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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Chaguaceda: Cuba tra malesseri e sogni

Chaguaceda: Cuba tra malesseri e sogni

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MEZZI DI COMUNICAZIONE E SFERE PUBBLICHE:

TRA I MALESSERI E I SOGNI

Armando Chaguaceda

 

«La libertà è sempre e soltanto libertà per chi la pensa in modo diverso»

Rosa Luxemburg, Critica della

rivoluzione russa (1918)

 

Alcuni mesi fa, durante la mia permanenza estiva all’Avana, due episodi mi hanno indotto a riflettere di nuovo sulla precarietà della sfera pubblica cubana. Da un lato, sono stato abbordato da agenti governativi, che hanno messo in discussione la mia collaborazione con organi di stampa della comunità cubana emigrata – da loro definiti “strumenti del nemico” – che, secondo loro, ricavavano prestigio grazie alla mia firma. Quasi simultaneamente, ho trovato nella mia posta una comunicazione, spedita a una catena di contatti, in cui un intellettuale liberale, animatore all’Avana di un foro di discussione di spicco, riferiva su un’ipotetica costruzione, da parte delle autorità cubane, di un’opposizione di sinistra di cui facevano parte diversi amici e progetti alternativi, il cui comportamento rispetto ed affianco.

Di fronte a queste posizioni ho deciso che la risposta peggiore sarebbe stato il silenzio. Nel primo caso, ho spiegato ai miei interlocutori che non si possono giudicare i contenuti di una posizione in base all’organo in cui uno le espone, perché, in quest’ottica, risulterebbe censurabile la diffusione da parte di Cuba di annunci per la liberazione dei “I cinque” in mezzi di stampa egemoni degli Stati Uniti, scelta che consideravo perfettamente legittima oltre che intelligente. Nel secondo caso, ho fatto sapere, via e-mail a un membro di quel sito, il mio allarme per un simile procedimento.

Tiro in ballo questi due episodi che mi tornano in mente ora che i colleghi di Espacio Laical mi invitano a condividere una riflessione sul presente e il futuro dei mezzi di comunicazione a Cuba. Entrambe le situazioni sono rivelatrici di due tratti (la calunnia e il sospetto) che attraversano in maniera costitutiva la sfera pubblica nostrana ed acuiscono le carenze materiali e culturali che ne consacrano la precarietà. Riflettendo sulla loro natura conflittuale, essendo io un profano negli studi di scienza della comunicazione, mi sembra utile contribuire con una visione maggiormente connessa alla dimensione e all’analisi della sfera pubblica, le cui radici sociologiche collocano la questione nel mio campo di studi. Spero sia un contributo che alimenti lo sforzo dignitoso di questa rivista in momenti in cui si ridefiniscono i destini nazionali, mentre le migliori energie di tutti i cubani dovrebbero convergere senza inciampi – e senza che esso si riduca a finte riconciliazioni – nella soluzione della crisi strutturale del modello in vigore.

 

1.                  La prima cosa che voglio porre in rilievo è che i problemi dei mezzi di comunicazione (e, in senso lato, della sfera pubblica) non si possono affrontare esclusivamente a partire dalla deontologia, dall’estetica o dalla amministrazione.

2.                  Anche se produrre una stampa più verace, attraente ed efficace interessa la maggioranza dei cittadini, la forma concreta in cui queste domande si materializzano dipende – in un’istanza non così ultima – dal tipo di rapporti media-potere e dalle asimmetrie che esistono tra i vari soggetti che conformano la società e le strutture statali. Parlare dei media e dei loro problemi significa allora parlare di trasformazione democratica, di controlli sociali e di ideologie, significa parlare di politica.

3.                  Ricordarlo è pertinente, perché parlare di sfera pubblica (come concetto sociologico ampio che include la dimensione dei media), anche in senso normativo, significa parlare di quello spazio di interazione tra individui attivi, spontaneamente riuniti e contenuti nei presupposti etici della politica, strutturalmente indipendente dallo Stato, ma ad esso collegato tramite processi di presa di decisioni e di monitoraggio dell’operato dei governanti. In questo spazio si scambiano opinioni, si esprimono giudizi, si pongono domande e si stabiliscono accordi, oltre al fatto che tramite i mezzi di comunicazione di massa si riceve, interpreta e produce informazione.

