Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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I veri pericoli per l'ALBA

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Riflessioni sull’ALBA (e sui cattivi esempi)

Alcune vicende recenti impongono una riflessione sull’ALBA, la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América, di cui avevo recentemente segnalato il preoccupante avallo dato al regime di Assad, sia accogliendo la Siria nell’ALBA come “paese osservatore”, sia con visite a Damasco di delegazioni ad alto livello ministeriale. Rinvio per questo a: L’ALBA sul marciapiede sbagliato.

Ma credo sia il caso di ritornare sull’argomento a proposito di due vicende: l’uccisione di Alfonso Cano in Colombia e le discutibili elezioni che hanno confermato Daniel Ortega presidente del Nicaragua. Per essere eletto ha dovuto violare la costituzione, e ricorrere a brogli clamorosi oltre che alla cancellazione dell’opposizione di sinistra, a cui è stata negata personalità giuridica. Il risultato, purtroppo, è stato quello di spingerla a far confluire i suoi voti sul cartello interclassista delle opposizioni ammesso alle elezioni. Su questo ho pubblicato la traduzione di un interessante e amaro articolo di Maria López Vigil, una storica militante sandinista, direttrice della rivista Envio: Nicaragua: dittatura istituzionale, a cui rinvio.

Sull’attacco che ha portato alla morte di Cano, mi ero limitato a riportare subito – ma in lingua originale - alcuni commenti della stampa colombiana e latinoamericana: FARC...  Nessuno ha parlato di una responsabilità dell’ALBA, che d’altra parte non è stata direttamente coinvolta né come organizzazione, né attraverso uno dei paesi che ne fanno parte. L’operazione è stata portata a termine ufficialmente dall’esercito colombiano, senza che siano stati denunciati collegamenti con le forze armate di paesi confinanti, come era stato fatto in occasioni precedenti. Casomai questa volta molti commentatori colombiani hanno pensato che il livello tecnico dell’operazione faceva pensare a un coinvolgimento di tecnici militari statunitensi, presenti da tempo nel paese col pretesto della guerra al narcotraffico. Io ho pensato anche alla possibilità di una partecipazione di consiglieri israeliani. Da decenni ce ne sono in diversi paesi latinoamericani, e la logica dell’assassinio di Cano corrisponde perfettamente a quella delle “uccisioni mirate” a Gaza e nella Palestina occupata, ma anche alle molte uccisioni di leader palestinesi in Libano, Tunisia, Egitto e in altri paesi, portate a termine da decenni con sistematicità e totale impunità, spesso colpendo prima di tutto i fautori del dialogo, della trattativa, della soluzione politica.

Ma allora che c’entra l’ALBA? In realtà, come avevo segnalato parlando delle Ripercussioni del caso Joaquín Pérez Becerra, la consegna al regime colombiano di un giornalista svedese che da anni svolgeva un prezioso lavoro di documentazione sulle atrocità dell’esercito e dei paramilitari ha rafforzato politicamente il presidente Santos, che ha potuto permettersi di organizzare un’azione brutale che non avvicina certo la pace, come ha osservato l’ex senatrice Piedad Cordoba, da tempo impegnata in mediazioni e nella ricerca di una soluzione politica. Soluzione politica tentata molte volte, invano, non per un’ostinazione testarda delle FARC o dell’ELN, ma per la ferocia delle classi dominanti. Ad esempio il probabile successore di Alfonso Cano, Luciano Marín, alias Iván Márquez, che aveva cominciato a combattere negli anni Ottanta, aveva poi partecipato con fiducia al tentativo di sostituire la guerriglia con un movimento politico disarmato, la UP (Unión Patriótica), e fu eletto anche deputato. Dovette tornare alle FARC quando già più di 3.000 militanti e molti dirigenti di primo piano della UP erano stati assassinati dai paramilitari. Come rimproverargli di aver “scelto” di nuovo la lotta armata? Anche il subcomandante Marcos, rispondendo a chi pretendeva che l’EZLN deponesse le armi, aveva ricordato proprio il precedente colombiano, oltre a quello guatemalteco.

In Colombia ci sono stati recentemente diversi segnali positivi: l’elezione di alcuni candidati della sinistra nelle elezioni amministrative, e una forte mobilitazione studentesca contro un progetto di “riforma” che accentua la privatizzazione delle università, con una protesta che ha paralizzato tutti gli atenei e la stessa capitale. Ma il regime nel complesso è ancora molto forte, e non c’è dubbio che si sia avvantaggiato dell’apertura di credito a Santos da parte di Chávez, con la consegna di Joaquín Pérez Becerra, oltre che di altri veri combattenti delle FARC e dell’ELN che si erano rifugiati in Venezuela.

La discussione su questo caso in Venezuela non è finita: dopo alcune misure censorie nei confronti di giornalisti come Cristina González, direttrice della radio del Sur, rimossa per aver dato notizia delle proteste nei confronti del governo, e in particolare del ministro dell’informazione Andrés Izarra, accanito difensore della consegna alla Colombia del giornalista svedese, ci sono stati alcuni passi indietro. Per esempio su “ALBA informazione”, organo di propaganda chavista in lingua italiana, si sono fatte caute ammissioni sulle ripercussioni di quel gesto. Ma alla fine, la redazione si è trincerata dietro un penoso comunicato dei CARC, che in perfetto stile stalinista hanno sostenuto che “quando un paese è nella situazione difensiva in cui si trova il Venezuela, i rivoluzionari nelle loro attività devono badare a non creare difficoltà (non usare il Venezuela come base operativa o come territorio di transito, salvo accordo con le Autorità del Venezuela). […] Certamente non possono pretendere di dettare la condotta e di imporre il calendario e l’ordine del giorno alle Autorità del Venezuela. Se le Autorità del Venezuela accettassero simile imposizione, si metterebbero alla mercé di ogni nemico, di ogni provocatore, di ogni sprovveduto: dimostrerebbero nella pratica di non essere all’altezza del compito che proclamano di voler assolvere”.  Il tutto sorvolando sulla reale personalità di Pérez Becerra, ben conosciuto, e lontano dall’essere un “nemico”, un provocatore o uno sprovveduto. E che non poteva certo scegliere tra molti “territori di transito”…

Continuare a difendere questa linea, e anzi aggravarla con la consegna alla Colombia di combattenti guerriglieri come il comandante Julian Conrado, catturato quest’estate in Venezuela, non può che portare discredito alla “rivoluzione bolivariana”, quanto l’avallo dato ai dittatori del mondo arabo e le calunnie nei confronti di chi li combatte. Ma porta inevitabilmente un grave danno all’immagine di questi paesi anche l’appoggio incondizionato alla caricatura di sandinismo che ha vinto le elezioni truccate in Nicaragua. In Venezuela, Bolivia ed Ecuador nessuno ha mai potuto documentare irregolarità e brogli elettorali: perché allora si pensa di poter chiudere gli occhi sul cinismo di Ortega, e si considera un fratello il corrotto governo nicaraguense? L’ALBA ha molti fucili puntati contro, certo, ma potrà affrontarli solo con la limpidezza e la coerenza dei comportamenti dei governi progressisti, togliendo ogni base agli argomenti degli squallidi detrattori imperialisti, compreso quello italiano, che non manca di usare RAI International per una campagna periodica (e bipartisan…) di denigrazione faziosa del Venezuela.

(a.m. 13/11/11)



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