Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Maitan: Dal Pci al Pds

E-mail Stampa PDF

Dal PCI al PDS

 

Sul sito, come avevo promesso nella conclusione dell’articolo sulla Utilità di Renzi, da oggi è inserito il libro di Livio Maitan, Maitan - Al termine di una lunga marcia dal PCI al PDS.

 

Per presentare questo testo, e incoraggiare a cercarlo nella seconda parte, nell’Archivio, di solito meno frequentato dai visitatori, ho scelto una parte del capitolo su L’ultima svolta, scritto mentre ancora era in forse la nascita del PRC, di cui si coglieva comunque la reticenza nell’affrontare l’analisi delle ragioni del declino di quello che era stato il più grande partito comunista dell’Occidente. Ma si coglieva anche la dinamica che avrebbe portato all'attuale PD.

Un piccolo stralcio, ma già sufficiente per cogliere l’utilità di questo  libro. (a.m. 4/11/11)

 

 

6. L'ULTIMA SVOLTA?

Si potrebbe affermare, un po' paradossalmente, che, se Occhetto avesse proposto per il XIX e per il XX Congresso più o meno gli stessi testi che ha redatto da un anno a questa parte senza collegarli alla proposta di cambio del nome del partito, avrebbe riportato, grosso modo, il successo del congresso precedente, senza provocare troppe lacerazioni ed evitando pericoli di scissione.

Una simile affermazione racchiuderebbe un grano di verità. Infatti, l'iniziativa di Occhetto non è stata affatto un fulmine a ciel sereno, e da due punti di vista: perché è stata lo sbocco di un processo di decenni e perché era stata anticipata al XVIII Congresso, celebrato, come si ricorderà, all'insegna del "nuovo corso" e del "riformismo forte".

Già allora la "novità" era consistita, in buona sostanza, nell'abbandono d'ogni impostazione classista, sul piano delle analisi e degli orientamenti: il Pci non era più presentato come il partito della classe operaia o dei lavoratori e non si usava più neppure l'espressione "movimento operaio"l.. Cossutta l'aveva fatto notare nel suo intervento affermando, tra l'altro, che il partito si dirigeva verso rive liberaldemocratiche. Tra gli obiettivi centrali era stato, del resto, fissato quello di una democrazia economica abbozzata nei termini seguenti:

«La democrazia economica rappresenta una nuova frontiera della democrazia politica e la sua espansione nella sfera dei poteri sociali. Essa deve investire diversi campi: riforma dello Stato sociale; democratizzazione dell'impresa; redistribuzione dei redditi, della ricchezza e della proprietà; creazione di nuove forme di imprenditorialità. La lotta per la democrazia economica deve qualificarsi come crescita delle possibilità di accesso dei lavoratori alla conoscenza e al governo delle trasformazioni dell'impresa e delle loro implicazioni sociali e umane»2 .

Si tratta, come si vede, di concetti e propositi perfettamente accettabili da liberaldemocratici e anche da imprenditori vagamente progressisti: tanto più che sono inseriti in un orientamento «il cui primo obiettivo deve essere quello dell'allargamento della base produttiva, di un rafforzamento della produttività generale del sistema»3.

Un altro aspetto della problematica attualmente in discussione era stato anticipato nel documento sul partito:

«C'è bisogno, oggi in Italia, a sinistra -vi si leggeva - di un moderno partito di massa e di opinione capace di rappresentare e unire domande e bisogni di ceti deboli con aspirazioni ed esigenze di ceti forti, in un progetto che, saldando chi è "nello" sviluppo con chi rischia di restarne "fuori", dia alla modernità una diversa qualità sociale».

