Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Debito e referendum

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Debito e referendum

 

Sulla proposta di lanciare in Italia un referendum per respingere le misure proposte dal governo italiano, dall’opposizione, dalla BCE e dal FMI, si è acceso un dibattito a volte scorretto e fazioso. Alcuni si sono preoccupati di bollare subito come “revisionisti” o “sciovinisti” quelli che cercano pazientemente di costruire un fronte più largo contro il debito, in un contesto in cui parte della sinistra semplicemente respinge l’idea di pagare il debito come se fosse una proposta irresponsabile di “incoscienti” (sul “manifesto”…).

Ma alcune delle perplessità sul referendum hanno qualche fondamento, e per questo ho scelto uno stralcio da un più ampio carteggio con un visitatore del mio sito, Marco Bragaglia, uno dei benemeriti che ogni tanto mi fa proposte. Non sono molti, ma ugualmente non sempre sono in grado di fare subito quello che mi si chiede: ad esempio un altro compagno mi ha chiesto di scrivere sul criminale assassinio del dirigente delle FARC Alfonso Cano. Ho rinviato, dato che non posso limitarmi a esprimere una scontata indignazione nei confronti del crimine, ma dovrei fare anche una ponderata valutazione del bilancio e delle prospettive future delle FARC, e questo richiede tempo...

Comunque ecco la lettera di Marco con la mia risposta.

(a.m. 7/11/11)

 

Caro Marco,

prima di tutto grazie per la tua lettera (ma dammi del tu, e non chiamarmi professore, non scrivo ex cathedra). Farò alcune osservazioni su qualche punto, che evidenzio in giallo.

 

Caro Professore,


colgo la sua richiesta di aprire un confronto sui temi pubblicati sul Sito, per sottoporLe le seguenti osservazioni. Mi riferisco in particolare alla questione 'referendum' sul debito, e in generale sul rapporto politica-diritto.
L'opzione referendaria, sorta in Grecia ma già abortita (sul punto verrò in avanti), sembra avere qualche seguito anche in Italia. Con Lei, però, vorrei affrontare nello specifico alcune considerazioni circa la capacità delle forze di movimento di presentarsi con soluzioni credibili. La scelta di un referendum è del tutto impraticabile nel nostro ordinamento, in particolare se questa si propone come referendum consultivo.

 

1 - Ben più che sulla sua praticabilità e ammissibilità, su cui non sono competente per istintivo rifiuto degli studi giuridici, (sapendo quanto siano poco utili quando non si hanno rapporti di forza favorevoli per far rispettare leggi, costituzioni ecc, e sapendo quante sentenze spudoratamente dettate da interessi di classe ha dato la Corte costituzionale), io dubito direttamente dell’istituto del referendum. Il successo (però non a caso subito frustrato e beffato) di quello dell’acqua, e il caso islandese hanno fatto sperare, ma troppe volte quesiti giustissimi sono stati sconfitti, e altri autolesionistici sulle leggi elettorali sono passati. Naturalmente sia quelli vinti ma frustrati, sia quelli persi, non sono stati inutili per spostare settori di opinione pubblica. Bertinotti solo ora ha ammesso che 11 milioni di voti sull’art 18 erano stati un successo, tenendo conto dell’esiguità delle forze impegnate (neanche tutto il PRC).

Nel segnalare la notizia della proposta di Papandreu avevo espresso comunque subito qualche dubbio: «Naturalmente non possiamo sapere se il referendum si farà, o se è stato un tentativo di ricambiare il ricatto dei creditori. Vedremo.», senza aggiungere per il momento considerazioni o commenti sul Pasok, su Giorgio Papandreu, su suo padre e suo nonno, uomo di Churchill al momento della guerra civile.