4.                  Un paese come Cuba, dove quasi tutto quel che si riferisce all’iniziativa pubblica si immagina e si definisce in rapporto allo Stato (non foss’altro che per elogiarlo o maledirlo), l’esistenza di una sfera contigua risulta, dal punto di vista pratico e gnoseologico, una questione problematica. Cosicché, per cittadini, funzionari ed accademici, considerare possibile la realizzazione di un simile concetto può suggerire che chi lo postula debba essere adeguatamente trasferito in manicomio.

Sul tema, esistono pubblicazioni di valore, ma scarse, e contengono insieme un inventario del disastro (che espone quanto costituisce un attentato contro la sfera pubblica in un regime socialista di Stato come quello vigente) e suggerimenti promettenti che delineano un “mondo migliore possibile” e un dibattito che ritengo il migliore esempio di polemica su temi relativi alla sfera pubblica, alla democrazia e alla partecipazione che ci sia stato negli ultimi anni nell’Isola.

5.                  Varrebbe la pena di diffondere, per il pubblico interessato, alcune inchieste esistenti (ad esempio quelle effettuate da studenti non ancora laureati o della specializzazione post-laurea della facoltà di Comunicazione dell’Università dell’Avana), in cui si analizzano tappe, processi ed istanze che influiscono sui media del paese.

Naturalmente, l’analisi della categoria “sfera pubblica”, riferita a spazi concreti, evidenzia i limiti normativi del concetto e della sua utilità nel render conto di pratiche emergenti; riflette la tensione permanente tra le potenzialità di democratizzazione del dialogo e della critica e allude alla capacità di riproduzione dei sistemi. Come si sa, non tutte le sfere pubbliche reali sono democratiche, poiché le disuguaglianze culturali e materiali determinano la differenziazione strutturale tra i pubblici e le rispettive capacità, per cui si creano rapporti di dipendenza e di subordinazione e si effettuano ingerenze da parte dello Stato, Per questo è indispensabile “ancorare” il concetto a specifici contesti e soggetti e, a partire di là, capire i processi cui si allude.

La sfera pubblica, come fenomeno sociologico, ha dimensioni macro, medie e micro. Al livello superiore (o globale) poniamo una macrosfera pubblica (Olvera, 1999), costituita dai mezzi di comunicazione di massa complessivi (agenzie, televisione via cavo, Internet), i Fori multilaterali, le reti di Ong e dei movimenti transnazionali. Nel caso cubano, l’impatto di questa macrosfera è relativamente limitato a pubblici ridotti, dato lo scarso accesso a Internet della popolazione, il controllo che rimane sulla televisione via cavo – che si estende a monopoli privati come Cnn o anche a imprese di natura pubblica, legate a governi progressisti, come Telesur – e le capacità statali di regolamentare gli interscambi (viaggi e comunicazioni) dei cittadini con l’estero, e la restrittiva politica migratoria tuttora vigente. Ciò nonostante, la diffusione di idee e informazioni, così come l’articolazione di reti tra individui e collettività varie - tipiche di questa macrosfera pubblica – investe a Cuba in misura crescente soggetti e processi che possiamo collocare in una microsfera pubblica, cui accenneremo più avanti.

Mentre, su scala nazionale, esiste una mesosfera pubblica (o, più precisamente, statale) costituita dai mezzi di comunicazione nazionale, il sistema scolastico e culturale (Olvera, 1999), che nel nostro paese è organicamente legato all’apparato ideologico del partito e alle sue ramificazioni e influenze nelle varie agenzie e politiche dello Stato. In questa categoria, troviamo le maggiori disponibilità di risorse materiali e umane, ma anche le ingenti difficoltà che limitano il costituirsi e dispiegarsi di una vera e propria sfera pubblica nella Cuba attuale. Consultati per questo lavoro, vari professionisti in carica (giornalisti di mezzi di comunicazione ufficiali e docenti delle specializzazioni in Comunicazione) ci hanno fornito la loro valutazione sugli elementi che ritenevano “Problemi” e sull’insieme di cambiamenti (individuati come “Immagini di Futuro”) che potrebbero contribuire a risolvere.

6. Condividiamo alcune delle loro percezioni essenziali. Tra i “Problemi” spicca un consenso tra le persone consultate sulla mancanza di autonomia dei collettivi dei giornalisti nello stabilire la loro agenda. Questo dipende, da un lato, dal “pesante controllo delle loro funzioni ad opera del Dipartimento ideologico del Comitato centrale del Partito e di altri alti funzionari politici, che orientano, censurano e rallentano quel che si pubblica”. Questo implica un’identificazione pressoché automatica di tante cose che si pubblicano e si considerano “posizioni ufficiali, che danno vita a una retro-alimentazione perversa che rafforza il controllo su quanto pubblicato.