A proposito del nuovo statuto, va dato atto a Piero Fassino di aver fornito su l'Unità, nel corso del Congresso, una giustificazione "teorica" innovativa, al di là di tutte le formulazioni usate anche da partiti socialdemocratici inseriti da più. lunga data nelle istituzioni. Secondo Fassino, il nuovo statuto corrisponde a «un modello che si ispira a quello dello Stato democratico di diritto» e, più precisamente, introduce «una nuova costituzione di poteri ispirata al modello parlamentare». Il Comitato centrale è concepito «come una camera, la direzione come un governo, la segreteria come l'ufficio del presidente del consiglio e viene introdotta la figura del presidente del Comitato centrale».

Se si tiene conto che il Pci si dichiara favorevole a un'accentuazione del ruolo del primo ministro, se ne può dedurre che al segretario viene assegnata una funzione nettamente preminente rispetto agli altri dirigenti 4

Alla fine del congresso, l'Unità non si peritava di usare il titolo:

«Il PCI di Occhetto».

Si sarebbe tentati di rievocare il famigerato culto della personalità. In realtà, non si tratta tanto di un impossibile ritorno al capo carismatico dell'era staliniana, quanto dell'intento di costruire, con un uso "moderno" dei mass media, un leader alla maniera dei partiti parlamentari più tradizionali

(e da contrapporre, in primo luogo, al "decisionista" Craxi)5.

 

Lo "strappo" del 12 novembre

 

Richiamare le anticipazioni del XVIII Congresso non significa sottovalutare lo "strappo" del 12 novembre 1989, sintetizzato simbolicamente nella proposta di cambiare il nome del partito. Il nocciolo del progetto è di superare ormai esplicitamente anche l'impostazione tradizionale dei partiti riformisti di tipo socialdemocratico e di sostituire alla contrapposizione tra partiti del movimento operaio e partiti borghesi, la contrapposizione tra "progressisti" e "conservatori".

I riferimenti, del resto annacquati e in larga misura tatticamente strumentali, al ruolo che la nuova formazione attribuirà ai lavoratori, non alterano la sostanza delle cose.

Occhetto sa benissimo che senza l'appoggio (in primo luogo elettorale) delle grandi masse, composte nella stragrande maggioranza - e ciò non dispiaccia ai troppo disinvolti "modernisti" - da lavoratori salariati, nessuna forza "progressista" può sperare di imporsi. Ma questo non significa che egli accetti l'idea dell'indipendenza politica dei lavoratori come classe e della necessità della loro lotta per l'egemonia. Il concetto stesso di egemonia sembra, del resto, sparire dalla problematica occhettiana, con tanti saluti ad Antonio Gramsci!

Il "nuovo" progetto comporta, a livello ideologico, il completamento della rottura con le concezioni marxiste o più semplicemente materialistiche. Ciò si traduce, in primo luogo, in un privilegiamento sistematico dei temi politico-ideologici rispetto a quelli socio-economici. In secondo luogo, è diluita al massimo la critica alla società capitalistica e persino la contrapposizione tra le varie forze politiche.

Occhetto, tra l'altro, afferma che

 

«non si tratta di contrapporsi tra antidemocristiani e anticomunisti, come non ha senso essere antisocialisti... L'alternativa implica che una ricollocazione strategica di tutte le forze di progresso e le differenziazioni tra conservatori, moderati e riformisti sono destinate ad attraversare gli attuali schieramenti e a dar vita a inedite aggregazioni di maggioranza e a nuove aggregazioni di opposizione e, noi pensiamo, nuove forze politiche».

Sempre a suo avviso, si tratterebbe di

«unire, per la prima volta nella storia dell'umanità, due grandi ideali che, nel nostro secolo, sono rimasti divisi e contrapposti: l'ideale di libertà e quello di giustizia».

 

Infine, per completare il quadro, il disegno di integrazione nella sinistra europea si concretizza nel proposito di aderire formalmente all'Internazionale socialista 6.

