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Nicaragua: dittatura istituzionale

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NICARAGUA – UNA DITTATURA ISTITUZIONALE

Maria López Vigil*

(Brecha, Montevideo, 11 ottobre 2001 – http://www.brecha.com.uy)

 

Del sandinismo e del Nicaragua si parla pochissimo, oggi, ma è stato per anni una grande speranza. Migliaia di volontari italiani, comunisti rivoluzionari o cristiani di base, hanno seguito da vicino quell’esperienza affascinante apertasi con la caduta della feroce dittatura di Somoza nel 1979. Poco più di dieci anni dopo, l’esperienza sandinista si chiudeva in modo non limpido (per l’accaparramento privato o collettivo di beni dello Stato prima di cedere il potere al nuovo governo, chiamato popolarmente piňata), e aveva inizio un processo di trasformazione del movimento che ripercorreva rapidamente le tappe dell’involuzione anche morale della sinistra europea, in concomitanza con il crollo dei regimi del “socialismo reale”. Tuttavia un gran numero dei protagonisti della rivoluzione non hanno accettato la corsa per tornare al potere con alleanze indecenti decisa da Daniel Ortega. Ma agli elementi critici, che volevano rifondare il sandinismo, è stato impedito perfino di partecipare alle elezioni.

Maria López Vigil non è l’unica in Nicaragua a dire che il sandinismo è stato ormai sostituito dall’orteguismo… Ho voluto riportare questa analisi subito, ma la riprenderò presto in un articolo che sto scrivendo sulle implicazioni per l’ALBA, di cui il Nicaragua orteghista fa parte a pieno titolo. (a.m. 13/11/11)

 

 

 

Sto scrivendo queste righe all’alba, a Managua, a 72 ore di distanza dalla chiusura dei seggi elettorali in tutto il paese. Mentre Ortega si proclama vincitore con poco più del 62%, il suo unico contendente, l’Alianza PLI [alleanza del Partido Liberal Independiente], contesta i risultati, come li contestano tutte le organizzazioni della società civile e la delegazione degli osservatori internazionali dell’Unione Europea.

Non possiamo sapere quali siano stati i risultati elettorali. Può darsi che Ortega abbia vinto ma è impossibile che abbia vinto con quei margini. È probabile che il risultato reale sia stato un pareggio tecnico tra Ortega e Fabio Gadea, il candidato di Alianza PLI. È possibile che abbia vinto di poco Gadea. Non lo sapremo mai. Questo è il dramma che vive oggi il Nicaragua, al di là dei risultati proclamati dal Poder Electoral (Potere Elettorale), un’istituzione completamente controllata, perlomeno da sette anni a questa parte, dal FSLN [Frente Sandinista de Liberación Nacional], e che ha poteri esorbitanti.

Per la prima volta nella recente storia elettorale del Nicaragua (dal 1984 a oggi), in questa tornata elettorale si sono verificati violenti disordini in 80 dei 153 comuni, alla vigilia delle elezioni e dopo. Per la prima volta l’opposizione non riconosce fin dalle prime ore i risultati. Per la prima volta si chiedono nuove elezioni. Nonostante questo, il Potere Elettorale ha parlato delle «elezioni più pacifiche della nostra storia».

Le irregolarità

È difficile, e persino seccante, elencare le irregolarità pre-elettorali. Una delle più elementari: sono migliaia e migliaia, in ogni parte del paese, i/le cittadini/e che non hanno potuto votare perché il Potere Elettorale non ha consegnato loro il certificato elettorale. Quelli che non lo ricevevano erano sostenitori di Alianza PLI, mentre venivano consegnate casa per casa ai simpatizzanti del partito di governo. In una società di dimensioni così piccole e nelle zone rurali, tutti sanno quale sia la tradizione di voto di intere famiglie; o si vota per il Fronte o si vota contro. Grazie a questa conoscenza locale, è stato limitato il voto dell’opposizione. Via via che stiamo conoscendo dati su quel che è successo nel giorno del voto, andiamo scoprendo che grazie a questo stesso sistema di conoscenza locale (o di micro conoscenza di zona, o di strada) si è organizzata la frode negli stessi seggi in cui si raccoglievano i voti.

Il Potere Elettorale ha assegnato il controllo dei quasi 13.000 seggi a militanti e attivisti del partito di governo. Questi controllavano tutti i tavoli e decidevano tutto quel che doveva accadere nelle 11 ore di durata delle votazioni. Hanno deciso di non contare preliminarmente le schede, di non controllare prima le urne in cui si depositano le schede per verificare che fossero vuote, di consentire la presenza ai seggi di persone esterne che dovevano controllare elettori, in certi casi intimidendoli, hanno deciso di accettare che votassero minorenni che avevano ottenuto le schede nei collegi, che i simpatizzanti del Fronte votassero due o più volte, a che ora si dovessero chiudere i seggi, come procedere nelle operazioni di scrutinio, quali schede annullare, e così via. In un paese con una così scarsa abitudine alla sistematizzazione per iscritto e in buon ordine, sarebbe stata molto difficile compilare la doverosa registrazione in ognuno dei 13.000 seggi.