 

Le risparmio le considerazioni giuridiche relative alla impraticabilità, che però presentano alcuni riflessi politici. In Grecia, il tira e molla di Papandreu prova ciò che moltissimi commentatori - in silenzio, purtroppo - segnalavano circa l'impossibilità costituzionale di procedere per via referendaria all'accettazione degli aiuti. Solo adesso ci si rende conto, quindi, che questa è stata una mossa politica del Premier greco per cingere maggioranza e opposizione in Parlamento, santificando un'alleanza nazionale che 'attutisse' l'urto popolare - che un referendum avrebbe solo accentuato-. Solo forze socialdemocratiche possono fare di simili scherzi.

Certo un bluff molto rischioso, che infatti si è sciolto in un batti baleno. Eppure, tra le forze di opposizione radicale in Italia nessuno si è chiesto, neanche per un attimo, come mai un politico socialdemocratico, supino a tutte le richieste della c.d. troika (su cui ritornerò), avesse avuto un sussulto così forte di democrazia.

Così, oggi, vediamo anche da noi la richiesta di un referendum, che non poggia su alcuna base giuridica concreta ma, come ho detto, sconta soprattutto una pessima valutazione dello scenario politico: è stata avanzata, infatti, l'ipotesi di presentare una petizione al Parlamento affinché bocci il piano presentato dall'Europa, visto poi il sicuro diniego, presentare un referendum consultivo. Due miserie in un corpo solo. Le petizioni verrebbero calendarizzate a dopo il varo della legge finanziaria, e, soprattutto, si concluderebbero, molto presumibilmente, con un rigetto per improcedibilità dato che non è possibile richiedere referendum consultivi nel nostro ordinamento: tutto questo a misure di austerità già in vigore.

Per giunta, il referendum consultivo - ancorché ammesso - è misura certamente 'moderata' rispetto ad un referendum abrogativo, perché il Parlamento potrebbe benissimo non tenerne conto. Non ha tenuto conto di un referendum abrogativo, che ha effetti immediati (la cancellazione di una legge) figuriamoci di un referendum consultivo. E poi il quesito quale sarebbe: volete voi cancellare il debito?

 

2 - Ovviamente non mi convince per molte ragioni la macchinosa proposta della petizione al parlamento: mi sembra solo una perdita di tempo, se ci si crede davvero. Anche se è “già avvenuto una volta nel 1989”, mi sembra inverosimile che questo Parlamento possa varare “una legge costituzionale per permettere una consultazione popolare” per chiedere agli italiani: “Siete favorevoli ai piani di salvataggio stabiliti dall’Unione europea?”. Per fortuna chi lancia l’idea ha precisato che “lancerà una petizione formale al Parlamento, sulla quale saranno raccolte le adesioni più ampie, per chiedere questa iniziativa”, ma ha aggiunto subito: “Senza, ovviamente, farsi illusioni”. Allora si tratterebbe solo di uno dei modi per sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica sulla questione del debito, su cui fino a pochissimo tempo fa eravamo veramente in pochi a proporre il rifiuto. In questo potrebbe essere utile, tenendo conto che ancora oggi molti della sinistra (con in testa Felice Roberto Pizzuti  sulle pagine del Manifesto) considerano assurdo proporre il non pagamento…

Credo comunque che molte illusioni sul meccanismo del referendum siano derivate dal caso islandese, di cui si sottovalutano le particolarità, anzi l’eccezionalità: un presidente della Repubblica che si schiera col suo popolo, è una cosa rarissima, che non a caso è stata possibile solo in uno Stato piccolissimo, e grazie anche alla mostruosità del debito che era stato contratto alle spalle dei cittadini (50.000 dollari procapite, neonati e ricoverati in ospizi inclusi…).

 

Al di là della scelta simbolica di far pronunciare il popolo, che condivido, resto però basito dalla faciloneria con cui forze che si reputano di alternativa si incastrino in simili scherzetti giuridici che hanno come unico effetto quello di renderci ridicoli. 

Chiudo con due altre questioni che considero fondamentali, e sulle quali vorrei avere una sua opinione. 