La "dichiarazione di intenti" che Occhetto ha presentato nell' ottobre scorso, rilancia, con ambizioni di sistematicità, temi vecchi e nuovi, quasi tutti già presenti in relazioni, articoli e interviste, oltre che nei testi del XIX Congresso:

- l'analisi della situazione mondiale nell'interpretazione gorbacioviana dell'interdipendenza e l'idea del governo mondiale, di cui l'Onu sarebbe l'anticipazione;

- la riaffermazione della insostituibilità dell'economia di mercato e l'obiettivo della democrazia economica, sia sul piano nazionale sia su quello internazionale («la nuova sinistra non combatte l'internazionalizzazione - avrebbe dovuto dire più francamente alle multinazionali - ma si pone il problema della sua regolazione democratica»);

- una «posizione nuova» sulla «questione del potere», «non già e non più come presa del potere statale, ma come diversa organizzazione del potere stesso»; «il socialismo come processo di democratizzazione integrale della società»;

-un programma di governo «in grado di dare risposta ai bisogni essenziali di tutti i cittadini» e la centralità del tema della «riforma della politica» (riforme istituzionali, ecc.);

- il «superamento del centralismo democratico» che rappresenti «la più netta discontinuità non solo con la tradizione del comunismo internazionale, ma anche con quella del comunismo italiano»;

- «l'idea di una sinistra rinnovata; di una sinistra che, in Italia, si impegna a lavorare per condurre, senza disperderle,a una sintesi più alta le idealità e le esperienze del comunismo italiano, del riformismo liberale e socialista, del cattolicesimo sociale e democratico; di una sinistra che si apre al confronto con tutte le correnti e le forze di rinnovamento mondiali e che intende così concorrere alla realizzazione del grande progetto della liberazione umana».

L'adozione del nuovo nome, Partito democratico della sinistra,è, secondo i proponenti, l'espressione coerente del nuovo progetto politico e organizzativo e non è solo dettata dal desiderio di scindere le proprie responsabilità da quelle del movimento comunista tradizionale e dei "paesi del socialismo reale".

Non disponiamo, mentre scriviamo, della relazione sulla concezione del partito tenuta alla conferenza programmatica dell'ottobre scorso. E' toccato, comunque, un'altra volta a Piero Fassino sintetizzare la portata della nuova evoluzione: «da partito dell'emancipazione a partito della cittadinanza».

Di per sé, la formula non dice molto, ma, nella misura in cui ha un senso, costituisce un'ulteriore accentuazione delle impostazioni prevalse negli ultimi anni e in particolare del documento già menzionato del XVIII Congresso.

Già allora si era detto

«Addio al centralismo democratico»

(con questo titolo l'Unità presentava il proprio resoconto), naturalmente persistendo nella vecchia mistificazione - oggi più diffusa che mai, nell'orgia di denigrazione di tutto quello che può riferirsi al comunismo - che confonde, per ignoranza o in perfetta malafede, centralismo democratico dell'epoca di Lenin e dei primi anni dell'Internazionale comunista e centralismo "democratico", in pratica brutalmente burocratico, dell'era staliniana, attribuendo al primo i tratti ripugnanti del secondo.

E già allora, c'è appena bisogno di dirlo, il partito era cosa ben diversa da quello che era stato non solo negli anni '20 o nel periodo della lotta clandestina, ma anche negli anni '40 e '50, cioè non più un partito concepito come lo strumento di una lotta anticapitalistica nella prospettiva di una società socialista, ma un partito sempre più modellato sulle istituzioni, in cui i "rivoluzionari di professione" erano divenuti parlamentari, amministratori locali, burocrati sindacali, o manager di cooperative e, ai livelli inferiori, funzionari dalla carriera predeterminata secondo criteri abbastanza rigidi e regole non scritte. Ora, il superamento dell'impostazione classista esige il passaggio al «partito della cittadinanza», capace di adattarsi alla società nel suo complesso, come è stato detto, a tutte le sue pieghe.

