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Iran, trent'anni dopo la rivoluzione

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Iran, trent'anni dopo la rivoluzione

 

Alberto Negri ha cominciato a indagare sulla società iraniana appena un anno dopo la rivoluzione, dapprima come ricercatore dell'ISPI, poi come corrispondente de "il Sole 24 ore". Il risultato, oggi, è un libro stimolante e insolito (Alberto Negri,  Il turbante e la corona. Iran, trent'anni dopo, Tropea, Milano, 2009).

Non è difficile capire che il suo modello stilistico è Riszard Kapuściński. Infatti, come il brillante giornalista polacco, Negri intreccia ricostruzioni storiche rigorose, ricordi personali, trascrizioni di interviste e di colloqui informali, spesso con arditi flashback, e in genere con risultati avvincenti.

Nel libro non c'è, o almeno non è facilmente identificabile, una tesi interpretativa convincente sul problema fondamentale: come è stato possibile che in pochi mesi una rivoluzione vera e profonda, a cui avevano partecipato grandi masse e tutte le organizzazioni della sinistra iraniana, sia stata deviata verso una "repubblica islamica" che non era nei progetti di non pochi protagonisti, compresi alcuni ayatollah che non condivisero le scelte di Khomeini, e diversi ministri del primo governo rivoluzionario?

Alberto Negri a volte punta sull'interpretazione psicologica, sottolineando "l'astuzia" di Ruhollah Khomeini, che avrebbe ingannato i suoi stessi collaboratori più stretti. La parte in cui si ricostruisce la personalità di Khomeini a partire dalla genealogia e dall'origine indiana è forse la meno interessante, tanto più se pensiamo che diversi suoi parenti hanno fatto scelte diverse e perfino piuttosto ostili all'integralismo. Uno dei nipoti, Ali Eshraghi, è stato costretto dal Consiglio dei Guardiani a rinunciare a una candidatura alle municipali del 2008, perché ostenta idee riformiste, e un volto perfettamente rasato. Un'altra nipote, Zahra Eshraghi, cognata dell'ex presidente Khatami, detesta il chador, perché è diventato un'imposizione, e nelle interviste compare solo con un foulard, indossato "soltanto perché nipote dell'Imam, per rispetto alla sua memoria." In ogni caso, osserva Negri, a differenza di quanto accaduto in altre parti del Medioriente, a partire dalla vicina e "laica" Siria, la famiglia dell'Imam non si è tramutata in una dinastia regnante.

Più convincente l'osservazione di Negri sulle conseguenze di quello che definisce un "errore fatale": l'occupazione dell'Ambasciata degli Stati Uniti con la presa di 66 ostaggi (poi ridottisi di numero per la liberazione di una dozzina di impiegati neri). L'azione era inizialmente non gradita da Khomeini, che anzi voleva cacciare gli studenti estremisti "a calcioni". L'occupazione fu poi avallata e giustificata quando l'Imam vide le strade piene di migliaia di manifestanti entusiasti e intuì l'opportunità di usarla per "galvanizzare le masse"; Khomeini pensò anche di approfittare del momento per sbarazzarsi del governo laico di Mehdi Bazargan, che aveva fatto il giorno stesso un comunicato in cui condannava l'azione degli studenti, e risultava quindi in evidente contrapposizione con l'entusiasmo antimperialista delle masse. Almeno 4 o 5 ministri di Bazargan erano stati a lungo negli USA, e alcuni avevano perfino la doppia cittadinanza, ma la loro perplessità sulla presa di ostaggi non era dovuta tanto a simpatie per Washington (che in quel periodo per giunta fece errori su errori, ricostruiti da Negri), quanto alla consapevolezza che così si imboccava una strada che portava all'isolamento ed esponeva a gravi pericoli una rivoluzione ancora fragile. La sostituzione di Bazargan non era dovuta insomma a quel che aveva scritto in quel comunicato, ma all'evidente ostilità da lui manifestata in più occasioni nei confronti dell'incipiente "mullahcrazia".

Lo stesso Negri accosta d'altra parte l'occupazione dell'ambasciata a un altro errore fatale: il proseguimento, dopo l'82, della guerra contro l'Iraq. La ricostruzione della prima fase della guerra non lascia dubbi: la responsabilità era inizialmente del solo Saddam Hussein, spalleggiato dagli Stati Uniti e dai regimi feudali del golfo con dinastie sunnite preoccupatissime dall'emergere di uno stato sciita.