A un livello di gerarchia inferiore, affrontando i legami di istituzioni e di singoli funzionari con i giornalisti, si conserva “una mancanza di rispetto e una prepotenza delle fonti che negano, rendono parziale o abbandonano al capriccio l’informazione per timore di repressioni dall’alto”, cosa che si trasforma in alibi per bloccare la denuncia in casi di cattivo esercizio delle proprie funzioni o di corruzione, anche in quelli in cui risulta che funzionario che commette l’illecito contravviene alle direttive emanate dal potere centrale. Tutto questo porta come conseguenza “una poderosa e sintomatica autocensura generalizzata, che, coscientemente o meno, limita al minimo l’esercizio della critica in qualunque sua variante e privilegia il discorso apologetico”.

Il convergere di questi tre livelli di influenza e di controllo sui mezzi di comunicazione di massa (e i protagonisti di questi) comporta, secondo un giornalista “la perdita quasi assoluta di competitività tra i vari mezzi di comunicazione di massa, per essere più attraenti e per offrire informazione migliore”. Questo si aggrava quando, secondo un altro testimone, “la bassissima remunerazione salariale per quasi tutto il lavoro giornalistico rende inabbordabile per il portafoglio impiegare molto tempo a investigare, o a fare meglio le cose”.

Sul piano delle “immagini…”, gli intervistati concordano che dovranno differenziarsi  le posizioni ufficiali dalla copertura dello strumento di stampa statale. Una voce punta a una “continuità della proprietà statale dei principali media”, ma “meccanismi più democratico-collegiali per nominarne e revocarne i direttivi”. Un altro collega insiste sulla necessità che nascano “una serie di media collettivi, di associazioni, ecc., con una proposta alternativa, che aprano i propri spazi alla pubblicità”. Si sostiene che “un’apertura dell’informazione non si vede perché debba significare lo smantellamento del socialismo, ma piuttosto una radicalizzazione socio-culturale della riforma economica”, cosa che si collega all’esistenza di una blogosfera e di reti sociali molto più ampie.

Un altro intervistato ha richiesto “completa autonomia di funzionamento rispetto a qualunque formazione politica o da qualsiasi istituzione; diversificazione in base alla libertà di stampa; rappresentazione oggettiva e interpretazione variegata della realtà nazionale ed estera; e autorevolezza per interpellare figure e istanze di tutti i livelli politici e governativi”. Infine, non sono mancate richieste di una maggiore “capacità critica e analitica, non solo per fare autopsie di sconfitte economiche, sociali o culturali, ma per fiancheggiare e favorire lo sviluppo del paese”. E poi, l’invito a un “dialogo permanente e trasparente con i destinatari che garantisca l’indispensabile rinnovamento periodico dei sistemi di lavoro”: Tuttavia, affrontando le probabilità che cambiamenti del genere possano intervenire in un prossimo futuro, gli intervistati hanno preferito “raccomandarsi a Dio” o definirli un “olio santo surrealista”.

