Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Debito pubblico 2

E-mail Stampa PDF

Debito pubblico

2) La qualità della spesa pubblica

Ogni giorno qualcuno ci dice che le nostre proposte sono sogni, perché ora il debito c’è e bisogna pagarlo. Il martellamento della propaganda dei responsabili della crisi, che hanno fatto danni ma vogliono che a ripagarli siano quelli che li hanno soltanto subiti, ha fatto breccia nell’opinione pubblica. Così si ripete che “prima” bisogna risanare l’economia, e “poi” si vedrà se la si può migliorare. La solita teoria dei due tempi: oggi ingozzi il rospo, domani sarai premiato…

Ma bisogna partire da un dato concreto: se si suddivide il debito pubblico tra tutti gli italiani, risulta che per risanarlo ognuno dovrebbe pagare 31.000 euro. Anche il bambino che sta nascendo si trova questo enorme debito, e sicuramente non ha contribuito a farlo, non ha “vissuto al di sopra delle sue capacità” come ripete la grande stampa dominata da chi il debito lo ha contratto davvero a nostro nome…

In realtà ogni famiglia operaia che da anni stenta ad arrivare a fine mese, è sicura di non aver “vissuto al di sopra delle sue possibilità”, come tutti i giornalisti strapagati ripetono. Se ha contratto un mutuo per acquistare una casa, lo ha dovuto fare perché le norme che garantivano un affitto giusto (Il cosiddetto “equo canone”) sono state cancellate, proprio per costringere a indebitarsi. Non a caso solo in Italia il rapporto tra case in affitto e case in proprietà è diventato abnorme. In ogni caso questo piccolo debito, se ce n’è stato il tempo prima che arrivassero cassa integrazione o addirittura licenziamenti, è stato onorato, e non c’entra col Debito pubblico di cui parlavo nell’articolo Come si è formato il debito 1.

La crescita del debito pubblico è legata al pessimo funzionamento dello Stato, che ha distribuito ai capitalisti (definiti “imprenditori”, anche se non rischiano molto, o “datori di lavoro”, anche se il lavoro più che darlo lo tolgono …) quello che prelevava ai contribuenti. Lo scandalo è che il prelievo fiscale sui lavoratori e pensionati è aumentato continuamente, e l’erogazione di servizi si è ridotta sempre più. Lo si vede dalla sanità, dove al di là dei costi dei ticket e dei medicinali non rimborsabili, che sono sempre di più e sempre più cari, ottenere una visita specialistica o un’analisi complessa è impossibile in poco tempo, e bisogna ricorrere ai privati, magari ospitati nella stessa struttura ospedaliera, in cui peraltro ci sono medici sottopagati, accanto a primari onnipotenti e che si arricchiscono grazie allo sfascio della struttura pubblica. Il risultato è che il bambino che nasce oggi già indebitato, magari deve nascere in una clinica privata perché nell’ospedale pubblico per la madre c’era solo posto su una barella in corridoio…

Lo si è visto nella scuola, in rovina come edifici, con una massa di precari con le retribuzioni bloccate e con l’ansia permanente per l’insicurezza del posto di lavoro, con risultati prevedibili. Ci sono intere regioni dove la scuola pubblica primaria, che era all’avanguardia in Europa, è ormai demolita, con gli alunni che devono portarsi da casa perfino la carta igienica, con le classi sovraffollate, gli orari e gli insegnanti ridotti, senza supplenze esterne. Mentre la maggior parte delle risorse vengono assegnate alle scuole private, alimentando la falsa convinzione che siano migliori (forse per la carta igienica…) mentre spesso hanno insegnanti sottopagati e quindi frustrati. Per l’università è ancora peggio, i fondi ci sono quasi esclusivamente per le ricerche di facoltà scientifiche finalizzate allo sviluppo del settore militare, e per le università private (dai cui vertici provengono diversi dei nuovi ministri del governo Monti, c’è da tremare…).

Abbiamo 31.000 euro di debito procapite, neonati inclusi: come è stato fatto questo debito se intanto sanità e scuola non funzionano, gli acquedotti sono colabrodo, le montagne franano periodicamente portandosi via interi paesi, e manca perfino la minima manutenzione di torrenti che esondano ogni anno, come a Genova e nelle Cinque Terre?

Mentre veniva disseccata la scuola pubblica, precarizzati i suoi insegnanti (col risultato, soprattutto nell’università dove l’ho verificato di persona e anche sulla mia pelle, di un adattamento rassegnato di una parte notevole dei ricercatori in attesa spasmodica che i baroni gli assegnino un incarico che consenta di arrotondare lo stipendio), abbandonato a sé stesso il territorio, dissestate le ferrovie statali per lasciare il passo a compagnie private sui percorsi più redditizi, privatizzato imprese redditizie passate nelle mani di famelici avventurieri (vedi Alitalia), l’unica prospettiva indicata per “la crescita e lo sviluppo” era la progettazione di insensate Grandi Opere.