Chi avrebbe potuto impedire, e solo relativamente, tutte queste irregolarità fraudolente? Unicamente gli scrutatori di Alianza PLI. Anche se la legge stabilisce che dieci giorni prima delle elezioni il Potere Elettorale deve avere accreditato tutti gli scrutatori, questo però non è stato rispettato. Nel 40% dei seggi non c’erano scrutatori dell’opposizione, gli attivisti del Fronte hanno calcolato i risultati da soli. Gli ultimi accreditamenti di scrutatori dell’Alianza PLI sono stati fatti solo 17 ore prima delle votazioni.

L’elenco dettagliato delle irregolarità risulta fin dalle prime relazioni informative dei tre organismi nazionali di osservazione elettorale: “Etica e Trasparenza” (collegio locale di “Trasparenza Internazionale”), l’“Istituto per lo Sviluppo e la Democrazia” e “Facciamo Democrazia”. Figura anche nelle 11 pagine della relazione preliminare della Delegazione degli osservatori dell’Unione Europea.

Perché non c’è un’opposizione di sinistra

Per capire, da sinistra, l’attuale panorama politico nicaraguense occorre tenere presente che ormai il sandinismo non è più, da anni, il Fronte Sandinista e che quest’ultimo è diventato adesso “orteghismo”.

L’orteghismo è il progetto di Ortega, sono i suoi familiari e il gruppo imprenditoriale in cui sono inseriti. Questo progetto è andato delineandosi da anni e si è rivelato nei sui obiettivi da quando Ortega è tornato al governo, nel 2007. Con la maggioranza parlamentare irregolarmente ottenuta con queste elezioni se ne conosceranno altri risvolti: riforme costituzionali, leggi volte a controllare le espressioni organizzate della società civile (fragilissima in Nicaragua) e i mezzi di comunicazione, ecc.

L’orteghismo mescola il più puro neoliberismo (bilanci riaggiustati in base agli accordi con il FMI, privilegi per la banca e il grande capitale, controllo di qualsiasi espressione sindacale) con il tradizionale assistenzialismo clientelare dei governi latinoamericani (programmi sociali che fungono da palliativo delle condizioni dei più poveri - metà della popolazione -, con crediti a basso costo, elargizioni di animali e sementi, tetti per le case più disastrate…). È anche il culto della personalità di Ortega, che è stato l’unico candidato e l’unico segretario generale che abbia avuto il Fronte Sandinista. O la promozione del cattolicesimo più tradizionalista, con permanenti invocazioni a Gesù Cristo e alla Vergine Maria nelle allocuzioni presidenziali (Ortega, c’era da aspettarselo, ha attribuito a Dio la sua vittoria elettorale!). È la penalizzazione dell’interruzione della gravidanza in ogni caso. Ed è anche, e soprattutto, l’arricchimento della famiglia presidenziale e del gruppo imprenditoriale del Fronte con le risorse milionarie della collaborazione con il Venezuela. Per Ortega, Hugo Chávez e i suoi petrodollari hanno rappresentato la possibilità di consolidare il suo progetto politico: la cooperazione venezuelana lo arricchisce e gli consente di finanziare i progetti assistenziali clientelari per i più poveri. Le nuove esportazioni in Venezuela nel quadro dell’Alba (carne, latte, caffè) stanno arricchendo il grande capitale nicaraguense, che ha tradizionalmente controllato l’industria della carne, del caffè e dei latticini.

L’orteghismo non avrebbe assolutamente potuto prosperare senza il patto politico che Ortega ha sottoscritto e realizzato con il corrotto ex presidente liberista Arnoldo Alemán. Il patto, che risale a dieci anni or sono, quando era al governo Alemán, ha riformato la Costituzione e la legge elettorale, aumentato le alte cariche in tutti i poteri e le istituzioni statali, ripartite, metà e metà, tra i fedeli di Alemán e quelli di Ortega. Con l’andar del tempo, Ortega ha a poco a poco soppiantato Alemán, finendo praticamente per controllare tutti i Tribunali di Giustizia, la Contraloría (l’organo che ha il compito di vigilare sulle risorse statali) e, in forma quasi oscena, il Potere Elettorale.

