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Attualità e Polemiche --> Ipocrisie e dimenticanze... --> Crisi strutturale e Grecia

Crisi strutturale e Grecia

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Tutti i nodi di una crisi strutturale

Continua il successo del libro "Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi", uscito evidentemente al momento giusto, e che con tutto quello che sta succedendo non può essere certo liquidato sprezzantemente come frutto di un pregiudizio astrattamente ideologico. Dopo le recensioni di Vladimiro Giacché e Piero Bevilacqua (Manovra criminale e inefficace), ne è uscita un’altra molto ampia di Marco Zerbino su Micromega, ripresa da Il megafonoquotidiano. In appendice una nota sull’origine della crisi greca.

 

Marco Zerbino

(Da Micromega)

Economisti e uomini politici, è noto, tendono solitamente a concentrarsi sul breve periodo. I rapporti sull’andamento dell’economia globale pubblicati dai grandi organismi internazionali e dai grandi istituti di ricerca hanno cadenza semestrale, trimestrale, talvolta addirittura mensile, impegnati come sono nel tentativo spasmodico di “auscultare” i mercati, di monitorarne ogni movimento, ogni segnale di incertezza o di ripresa. Ciò è tanto più vero nel contesto attuale di crisi, quando un mezzo punto di Pil in più o in meno può essere determinante nel giustificare analisi e risposte diverse alla domanda delle domande, quella che si ripropone costantemente nelle esternazioni dei capi di governo, negli editoriali dei principali quotidiani e nei commenti televisivi degli esperti: è finita? La crisi economica annunciatasi nel 2007 e poi scoppiata in maniera eclatante nel settembre del 2008 è alle nostre spalle? Oppure il peggio deve ancora venire?

Secondo Marco Bertorello e Danilo Corradi – autori del volume "Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi" (Alegre, Roma 2011, pp. 192, € 16,00, con una postfazione di Riccardo Bellofiore) – un simile approccio analitico di breve respiro manifesta tutti i suoi limiti nel momento in cui, terminata l’auscultazione del malato a rischio di cronicizzazione, l’economia mondiale, si passa a tentare di mettere a punto una cura in grado di ridargli salute e vigore. Quella che i due autori identificano come la sostanziale inadeguatezza delle ricette messe sinora in campo per uscire dalla crisi riposa in effetti su analisi e interpretazioni della stessa la cui parzialità interessata costituisce un ostacolo oggettivo sulla via della comprensione dei problemi, come anche su quella della definizione delle soluzioni. Quando le questioni in gioco sono così importanti e pregne di conseguenze per milioni di esseri umani, volare basso, accontentarsi della superficie, può senz’altro risparmiare fatiche e inquietudini, come anche sarcasmi e gravose responsabilità. Avvertiamo da subito il lettore che, al contrario, la “soluzione” alla crisi economica globale proposta da Bertorello e Corradi non è di quelle facili, anzi può apparire oggi tutt’altro che a portata di mano, incentrata com’è su una messa in discussione del capitalismo stesso come sistema economico che lega la produzione e la soddisfazione dei bisogni umani al perseguimento del profitto. Eppure, si tratta di un’indicazione che ha senz’altro il pregio di venire alle prese, senza reticenze, con alcuni nodi fondamentali.

Cappuccetto Rosso Impresa e il Lupo Cattivo Finanza

La grande maggioranza degli economisti, tanto quelli di provata fede liberista quanto quelli di matrice neokeynesiana, di fronte allo scoppio eclatante della crisi hanno concentrato la propria attenzione sulle condotte eccessive e irresponsabili del mondo finanziario. Nei giorni in cui diversi istituti di credito hanno cominciato a scricchiolare sotto la pressione dell’insolvenza dei detentori di mutui subprime, e ancor più quando la crisi si è palesata in tutto il suo carattere devastante con il fallimento della Lehman Brothers, persino coloro che fino a poche settimane prima avevano difeso senza batter ciglio la capacità della finanza di generare benessere per tutti e di favorire l’arricchimento anche degli strati inferiori della società hanno dovuto ammettere che sì, in effetti, le grandi entità del mondo finanziario negli ultimi vent’anni avevano goduto di una manica un po’ troppo larga. Chi aveva appena smesso di dichiarare che «“questa volta”, la medaglia non aveva rovescio, che questa volta il fato era vinto», secondo il tipico adagio già stigmatizzato da Karl Marx più di 150 anni fa [1], chi non aveva perso occasione per teorizzare la capacità dell’economia di mercato di raggiungere una situazione di perfetto equilibrio e per ufficializzare la definitiva chiusura dell’era delle depressioni economiche cicliche, si trovava ora a dover fare i conti con la cruda realtà di una crisi sistemica. Partiva quindi la caccia alla “mela marcia”, di volta in volta identificata con la scarsa regolazione dei mercati finanziari, con le agenzie di rating, le grandi banche, i prodotti derivati o anche, con estremo semplicismo venato di moralismo, con la scarsa responsabilità etica degli operatori economici.