L'errore (e il crimine) è stato il proseguimento per anni di una guerra tremenda, in cui l'arma principale dell'Iran furono le 500.000 chiavi del paradiso in plastica, importate da Taiwan e consegnate agli adolescenti mobilitati e spediti inermi ad aprire la strada facendo saltare le mine con i loro corpi. Particolare orribile, alcuni bigotti si erano preoccupati di come sarebbero arrivati in paradiso i fanciulli fatti a pezzi dalle esplosioni, ed ecco la macabra soluzione: "i volontari si avvolgono in coperte e rotolano sul terreno, in questo modo le loro membra non si disperdono dopo la deflagrazione delle mine e si può dare loro sepoltura"...

Servivano proprio quegli adolescenti, visto che era fallito il tentativo di ripulire i campi minati mandando su di essi asini, cavalli e cani: "anche gli asini avevano imparato cosa poteva succedere e scappavano di gran carriera. I basiji marciavano invece in file ordinate contro la morte, come se fossero guidati da una mano invisibile", cantando inni in onore dei primi martiri sciiti. E Khomeini li incitava al martirio affermando: "Il mondo terreno non è nulla, è la parte meno nobile della creazione. È decisivo quello che sta oltre, il mondo divino, quello eterno. Quello è il regno dello splendore". Un discorso che faceva presa, anche se ovviamente non sugli asini...

Alberto Negri ha raccolto molte testimonianze su quel periodo tremendo, anche parlando con alcuni sopravvissuti, diventati oppositori o almeno "riformisti". E ne ricava una conclusione interessante:

Questo suicidio di massa non soltanto permette agli ayatollah di fronteggiare la superiorità tecnologica dell'esercito iracheno, sostenuto dai rifornimenti militari delle potenze occidentali e dell'Unione Sovietica, ma consente anche di eliminare la gioventù più esaltata e contestatrice, mettendo la rivoluzione sotto il pieno controllo del clero e del bazar. I basiji costituivano il 30% delle truppe (un altro 40% erano pasdaran e il restante 30% l'esercito regolare): per riprendere Korramshahr ne morirono 10.000, 20.000 nell'offensiva dell'84, altri 10.000 nell'operazione Kerbala dell'86. in tutto i caduti tra i 12 e i 18 anni furono almeno 100-150.000 su 600-700.000. Questa generazione, mandata al sacrificio, farà ritorno sulla scena del potere vent'anni dopo eleggendo alla presidenza della Repubblica islamica Mahamoud Ahmadinejad, uno dei suoi rappresentanti più controversi. (p. 205)

A proposito di Ahmadinejiad (oggi ben più "controverso" di quando il libro è stato scritto, prima delle elezioni truccate), Negri ha raccolto molte voci decisamente critiche, anche di suoi antichi amici e collaboratori. Contrariamente a quanto è stato detto negli Stati Uniti e largamente ripetuto sulla stampa italiana, ad esempio, risulta che l'attuale presidente non ha partecipato all'occupazione dell'ambasciata degli Stati Uniti, per vari motivi: prima di tutto non era d'accordo di puntare a quella ambasciata, perché faceva parte di un gruppo che voleva occupare quella dell'URSS... La sua carriera nei basiji, ricostruita enfaticamente al momento del suo lancio come presidente appoggiato da Kamenei contro Rafsajani, si sarebbe svolta prudentemente lontana dal fronte, e viceversa molto attiva nelle università per stroncare – con le fucilazioni – i raggruppamenti rivali. (p. 222-223).

Va detto che Il turbante e la corona, pur ricostruendo efficacemente i conflitti interni al regime, aggiunge poco a quanto si poteva già conoscere grazie al rigoroso libro di Farian Sabahi (Storia dell'Iran, Bruno Mondadori, Milano 2003), ancora attualissimo, tranne che per il ruolo di Ahmadinejiad, che viene ovviamente ignorato, dato che al momento della pubblicazione era uno sconosciuto anche per una studiosa iraniana trapiantata in Europa.