Abbiamo accennato all'analogia di Fassino con le istituzioni dello Stato. Anche dal punto di vista puramente teorico, si tratta di una concezione erronea: perché il partito - dato elementare -è un'organizzazione volontaria, cui si aderisce per conseguire determinati fini e non per rispecchiare la società qual è (e neppure con il proposito idealistico-settario di fare del partito una specie di nucleo embrionale di una società futura); perché implica un appiattimento su istituzioni che, anche a prescindere dalle loro distorsioni, hanno finalità qualitativamente diverse da quelle di un partito; perché, in ultima analisi, costituisce una rinuncia ad assumere il ruolo di una forza che esprima e contribuisca a realizzare una proposta strategica unificatrice degli interessi, dei bisogni e delle aspirazioni di determinate classi e di determinati strati sociali, inevitabilmente contro quelli di altre classi e di altri strati.

Il testo della maggioranza per il XX Congresso si ricollega a tutte le impostazioni suaccennate, proclamando la necessità  di creare una nuova forza politica, accettando – con correttivi che contesterebbero ormai solo oltranzisti filothatcheriani o filoreaganiani - l'economia di mercato (in particolare per risolvere il problema del Mezzogiorno), delineando una prospettiva di cogestione delle imprese, ribadendo l'asse politico della «riforma del sistema politico»7 e riaffermando l'obiettivo di una federazione europea come sviluppo della Cee. Allo scopo, tuttavia, di mettersi al riparo dall'accusa di rinunciare all'obiettivo socialista per spostarsi «nel campo del radicalismo e della liberaldemocrazia», spiega in qualche paragrafo introduttivo che il nuovo partito manterrà «il grande obiettivo del socialismo» e «l'idea della democrazia come via del socialismo». Niente di troppo impegnativo, ma traspare qui la difficoltà di rompere completamente con la tradizione, compiendo un vero e proprio salto di qualità nella natura di classe del partito8.

Quando questo saggio sarà sotto gli occhi dei lettori, uno dei nodi della crisi del Pci sarà probabilmente sciolto: si saprà se ci sarà una scissione ed eventualmente quale ne sarà

l'ampiezza. Il corso degli avvenimenti chiarirà orientamenti e prospettive di una eventuale nuova formazione comunista, che non potrà in ogni caso evitare un'ampia riflessione critica e autocritica per definire la propria identità e ripartire su basi nuove, ricollegandosi alle tradizioni rivoluzionarie più genuine, in Italia e internazionalmente.

Limitiamoci qui a dire che, a nostro avviso, il valore delle critiche alle impostazioni della maggioranza è stato in larga misura sminuito dal fatto che i firmatari della "mozione Ingrao-Natta" hanno continuato a difendere, essenzialmente, le concezioni che ispiravano il partito all'epoca di Togliatti e di Berlinguer e hanno espresso a loro volta un giudizio senza riserve positivo sul gorbaciovismo. Non hanno neppure contestato - salvo qualche osservazione critica marginale in alcuni interventi - la proposta di adesione all'Internazionale socialista, senza neppure abbozzare - come non aveva fatto Occhetto - un bilancio critico del passato di questa organizzazione e un'analisi complessiva della sua realtà presente.

Senza ignorare le diversità, considerazioni analoghe valgono per la minoranza rappresentata da Cossutta. I suoi giudizi negativi sugli orientamenti maggioritari sono stati più drastici e, in particolare, le sue critiche alle direzioni sindacali più nette e in larga misura condivisibili. Ma, come in congressi precedenti, Cossutta ha continuato a presentare sotto luce favorevole l'epoca togliattiana, con la sua strategia riformista gradualistica, e si è espresso anche lui senza riserve

a favore di Gorbaciov, non rivolgendo, d'altra parte, che qualche critica minore all'Internazionale socialista.

La mozione unificata delle due opposizioni per il XX Congresso mantiene, in sostanza, le caratteristiche delle due mozioni precedenti. Pur proclamando la necessità della «rifondazione», non solo non sviluppa una riflessione critica sull'esperienza storica del Pci, ma non esita a rivendicare i meriti di Berlinguer e dello stesso XVII Congresso («piena appartenenza alla sinistra europea») come pure del «partito nuovo» di Togliatti9.