La maggioranza degli interpellati ripongono la propria speranza nelle potenzialità aperte da spazi e soggetti collocabili all’interno di una microsfera pubblica (Olvera 1999). A quest’ultima, dotata di maggiori dosi di informalità, occasionalità e dinamismo, appartengono siti fisici o virtuali di incontro e interazione, che si definiscono funzionalmente a partire dal loro ruolo e dalla loro composizione (attivisti, creativi, ecc.) e che possono avere una piega particolaristica (rappresentando specifiche identità) o generale (accogliendo richieste più ampie che collegano diversi gruppi umani). Più vicina all’ideale normativo della sfera pubblica, questa microsfera pubblica costituisce un sito (o un insieme di siti) al cui interno l’informalità, la spontaneità, l’affinità personale e l’uguaglianza tra i membri sono decisive per l’esistenza e il funzionamento del mezzo di comunicazione di massa. In questo micro spazio si suole comprendere anche gli strumenti locali di stampa (radio, televisione, stampa scritta), ma siccome a Cuba il monopolio mediatico è esercitato direttamente dallo Stato a tutti i livelli territoriali, questo rende impossibile estendere al contesto nazionale un considerazione del genere. I blog, forum e strumenti di stampa che potremmo definire, secondo gli studi attuali, mezzi di comunicazione alternativi, riuniscono in sé una serie di tratti caratteristici. Sostanzialmente, non richiedono finanziamento o sostegno governativo o commerciale per portare avanti il loro lavoro di comunicazione, il mantenimento dello spazio è autogestito tramite donazioni o contributi dei rispettivi gestori e pubblici, il che consente ai membri di controllarne l’agenda. Sono promossi da soggetti sociali immersi in sistemi di censura dell’informazione (dipendenti dai mezzi di comunicazione convenzionali), in cui l’accesso e la distribuzione dell’informazione possono essere molto controllati e la cui esistenza diventa precaria nei sistemi di radio e di televisione aperti, che richiedono l’autorizzazione per l’uso dello spettro radioelettrico concesso dallo Stato. La loro creazione e il loro sviluppo sono indispensabili per la creazione di una cittadinanza più informata, plurale e analitica, in regimi sia autoritari sia democratici; poiché ormai anche in questi ultimi i mezzi di comunicazioni convenzionali (indipendentemente dall’esistenza della censura preventiva) si dedicano a riprodurre il discorso del governo o dell’opposizione interna al sistema e la logica dei settori imprenditoriali, oltre a sottoporsi scarsamente alla resa dei conti, moltiplicando in genere le visioni e i discorsi predominanti.

Questi mezzi alternativi, per gli strumenti tecnologici e materiali che utilizzano, possono essere analoghi a quelli utilizzati dai mezzi di comunicazione convenzionali. La differenza essenziale sta nel tipo di comunicazione che forniscono, nel loro modo di produzione e negli obiettivi perseguiti, a partire dall’inserimento di cittadini che possano partecipare a livello orizzontale a produrre comunicazione. Per queste ragioni, l’importanza dei processi che costituiscono la comunicazione alternativa organizzata, sta nel fatto che rendono possibile una nuova dimensione di ordine, realizzando rapporti e pratiche sociali suscettibili di portare a costruire uno spazio sociale non alienato dai sistemi e dagli strumenti di comunicazione di massa dominanti. Il proliferare di blog personali, con temi che abbracciano la riflessione intimistica come pure l’analisi e la critica sociale – e che raccolgono un ampio spettro motivazionale e ideologico - rappresenta un buon esempio di espansione dell’alternatività in materia di media nella Cuba di oggi.

7. Dal mio punto di vista, un’agenda di cambiamenti nella politica dei mezzi di comunicazione di massa a Cuba dovrebbe rafforzare i media alternativi, in luogo di consacrare il monopolio statale – sia pur riformato – o sostituirlo con quello di grandi catene private. Non si può tradurre, come vogliono farci credere i neoliberisti, nel sostituire un monopolio mediatico (in mani statali) con un altro in cui la legge del mercato spacciata per “volontà del consumatore o libertà dello spettatore” stabilisce gli argomenti, gli accessi e la diffusione dell’opinione, inducendo modelli di consumo, ideologie politiche e criteri di successo.

Non si tratta di fare sparire una stampa radio, televisiva e scritta in mano allo Stato (sempre e quando questo rappresenti la gamma di interessi della società) per consacrare poteri di fatto che incidano in modo spurio e illegale nel prendere le decisioni politiche a proprio vantaggio e distanti dall’interesse della cittadinanza.

8. Meno ancora si tratta di screditare o smontare il carattere pedagogico che con, esito riconosciuto (in materia di diffusione artistica, campagne di risparmio, prevenzione sanitaria o solidarietà di fronte a disastri), ha avuto la stampa cubana fin dal 1959, un fatto che costituisce un esempio per numerose agenzie e nazioni del mondo.

Si tratta, però, di porre fine all’esistenza di un Leviatano della comunicazione in grado di generare, in modo unilaterale, agende e discorsi sulla testa della società, che hanno, troppo spesso, un rapporto inversamente proporzionale alla coerenza delle loro traduzioni concrete.

