgregazione a causa dell’emarginazione e dell’urbanizzazione. Chi lavora alla costruzione di un capitalismo nazionale diverso, sbarra la strada a un’alternativa al capitalismo e perpetua nel proprio paese la dipendenza, lo sfruttamento, la disuguaglianza, l’arretratezza.

Come è impossibile cancellare dalla carta geografica le popolazioni orientali originarie, e meno ancora creare una riserva naturale in una parte del Tipnis [Territorio indigeno del parco nazionale Isiboro Sécure] perché questi vi vivano in un’area protetta come quelle per  gli elefanti o i rinoceronti del Kenya, non vi è altra alternativa che rispettare la Costituzione, accettare la volontà delle popolazioni guaraní, che non sono state previamente consultate sul tracciato dell’autostrada, e modificare il tracciato del progetto per salvaguardare il Tipnis.

Un’alternativa alle imposizioni economiche, politiche e ideologiche del capitalismo è impossibile senza la partecipazione cosciente e spontanea degli indigeni e degli indigeni-contadini, i quali si devono sentire protagonisti del cambiamento e crescere con questo in una visione solidale e su scala più ampia del proprio territorio, partecipi della costruzione dell’unità delle autonomie e delle diversità.

Guillermo Almeyra

[Traduzione di Titti Pierini]

 

* * *

Continua il dibattito in seguito alla repressione della polizia

Tipnis boliviano: prosegue la marcia indigena

Nominati i nuovi ministri agli Interni e alla Difesa

David Lifodi per www.peacelink.it (4 ottobre 2011 )

 

Sono ormai trascorsi alcuni giorni dalla repressione poliziesca nei confronti della marcia indigena che protestava contro la costruzione di un’autostrada all’interno del Territorio Indígena del Parque Nacional Isiboro Sécure (Tipnis), eppure l’argomento continua a tenere banco in tutto il paese, tra le dichiarazioni di Evo Morales e del vicepresidente Álvaro García Linera, il rimpasto di governo e le dichiarazioni di alcuni militari in servizio proprio a San Miguel de Chaparina (dipartimento del Beni), luogo degli scontri.

Se la marcia indigena, partita lo scorso 15 agosto con l’obiettivo di raggiungere la capitale La Paz, ha ripreso il cammino con circa 1.200 partecipanti, vanno segnalate le dichiarazioni di alcuni poliziotti protagonisti della repressione rilasciate a Radio Erbol. Tutti gli intervistati hanno spiegato che l’ordine principale era chiaro da giorni: “Que no pase la marcha” [La marcia non deve passare”]. Oltre al blocco della marcia a qualsiasi costo, altri forniscono spiegazioni più documentate. Sembra che l’ok all’attacco nei confronti della carovana indigena sia divenuto operativo in seguito al “sequestro” di David Choquehuanca. Sabato 23 Settembre il ministro degli Esteri era stato costretto a percorrere alcuni chilometri della marcia dalle donne indigene: da qui la scelta di sbarrare la strada ai manifestanti, su ordine dell’ormai ex ministro degli Interni Sacha Llorenti, che aveva spedito sul campo il suo vice, Marcos Farfán (anche lui dimessosi), a rendere operativo il comando. Il corto circuito sulle responsabilità dell’attacco alla marcia prosegue tuttora. Altri militari spiegano che, dopo avere eseguito l’ordine di reprimere gli indigeni in corteo, adesso si sentono abbandonati dallo Stato: “Veniamo a sapere che nessuno ha ordinato di fermare la marcia, si parla già di processi nei nostri confronti e siamo stati abbandonati a noi stessi”. Abbandonati non solo dal punto di vista dell’appoggio governativo, ma anche lasciati soli nel senso letterale del termine: un centinaio di poliziotti sarebbe stato costretto a tornare autonomamente a La Paz con mezzi propri e senza viveri di alcun genere.

Nel frattempo, le dimissioni a catena nel governo di Evo hanno costretto il presidente ad effettuare due pronte sostituzioni. Al Ministero della Difesa Rubén Aldo Saavedra Soto (già delegato del governo per le rivendicazioni relative all’accesso al mare) rimpiazzerà Cecilia Chacón, mentre il viceministro del coordinamento governativo, Wilfredo Chávez, siederà sulla poltrona del Ministero degli Interni, quella del dimissionario Sacha Llorenti.