In altri termini, riafferma i criteri ispiratori di una strategia riformista gradualistica, sia sul piano interno sia su quello internazionale (per esempio, rivendicando la centralità del parlamento europeo e la «sovranità» dell'assemblea delle Nazioni Unite, un controllo delle multinazionali ecc.). Riecheggiando temi che la tendenza del Manifesto aveva abbozzato al momento della sua costituzione come organizzazione indipendente, delinea una concezione che elude il problema del potere (elusione più facile nelle formulazioni che nella realtà!) e che è gradualistica nella stessa impostazione del problema del comunismo 10.

Ha, d'altra parte, tonalità berlingueriane quando prospetta «un nuovo ciclo democratico», che rischia di ridursi a una variante della formula degli anni '70 - già ricordata – della «seconda tappa della rivoluzione democratica e antifascista».

Per quanto riguarda, poi, il problema del partito, ci si toglie d'impaccio con la ben poco impegnativa metafora della «rete», guscio vuoto di cui non ci si sforza molto di precisare il contenuto.

 

 

NOTE

1 Stando ai resoconti de l'Unità, l'espressione «movimento operaio» non sarebbe comparsa che nel messaggio di Gorbaciov.

2 Documento politico, II parte, punto 10.

3 Ibid., punto 12.

4 Di fatto, con il suo "colpo" del 12 novembre e con altre sue iniziative personali, Occhetto non ha fatto altro che tradurre in pratica questa concezione.

5 Va in questo senso anche il lancio del "governo ombra", sbiadita scimmiottatura della tradizionale prassi britannica. A questo proposito, è strano che non si sia notato che la scelta di Occhetto come presidente di questo governo reca il messaggio che, se potesse formare un governo vero, il Pci sarebbe pronto a identificare capo del governo e segretario del partito, incurante di tutte le esperienze negative fatte sia nelle democrazie parlamentari sia nelle società di transizione burocratizzate.

6 Si potrebbe pensare a una certa incoerenza, data la trasformazione che si vuole operare nella natura del partito. Non è così, perché all'Internazionale socialista aderiscono partiti e formazioni che non appartengono né sono mai appartenute al movimento operaio.

7 Cfr. l'Unità, 19 novembre 1990, supplemento. Il carattere democratico di certe riforme prospettate è più che discutibile. Per esempio, la scelta della coalizione di governo da parte degli elettori -che apre la strada al premio di maggioranza -può tradursi in un attacco al diritto delle minoranze a essere rappresentate secondo la loro forza. Quanto alla soppressione del voto di preferenza, la concorrenza tra candidati a suon di una propaganda corruttrice è senza dubbio scandalosa, ma la pura e semplice abolizione delle preferenze rischierebbe di accrescere il potere delle direzioni e degli apparati dei partiti.

8 La «mozione Bassolino», nella misura in cui non corrisponde a una operazione puramente tattica, esprime una sensibilità del partito che, pur non essendo contraria all'operazione del 12 novembre, vuole mantenere alcuni motivi dell'impostazione berlingueriana.

9 E' vero che il testo allude a «difetti» dell'analisi e della strategia del partito negli anni '60 e '70, ma si tratta di critiche del tutto parziali.

10 «Per noi oggi la parola "comunismo" indica la costruzione nel presente di un punto di vista e di una pratica autonoma, in grado di realizzare, qui e ora, forme di liberazione da tratti di oppressione e di dominio propri dei rapporti sociali capitalistici. Questo modo di intendere il comunismo non è stato travolto dal crollo dei regimi dell'Est europeo secondo il modello sovietico. Quella che è fallita all'Est è una società derivata da una concezione del socialismo che ha posto come centrali la presa del potere statale e la statizzazione dei mezzi di produzione».

 



Tags: PCI  PDS  Maitan  Berlinguer