Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Utilità di Renzi

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Utilità di Renzi?

Il cosiddetto “big bang” del sindaco di Firenze è stato logicamente amplificato dalla quasi totalità dei media, con in prima linea quelli apertamente berlusconiani, ovviamente soddisfatti da un attacco alla fragile direzione del PD, ma anche con la benevolenza di quelli di centrosinistra, incapaci di capire quali sono le vere cause della inconsistenza dell’opposizione.

Naturalmente molti hanno polemizzato con gli eccessi nello spiegare con fattori generazionali la debolezza del PD, e hanno messo in dubbio la bontà del rimedio centrato solo sull’età. Sull’Unità hanno ricordato che nessuno di solito cerca un chirurgo appena laureato, anche preoccupato per l’ignoranza di quelli incontrati precedentemente. Ma questo non è l’aspetto essenziale della proposta di Renzi, tanto è vero che si circonda di vecchi residuati come Chiamparino o Parisi.

La sua forza deriva dall’enorme discredito di chi ha “guidato” il centrosinistra di sconfitta in sconfitta, e il desiderio fortissimo tra il “popolo democratico” di cacciare a pedate la vecchia direzione visibile. Si è generata l’illusione che la questione si possa risolvere con un “se vayan todos” all’argentina… attraverso le primarie, nonostante queste siano state usate con risultati pessimi molte volte, generando ben presto delusioni fortissime: ad esempio Prodi uscì alla grande vincitore nel 2005, ma deluse presto i quattro milioni di persone che avevano partecipato alla primarie; anche Bersani, come i due predecessori, è il frutto di questo metodo tutt’altro che taumaturgico. Solo nel caso di Vendola ha funzionato, ma come ho spiegato in diversi articoli facilmente rintracciabili sul sito, ha trionfato per due volte nelle primarie pugliesi sia per le sue doti di affabulatore, sia perché beneficiava dell’aver contro di sé D’Alema e quindi a proprio favore alcuni settori dell’apparato locale del PD che dell’arroganza spocchiosa di D’Alema non ne potevano più. Ma anche perché Vendola faceva largo uso della retorica “nuovista” cara a Renzi, e che era già stata sperimentata con successo in occasione della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi.

In ogni caso è bene ricordare che il meraviglioso metodo delle primarie a cui Renzi e Vendola tengono tanto ha portato anche a risultati sconfortanti come quello della Calabria (Loiero vince le primarie ma non le elezioni) o del Molise, dove è successo lo stesso a Paolo Di Laura Frattura (peraltro ottimo esempio di dubbia validità delle primarie: avevano selezionato un pessimo trasformista, proveniente dal Popolo della Libertà…).

Naturalmente, una volta attaccati direttamente, e temendone il fascino sul loro elettorato, spaventosamente spoliticizzato da decenni, sia Bersani che Vendola hanno dovuto difendersi, ma rimanendo sostanzialmente sullo stesso terreno. Ritorcere su Renzi l’accusa di vecchio, non sembra sufficiente. Vendola, che trova Renzi “una persona molto interessante, molto simpatica”, ha detto che ha “una cultura politica essenzialmente di destra” e che pur essendo molto più giovane anagraficamente, “è molto più vecchio culturalmente e politicamente” di lui e di Bersani. “Renzi è vecchio quanto è vecchia la rivoluzione liberista nel mondo”.

Bersani invece l’ha collocato negli anni Ottanta, ed è vero per metà. Per l’apertura del partito comunista alle trasformazioni che l’hanno sradicato dalla sua base sociale, certamente gli anni Ottanta sono stati decisivi, ma le proposte politiche e sociali di Renzi sembrano avere nostalgia addirittura degli anni Ottanta del XIX secolo, cioè di quelli precedenti alla nascita del partito socialista e di un movimento operaio organizzato. Il successo di Renzi tra gli imprenditori (di cui alla stazione Leopolda c’era una nutrita rappresentanza) si capisce quindi bene: propone di fatto la cancellazione totale della specificità del sistema pensionistico italiano applicando a tutti il sistema contributivo, e critica perfino la blandissima riduzione del danno effettuata dal governo Prodi abolendo lo scalone Maroni che allungava l’età per andare in pensione. Il tutto ignorando tranquillamente i dati forniti dall’INPS che dimostrano che il sistema pensionistico in quanto tale è in attivo netto, e che i problemi vengono solo dal fatto che sull’INPS sono state scaricate spese non previdenziali, come la Cassa Integrazione, nonché le inique ed enormi pensioni dei dirigenti.