Come dimostrano la contraddizione tra appelli al dibattito (e a migliorare il ruolo della stampa) e il persistere di censure ed esclusioni in seno alla politica e alla prassi mediatiche; l’appello “al popolo più colto del mondo” e le persistenti restrizioni dell’accesso all’informazione e all’uso di Internet; l’invocazione dell’etica di Martí e l’utilizzazione del monopolio dei media per screditare, con scarsi argomenti o senza argomenti, l’immagine e le proposte di cittadini che si oppongono in modo organizzato all’ordine vigente. L’impegno per una società più democratica e partecipativa presuppone uno Stato riformato (e sotto controllo da parte della società) che abbandoni il monopolio dei media, fissi un quadro legale (Legge sulla stampa) che regoli l’esercizio professionale della comunicazione e i meccanismi per sindacare e sanzionare gli enti, pubblici o privati, che attentino contro l’esercizio di questa funzione. Un ordine di cose di questo tipo è assolutamente indispensabile per qualunque serio processo di cambiamenti a Cuba che cerchi di dare spazio alla diversità sociale e condivida la gestione sociale del pubblico con una crescente partecipazione della cittadinanza. La trasformazione democratica del pubblico (che, insistiamo, non è riducibile allo statale) implica l’espandersi di spazi e strumenti d’informazione, dibattito e comunicazione, suscettibili di connettere sfere della vita collettiva – oggi parzialmente e intenzionalmente frammentate – e di difendere i presupposti culturali di una società laica, egualitaria (in fatto di diritti e opportunità), basata su una concezione, repubblicana e moderna, di bene comune.

 

Note esplicative agli 8 punti del testo

1. Ringrazio i colleghi le cui opinioni, valide e profonde, hanno arricchito questa riflessione personale. Riconosco il mio debito verso il sociologo ed esperto in comunicazione Israel Hernández Ceballos, il cui sostegno da amico e specialista ha costituito la chiave del mio approccio teorico a questa problematica. A loro e a tutti i giornalisti e professionisti della comunicazione onesti del paese, appartenenti sia ai media egemoni sia a quelli alternativi, è dedicato il presente lavoro.

2. Chiunque conosca i programmi di studio della Facoltà di Comunicazione dell’Università dell’Avana si stupirà di quanto attuali e varie siano le loro fonti teoriche (Martin Barbero, Habermas, García Canclini) e la qualità professionale e umana di buona parte del corpo accademico. Questo contrasta con l’ambiente complicato in cui devono inserirsi i neolaureati, di rivolgimento in rivolgimento, nelle pratiche e nei servizi sociali, in cui apprendono gli insegnamenti reali di una stampa monopolizzata dallo Stato, le strategie per barcamenarsi con la burocrazia ed esercitare un giornalismo decente – senza perdere la testa - situazioni che si sono guadagnate satire come il documentario breve Brainstorm, del regista Eduardo del Llano.

3. I media sono gli strumenti tecnologici e materiali grazie a cui le persone possono esprimersi, mentre la comunicazione – pur connessa ai processi tecnologici e dipendente da questi – non va vista come l’equivalente di questi stessi processi (Hamilton, 2000) ma come un percorso culturale che consente di (ri)creare l’ordinamento sociale, Ayala e Bello, 2007).

4. La messa a fuoco della sfera pubblica unifica elementi dello spirito repubblicano (richiamo all’autogoverno, lo spirito civico e il ruolo della collettività), del pluralismo (la formazione di Forum e di percorsi dell’opinione pubblica) e della teoria critica (una razionalità che emerge dal dibattito, separata dallo Stato e dal mercato, che mette a tema argomenti nuovi, rappresenta nuove identità e promuove l’innovazione istituzionale). La loro genesi e il loro sviluppo concettuali sono stati strettamente collegati alla Filosofia Politica, cosa che conferisce loro un andamento normativo utile a ponderarne il potenziale di trasformazione democratica, ma tendendo ad occultare le asimmetrie di forze e differenziazioni di orizzonti politici che convivono al loro interno.

5. Ad esempio, l’enciclopedico ed instancabile Desiderio Navarro ci ha fornito una sorta di manuale per evitare elegantemente i “campi minati” della nostra sfera pubblica (Navarro, 2001), un punto di vista che costituisce finora il miglior testo che si sia pubblicato nell’Isola sull’argomento. Il nostro miglior sociologo politico, invece, ci consegna l’idea di un’indispensabile sfera pubblica socialista, definendola come spazio in cui si intersecano tutti i sistemi sociali e in si realizza il bene pubblico, le cui capacità sono determinate dalla cultura e dalla sovranità popolare, che deve differenziarsi dall’ omologa liberista – definita come fondata sulle comunicazioni – e neoliberista – circoscritta allo spazio non statale – e che rimarrebbe delimitata dall’ordinamento giuridico vigente (Valdès, 2009, p. 212). Il dibattito accennato fu sostenuto dai giuristi Roberto Vaiga e Julio César Guanche dall’agosto 2008 al novembre 2010, raccolto in precedenti numeri di Espacio Laical.

