Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La vicenda esemplare della BEST

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La vicenda esemplare della BEST di Montefano

 

Dall’inizio di questa settimana il caso centrale nelle lotte in difesa del lavoro, è diventato quello della BEST di Montefano, dove con l’inganno il padrone, utilizzando crumiri forse ignari, ha rubato in una notte tutti i macchinari portandoseli probabilmente in Polonia. Per una ricostruzione dei fatti, riporto sotto un articolo di Sergio Sinigaglia su il manifesto dell’8 novembre.

 

A prima vista sorprende che si dia importanza a questo episodio che riguarda appena 126 lavoratori (anzi 125, dato che uno, Paolo Stassi, dopo aver collaborato all’organizzazione del furto, è stato “premiato” salvandolo e spostandolo nell’altro stabilimento di Cerreto d’Esi). In effetti ci sono molti altri casi, in Italia e nelle Marche, di fabbriche smantellate, di operai messi sulla strada o ricattati pesantemente. Di macchinari, magari acquistati con poderosi contributi statali, smantellati e spostati oltre confine. Ne avevo incontrato vari casi, nel Salento, tra cui quelli clamorosi della FIAT New Holland di Lecce, e della Filanto di Casarano, smantellata a pezzo a pezzo per portare i macchinari in Albania e in altri paesi balcanici.

Ma questo episodio così brutale appare l’anticipazione di quello che potrà accadere ovunque, se non si metterà termine alla prepotenza padronale.

Infatti si tratta di un caso spudorato di violazione di ogni norma di convivenza civile, di disprezzo per le stesse istituzioni, che dichiarano di non aver autorizzato la chiusura e lo smantellamento della fabbrica e di non essere state neppure informate.

E pensare che tutti i padroni (e i politici amici loro che li hanno colmati per anni di facilitazioni e di sgravi fiscali) lamentano spesso la “scarsa disponibilità” della classe operaia alla collaborazione, e a fare maggiori sacrifici per il “bene comune”!

Ma intanto mentono, piangendo miseria. Alla BEST avevano cominciato da tempo a ridimensionare gli organici, liberandosi di parecchi lavoratori interinali, e di altri lavoratori "in esubero" incoraggiati con uno scivolo per l’autolicenziamento. Ma assicuravano che non c’erano problemi. E mentivano sempre, certi che l’idea di controllare le loro carte non sarebbe venuta ai lavoratori. Loro sì disponibili a collaborare!

Nell’ultimo incontro con i sindacati il 19 ottobre i dirigenti (italiani) della BEST si erano impegnati a presentare un piano industriale il 31 ottobre. Invece preparavano il colpaccio. Il 31 ottobre proponevano quindi di rinviare la discussione a dopo il ponte, deciso unilateralmente e quindi senza ammortizzatori. Gli operai dovevano prendersi ferie forzate, senza poterle utilizzare davvero. Hanno mugugnato, ma non hanno sospettato l’inganno. Troppa fiducia! Indubbiamente mal riposta…

E ora lascio spazio alla cronaca efficace di Sergio Sinigaglia, prima di fare alcune considerazioni finali.

 

 

Rubata una fabbrica, di notte. I padroni se la portano via

 

Sergio Sinigaglia                                                       su “il manifesto”, 08.11.2011

 

La multinazionale Usa Nortek fa svuotare l'azienda di Macerata dagli operai polacchi. 126 dipendenti licenziati, i macchinari trasferiti in Polonia dopo il furto. Ora i lavoratori presidiano l'edificio vuoto

 

Prendi la fabbrica e scappa. Non è il titolo di un film, ma l'incredibile vicenda che si è consumata nella notte di Halloween nelle Marche. Una storia emblematica dei tempi in cui viviamo, dove elite finanziarie e multinazionali decidono le sorti delle persone con scelte spietate. Agiscono di notte come i ladri e si portano via i macchinari.

Siamo a Montefano, piccolo comune del Maceratese. 3600 abitanti, poche piccole imprese artigiane e un unico insediamento industriale, la Best che occupa 126 persone. L'azienda fa parte del gruppo omonimo che, dal 1995, a sua volta è proprietà della Nortek, una multinazionale americana di Providence. È leader nel nord del paese nel settore dei sistemi di ventilazione domestica e industriale. In Europa ha tre stabilimenti di produzione delle cappe, due in Italia, nelle Marche. Il primo è a Montefano, l'altro a Cerreto d'Esi e occupa 230 addetti. Il terzo è stato aperto qualche anno fa in Polonia a Zabrze e vi lavorano 250 operai. Lo stabilimento di Montefano produce motorini e convogliatori, a Cerreto si fanno solo cappe, in Polonia il ciclo produttivo è completo, con una flessibilità selvaggia, tanto che gli occupati variano secondo il periodo e il numero di 250 è assai elastico.