Due di queste sono sufficienti a chiarire il rapporto costi ricavi: la TAV in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto. Sui dati tecnici della prima rinvio al sito http://www.notavtorino.org/ , che fornisce preziosi elementi sull’assurdità di un progetto di nessuna utilità per la valle e per l’intera Italia (anche perché la linea ferroviaria esistente è da tempo sempre più sottoutilizzata), tanto è vero che la TAV è stata ribattezzata TAC (Treni ad alta capacità, che non vuol dire niente), ed è stata finalizzata a un trasporto merci che non si può aumentare a piacere costruendo una galleria. Questa dovrebbe abbreviare il tempo di percorrenza di 15 minuti, che non varrebbe la spesa neanche per le persone, ma che per le merci non può avere nessuna influenza: se non ci sono merci su quella linea, non è perché si impiega un quarto d’ora di troppo… Per imporne la costruzione si è dovuto militarizzare un intero territorio, impiegando migliaia di militari per presidiare cantieri praticamente fermi e dichiarando la zona della Maddalena "sito di interesse strategico nazionale", cioè area militare a tutti gli effetti, con le conseguenze previste all’art. 682 del c.p. per chi lo vìoli: una pena tra i tre mesi e l'anno oppure una multa da 51 a 309 euro. Ma lasciamo perdere l’evidente ingiustizia di questa misura: chi paga per questa “missione umanitaria” di un pezzo del nostro esercito, impiegato per impedire agli abitanti di protestare come è loro diritto? Anche questo fa parte del processo di formazione e ingigantimento del Debito pubblico.

Perché tanto accanimento? Intorno a questo progetto ci sono interessi bipartisan: fin dall’inizio sono state coinvolte nella progettazione e nell’inizio dei lavori (inizio quasi simbolico, ci sono molti più militari che operai, ma sicuramente messo in conto a tutti noi) alcune delle più grandi imprese capitaliste italiane, ma anche alcune legate alle cooperative “rosse” (ormai solo di vergogna, se si pensa alle lontane origini di lotta) e quindi al PD, come la CMC di Ravenna. Per questo il PD è schierato, contro la maggior parte dei propri iscritti e anche di molti suoi sindaci della valle, per la difesa incondizionata di quest’opera costosissima e dannosa, anche perché nello smaltimento dello “smarino” (la roccia estratta nello scavo delle gallerie), inquinato da amianto, uranio, prodotti chimici legati al processo di estrazione, saranno coinvolte come in molti casi analoghi anche imprese di sospetta origine, specializzate nello smaltimento al sud dei rifiuti tossici del nord.

Sul Ponte avevo già riportato sul sito il documentato articolo di Antonio Mazzeo, Il crimine del Ponte. Io non sono sicuro che si voglia davvero costruire il ponte, dato che senza correre rischi si può guadagnare lo stesso moltissimo come percentuale dovuta per la progettazione se la realizzazione viene interrotta per qualsiasi motivo. Ma penso si possano comunque fare alcune considerazioni semplicissime sulla malafede di chi vuole un ponte costosissimo e insicuro in una zona altamente sismica, un ponte che dovrebbe collegare due reti stradali e ferroviarie dissestate e lentissime. Che senso ha quest’opera quando ogni giorno c’è una frana sulla Salerno - Reggio Calabria e nel territorio dello stesso comune di Messina (vedi Giampilieri)?

Proposte

 

Queste denunce sono conosciute, almeno tra i frequentatori di siti della sinistra. Il problema è identificare quello che è possibile fare. Credo che non sia sufficiente dire solo che “il debito non lo abbiamo fatto noi, e non lo paghiamo”, perché così appare una parola d’ordine puramente propagandistica, e quindi non in grado di conquistare i milioni di vittime della crisi e della soluzione che stanno cercando di imporci. Una proposta credibile è quella esposta ad esempio nell’appello Congelare il debito e articolata nel testo Il debito in 12 domande e risposte, che affronta tra l’altro le obiezioni più frequenti, ad esempio: È vero che se lo stato congela il debito, i clienti delle banche non avranno più indietro i loro depositi? Oppure: È possibile congelare il debito pubblico salvaguardando le famiglie che hanno investito in Buoni del Tesoro?

Ne avevamo parlato sul sito con una quindicina di articoli, tra cui alcuni del più tenace promotore di campagne contro il debito, il belga Éric Toussaint, un esperto internazionale che è stato chiamato in Ecuador come consulente nella campagna per separare il debito iniquo da quello inevitabile e necessario. Molti altri suoi scritti, in diverse lingue, sono presenti sul sito del CADTM , il Centro per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo, che da parecchi anni sostiene che lo stesso criterio deve essere esteso a paesi come la Grecia o l’Italia o il Portogallo, costituendovi commissioni di “audit” per distinguere nel debito quello dovuto alle normali spese dello Stato e quello cresciuto a dismisura per facilitare capitalisti e banche.