Ben pochi, tuttavia, facevano lo sforzo di considerare gli eventi che precipitosamente avevano condotto all’esplosione dell’ennesima bolla finanziaria all’interno di un quadro più ampio, adottando cioè quello «sguardo da lontano» – le regard éloigné di lévi-straussiana memoria – che Bertorello e Corradi ritengono imprescindibile per comprendere veramente la natura dell’attuale congiuntura economica mondiale. Allontanare l’obiettivo, evitare di soffermarsi in maniera troppo ravvicinata su particolari e dettagli in ultima analisi contingenti, è in effetti fondamentale per far emergere il carattere strutturale della crisi, cioè per andare oltre la vulgata che oppone la «sana» economia reale ad un mondo finanziario «malato» o, secondo l’efficace espressione di Giovanni La Torre, un «Cappuccetto Rosso Impresa» a un «Lupo Cattivo Finanza».

Ma cosa significa dire, come fanno i due autori in linea con quanto spiegato anche da altri economisti di orientamento marxista, che la crisi scoppiata nel 2008 è «strutturale»? Di certo non significa preconizzare «una fine del capitalismo per auto-esaurimento. Una crisi definitiva del capitalismo è per definizione una crisi politica combinata all’emergere di un’alternativa. […] Intendiamo semmai descrivere la crisi come una recessione economica che determina il tramonto di un modello di accumulazione, di un sistema di regolazione e di una gerarchia geopolitica non più estendibili». Significa, in sostanza, far rilevare come l’attuale crisi sia «classica e inedita» allo stesso tempo. Classica, perché presenta molti tratti in comune con le altre recessioni cicliche che il capitalismo ha attraversato nella sua storia ormai secolare. Recessioni la cui origine è in ultima analisi riconducibile a un «eccesso di capitale in presenza di bisogni sociali inevasi crescenti». Per questa via, l’attuale crisi altro non è che una «classica» crisi di sovrapproduzione capitalistica. Ma si tratta anche di una crisi inedita, perché basata su quella «sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito» (secondo la formula coniata dall’economista Riccardo Bellofiore) che, a partire dalla metà degli anni ’90, ha consentito di continuare a ridurre i salari senza ridurre i consumi dei salariati.

Una crisi classica e inedita allo stesso tempo

Il modello di accumulazione le cui contraddizioni sono esplose nel 2008 trova a sua volta origine in una crisi, quella del 1973-74, che palesava l’impossibilità di estendere ulteriormente su basi profittevoli il modello precedente, di stampo keynesiano, sperimentato durante i cosiddetti «trenta gloriosi» (1945-1975). La doppia pressione esercitata sulla redditività del capitale da un lato dall’eccesso di forze produttive e, dall’altro, dall’aumento progressivo dei salari, che nel dopoguerra conquistano quote crescenti di profitto, è, secondo i due autori, la vera causa della crisi di metà anni ’70. Il rincaro del prezzo del petrolio ha in questo contesto tutte le caratteristiche di una semplice aggravante o, meglio, di un detonatore che fa esplodere contraddizioni in realtà già molto mature (un ruolo paragonabile a quello svolto nel 2008 dai mutui subprime). Il sistema si trova, una volta di più, alle prese con il problema di dover rialzare il saggio di profitto, che in realtà è cominciato a scendere ben prima del 1973, e lo fa in maniera particolarmente brutale, favorendo cioè l’avvento di quel nuovo modello di accumulazione, «barbaro e moderno contemporaneamente», che prenderà il nome di globalizzazione neoliberista. La principale «controtendenza» messa in atto dal capitale è quella consistente nell’«aumento del saggio di sfruttamento sul salario diretto e indiretto. Sono le grandi ristrutturazioni industriali degli anni ’80, le privatizzazioni e il ridimensionamento dello Stato sociale degli anni ’90 la leva principale di questo processo». Una gigantesca redistribuzione al contrario della ricchezza che, tuttavia, ottiene inizialmente i suoi scopi: la crisi di metà anni ’70 viene superata e, a partire dalla metà degli anni ’80, il saggio di profitto ricomincia a risalire. Ma il nuovo modello nascondeva in realtà delle contraddizioni enormi: come allontanare in effetti lo spettro di una nuova crisi di sovrapproduzione, tanto più concreto in presenza di una massa salariale decrescente e di un conseguente ristagno dei consumi? È proprio qui, in stretta connessione con le dinamiche e le contraddizioni dell’economia reale che si situa, come rilevano Bertorello e Corradi, l’origine di quella finanza «sregolata» ma «politicamente governata» che «è stata il modo singolare ma efficace per rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l’altra faccia della precarizzazione del lavoro. […] Si afferma un nuovo sistema finanziario che non solo svolge il consueto ruolo di leva, ma che crea un “effetto ricchezza” su cui è possibile allargare il debito privato delle aziende e dei consumatori». Le ragioni della crisi, come è stato ben evidenziato da Bellofiore, risiedono precisamente «in un’interazione tra ristrutturazione dei processi di estrazione di plusvalore, da una parte, e inclusione subalterna delle famiglie dentro il capitale, dall’altra». Alla luce di queste considerazioni, emerge come non sia poi così corretto parlare di una «crisi provocata dai titoli tossici. […] È stato il capitalismo a essere nel suo complesso tossico e a generare quelle tossine finanziarie funzionali a superare i limiti raggiunti nella precedente fase di espansione. Siamo dunque di fronte ad una sorta di lungo rinvio di problemi strutturali che non potevano che riemergere con una intensità superiore».