La proposta “più originale” di Renzi è la piena libertà di licenziare (ribattezzata “libertà di assumere”, esattamente come fanno Sacconi o Cicchitto); propone liberalizzazioni che secondo lui si dovrebbero tradurre in maggiori facilitazioni per i giovani, ad esempio la cancellazione del valore legale del titolo di studio, che affiderebbe la presunta “selezione meritocratica” al puro arbitrio di chi assume. Una proposta già fatta più volte dai radicali, che si direbbero la sua principale fonte di ispirazione politica. E i radicali, corteggiati tanto e quasi sempre inutilmente dal PD, e oggi in marcia di riavvicinamento verso la maggioranza, hanno sempre usato i loro meriti nella battaglie civili per veicolare una politica sostanzialmente di destra sul piano sociale (anche su quello internazionale, ma Renzi a questo piano per fortuna non ci pensa proprio, almeno per ora).

Renzi propone, unica cosa apparentemente positiva, una patrimoniale, ma proprio nei termini vaghi con cui la propone la Marcegaglia, senza precisarne l’incidenza, senza affrontare il problema che i più grossi patrimoni sfuggono a ogni controllo. Serve invece come alibi per giustificare altre bastonate ai lavoratori, come il prolungamento della vita lavorativa (“dato che si vive di più, che male c’è a lavorare tre anni in più?”).

Ma l’ingrediente più gradito del menù di Renzi è l’attacco alla casta, con proposte analoghe a quelle di tutti, Berlusconi e Tremonti in testa, e nessuna indicazione su tempi e fattibilità (come per l’abolizione delle province, che non farebbe risparmiare nulla o quasi, a meno che non si pensi di sopprimere anche le funzioni utili ora svolte da queste istituzioni, come la viabilità o l’edilizia scolastica). Gli entusiasti della Leopolda forse non sanno che a parole sono tutti d’accordo sulla soppressione di vitalizi e dimezzamento del numero dei parlamentari… da anni, senza nessuna concretizzazione, dato che a varare questa riforma dovrebbero essere proprio quel parlamento da colpire, e con una procedura lunghissima prevista dalla costituzione per riforme di questo genere, che permette di far demagogia con le promesse senza pagarne il prezzo. Berlusconi docet, ma non solo lui… Il dimezzamento del numero dei parlamentari era da decenni nel programma del PCI ed è passato in quello dei suoi eredi, senza che mai abbiano fatto un passo concreto per avviare la procedura. Le chiacchiere non costano…

Il successo mediatico di Renzi comunque è indubbio, ed è dovuto al fatto che sembra molto originale stare in un partito nominalmente di sinistra e differenziarsene dicendo quello che i partiti di destra pensano ma non osano dire apertamente per non perdere voti. Non a caso Berlusconi ha dovuto “farsi dire dall’Europa” quello che doveva (e voleva) fare, ma che non sapeva come far passare nello scombiccherato parlamento dove nonostante l’acquisto degli Scilipoti e dei Calearo ha maggioranze precarissime, a parte i voti di fiducia, in cui pesa il ricatto della perdita del vitalizio per tutti i peones alla prima legislatura. La cosiddetta “opposizione” non sapeva dire altro che”bisognava ascoltare l’Europa”, e si consolava col presunto “commissariamento dell’Italia”. Renzi invece condisce con una retorica nuovista, ma approva tout court le ricette amare della BCE… Mi ha colpito il fatto che tra i suoi ingenui sostenitori, qualcuno portava una maglietta con la scritta “Non voglio morire precario…”: sta fresco, se aspetta che lo aiutino le proposte di Renzi!

L’enfant prodige fiorentino ha attirato l’attenzione su di sé con diversi gesti provocatori, che lo hanno fatto apparire un anticonformista: per esempio è andato a cena da Berlusconi, senza spiegare ai suoi adoratori che cosa pensava di ottenere e cosa ha ottenuto dal grande mentitore. Ripete che adora Marchionne, senza accorgersi che non ha mantenuto una sola delle sue promesse, e che è chiaro ormai anche a molti di quei lavoratori FIAT che avevano ceduto al suo ricatto che è solo un parassita che prende senza meriti una retribuzione pari a quella di migliaia di dipendenti, e che ne mette intanto un gran numero sul lastrico (già prima che siano eliminati i lacci e laccioli che secondo Renzi legherebbero le mani ai poveri padroni).