La Sabahi forniva un quadro impressionante del peso delle Fondazioni (Bonyad), i cui bilanci non sono pubblici, e che garantiscono non solo l'arricchimento di chi li gestisce (come l'ex presidente Hashemi Rafsanjani, inserito anni fa dalla rivista Forbes nella lista degli uomini più facoltosi del mondo), ma anche i consensi degli strati più bisognosi, attraverso sussidi, distribuzioni di merci calmierate (pane, latte, benzina). Alberto Negri arricchisce e attualizza questa ricostruzione, anche con interviste e testimonianze di protagonisti della prima fase della rivoluzione sopravvissuti alle purghe. A volte accosta questo sistema di "welfare all'iraniana" a quello che era il ruolo della Chiesa cattolica nel medioevo europeo, ma accenna anche a una comparazione con il populismo latinoamericano, che alle riforme di struttura preferisce le distribuzioni di sussidi ai poveri.

Nel rivalutare nettamente il ruolo di Muhammad Mossadeq, ricostruendo con precisione l'intervento della CIA e delle migliaia di "consiglieri" statunitensi (alla fine della monarchia erano diventati addirittura 50.000, ma a quanto pare in quel caso non sono serviti a molto...), Negri concorda tuttavia con le osservazioni dello storico britannico Fred Halliday: concentrarsi sulle manovre esterne senza considerare adeguatamente le forze interne e gli errori di valutazione politica dei perdenti, può condurre a conclusioni errate. E il paragone che Negri fa riguarda la sconfitta di Allende nel 1973, anch'essa abitualmente attribuita dalla sinistra italiana al solo intervento della CIA (che pure vi fu) sottovalutando il peso sociale e politico della borghesia cilena e delle altre forze conservatrici, a partire dalla gerarchia cattolica.

E non solo per il caso di Mossadeq Negri ricorda la molte responsabilità e corresponsabilità delle sinistre, prima con le oscillazioni tra fughe "estremiste" e inevitabili capitolazioni (legate entrambe a scelte dell'URSS).

Il colpo di Stato della CIA era riuscito facilmente anche per il settarismo del partito Tudeh (comunista) che aveva esitato ad appoggiare Mossadeq, considerato antisovietico perché nel 1944 aveva presentato in parlamento una risoluzione che vietava al governo di trattare nuove concessioni petrolifere mentre la guerra era in corso e il paese era occupato (ed era proprio l’URSS che aveva tentato di ottenere l’autorizzazione a compiere ricerche nelle regioni del Caspio iraniano che occupava). Il Tudeh avrebbe pagato caro in futuro il suo atteggiamento nei confronti di un tentativo fortemente appoggiato dalle masse, ma lo pagò anche immediatamente perché molti suoi militanti furono assassinati dalle bande dello scià.

Successivamente la polarizzazione si era avuta tra le masse che erano scese in piazza in appoggio all'occupazione dell'ambasciata, ma senza una direzione riconosciuta, e il governo di Bazargan, laico ma moderato. Anche alcuni attentati terroristici di un gruppo guerrigliero islamico di sinistra, Forqan, che colpirono varie personalità che avevano avuto un ruolo nella rivoluzione di febbraio, misero in difficoltà sia il governo – accusato di debolezza - sia gli altri gruppi della sinistra. Khomeini, il cui carisma era stato nettamente sottovalutato, ne approfittò per impossessarsi di tutto il potere.

Il libro è utile soprattutto per la ricostruzione della complessità del regime. La creazione della repubblica islamica, certo, ha richiesto la presenza di un leader carismatico in grado di "far digerire al popolo qualsiasi cosa: dal velo a una guerra contro l'Iraq prolungata in maniera insensata, per otto anni".

Che la Repubblica islamica abbia resistito alla sua morte può sembrare stupefacente, ma si tratta di un sistema più complesso di una semplice autocrazia: la dittatura del clero convive con istituzioni moderne, come il Parlamento e il presidente, eletti direttamente dal popolo, e ha potuto quindi consolidarsi e sopravvivere, finora, al suo artefice.

Il corsivo è mio, e sottolinea che l'ultima crisi potrebbe rivelarsi assai più profonda di quanto sia apparsa finora. Alberto Negri osserva che il consolidarsi di un ceto di mullah voracissimi, che proprio sotto la presidenza di Ahmadinejiad hanno invertito con un'ondata di privatizzazioni la tendenza della prima fase della rivoluzione, che aveva visto un incremento massiccio del settore pubblico, mette in pericolo il cosiddetto "welfare all'iraniana". Ma registra anche le non poche voci discordi che si fanno sentire sempre più forte, dai tanti ayatollah che non condividono le scelte di Kamenei, che non aveva mai brillato negli studi teologici, ed era stato promosso ayatollah in fretta e furia per potergli affidare la successione a Khomeini, e sono ovviamente ancor più scandalizzati dalle pretese di un "laico di modeste credenziali" come l'attuale presidente che afferma di poter comunicare direttamente con il dodicesimo Imam scomparso...