Goodbye Schumpeter

Ad analisi e interpretazioni della crisi parziali non possono che corrispondere risposte parziali. L’attenta disamina che Bertorello e Corradi conducono, nelle pagine centrali del volume, delle risposte messe in campo dall’establishment politico ed economico per superare la crisi sembra in effetti confermare il loro assunto di partenza. Nell’epoca del capitalismo dopato, in cui la “sana” economia reale sembra avere un disperato bisogno della droga del debito per continuare a fare profitti, gli appelli alla regolazione finanziaria rischiano di risolversi in null’altro che petizioni di principio. Le vicende legate alle trattative per l’accordo di Basilea 3 e al tentativo, fallito, di introdurre nuove regole stringenti per la finanza rimandano in definitiva alla natura di un sistema economico in cui il ruolo del credito è sempre più consustanziale alle dinamiche della crescita. Né appare convincente, secondo i due autori, l’insistenza di tanti economisti e policy-makers sulla necessità di affidarsi alla ricerca e all’innovazione per imitare casi virtuosi come quello della Germania, ovvero per «ricentrare» l’economia sulla produzione manifatturiera ad alto valore aggiunto anziché sulla speculazione. Alla discussione critica dell’«illusione tedesca» Bertorello e Corradi dedicano diverse pagine, argomentando in direzione opposta a chi sostiene una possibile generalizzazione di quel modello e una sua replicabilità da parte di altri paesi. E questo non solo perché la Germania è caratterizzata da assetti e specializzazioni produttive costruite nel corso di decenni e difficilmente imitabili da economie strutturalmente molto più deboli come, ad esempio, quella italiana, ma anche perché una generalizzazione del modello tedesco, tutto incentrato sulle esportazioni, porrebbe il problema dei livelli della domanda: «di una sola Germania si vedono gli sbocchi commerciali, di tante invece no».

Più in generale, dietro l’inadeguatezza e la scarsa efficacia delle politiche volte a contrastare la crisi messe in atto da governi e istituzioni economiche internazionali si cela una contraddizione che i difensori dell’attuale sistema non hanno, del tutto comprensibilmente, alcuna voglia di affrontare. Per sopravvivere il capitalismo contemporaneo deve puntellarsi in diversi modi, non ultimo quello del ricorso alla droga finanziaria: «È un meccanismo in costante affanno che fatica a trovare nuove terre vergini da assoggettare, da mettere a valore, mentre quelle vecchie sono state ormai spremute al punto da non essere in grado di rilanciare periodi di prosperità». Non solo: il capitalismo contemporaneo deve smentire le sue leggi fondanti: «il libero mercato agisce con le sue regole su tutti i fattori eccezion fatta per il grande capitale e l’impresa, esonerati dal farsi carico degli effetti di leggi presentate come universali». Secondo i due autori è il tramonto definitivo della schumpeteriana «distruzione creatrice»: lo sviluppo del capitale ha prodotto oggi imprese too big to fail, troppo grandi per fallire, secondo l’espressione divenuta di uso comune nel dibattito pubblico all’indomani dell’esplosione della crisi finanziaria: «dalla distruzione che dava nuovo vigore ai meccanismi di accumulazione si è giunti al divieto di distruggere per continuare a traccheggiare, per evitare il peggio». È l’avvento di un nuovo modello di impresa che rinuncia ad un ruolo attivo e, appunto, creativo, e che scarica tutti i restanti costi sugli altri fattori, lavoro in primis. La ricerca costante del costo minore produce la messa all’asta del lavoro su scala internazionale. Un lavoro, va da sé, sempre più indebolito e frammentato, bersaglio privilegiato di un modello di impresa ben esemplificato dalla Fiat di Marchionne e dal ricatto “occupazione in cambio di diritti” che gli operai di Pomigliano e Mirafiori hanno rispedito al mittente con i referendum dello scorso anno.