In un articolo di riflessione sulla mobilitazione contro il Tipnis, pubblicato sull’edizione on-line di Alainet-America Latina en Movimiento, Raúl Zibechi, uno dei più acuti osservatori della realtà sociale latinoamericana, ha scritto che “non è facile incontrare un movimento popolare capace di mobilitarsi nei confronti di un governo composto da persone del suo stesso sangue, quello indio, e, al tempo stesso, non è così scontato che un presidente chieda più volte scusa di fronte al suo popolo per quella che è stata un’azione criminale”. Proprio per questo risulta sconcertante e difficile da comprendere, per tutti coloro che avevano salutato con grande speranza l’elezione di Evo a Palacio Quemado, dover scrivere di fatti simili. E brucia, tuttora, dover riportare le pesanti dichiarazioni dello stesso Morales, e di Álvaro García Linera, su cui molti riponevano (e nonostante tutto si augurano tuttora di poter continuare a riporre) le speranze di una primavera latinoamericana e di un paese finalmente non più schiavo della grande finanza internazionale e degli Stati Uniti.

Forse è proprio la sindrome di assedio del potente vicino a stelle e strisce ad indirizzare le esternazioni, comunque assai discutibili, del presidente e del suo vice. E’ vero che Evo non ha mai giustificato la repressione nei confronti della marcia, ma è anche tornato ad attaccare con forza alcuni mezzi di comunicazione sociale sui quali sembra assai remota una possibilità di manipolazione da parte di eventuali infiltrati Usa o delle destre, che peraltro hanno tutto l’interesse a trarre vantaggio dalla confusione regnante in seno al governo. Dello stesso tenore le interviste rilasciate da Álvaro García Linera, che insiste sulla messa in atto di un complotto mediatico contro il governo.

Già a Giugno, in una lettera firmata da numerose personalità legate ai movimenti sociali e capeggiata da Oscar Oliveira, uno dei principali animatori delle lotte per l’acqua a Cochabamba, si esprimevano forti perplessità sul processo di cambiamento in corso in Bolivia: si chiedeva al governo per quale motivo fosse stata abbandonata la costruzione dello stato plurinazionale, si nutrivano forti perplessità sulla deriva estrattivista dell’esecutivo, infine si denunciava una fase di stallo nel processo di costruzione di una reale democrazia partecipativa.

Lo stesso Movimiento al Socialismo (Mas) ha dovuto registrare, nel tempo, l’abbandono di molti sostenitori della prima ora, fino alla nascita del Movimiento Sin Miedo (Msm) ad opera di un gruppo di fuoriusciti. Proprio grazie ad un lavoro di controinformazione ad opera dell’Msm, è stato denunciato che il contratto in relazione alla costruzione dell’autostrada all’interno del Tipnis, incluso il collegamento Villa Tunari-San Ignacio de Moxos, violerebbe la Costituzione boliviana. Una delle clausole del contratto (firmato nel 2009 da Morales e dall’allora presidente brasiliano Lula) autorizza infatti la risoluzione di eventuali controversie in merito all’opera in tribunali brasiliani, mentre il secondo paragrafo dell’articolo 320 della carta boliviana recita: “Tutti gli investimenti stranieri saranno sottoposti alla giurisdizione, alle leggi e alle autorità boliviane”. Inoltre, il Msm denuncia le cifre astronomiche per la costruzione dell’autostrada: 1,3 milioni di dollari per ogni chilometro costruito, senza alcun obbligo di asfaltatura e manutenzione per cinque anni da parte dell’impresa brasiliana Oas, vincitrice dell’appalto.

Il Brasile, per il momento, ha deciso, tramite il Banco Nacional de Desenvolvimento Econômico e Social, di sospendere i finanziamenti finché da La Paz non giungeranno garanzie sufficienti in merito alla ripresa dei lavori; ma il gigante verdeoro presto tornerà all’attacco, desideroso di sfruttare l’autostrada interna al Tipnis per costruire un corridoio interoceanico in grado di velocizzare il trasporto delle sue merci sulle sponde del Pacifico attraversando proprio la Bolivia.

Da Palacio Quemado giungono dichiarazioni contrastanti. Da un lato Morales ha garantito la sua intenzione di far svolgere una consultazione popolare sul tema ed ha cercato di riannodare i fili del dialogo con gli indigeni in marcia, dall’altra García Linera segnala che saranno prese in considerazione le osservazioni dei popoli che abitano sul territorio interessato dal progetto, ma non sarà effettuato alcun referendum.