L’opposizione all’orteghismo non ha potuto organizzarsi in partiti perché i due gruppi politici che hanno respinto frontalmente il patto, sia in seno al sandinismo (Movimiento Renovador Sandinista – MSN), come più tardivamente nel liberalismo di Alemán (Alianza Liberal Nicaraguense – ALN) sono stati cancellati dalla mappa politica dal Potere Elettorale. Al MRS hanno soppresso la personalità giuridica nel 2008. E l’ALN fu consegnata a fedelissimi di Alemán e di Ortega per disposizione del Potere Elettorale nel 2006. Sono appunto questi due gruppi, dal centrodestra e dalla sinistra, i principali sostenitori dell’Alianza PLI.

L’opposizione a Ortega si esprime attualmente in forma dispersa e senza ancora una guida precisa. Sta praticamente in tutte le espressioni organizzate della società civile, in quei due gruppi politici, nelle zone che hanno vissuto la guerra e che percepiscono il progetto di Ortega come il ritorno a quegli anni. In quest’occasione, questa opposizione sparsa ha visto nell’Alianza PLI l’unica strada che rimaneva per frenare le mire totalizzanti dell’orteghismo.

La spina

Nei cinque anni del suo secondo mandato, Ortega ha sofferto per la spina nel fianco costituita dal fatto di essere arrivato al governo con solo il 38% dei voti, una percentuale insignificante, che in certo modo lo metteva in ridicolo di fronte ai suoi pari dell’Alba, che hanno ottenuto il governo con larghe maggioranze. Ora, con i discussi e discutibili risultati di queste fraudolente elezioni, finalmente Ortega si è tolta la spina: ha la maggioranza politica e si può presentare “con onore” di fronte ai colleghi dell’Alba. Adesso si presenta con la maggioranza parlamentare, l’egemonia politica e un’opposizione estremamente indebolita.

C’è paura. Paura nel manifestare apertamente le critiche, di perdere il lavoro nello Stato, dove dal 2009 la maggioranza degli impiegati pubblici sono stati praticamente costretti a prendere la tessera di militanti del Fronte Sandinista per conservare il posto di lavoro. C’è paura per l’accentramento di potere che esiste nel governo e che limita l’iniziativa di ministri e funzionari se non hanno il permesso “del comandante e della compagna Rosario” (Rosario Murillo, la cattolicissima moglie di Ortega nonché portavoce del governo). I giovani sono fanatizzati, partecipano agli atti ufficiali completamente inquadrati, con magliette piene di slogan che ripetono le parole d’ordine della “compagna Rosario” come unici argomenti.

In Nicaragua c’è molta povertà (è il secondo paese più povero del continente),[i] e questo favorisce l’avanzare della rassegnazione religiosa. L’istruzione pubblica è carente, e questo facilita il fondamentalismo religioso e alimenta il caudillismo politico di Ortega. La gente ripete tranquillamente che “è Dio che fa cadere o vincere i governi”.

In una situazione del genere, la speranza consiste nel puntare sull’educazione della gente: nell’educarla a un pensiero critico. Molte speranze stanno in parecchie organizzazioni di donne, degli spazi in cui la rivoluzione è sempre proseguita. I processi educativi hanno sempre tempi lunghi.

Daniel Ortega ha costruito una dittatura istituzionale. La vittoria che esibisce ne completerà la costruzione. Nel suo percorso, egli ha svilito completamente tutti i principali valori del Fronte Sandinista: Il suo progetto politico sta diseducando il Nicaragua e prima o poi andrà a finire male.

Alla chiusura della campagna dell’Alianza PLI, un cartello gigantesco diceva: «Daniel, non vogliamo che ti succeda quello che è successo a Gheddafi, e per questo a Estelí voteremo Fabio Gadea».

Noi che abbiamo lottato per il sandinismo, nel Fronte o fuori, per oltre trent’anni, abbiamo tremato a quel messaggio. Con il turbamento di questo momento e con più domande che risposte, scrivo da Managua mentre l’incertezza si palpa con mano.

 



* Giornalista e scrittrice nicaraguense, direttrice della rivista Envio, militante della sinistra cristiana.

[i] L’economia nicaraguense è quella di minore dimensione dell’America Centrale e, dopo Haiti, il Nicaragua è il paese più povero dell’intero continente: Il 45% della popolazione vive nella povertà, e la disoccupazione e la sottoccupazione colpiscono il 53% dei 2,85 milioni della popolazione attiva. Il Pil del paese non raggiunge i 6.500 milioni di dollari e quello pro capite è di 1.126 dollari. Il 5,3% dei 5,8 milioni di abitanti appartiene ad etnie indigene, insediate soprattutto nella zona caraibica. I principali prodotti di esportazione sono caffè, carne, zucchero, frutti di mare e oro. (traduzione di Titti Pierini)



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