Quale via d’uscita?

Quanto appena detto significa che il capitalismo odierno è sempre più severo, sempre più esigente, sempre meno disposto a concedere riforme o redistribuzioni di sorta. Se è la logica della competitività estrema quella che tende a prevalere, affermando una centralità dell’impresa che fagocita nel vortice dell’impoverimento settori sociali sempre più estesi, e se è nello spazio globale che si attuano i processi di valorizzazione del capitale basati sulla costante compressione dei costi, ne consegue che anche la risposta, che per Bertorello e Corradi consiste fondamentalmente nel «far emergere una nuova parzialità», quella del lavoro, va pensata su scala globale. Si tratta cioè di introdurre il tema della «soggettivizzazione di un nuovo proletariato che costringa gli altri a farvi i conti, a misurarsi con interessi insopprimibili a cui il sistema deve saper dare risposte, cosicché la crisi non sarà più endogena ai meccanismi economico-finanziari, ma sarà sviluppata da attori sociali, che sperimenteranno nuove formule della convivenza». La prospettiva che i due autori intendono contribuire a costruire è allora quella di mettere in moto «un processo contro la competitività, capace di sottrarre al mercato quote crescenti di produzione e distribuzione di ricchezza, in grado di proporre un nuovo umanesimo incentrato su criteri di solidarietà sociale e uguaglianza». Un programma di fondo in grado di «sconfiggere il dominio del principio competitivo».

È così che Bertorello e Corradi si avventurano, nelle battute conclusive del volume, ad immaginare la costruzione di una «nuova» soggettività operaia tramite «inedite saldature tra i lavoratori di diversi paesi». Ne risulta anche l’abbozzo di alcune «questioni generali» capaci di convogliare le singole resistenze che si producono localmente verso una progettualità complessiva. Non è qui il caso di entrare nel dettaglio di queste proposte, tutte opportune e condivisibili. Spiace solo dover constatare, a fronte del rigore teorico e analitico che pervade tutto il testo, una certa inclinazione verso alcune posture concettuali e terminologiche all’insegna dell’«oltre» e del «nuovo» molto in voga una decina di anni fa, all’epoca del primo esplodere del movimento antiglobalizzazione. Perché tanto insistere, ad esempio, sul concetto di non meglio identificati «corpi sociali» le cui «nuove forme di organizzazione» avrebbero la priorità assoluta su qualsiasi articolazione programmatica? Perché affermare che «il programma del cambiamento paradossalmente non esiste, mentre possono esistere i soggetti del cambiamento» salvo proporre qualche pagina dopo un «programma di fondo» incentrato sulla rimessa in discussione del principio competitivo? E per quale motivo la soggettività del lavoro chiamata a contrastare il dominio del capitale dovrebbe identificarsi con un «nuovo» proletariato? Perché le saldature tra i lavoratori dei diversi paesi sarebbero «inedite», quando è noto che il movimento operaio è nato su basi e su parole d’ordine internazionaliste? Una certa propensione all’uso estensivo delle categorie del «nuovo» e del «sociale» in realtà non ci sembra sufficientemente motivata, ma si tratta in fondo di un aspetto marginale all’interno di un lavoro decisamente interessante e stimolante.

[1] K. Marx, Il capitalismo e la crisi. Scritti scelti a cura di Vladimiro Giacché, DeriveApprodi, Roma 2009, p. 14.

(3 novembre 2011)

 

 

Quel che insegna la crisi greca

di Pascal Franchet

vicepresidente del CADTM (Francia)

 

Dal numero 38 di ERRE della primavera 2010, ripreso da Il megafonoquotidiano, segnalo questo articolo di rigorosa demolizione dei luoghi comuni che criminalizzavano la Grecia. Utile da rileggere oggi. Devo dire che oggi, 3 novembre 2011, si è un po’ attenuata l’ondata di commenti sprezzanti che aveva denunciato come folle e autolesionista l’annuncio del referendum proposto da Papandreu. Meglio tardi che mai… Un’altra notizia dalla Grecia colpisce, indipendentemente dalle spiegazioni: Papandreu ha sostituito i vertici dell’esercito e dei vari corpi militari. Quale che sia l’esito di questa iniziativa, questa decisione la dice lunga sui pericoli che minacciano l’Europa…