Nel frattempo i marciatori, sulla strada che porta verso La Paz, hanno chiesto al governo di emanare una legge che annulli in via definitiva il progetto di costruzione dell’autostrada, condizione principale per tornare ad un dialogo che sembra assai difficile da realizzarsi: una contromarcia favorevole all’opera e organizzata dal Mas potrebbe essere organizzata a breve a La Paz e rischierebbe di far esplodere definitivamente le contraddizioni interne al governo.

 

(Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore: David Lifodi per www.peacelink.it (4 ottobre 2011 )

 

 

L’articolo di David Lifodi si concludeva con la previsione di possibili nuove difficoltà per il governo, nel caso si fosse tentato di organizzare una marcia di contadini favorevoli al governo e quindi pronti a difendere l’autostrada. La marcia c’è stata, ma non ha avuto nessun effetto. I problemi sono venuti da un’altra parte: un referendum voluto da Evo Morales per scegliere dei magistrati favorevoli al governo, ricalcando un’iniziativa altrettanto discutibile di Correa. Su questo riporto un articolo di Alessandro Grandi per Peacereporter.

 

Bolivia: Il referendum per la scelta dei magistrati è risultato un fallimento

Alessandro Grandi, Peace Reporter, 17/10/11

 

Il referendum svolto in Bolivia che doveva far eleggere ai cittadini 56 magistrati è stato un fallimento, almeno per lo schieramento politico che sostiene il presidente Evo Morales, fervente sostenitore della consultazione popolare.

Una batosta come mai s'era vista prima per il presidente indio che in questa circostanza non è riuscito a compattare la sua base. In effetti l'opposizione politica aveva insistito molto su questo referendum e aveva chiesto alla popolazione di votare 'nullo' o 'bianco'.

E così è stato: 42 % di voti nulli (si arriva oltre il 60 % con quelli ‘bianchi’), e 40 % validi. Morales è andato sotto e la sua popolarità non è mai stata così bassa.

Uno dei motivi principali di questa sconfitta è stato il lungo tira e molla fra il governo e le comunità indigene che protestavano contro la costruzione di una strada che avrebbe tagliato in due l'area naturalistica di Isidoro Sécure, molto importante nel Paese. Gli indios si erano messi in marcia con l'intento di arrivare alla capitale e bloccare la decisone già presa. C'erano stati scontri e la polizia aveva represso con la forza le manifestazioni di protesta. Il presidente era stato costretto a chiedere scusa agli indios per la violenza messa in campo dalle forze dell'ordine e il governo alcuni giorni fa ha deciso di mettere un freno alla costruzione dell'arteria stradale (un progetto da 420 milioni di dollari).

Forse questo non è stato sufficiente a rinsaldare i rapporti con le comunità indigene, la sua vera forza durante tutto il mandato, e se è vero che i risultati finali si sapranno solo fra due settimane è difficile immaginare che gli exit-poll possano sbagliare di tanto.

Gli oltre 5 milioni di elettori, però, si sono espressi, anche se la scheda elettorale era davvero improbabile: 90 centimetri per 50 di foglio pieno zeppo di nomi e volti, ben 116. Nomi che secondo gli esperti politici boliviani nel 60 percento dei casi sono legati a "militanza politica e ideologica" e sarebbero stati scelti dall'Assemblea Legislativa Plurinacional che lo avrebbe fatto con diversi vizi di origine Costituzionale. "Avremmo rischiato di avere una giustizia non imparziale ma sottomessa. Questa tornata elettorale ha un grande valore politico e a mio avviso viola i principi democratici e costituzionali boliviano" dice l'ex magistrato e attuale presidente dell'ordine del Colegio de Abogados di Cochabamba, Josè Antonio Rivera.

"E' una brutta faccenda - dice Rolando Flores notista politico dell'Agenzia Fides - per Morales che oggi oltre ai grattacapi che potrebbe dargli l'opposizione deve vedersela anche con i suoi. Ha poco da essere soddisfatto. La partecipazione elettorale è altissima perché nel nostro Paese è obbligatorio votare ma è una sconfitta evidente. Non sono bastate le scuse agli indios e nemmeno il fatto che si sia reso conto che l'informazione relativa al referendum non è stata delle migliori".

Uno dei leader di Union Nacional, Samuel Doria Medina, ha definito la sconfitta elettorale di Morales "chiara e contundente e deve tenere conto del risultato elettorale".

Le critiche verso il presidente piovono anche dal centrosinistra. "Il Paese si è espresso contro una gestione caratterizzata dall'autoritarismo e dall'inefficienza" ha detto il capo del movimento di centrosinistra "sin Miedo" Juan del Granado.

Alessandro Grandi, Peace Reporter, 17/10/11 http://it.peacereporter.net



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