Diversi autori - penso in particolare a Gallino - hanno sottolineato, ma inascoltati, un elemento fondamentale di tutta la vicenda epocale della crisi. Su cui penso, gli intellettuali (tra cui ovviamente Lei), credo che si debbano interrogare. Ossia: non esiste la subordinazione della politica all'economia. Il sistema economico attuale è un chiaro sistema politico. Questa considerazione, che può apparire generica, ha invece riflessi concreti nell'agire politico e nella identificazione del 'nemico'. La Bce, non impone a nessuno nulla, non è un terzo soggetto - la cd. tecnocrazia europea, ma in fondo Mario Monti si appresta a fare questo in Italia - è invece una struttura economico-finanziaria retta e governata dagli Stati (la nomina di Draghi e lo scontro con Bini Smaghi spiega tutto il valore politico della questione). Sono gli stati che si assumono la responsabilità di quelle politiche, però, per apparire agli occhi degli elettori come vittime, dicono che sono imposte dalla Bce. La lettera di Draghi e Trichet, è lampante da questo punto. Una lettera ridicola, con l'intestazione "Caro primo ministro". e così fioccano su articoli - non suoi ovviamente - volantini e note politiche critiche alla Bce che imporrebbe agli stati delle misure capestro. Mai nulla di più sbagliato - giuridicamente - ma sopratutto politicamente. 

 

3 – Su questo sono d’accordo con te e Gallino. Altro che commissariamento, casomai c’è un gioco delle parti. Berlusconi ha ammesso in un raro momento di sincerità che per imporre qualcosa agli italiani bisognava che “l’imponesse l’Europa”. Mi sembra invece che gran parte della sinistra non colga il carattere di classe della direzione dell’Europa, e pensi che si possa chiederne un funzionamento meno ostile ai lavoratori.

È qualcosa di simile alle assurde illusioni sull’ONU: non si tiene conto che non solo il gruppo permanente del Consiglio di Sicurezza è composto da rappresentanti di stati con una fedina penale sporchissima, ma che anche la maggioranza dell’Assemblea Generale è composta da inviati da governi criminali (che magari a volte usano qualche voto platonico sulla questione palestinese o simili, ma solo per usi interni).

 

L'incapacità di squarciare questa mistificazione, ci rende inadatti a svelare i veri meccanismi della crisi del capitalismo. Ciò è anche dovuto al nostro rifiuto di affrontare i temi politici anche con piglio giuridico, ossia andarci a vedere i meccanismi di funzionamento di alcune istituzioni. Passo così al secondo punto. Il diritto, come strumento della borghesia, come sovrastruttura. Tutto assolutamente vero. Ma dimenticare questo aspetto dell'esistente, lasciarlo sempre nelle mani della borghesia, nella migliore delle ipotesi ci rende solo ridicoli (cfr. referendum consultivo) nella peggiore ci trasforma in marionette della politica di classe del capitale, che ci abbindola con i suoi trucchetti. 

 

Penso che lo sforzo dei soggetti più intelligenti debba essere orientato anzitutto verso un'operazione verità, così come sta compiendo Lei con il Sito, ma ciò deve estendersi ed apparire ben chiaro a tutti il rischio che si corre. 

 

Le chiedo scusa per la lunghezza e magari anche per la confusione. 

un saluto.

marco.

 

Spero comunque che sia chiaro che ogni accenno al referendum greco nel mio sito era solo per denunciare la campagna di indignazione contro “l’assurda pretesa di consultare i cittadini”…

Quanto al “diritto da non lasciare nelle mani della borghesia”, non mi pronuncio, ma per le ragioni spiegate all’inizio, sono assai dubbioso che basti “fare un’operazione verità”.

 Mi sembra difficile intaccare l’uso pressoché esclusivo del diritto da parte delle classi dominanti…

 

Ti ringrazio comunque, e a presto

Antonio

 

 

 



Tags: Debito  referendum  acqua  Islanda  FMI  ONU  BCE  Papandreu