In queste ultime settimane si sono dette molte cose sulla crisi greca, dalle più indigeribili [1] alle più confuse. Il risultato è una serie di argomenti buoni per ogni occasione. I media si sono fatti eco della versione ufficiale, riassumibile in cinque punti:
1) la Grecia ha imbrogliato per nascondere un debito pubblico "insostenibile";
2) come altri paesi della zona euro, la Grecia sta per sospendere i pagamenti;
3) l'Unione europea si rende conto della situazione, ma non può fare altro che incoraggiare il ricorso a misure rigorose e chiedere che il paese venga messo sotto tutela;
4) la Grecia deve adottare misure d'austerità che le permettano di ridurre il debito pubblico;
5) per i paesi sviluppati, uscire dalla crisi significa adottare piani d'austerità comuni.
È opportuno decodificare il messaggio, destinato in effetti a tutti i paesi nordeuropei

1) la Grecia ha imbrogliato per nascondere un debito pubblico "insostenibile"

È vero, ed è una prova che lo Stato è pervaso dalla corruzione e dall'abitudine ad aggiustarsi le cose tra amici. Sembra accertato che, grazie a complessi meccanismi finanziari (swap e cambi) e a un prestito mascherato, la banca statunitense Goldman Sachs abbia permesso al governo greco di ridurre fittiziamente di oltre 2 miliardi di euro il proprio debito pubblico [2] e di entrare così nella zona euro.
Ed è chiaro che i governi al potere dopo il 2001 hanno chiuso gli occhi su questa falsificazione dei conti. Ma la Grecia non è sola, e altri paesi della zona euro hanno spregiudicatamente manipolato i conti. Nel 1996 l'Italia ha ridotto artificialmente il suo deficit grazie a uno swap con la banca J.P.Morgan, e in seguito Berlusconi ha ceduto a una società finanziaria i diritti di entrata ai musei nazionali in cambio di 10 miliardi di euro, rimborsando 1,5 miliardi all'anno per 10 anni. Dal suo canto, nel 2000 la Francia ha lanciato vari prestiti, inserendo in bilancio il rimborso degl'interessi alla fine dei 14 anni di durata. Nel 2004, Goldman Sachs e Deutsche Bank hanno realizzato per conto della Germania una costruzione finanziaria (Aries Vermoegensverwaltungs), grazie alla quale il paese ha raccolto prestiti a un tasso nettamente superiore a quelli di mercato evitando di far apparire il debito nei conti pubblici [3].

Relativizzare il "pozzo senza fine" della Grecia

La Grecia avrebbe in effetti un deficit del 12,7% e non del 6%, come aveva annunciato il precedente governo, e un debito pubblico pari al 115%. Se facciamo il confronto con altri paesi non è il caso di strapparsi i capelli. Nel 1993 il costo del debito rappresentava il 14% del Pil, oggigiorno solo il 6%! I conti dello stato greco sono ben lungi dall'equilibrio, ma sono meno degradati rispetto ad altri paesi nordeuropei. (Tabella 1 )

La Commissione europea non può dare lezioni alla Grecia

Già nel 2001 la Commissione europea non poteva ignorare la scarsa affidabilità dei conti presentati dalla Grecia; sarebbe bastato gettare uno sguardo ai conti delle amministrazioni centrali del paese per conoscere con buona approssimazione il deficit permanente dello stato, osservare il moltiplicarsi degli acquisti di armi e il costo dei Giochi olimpici 2004 e confrontarne il costo con le disponibilità di bilancio e le riserve della Banca centrale greca per capire che il debito ufficiale (manipolato per poter entrare nella zona euro) non era certo quello dichiarato. La Commissione non poteva ignorare la situazione reale, ma in effetti non voleva denunciarla; per motivi politici e geostrategici aveva bisogno d'integrare il paese nella zona euro. Nel 2001, i più accesi sostenitori della Grecia sono stati la Francia (secondo fornitore di armi in ordine d'importanza) e la Germania; le banche dei due paesi possiedono oggi l'80% del debito ellenico.

Nemmeno Eurostat ha il diritto di dare lezioni

Secondo Bloomberg, Eurostat era perfettamente al corrente dell'operazione. In nome di regole contabili molto "comode", l'istituto statistico dell'Ue non tiene conto nel calcolo del debito pubblico dei miliardi di euro offerti alle banche senza garanzie, nel quadro dei piani di salvataggio (decisione Sec del giugno 2009), e le sottoscrizioni lanciate dagli stati ("grandi prestiti" francesi, prestiti greci e portoghesi).
Ma i contribuenti (quelli che non possono profittare delle riduzioni fiscali accordate alle classi ricche) saranno obbligati a coprire, in un modo o nell'altro, le somme erogate.