Ma qui nasce un altro problema: identificati i parassiti che si sono arricchiti a danno della spesa pubblica, come colpirli? Prima di tutto rifiutando il pagamento dei Debiti illegittimi siano essi interni o con banche e finanziarie di altri paesi. Ma la parola d’ordine classica, storica, nazionalizzare le banche, si scontra con una legittima obiezione: per creare un movimento che imponga una legge in tal senso, bisogna evitare che le banche nazionalizzate assomiglino a quelle formalmente pubbliche che sono state privatizzate una decina di anni fa, come ad esempio la Banca Commerciale o la Banca Nazionale del Lavoro, nello stesso momento in cui sotto la guida di Prodi, ancora solo presidente dell’IRI, venivano letteralmente svendute l’Alfa Romeo, la FINSIDER, e via via fino alla Cirio o alla Centrale del latte di Roma, e tante altre imprese statali o comunali.

Se Berlusconi ha fatto poche privatizzazioni, è solo perché il meglio era stato già regalato dal centrosinistra. Molte di quelle aziende erano redditizie, e spesso costruite con i capitali forniti dallo Stato perché nessun privato poteva permettersi quella spesa. È il caso ad esempio dell’Italsider di Taranto, modernissima e in grado di produrre da sola quanto l’intera siderurgia italiana prima della sua inaugurazione nel 1965, fornendo così acciaio a basso costo all’industria privata. Tuttavia è certo che chi vi lavorava (col rischio di morirvi nei frequentassi incidenti sul lavoro) non la sentiva come sua. È vero che dopo la privatizzazione la situazione è peggiorata come numero di occupati, inquinamento dell’intera città, incidenti sul lavoro, ma nessuno rimpiangeva l’assetto precedente, “a partecipazione statale”, ma con gestione privatistica.

Questo è il problema che ci si trova di fronte anche quando si propone di espropriare le imprese che, dopo aver ottenuto facilitazioni e contributi dicono di essere in crisi e licenziano i lavoratori, magari portandosi macchinari in altri paesi con minori protezioni per gli operai: come evitare che si pensi ai carrozzoni dell’IRI, in cui i capitali statali a volte maggioritari, erano gestiti da manager strapagati, e da sindacalisti collusi, come se fossero privati?

È un discorso da sviluppare in uno dei prossimi articoli, anche con una ricostruzione storica di quella gestione legata al potere democristiano e all’arrembaggio socialista, ma già si può dire che qualsiasi progetto di nazionalizzazione è impensabile senza la ricostruzione di una vera sinistra rivoluzionaria e anticapitalista, che abbia al centro della sua proposta il controllo dal basso, dei lavoratori. Controllo operaio per smontare i bilanci menzogneri dei padroni, per dimostrare la loro inutilità, e controllo per riorganizzare la produzione. Qualcosa di totalmente di verso da quello che, quando c’era ancora un consistente settore pubblico ha fatto gran parte della sinistra sindacale, che come certi intellettuali ingraiani (esemplare Lucio Magri), pretendeva di insegnare ai padroni e ai boiardi di Stato a fare bene il loro mestiere, illudendosi di poter affrontare i grandi problemi del paese evitando lo scontro, e limitandosi a proporre correttivi al capitalismo e al suo “modello di sviluppo”. Per chiarire cosa intendo quando parlo di questo, rinvio al testo di Ernest Mandel, Controllo operaio, inserito da circa un anno e scarsamente visitato, e al suo testo sullo Sciopero generale, ugualmente trascurato (evidentemente sono tematiche che alcuni considerano superate). È interessante che Ernest Mandel è stato maestro di un'intera generazione di militanti, tra cui Éric Toussaint. Il nesso tra la campagna contro il debito e la produzione teorica di Mandel è dunque molto stretto.

Ho scritto “quando c’era un consistente settore pubblico”, e posso aggiungere che per giunta era in discreta salute, e assicurava allo Stato entrate notevoli. Ma quello che è più importante sottolineare è che tra gli anni Sessanta e Settanta era ancora intatta la grande forza dei lavoratori, che è stata invece sperperata e logorata evitando i conflitti sui nodi cruciali, e permettendo così la controffensiva padronale iniziata alla FIAT nel 1980. Ne riparleremo (ma ne avevo già parlato in molti scritti, come La rinascita del sindacalismo nel secondo dopoguerra e in Consigli, sindacato e Stato).

Continua…

(a.m. 20/11/11)