Tuttavia Negri dubita che la fronda dei riformisti porti a una dialettica reale: i "riformisti" come Khatami non segheranno mai il ramo del potere del clero, perché sono seduti anche loro sullo stesso ramo. "In Iran si dice che quando un mullah sale su un asino, prima muore l'asino e poi scende il mullah".

Ma la fronda c'è. Ci sono mullah che si rifanno a Ali Shariati, il teorico dell'incontro tra sciismo e marxismo, e ci sono perfino "ayatollah elettronici", come Ali Korani dell'Università Golpayegani, che ha avviato "un importante programma di informatizzazione della teologia sciita e sunnita, un progetto così rilevante che ha portato in Iran un emissario del Vaticano per stringere un accordo per la reciproca consultazione di libri sacri." È il caso proprio di parlare di "sviluppo ineguale e combinato", come faceva Trotskij commentando la notizia dell'apertura della Radio Vaticana: "un messaggio medioevale affidato alle onde hertziane"... Ma Ali Korani precisa che inserendo nel computer 1500 volumi di commento al Corano e al diritto islamico, sia sciiti che sunniti (in modo che "in pochi secondi si possono ottenere i riferimenti a un dato argomento in almeno cinquanta testi"), "c'è più tempo per pensare e riflettere".

Per anni i mullah si sono opposti all'informatizzazione delle scritture, temendo un'erosione della loro autorità e del ruolo del clero nella società. Premendo un tasto ora si possono consultare dodicimila risposte a quesiti religiosi di diritto. "Tutto questo – prosegue Korani – ha come conseguenza la possibilità per un vasto pubblico di accedere alle scienze islamiche, che non rimangono quindi il dominio di un'élite. È una vera e propria rivoluzione culturale. Chiunque potrà controllare se su un determinato argomento gli ulema dicono o no la verità citando questo o quel testo islamico. (p. 136-137).

Il corsivo è mio, e sottolinea il centro del problema, spiegando l'ostilità della maggior parte del clero a questo progetto. Ma non c'è dubbio che in queste parole ci sia una forte dose di ottimismo: gli ayatollah controllano l'ortodossia, tuttavia per stroncare le idee pericolose usano non solo le parole, ma anche i manganelli o i mitra dei pasdaran e dei basiji...

Negri sottolinea che il "percorso deviato della modernità, in Medioriente non è un'esclusiva persiana". Cosa è successo nel Novecento in Egitto, in Siria, in Iraq? Le riforme dello Stato e dei costumi, la laicità, il nazionalismo come collante del Paese, hanno troppo spesso coinciso con soluzioni autoritarie, con i regimi autoritari dei rais, da Nasser a Saddam Hussein, ad Assad (e a Gheddafi, aggiungo io).

La laicizzazione è naufragata perché non ha rappresentato come in Europa la costruzione di uno spazio civile, sociale e culturale indipendente dallo Stato e dalla Chiesa, ma uno strumento per rafforzare i regimi al comando nel tentativo di contrastare altri centri di potere, come gli ulema arabi e i mullah iraniani. Il fallimento, anche economico, di queste autocrazie ha affondato modernità e secolarismo, aprendo una voragine per un ritorno al passato, alle usanze della società tradizionale, all'islam come soluzione globale e pervasiva di tutti i problemi politici e sociali. Un islam vissuto in molti casi come resistenza alle ingerenze straniere, all'Occidente, espressione di un nazionalismo incompiuto o frustrato, con conseguenze tragiche, dal Maghreb alla Palestina, dal Medioriente all'Afghanistan, al Pakistan. (p. 79-80).

Tuttavia, dai dati forniti, si direbbe che l'Iran sia meno condannato di altri paesi a rimanere in questa prospettiva di "ritorno al passato". La ricchezza culturale del paese si esprime, sotto la cappa di piombo del regime, più che altrove. Interrogando, discutendo, esplorando, Negri ha trovato di tutto, compresi due esponenti di primo piano di indiscutibile origine ebraica, e certo nel parlamento e soprattutto nel bazar, non mancano – nonostante le proclamazioni di Ahmadinejiad – neppure coloro che con lo Stato di Israele vorrebbero riprendere i rapporti che erano strettissimi al tempo dello shah, ma anche successivamente (furono israeliani gli intermediari per le forniture statunitensi di armi nel quadro dell'Irangate...). Uno di questi era stato prescelto come collaboratore proprio da Ahmadinejad, perché era il suo consuocero...