L'impianto di Montefano come ci racconta Rossella Marinucci della Fiom di Macerata, recentemente ha visto cambiare per ben tre volte il gruppo dirigente. L'ultimo si è insediato nel 2010. «Il gruppo - racconta Rossella - negli ultimi tempi ha iniziato ad avere un calo di fatturato, ma qui a Montefano si è sempre continuato a lavorare in equilibrio economico, con un bilancio in attivo, seppur di poco, anche nei periodi peggiori. Anche la produttività, al 92%, è stata buona con un'alta professionalità dei lavoratori». I quali sono in prevalenza donne, molto giovani e spesso componenti di uno stesso nucleo famigliare. «Abbiamo avuto periodi - prosegue la Marinucci - in cui abbiamo utilizzato gli ammortizzatori sociali. A Montefano per un paio di anni il contratto di solidarietà, a Cerreto la cassa integrazione straordinaria, però tutto si manteneva all'interno del contesto generale di crisi». Ma con l'arrivo dell'ultimo management le cose sono cambiate. «Sin dall'inizio abbiamo avuto l'impressione che volessero ridimensionare. Prima di questa estate hanno manifestato la preoccupazione che gli americani non volessero pareggiare i conti in rosso. Ad agosto ci è stato detto che avrebbero presentato un piano industriale per riorganizzare il gruppo». Il campanello d'allarme arriva quando il cliente principale fa improvvisamente un ordinativo assurdo, praticamente quello che normalmente chiedeva in un anno. Dunque un ordine di scorta. Ma la proprietà, dall'America, continua ad assicurare sulle sue buone intenzioni. Fino al truffaldino epilogo.
L'ultimo incontro con i sindacati si svolge il 19 ottobre. Viene aggiornato al 31 con l'intenzione, finalmente, di entrare in merito al piano industriale. Ma lunedì la direzione comunica che in settimana, visto il ponte del primo novembre e il «possibile calo di produzione», lo stabilimento di Montefano rimarrà chiuso. Sconcerto tra gli operai che non avendo ammortizzatori sociali attivi devono prendere le ferie. Nessuno può prevedere quello che accade nella notte delle streghe e quella successiva. Una squadra di operai fatta venire apposta dalla Polonia smantella completamente tutte le linee produttive e svuota la fabbrica. Una cosa che crediamo non abbia precedenti in Italia. «Ce ne siamo accorti perché il responsabile della produzione ha telefonato mercoledì mattina informandoci che il gruppo ha deciso di chiudere lo stabilimento di Montefano. Nel giro di quindici minuti ha poi telefonato ai fornitori per avvisarli che lì non ci sarà più alcuna produzione e tutto verrà trasferito in Polonia. Ripensandoci, venerdì 28, all'ultimo turno, degli incaricati della proprietà si sono messi a cambiare le serrature con la scusa che c'erano stati dei furti. Ma chi si poteva immaginare una cosa del genere?». Da ieri i lavoratori sono tutti in presidio permanente fuori dai cancelli della fabbrica. Completamente vuota.

Sergio Sinigaglia

 

Qualche riflessione su cosa si può fare.

Prima di tutto, durante un presidio lungo e difficile (anche per le condizioni climatiche) si può tentare di ricostruire bene cosa è avvenuto. Non per accusarsi di leggerezza, come qualcuno ha fatto in assemblea, per non aver capito cosa si preparava, ma per chiarire alcuni punti effettivamente oscuri:

·      La Polonia. Ho scritto che la direzione ha spostato “presumibilmente” in Polonia i macchinari, ma si deve ancora accertare chi ha controllato il carico dei camion, se sono stati imbarcati ad Ancona, o se hanno passato la frontiera di terra a Trieste o in altri valichi. Possibile che non ci fosse nessun controllo? Per controllare il presidio dei lavoratori lunedì scorso c’erano ben cinque auto dei Carabinieri, ma chi controlla le frontiere? O invece le macchine sono state nascoste in qualche magazzino in Italia?