Fino a che punto fidarsi delle agenzie di rating?

C'è poco da fidarsi di istituzioni che davano il massimo punteggio a Lehman Brothers tre giorni prima che fallisse e una triplice A ai subprime! Eppure queste agenzie "cosi preveggenti" fanno il bello e il cattivo tempo nei mercati finanziari, anche in quelli non regolamentati (gli Otc, Over The Counter: ad esempio i mercati dei Cds, i Credits Default Swaps) e sono strettamente legate alle banche anglosassoni (in particolare Goldman Sachs e Citibank).
Le agenzie non usano sfere di cristallo ma dati forniti da chi emette il prestito analizzato o da chi lo distribuisce sui mercati. Nel caso di cui ci occupiamo, hanno abbassato la valutazione dei prestiti dello stato greco solo dopo che il nuovo governo aveva loro fornito dati aggiornati.

2) Come altri paesi della zona euro, la Grecia sta per sospendere i pagamenti

Il messaggio ha soprattutto uno scopo: far aumentare i tassi d'interesse (premio di rischio), e dunque i profitti, dei prestatori (tra cui Goldman Sachs e gli hedge fund). Il prestito greco è stato così negoziato al 6,40%, il doppio di quello che un prestatore avrebbe potuto sperare. E si noti che al momento dell'asta le richieste sono state il triplo di quanto previsto inizialmente [4] . Una bella smentita per un paese considerato "sul punto di sospendere i pagamenti". L'ideologia dominante tende a confrontare la situazione del bilancio statale con quello di una famiglia o di un'azienda, il che non ha alcun senso. Uno Stato, a differenza di una famiglia o di un'azienda, può sempre aumentare le entrate grazie a nuove tasse. Si tratta di una differenza fondamentale che rende assurdo un paragone del genere. Lo stato americano esiste da 221 anni, e sta aumentando il suo debito dal 1837, cioè da 173 anni di seguito [5].
Il secondo obiettivo del ragionamento è quello di preparare l'opinione pubblica ad accettare una cura a base di regressione sociale e austerità. Il governo ellenico ha efficaci strumenti per procedere a una radicale riforma della fiscalità, abolire i regali fiscali e sociali fatti alle classi ricche e alle società, imporre tasse sui capitali e i redditi; in poche parole, per aumentare le sue entrate e ripianare il deficit di bilancio. Si tratta di una scelta squisitamente politica che il Pasok (il partito socialista locale) preferisce non fare perché è fondamentalmente d'accordo con i principi del neoliberalismo: il mondo greco è e deve restare un'economia di mercato neoliberale! Le politiche pubbliche adottate da oramai molti anni dai successivi governi ellenici hanno aumentato il deficit pubblico e la massa del debito pubblico. L'ingresso nella zona euro (2001) non ha fatto che ampliare il fenomeno (cfr. tabelle 2, 3 e 4 ).

3) L'Unione europea si rende conto della situazione, ma non può fare altro che incoraggiare il ricorso a misure rigorose e chiedere che il paese venga messo sotto tutela

La Banca centrale europea (Bce) non ha il diritto di concedere prestiti agli Stati membri!
Nel 2008/2009, la Banca centrale europea ha concesso prestiti massicci alle banche private per salvarle dal fallimento, ma non è autorizzata a intervenire a favore dei poteri pubblici degli Stati membri. È il colmo!
L'articolo 123 del Trattato di Lisbona interdice alla Bce e alle banche centrali degli Stati membri la concessione «di scoperti di conto o di altre facilitazioni creditizie a ...amministrazioni statali, altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri così come l'acquisto diretto di titoli di debito... ».
Dunque, nessuna acquisizione "diretta" (non aiuti di stato) , ma prestiti preferenziali alle banche, che concedono in garanzia... titoli obbligazionari degli Stati (tra cui la Grecia).
Che bel meccanismo ipocrita, quello previsto dal Trattato di Lisbona!
Nemmeno la Banca europea per gl'investimenti, il cui comportamento immorale verso i paesi in via di sviluppo è ben noto [6], può finanziare il deficit greco. In teoria è così, ma in realtà finanzia investimenti molto discutibili che approfondiscono il deficit e aumentano il debito pubblico, come ad esempio i Giochi olimpici 2004, il cui costo totale è ancora ignoto (lo si stima tra i 20 e i 30 miliardi di euro).