D'altra parte – in nome della realpolitik - non sono forse buoni i rapporti con Mosca e Pechino, alle spalle dei poveri ceceni e ujguri massacrati proprio in quanto islamici?

Una breve panoramica sui più stretti alleati dell'Iran, in Iraq, nel Libano e a Gaza, conclude il libro. Sugli Hezbollah e sulla loro grande attenzione alla comunicazione Negri fornisce particolari poco noti in Italia, come la trasmissione quotidiana di un telegiornale in ebraico.

Ma nel complesso, dice Negri, il tentativo di esportare (anche in area sunnita) la rivoluzione islamica non ha avuto molto successo, proprio per le sempre più evidenti contraddizioni dell'Iran "il paese musulmano dove si vota di più ma si cambia di meno." (25/07/09)                                                                                              Antonio Moscato

 

Appendice

Un numero speciale di "Limes" sull'Iran

 

Con la consueta puntualità (e la quasi inevitabile conseguenza di qualche superficialità in alcuni articoli) è uscito un numero di "Limes" dedicato in parte alla crisi iraniana (La rivolta d'Iran nella sfida Obama-Israele). Il punto debole è probabilmente la sopravvalutazione delle divergenze reali tra gli Stati Uniti (anzi, Obama...) e Israele, probabilmente accentuate dalle opinioni molto indulgenti verso le componenti "moderate" del sionismo di Umberto De Giovannangeli, corrispondente dell'Unità da Gerusalemme, e da quelle dei molti giornalisti e politici israeliani che hanno collaborato al numero. Per Israele, probabilmente, la preoccupazione principale per la politica di Obama riguarda infatti il freno a un preventivato attacco all'Iran, più che un assai ipotetico intervento in difesa dei palestinesi.

Ma il primo blocco di articoli è dedicato al "terremoto persiano" e contiene alcuni saggi abbastanza utili per mettere a fuoco le caratteristiche di diversi suoi protagonisti. C'è anche un'intervista a un politologo iraniano, Nasser Hadian, su "Ahmadinejad, visto da vicino". Hadian è però anche amico di infanzia del presidente, e assicura ad esempio che egli sarebbe "più un radicale che un conservatore", e sarebbe "molto attento alla giustizia sociale" e con una "vena egualitaria" (solo "sul fronte cultural-religioso" seguirebbe "l'agenda conservatrice"). Secondo Hadian, Ahmadinejad sarebbe anche "più interessato a risolvere i problemi con gli americani di quanto lo sarebbe stato Mousavi". insomma un'intervista utile quanto le opinioni di Ghedini o di Cicchitto su Berlusconi...

Più interessante la ricostruzione del contorto itinerario di Mir Hossein Mousavi tracciata da Fabrizio Maronta, con un'utile antologia di contraddittorie dichiarazioni di vari periodi, che in parte rivelano semplicemente un'evoluzione del suo pensiero, ma che comunque smentiscono la tesi che presenta il candidato sconfitto dai brogli come disposto a rinunciare al programma nucleare.

Margherita Paolini, coordinatrice scientifica della rivista, sfata altri luoghi comuni. Ad esempio parla di "dekhomeinizzazione", ossia di una "trasformazione della Repubblica islamica in uno Stato islamico poco repubblicano". Una trasformazione avviata nel 2005 proprio dalla vittoria di Ahmadinejad (per conto di Kamenei) contro lo "squalo" Rafsanjani. Anche per questo Israele, osserva la Paolini, "ha sempre tifato Ahmadinejad". Ovviamente per le sue sciagurate e controproducenti dichiarazioni negazioniste.

La Paolini ritiene plausibile che Ahmadinejad, in un contesto difficile per due ragioni (il regime è meno legittimato di prima delle elezioni, e il suo protettore Kamenei si è screditato rivelandosi "un politico incompetente"), "se vuole davvero dekhomeinizzare l'Iran, non può farlo che con una dittatura militare aperta incardinata sui suoi pasdaran."

