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Razzismo inconscio sulla Libia

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Razzismo inconscio sulla Libia

Robin Yassin-Kassab

Luigi Marini mi ha segnalato questo articolo di Robin Yassin-Kassab, uno scrittore inglese che ha vissuto e lavorato in molti paesi arabi. È autore di La strada da Damasco un romanzo pubblicato in Italia dal Saggiatore, ed è anche redattore e collaboratore regolare di PULSE (recentemente inserita da Le Monde Diplomatique come uno dei cinque siti web preferiti). Vedi http://qunfuz.com/2011/08/30/libyans-passive-tools/  L’articolo è di fine agosto, ma mi pare colga molto bene le ragioni dei pregiudizi sulle rivoluzioni arabe. (a.m.3/11/11)

 Qualcuno mi ha detto recentemente, "I libici presto inizieranno a fare affari con Israele, che lo vogliano o no." Ci risiamo: c’è la convinzione che i libici non abbiano alcuna autonomia, anche dopo avere preso in modo così drammatico l'iniziativa di cambiare il corso della propria storia. Sì, i libici hanno avuto l'aiuto della NATO, del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, quando non avevano altra scelta. Questo non significa che debbano essere destinati a essere schiavi dell'Occidente. Anche l'Iraq non fa affari con Israele e l'Iraq ha subito una vera e propria occupazione degli Stati Uniti.

 

Queste semplici ipotesi sul conto dei libici nascono dal razzismo, di solito inconscio, delle 'buone intenzioni'. Questo razzismo consiste, in primo luogo, nell'indifferenza nei confronti della sofferenza della gente sotto Gheddafi, o nella negazione della loro situazione. La visione rosea della vita sotto il dittatore ricorda i sionisti che assicurano che a Gaza ci siano piscine e centri commerciali e che i palestinesi in Israele vivono meglio di tutti gli altri arabi. La fretta nell'evidenziare i crimini dei rivoluzionari (a volte basandosi sulla propaganda del regime Gheddafi) è accompagnata dal silenzio sui crimini di gran lunga maggiore della tirannia pseudo-fascista.

 

I libici (e in un certo senso i siriani) sono visti come strumenti passivi nelle mani del “Diabolicamente Furbo Uomo Bianco”, come persone infantili che non conoscono i loro stessi interessi, come se la cosa migliore per la gente fosse tacere e godere nell'essere torturati per il bene della lotta 'anti-imperialista'. Il diritto dei libici alla vita, alla libertà e all'autodeterminazione, diventa meno importante del diritto alla presunzione di alcune persone.

 

Molti commentatori anti-libici si sono sentiti liberi di fare previsioni sulla Libia e sui libici senza però possedere alcuna conoscenza del popolo e del paese. Dove sono adesso quelli che poche settimane fa, predissero con certezza la divisione della Libia in due parti? O chi ci ha informati che la rivolta contro il dittatore era in realtà una guerra civile tribale? O che Tripoli non sarebbe mai caduta, perché Gheddafi aveva troppo sostegno popolare lì? In che modo queste persone ora spiegano la resa quasi immediata delle forze di sicurezza di Gheddafi non appena i rivoluzionari sono arrivati nella capitale, o il fatto che i rivoluzionari siano stati salutati come  fratelli che arrivano da fuori o i festeggiamenti di massa in quasi ogni quartiere?

 

Al di là del razzismo, le esagerate generalizzazioni complottistiche sono un sintomo di impotenza percepita. Alcuni credono che la CIA (o chi per lei) stia dietro non solo alle rivoluzioni in Libia (anche se non so per quale motivo la CIA avrebbe dovuto complottare per sbarazzarsi di Gheddafi, quando Gheddafi ha sempre venduto petrolio a compagnie occidentali e si e' sempre prestato a torturare gli islamisti per conto degli Stati Uniti e a controllarel'immigrazione attraverso il Mediterraneo per conto dell'Unione Europea) e in Siria, ma anche in Tunisia e in Egitto. Teorici che credono, volenti o no, che il cambiamento attraverso l'azione politica non sia possibile, che le mobilitazioni di massa, e il coraggio di affrontare a mani nude sicari armati, non possa essere reale. La conseguenza logica di questa convinzione è che l'unico scopo della sinistra sia quello di lamentarsi della situazione nel mondo, ma mai quello di cambiare davvero qualcosa. All'inizio del 20° secolo la sinistra avrebbe potuto essere criticata per aver sottovalutato la difficoltà nell'instaurare una società più giusta, all'inizio del 21 ° secolo, molti settori della sinistra, in particolare della sinistra occidentale, dovrebbero essere criticate per il contrario.

 

I libici certamente faranno affari con l'Occidente, proprio come Gheddafi aveva fatto prima. La Libia ha bisogno di vendere petrolio per far funzionare la sua economia e per costruire le infrastrutture che Gheddafi non è riuscito a costruire. (Ora se libici hanno bisogno di cure mediche avanzate devono andare in Tunisia - paese molto più povero). I libici senza dubbio preferiscono fare affari con i paesi occidentali che hanno dato il loro sostegno piuttosto che con potenze come la Russia, che ha dato soccorso ai loro oppressori. Se i libici saranno in grado di prendere le proprie decisioni, questo andrà bene.

Ma certamente esiste il pericolo che per gratitudine e in mezzo al caos attuale, funzionari libici faranno troppe concessioni al potere occidentale.

Gran Bretagna, Francia e altri stanno lavorando sodo dietro le quinte per garantirsi quest risultato ed i libici devono stare molto attenti.

 

Molti dei primi segni dell'era post-Gheddafi in Libia sono positivi. Anche se il Consiglio di transizione non è riuscito a fare una dichiarazione decisa contro gli attacchi razzisti ai lavoratori migranti africani (da parte di chi accusa ogni singolo straniero di essere un mercenario), e anche se Mustafa Abdul-Jalil ha incautamente chiesto la prosecuzione dell'azione della NATO (fino alla cattura di Gheddafi e alla neutralizzazione delle sue forze rimanenti), i funzionari del CNT hanno chiarito che i cittadini libici (come Megrahi) non saranno consegnati all'Occidente. Più significativamente, le proteste sono scoppiate a Misurata contro la nomina da parte del Consiglio di transizione di un ex-ufficiale Gheddafi ad una posizione di sicurezza a Tripoli. Gran parte del Consiglio è composto da personalità del vecchio regime.

La sfida ora sarà quella di continuare la rivoluzione mantenendo unito il popolo il più possibile.

 

Come la Tunisia e l'Egitto, la Libia è nelle prime fasi della sua rivoluzione.

Una cosa è certa: le persone non sono affatto passive e non sono in vena di sostituire una tirannia con un'altra.

Robin Yassin-Kassab

(traduzione di Luigi Marini)



Tags: Libia  Gheddafi  rivoluzione  CIA  

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