4) La Grecia deve adottare misure d'austerità che le permettano di ridurre il debito pubblico

Ecco dove vogliono arrivare i responsabili del capitalismo economico e finanziario! Prendendo come scusa un debito pubblico considerato "insostenibile", il governo impone alla popolazione, in nome del risanamento finanziario, una cura di austerità senza precedenti: niente misure di rilancio, congelamento dei salari dei funzionari nel 2010, riduzione del 10% dei premi e del 30% delle ore supplementari nella funzione pubblica, del 10% delle spese pubbliche (tra l'altro 100 milioni di euro per l'insegnamento), riduzione delle spese sanitarie, prolungamento di 2 anni dell'età di pensionamento che arriva così a 63 anni), blocco delle assunzioni, riduzione dei Ctd nella funzione pubblica, aumento delle tasse sui carburanti, il tabacco e i gsm, aumento di 2 punti dell'Iva...
E l'Ue chiede di più, ed esige riforme strutturali che toccano l'insieme delle amministrazioni, la liberalizzazione del mercato interno, la flessibilità lavorativa, la riforma radicale delle pensioni e del sistema sanitario...
Per dirla tutta, secondo le previsioni della Deutsche Bank il popolo greco deve attendersi a beve termine un tasso di disoccupazione di almeno il 15% e una riduzione del Pil del 7,5%.

Eppure esistono alternative di bilancio interne!
Il risparmio che si spera di ottenere con il piano d'austerità ammonta a circa 5 miliardi di euro. Ma esistono varie alternative! Ad esempio, con 9,642 miliardi di dollari (nel 2006) [7] la percentuale del Pil destinata alle spese militari è la più alta tra i paesi dell'Ue. Nel 2008 il paese era al primo posto in Europa, con il 2,8% del Pil destinato all'acquisto di armi (e la cifra non include tutte le spese militari [8]); si tratta di un peso considerevole per il bilancio statale che va ad esclusivo vantaggio delle industrie belliche statunitensi ed europee. Inoltre la flotta commerciale greca, al primo posto al mondo con oltre 4000 navi, sottrae ogni anno allo stato circa 6 miliardi d'euro in Iva, grazie a una serie di vantaggiosi meccanismi finanziari.
La maggioranza delle grandi società ha trasferito gli attivi in società off-shore cipriote (dove il tasso d'imposizione fiscale è del 10%). La chiesa greco-ortodossa è esentata dal pagamento delle imposte, anche se è tra i maggiori proprietari immobiliari del paese.
Le banche hanno ricevuto 28 miliardi di euro di fondi pubblici nel quadro del piano di salvataggio, senza alcuna contropartita, e adesso speculano impunemente contro il debito pubblico.
Esistono dunque i mezzi per agire in modo diverso, mezzi che richiederebbero una riforma totale del sistema fiscale; il governo Pasok, al servizio dei capitalisti, ha però scelto di lasciare le cose come sono e far pagare ai poveri per restare nella zona euro, peraltro fonte di deregolamentazione e perdita di sovranità nazionale, in nome della "concorrenza libera e non falsata".

5) Per i paesi sviluppati, uscire dalla crisi significa adottare piani d'austerità comuni.

In tutti i paesi sviluppati governo e media ripetono lo stesso messaggio: in Portogallo, dove il governo ha lanciato un vasto programma di privatizzazione dei servizi pubblici, in Spagna, invischiata nella crisi immobiliare e con un tasso di disoccupazione che sfiora il 20%, in Irlanda, il cui deficit di bilancio si avvicina a quello greco, in Italia, che con un debito pubblico pari al 127% del Pil vanta il primato in Europa, o ancora nel Regno Unito, il cui deficit supera oramai il 14,5%.
E anche gli altri paesi devono aspettarsi di subire la stessa sorte. I progetti di riforma dei regimi pensionistici, dei sistemi sanitari e dei regimi di protezione sociale sono già all'opera un poco dappertutto.
Una cosa è sicura: i fondi pubblici, che le grandi banche hanno ottenuto a tassi esigui dalla Banca centrale europea, non andranno alle famiglie o alle imprese; nel 2009, i crediti sono crollati dappertutto in Europa. I soldi vanno e continueranno ad andare alla speculazione del "rischio sovrano", il debito pubblico. Oggi la Grecia; domani il Portogallo, la Spagna, l'Italia, l'Irlanda; dopodomani il Belgio e la Francia... La zona euro è a pezzi e mostra il suo vero volto: un sistema costruito per le economie più ricche a spesa di quelle più povere.