Ma non sarà facile. Come sottolinea Raffaele Mauriello, l'Iran non è solo "il più antico stato del Medio Oriente, e l'unico paese completamente indipendente della regione, ma "è da considerarsi, senza ombra di dubbio, la più avanzata democrazia in Medio Oriente".

Questa democrazia è patrimonio condiviso dagli iraniani. Oggi il mondo si rende conto che questa è una realtà. Se le cose non stessero in questi termini, non avremmo avuto delle elezioni; queste non avrebbero visto la partecipazione della netta maggioranza della popolazione; non ci sarebbe una pubblica accusa di brogli; non ci sarebbero stati dei feroci attacchi personali fra i candidati; non ci sarebbero dei vincitori e dei perdenti ufficiali; la polizia non avrebbe arrestato più di un centinaio di rappresentanti politici riformisti e il nome di questi rappresentanti non sarebbe noto sia alle forze dell'ordine sia agli iraniani; alcuni di questi riformisti non sarebbero, quindi, stati rilasciati il giorno dopo il loro arresto; le forti divergenze fra i gruppi che si contendono il potere e il futuro del paese non si sarebbero spostate dalla televisione alle strade...

Mauriello ricorda che ciò si spiega col fatto che "l'Iran è un paese fortemente urbanizzato, con un elevatissimo grado di istruzione universitaria, attraversato da un flusso incessante di informazioni e di tendenze provenienti da ogni parte del pianeta, senza scontate preferenze tra Oriente e Occidente. Infatti l'Iran non è affatto "Oriente" e tantomeno è "Occidente".

Questa sezione della rivista ha anche altri pregevoli contributi, tra cui un'intervista al vecchissimo grande ayatollah (è un marja-e-taqlid, cioè "fonte di imitazione"), Hossein Ali Montazeri, convinto fautore del rispetto delle opinioni e delle religioni diverse, e oppositore deciso del regime. E il pezzo conclusivo sul tema "Da che parte stanno davvero gli iraniani?", siglato con lo pseudonimo di Persicus, polemizza con le interpretazioni più diffuse in Italia, che di fronte alla elevata mobilità del voto la attribuiscono al "sottosviluppo delle aree rurali del paese".

Al contrario, "l'elettore medio iraniano è altamente cosciente del sistema politico in cui esprime il proprio voto, molto sensibile al mantenimento o meno delle promesse elettorali e spietatamente deciso a farla pagare a chi manca alla parola data".

Ce lo conferma appieno la parabola riformista. Da quel campo negli ultimi anni si è spostato verso i conservatori un notevole numero di voti. Inoltre, le aspettative frustrate da Khatami hanno prodotto crescente apatia fra molti giovani, e non solo. L'aveva dimostrato anche la tornata elettorale che nel 2005 portò al trionfo di Ahmadinejad, quando gli elettori – soprattutto i più giovani – vollero punire il suo sfidante, Rafsanjani, accettando addirittura di sostituirlo con un radicale. I temi che mobilitano gli iraniani non riguardano tanto lo sviluppo della società civile e dei diritti umani, quanto l'occupazione, lo sviluppo economico e la redistribuzione del reddito. Tutti argomenti prioritari in una società economicamente fragile come quella iraniana, segnata da una crescente disoccupazione.

Persicus aggiunge che "a differenza della gran parte dei paesi della regione", le norme di carattere morale e religioso che interessano la società sono assai flessibili, e spesso rimangono quasi inosservate, rendendo la vita meno intollerabile di quanto possa apparire dall'esterno. E relegando quindi i temi relativi allo sviluppo della società civile più al dibattito privato che a quello politico. Ma, conclude, se "l'iraniano è un elettore moderno, ben consapevole del voto che esprime", diventa logico dubitare dei dati forniti dalle autorità all'indomani del voto, che presentavano tra l'altro un'inverosimile omogeneità territoriale.

P.S.  Dell'ultima parte del numero, dedicata a Pakistan e Afghanistan, varrà la pena di parlare successivamente con maggiore ampiezza. Francamente bisognerebbe ripensare a quella che fu definita nello stesso PRC la "follia" di Franco Turigliatto, e che oggi trova conferme sempre più frequenti della sua giustezza nei più diversi ripensamenti sulla guerra in Afghanistan, da Paolo Ferrero a Umberto Bossi... (a. m. 26/7/09)



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