6. I media convenzionali o egemoni possono avere natura pubblica o privata, riflettono parte del processo di costruzione di identità nazionale e di inserimento nella società consumista (Monsivais, 2000, p. 211) e sono rappresentati da agenzie statali e/o da grandi imprese di comunicazione, che funzionano e stabiliscono i loro contenuti con lo scopo di controllare settori di opinione pubblica e/o ottenere profitti.

7. Si veda al riguardo il lavoro del ricercatore Ted Henken, molto valido per il suo ancoraggio empirico, lo spirito volto ad eliminare polarizzazioni e la sua vocazione a rappresentare la diversità di voci della blogosfera nostrana.

8. Ne è un esempio il conglomerato mediatico e imprenditoriale FOX, del magnate Rupert Murdoch.

 

Fonti di riferimento

- Ayala Avilés, Romina Valeria y Bello López, Daniela (2007), Documentación de la experiencia de ocho colectivos de medios alternativos en México, Escuela de Ciencias Sociales, Artes y Humanidades, Universidad de las Américas Puebla, México.

- Hamilton, James (2000). “Alternative media: conceptual difficulties, critical possibilities”, en Journal of Communication Inquiry, October 24: 357-378, Sage Publications, Inc. http://jci.sagepub.com/content/24/4/357.full.pdf+html.

- Henken, Ted (2011), “Una cartografía de la blogósfera cubana. Entre «oficialistas» y «mercenarios», Dossier Política y ciberactivismo hoy”, en Nueva Sociedad, n. 235, septiembre-octubre, Buenos Aires.

- Monsivais, Carlos (2000). Aires de familia: cultura y sociedad en América Latina, Anagrama, Barcelona.

- Navarro, Desiderio (2001) “In medias respublica: sobre los intelectuales y la crítica social en la esfera pública cubana”, en La Gaceta de Cuba, n. 3, La Habana, pp. 40-45.

- Olvera, Alberto J (1999) “Apuntes sobre la esfera pública como concepto sociológico”, en Olvera, A. (comp) La Sociedad Civil. De la teoría a la realidad, México DF, COLMEX.

- Valdés Paz, Juan (2009) “Cuba: la izquierda en el gobierno 1959- 2008” , en El espacio y el límite. Estudios sobre el sistema político cubano. La Habana , ICIC Juan Marinello- Casa Editorial Ruth.

- Vinelly, Natalia y Rodríguez Esperón, Carlos (2008). Contrainformación. Medios alternativos para la acción política, Continente, Buenos Aires.

 

Questo testo è apparso sul supplemento digitale della rivista cubana Espacio Laical, organo del Consejo Arquidiocesano de laicos de la Habana: che può essere vista in www.espaciolaical.org Traduzione di Titti Pierini

Non ho mai nascosto, in libri e articoli, le mie preoccupazioni per lo spazio conquistato progressivamente a Cuba dalla Chiesa cattolica, che è l’unica voce indipendente dal regime e l’unica opposizione da esso tollerata, ma che ha suoi interessi ben precisi, e che potrebbe condizionare le trasformazioni in atto in una direzione non condivisibile. Tuttavia devo riconoscere che intanto offre spazi a intellettuali critici  non cattolici, e consente loro di esprimersi molto più liberamente che nelle altre riviste semiindipendenti, cioè semiufficiali. Di Armando Chaguaceda ho già riportato sul sito altri interventi, come Chaguaceda sul socialismo o Chaguaceda sul Congresso ma mi sembra che questa volta sia più chiaro ed esplicito del solito: a volte alcuni compagni mi hanno chiesto perché avevo presentato con entusiasmo scritti di autori cubani che a loro sembravano reticenti e poco significativi, per l’estrema cautela nel toccare certi temi scottanti. Effettivamente per me era più facile decifrarli, conoscendo bene chi scriveva e anche lo stile usato da molti anni per esprimere posizioni blandamente differenziate. Ora mi sembra che il dibattito diventi più esplicito, grazie alle modeste aperture seguite al congresso, ma anche a organi come Espacio Laical. (a.m. 26/10/11)



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