Conclusioni provvisorie e sei proposte

L’Unione europea ha fallito sul piano politico: con una moneta comune ma una concorrenza fiscale e sociale tra gli Stati membri, con un mercato comune senza meccanismi di trasferimento delle risorse dai ricchi verso i poveri, con un dogma neoliberalista che schiaccia i popoli, è incapace di dare una risposta alla crisi che imperversa.
La gente comincia invece a organizzare una risposta e si mobilita. I due massicci scioperi generali e ravvicinati in Grecia, le manifestazioni oceaniche nella maggior parte delle grandi città, il rifiuto (al 93%) degl'islandesi di pagare i debiti privati previsti dalla legge Icesave [9], le impressionanti manifestazioni in Portogallo, e quelle del 23 marzo in Francia che marcano l'inizio di un 3° turno sociale: l'opposizione alza la testa in Europa e diffonde il rifiuto dei salariati, dei pensionati e dei poveri di pagare il conto della crisi. Quel che manca, oltre al superamento della compartimentazione delle manifestazioni, è una proposta che leghi la risposta sociale e quelle politica. I movimenti sociali hanno bisogno di proporre elementi di programma alternativi per rispondere alla crisi del sistema, difendendo e allargando i diritti collettivi contro la logica della valorizzazione del capitale.
Il punto centrale sottolineato da queste "crisi-pretesto" sul debito pubblico al Nord concerne una diversa ripartizione delle ricchezze, e a tal fine bisogna agire su due fronti: aumentare i salari con prelievi sui dividendi e operare una riforma fiscale di grande portata.
Un aumento dei salari ridurrebbe l'indebitamento delle famiglie e aprirebbe nuovi sbocchi alla produzione di beni e servizi.
Bisogna anche ridurre radicalmente i tempi di lavoro a parità di salario, e procedere a reclutamenti supplementari. In tal modo si rimedierebbe al problema della disoccupazione, a quello del finanziamento dell'assistenza sociale e alla scarsità di attività ludiche per chi lavora.
Una riforma fiscale armonizzata a livello europeo permetterebbe di annullare i numerosi rifugi fiscali, ristabilire una fiscalità progressiva per tutti i redditi (imposte sui redditi e sulle società), ridurre o sopprimere le imposte indirette, che colpiscono soprattutto i più poveri (Iva e tasse sui prodotti petroliferi), creare un'imposta eccezionale sui redditi finanziari e sui patrimoni dei creditori, senza dimenticare la tassazione degli altri redditi da capitale e immobiliari.
Una politica di bilancio sana dovrebbe anche annullare le numerose esenzioni al pagamento degli oneri sociali concesse alle aziende e aumentare i contributi dei datori di lavoro, garantendo in questo modo lo sviluppo della protezione sociale per tutti e un corretto livello delle pensioni.
Per finire, il sistema finanziario ha ben dimostrato la sua nocività sociale. Bisogna espropriare le banche e gli altri organismi finanziari, trasferirli nell'area pubblica e farle controllare dai cittadini, procedendo anche a un audit del debito pubblico per valutarne la legittimità (cosa è stato finanziato?).
Cominciamo un dibattito sulle proposte per stabilire una lista di rivendicazioni.


[1] Parole cariche di razzismo, come ad esempio il titolo di Le Monde del 6 febbraio 2010: «La cattiva Grecia» mette l'euro sotto tensione o l'acronimo, inventato da The Economist, PIGS (maiali, in inglese) per riferirsi a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna.
[2] «Con la complicità di Godman Sachs, ha abbellito la presentazione dei conti, ed è questo che le si rimprovera. Eppure si tratta di una manovra marginale. Le transazioni del 2001 incriminate avrebbero ridotto il debito greco di 2.367 miliardi di euro, facendolo passare da 105,3% al 103,7% del PIL" http://www.irefeurope.org/content/le-masque-grec
[3] http://www.lexpansion.com/Services/imprimer.asp?idc=226849&pg=0
[4] Comunicato dell'Afp del 4 marzo 2010
[5] «Smettiamola di paragonare il bilancio del governo a quello delle famiglie», di Randall Wray, http://contreinfo.info/article.php3?id_article=2976
[6] Sul sito Amici della terra: http://www.amisdelaterre.org/-Banque-europeenne-d-investissement.html
[7] Spese militari globali: www.julg7.com
[8] Fonte Nato: http://www.nato.int/docu/pr/2009/p09-009.pdf
[9] Cfr. Olivier Bonfond, Jérôme Duval, Damien Millet « Ouf ! les Islandais ont dit massivement ‘non’ » http://www.cadtm.org/Ouf-les-Islandais-ont-dit

 



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