Renzi è a favore della TAV in Valdisusa (di qui il legame con Chiamparino, grande sponsor della TAV, oltre che di Marchionne). Solo per Firenze, dove ha ereditato dalla giunta precedente un costosissimo e pericoloso passante ferroviario che sconvolgerà la città per almeno quattro anni per risparmiare 3 o 4 minuti, ha espresso inizialmente qualche perplessità, anche se ha accettato poi il progetto, che invece viene osteggiato perfino dalla Lega e da PDL oltre che da una netta maggioranza dei fiorentini. Ma gli interessi delle imprese del PD legate alle “Grandi Opere” come la CMC di Ravenna sono troppo forti per essere ignorati…

Ma allora qual è l’utilità di Matteo Renzi?

Ovviamente nessuna, in sé, tranne il fatto che, del tutto involontariamente, può provocare uno shock salutare. Per il momento Renzi ha ottenuto un forte consenso, dato che viene valutato più per la proclamazione della fine dei dinosauri della politica che per il concreto programma di macelleria sociale, e a breve scadenza, cioè da ora alle primarie, potrà continuare a polarizzare il comprensibile fastidio della base spoliticizzata nei confronti del letargico segretario del PD. A differenza di un suo inverosimile compagno di partito, il giuslavorista Pietro Ichino, che si preoccupa solo di alleggerire il fardello dei “poveri padroni” e di togliere i residui “privilegi” dei lavoratori, come quello di non essere licenziati alla leggera, ma con un minimo di procedura formale, Renzi appare un portatore di un nuovo sistema di governo, e potrà accrescere i suoi consensi per un certo periodo. Ma siccome l’originale funziona sempre meglio della imitazione, se nel blocco di centrosinistra si affermasse davvero la sua leadership la sconfitta ad opera del centrodestra sarebbe sicurissima. Ecco perché combattere Renzi diventa una necessità vitale per tutto il centrosinistra, e per farlo deve andare ben oltre gli argomenti usati finora.

Ad esempio, se è vero che Renzi, come ha detto Pier Luigi Bersani, rifrigge le ideologie in voga negli anni Ottanta, quando cominciò effettivamente quella ossessiva ricerca di omologazione ai partiti borghesi che portò il PCI alla distruzione e i suoi eredi alla inconsistenza attuale, bisogna dire che su quelle ideologie si è costruito prima il PDS, poi i DS, poi l’intero PD, con l’apporto pernicioso ma non determinante di gentaglia come Fioroni. Quante sciocchezze ha elargito ad esempio un Veltroni nel corso degli anni? E lo spudorato D’Alema?

Vendola stesso, che agli occhi di Renzi (ignorante o in malafede?) sarebbe il “traditore” che ha fatto cadere Prodi, in realtà aveva partecipato attivamente alla creazione di quel “nuovo” clima ideologico e culturale interclassista già nel PCI,sia pure col filtro del suo linguaggio immaginifico, prima di collocarsi nel PRC sempre in un’area propensa alla collaborazione governativa a ogni costo: era tra quei deputati che nel 1995 “baciarono il rospo” votando per il governo Dini, salvo rientrare nei ranghi una volta verificato che nelle loro “roccaforti” elettorali di Terlizzi, Ceglie Messapica o Villa Castelli non li avrebbe seguiti quasi nessuno.  Altro che estremista!

Sul lungo declino del PCI dalla fine degli anni Settanta si è discusso troppo poco. Eppure è da lì che si deve partire per capire dove è cominciata la distruzione di un patrimonio storico importante, che nonostante la collaborazione di classe avviata con la “Svolta di Salerno” manteneva un riferimento al patrimonio dell’ideologia marxista. Ed è cominciata la distruzione di un funzionamento organizzato del partito, che era certo sottoposto in momenti cruciali e sui problemi essenziali a un controllo burocratico, ma che permetteva comunque di far pesare il consenso popolare nella società. Veniva abbandonato il modello falsamente definito “leninista” (in realtà uno stalinismo corretto dal “realismo” di Togliatti) per accogliere quello fluido e gelatinoso delle clientele e dei gruppi di interessi occulti caratteristico dei partiti borghesi italiani dal Risorgimento in poi. Una scelta che avrebbe finito per rendere indistinguibile da quelli di destra un partito che ormai puntava alla conquista non dei lavoratori ma di banche e di tangenti (“abbiamo una banca”…).  

Ho scritto a volte su questo tema, passando in rassegna gli scritti di alcuni protagonisti (Gli eredi di Togliatti, Magri, Ulm e lo stalinismo, Fassino si confessa, e seguendo sempre con attenzione l’itinerario del cinico regista di questo processo, Giorgio Napolitano, e dei suoi amici “miglioristi”. Ma è ora di tornare a discutere di questo. Tenterò di contribuire a questo recensendo alcuni libri recenti, ma anche riprendendo alcuni scritti di Livio Maitan sul passaggio dal PCI al PDS (a.m. 1/11/11)