·         Le autorità: è possibile che non fossero state preavvertite? Possibile che in un paese in cui ci sono sempre troppe autorizzazioni burocratiche da chiedere per ogni sciocchezza, non ci sia stata nessuna richiesta per lo spostamento dell’intero stabilimento? Allora significa che i famosi “lacci e laccioli” che legherebbero le mani ai nostri capitani d’industria non esistono?

·         I licenziamenti “volontari”. Come l’uscita dei precari, interinali, ecc., non erano solo un sintomo dei progetti dell’azienda. Erano la forma scelta dai padroni per dividere i lavoratori. Ciascuno tira un respiro di sollievo se il licenziamento tocca a un altro, meno protetto, magari straniero, o da poco in fabbrica, o magari si vergogna un po’ per il sollievo provato, ma sottovaluta la necessità di difendere TUTTI I POSTI DI LAVORO, non solo il proprio.

·         La concorrenza tra le fabbriche. Finora i lavoratori della BEST di Cerreto d’Esi hanno retto bene, hanno scioperato subito, hanno partecipato in tanti a due iniziative in Ancona, ma è chiaro che aver concentrato l’attacco sullo stabilimento di Montefano (anche se aveva indici di produttività molto buoni) tende a spezzare la solidarietà tra due stabilimenti dello stesso gruppo, a sacrificarne uno per ora, ripromettendosi di colpire l’altro in un secondo momento. Per ora minacciano soltanto: “state buoni, se no tocca anche a voi” ma è chiaro che sarebbe follia di credere a mentitori simili. Se troveranno più convenienza, e se l’hanno fatta franca per questa carognata, chiuderanno anche l’altro stabilimento. Bisogna subito discutere insieme tra i lavoratori dei due stabilimenti, non per chiedere semplicemente solidarietà (che c’è stata subito ma non basta e non può reggere a lungo in questa forma) ma per capire cosa si può fare insieme, a partire dalla diversa posizione dei due stabilimenti.

·         “Fare inchiesta” Ci sono molte esperienze in cui anche i lavoratori di aziende piccole (ad esempio la General4 di Pomezia) sono riusciti a “fare inchiesta” sulle operazioni che stavano dietro la chiusura del loro stabilimento, scoprendo chi era il vero proprietario di nuove imprese fittizie a cui era stato passato il lavoro sottratto a loro. In questo caso si tratterebbe di indagare sulla sparizione dei macchinari e sulle possibili responsabilità (se fosse accertato che non c’è stato nessun preannuncio alle autorità e quindi c’è stata una specie di rapina, è possibile esigere che ci sia una rivalsa sulla multinazionale NORTEK, di cui è bene ricostruire tutti gli interessi nel nostro paese). Si tratta di vedere a che condizioni sono stati concessi a suo tempo il suolo, gli allacci, ecc. per lo stabilimento di Montefano, o se c’erano stati finanziamenti statali, per capire in che misura era davvero “privato”.

 

Una prima conclusione

I lavoratori della BEST di Montefano hanno retto bene al colpo, si stanno organizzando per reggere a lungo, per impedire che spariscano anche i materiali rimasti, ma anche per proiettare all’esterno la loro esperienza. Proiettarsi all’esterno, non solo nei mercati, ma anche ai cancelli di fabbriche vicine e più lontane. Non solo per chiedere solidarietà ma per aiutare a costruire una risposta comune.

La verità è che è tardi, ma non troppo tardi. La chiusura della BEST non è la prima ma nemmeno l’ultima. Da anni una dopo l’altra centinaia di fabbriche sono state chiuse o ridimensionate pesantemente, e la risposta, anche per responsabilità di certi settori sindacali troppo concilianti, è stata frammentata: a volte si trovavano decine di fabbriche presidiate lungo una strada, ciascuna per conto suo, ciascuna appesa alla speranza di un intervento salvatore di qualche Ente Locale, mentre sarebbe stato necessario coinvolgere anche quelle che sarebbero state magari colpite sei mesi dopo, e soprattutto quelle in cui la produzione tirava bene (e quindi anche i profitti salivano).  Solo con la forza di tutte, deboli e forti, e non solo di quelle già colpite, una risposta è possibile. Una risposta che finalmente pretenda dal padronato la restituzione di una parte di quel che ha accaparrato per l’eccessiva pazienza del movimento sindacale, e che difenda i posti di lavoro rifiutando i licenziamenti, e battendosi per la riduzione d’orario a parità di salario, per lavorare meno, ma tutti!              (a.m. 9/11/11)



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