Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La solitudine di Magri

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La solitudine di Magri

 

L’uscita sul manifesto di un articolo di Aldo Garzia, che di Lucio Magri fu stretto collaboratore in alcuni periodi, e sempre grande amico, mi dà l’occasione per ritornare sull’argomento, anche con una riflessione autocritica.

A caldo, e in base al principio che la morte non può cancellare le ragioni di un legittimo dissenso, avevo cercato di ricostruire il suo ruolo pur con il massimo rispetto non solo per il suo gesto (che invece in questa miserabile Italia degli ayatollah vaticani è stato poi condannato o perfino grottescamente attribuito dal TG2 alla mancanza di qualche pillola per combattere la depressione) ma anche per la sua innegabile intelligenza e ricchezza culturale. Ma mi ero lasciato trascinare dalla passione e avevo sorvolato su un dato importante, il suo isolamento nella sinistra, aggravatosi negli ultimi anni in cui ci eravamo persi di vista, soprattutto dopo la chiusura della bella seconda serie della “Rivista del manifesto”. (vedi Lucio Magri)

Così avevo continuato a polemizzare col Magri che avevo conosciuto nel PCI e poi nelle discussioni della sinistra rivoluzionaria negli anni successivi. Avevo già avuto qualche dubbio, appena messo sul sito il mio commento, e avevo anche avuto un’affettuosa critica da un compagno ed amico, che riteneva fosse ingiusto attribuire a Magri, sia pur indirettamente,  anche una sintonia con le ultime tentazioni di parte del gruppo storico del manifesto di “baciare ancora il rospo”.

Naturalmente non posso condividere tutto quello che scrive il mio caro amico (e “magriano” doc) Aldo Garzia, ma gli sono grato per aver ricostruito alcuni nodi della vita di Magri che a me, che lo osservavo da lontano, erano sfuggiti: la sintonia con i dubbi di Aldo Natoli, che del gruppo originario del manifesto era quello che avevo conosciuto meglio e stimato di più; l’affettuosa amicizia con Pietro Ingrao, senza cancellare però “l’elenco impietoso di tutti gli appuntamenti politici mancati dallo stesso Ingrao”; il fatto che la “pura ricerca teorica o anche un semplice giornale senza bussola non lo interessavano granché”.

Il suo articolo mi ha fatto capire meglio il mio errore: sorvolare sul dato della sua solitudine in una sinistra sempre più piccola e impoverita, in cui vedeva più difficile collocarsi ed agire. Una solitudine che forse ha contribuito alla sua decisione finale.

(a.m. 1/12/11)

 

Agire nella realtà senza subirla

 

di Aldo Garzia

 

Tra le fisse di Lucio c’era quella di pensare che le autobiografie non interessano a nessuno (proprio il contrario dell’opinione di Saverio Tutino, un altro mio “maestro” che se ne è andato lo stesso giorno di Magri). Per questo, nel suo “Il sarto di Ulm” aveva lasciato pochi cenni autobiografici: un’estate particolarmente gioiosa passata con Luigi Pintor in Sardegna, il dubbio che avesse ragione Aldo Natoli nel predicare di non avventurarsi nella costruzione di un partito dopo la radiazione dal Pci, qualche cenno al sodalizio con Pietro Ingrao accompagnato però dall’elenco impietoso di tutti gli appuntamenti politici mancati dallo stesso Ingrao, pochi ricordi sui primi anni Sessanta passati a Botteghe Oscure e sul ritorno nel Pci pochi mesi prima della morte di Enrico Berlinguer. Questa ritrosia ai ricordi e agli affetti faceva parte della scorza dura di Lucio, per il quale doveva essere sempre la politica – anche nella memoria – ad avere il primato sui personalismi.

Quello che lo faceva più soffrire (politicamente parlando) negli ultimi anni era l’annotazione secondo cui per “magrismo”, nella vicenda del gruppo del Manifesto, si dovesse intendere una certa predilezione per la manovra politica a breve, gli schieramenti, le alleanze e qualche obiettivo immediato: il sacrificare cioè all’opportunismo di fase la ricerca e l’azione di una strategia. Questa nomea lo mandava in bestia (sarebbe stato contento nel leggere che negli articoli a lui dedicati da Norma Rangeri e da altri si riconosce il ruolo di “stratega” o “cervello” del nostro gruppo). Lucio riteneva infatti di non aver mai fatto una scelta per opportunità politica e di essere stato invece per tutta la vita perseguitato dall’assoluta coerenza tra analisi e azione. Da qui anche la convinzione che dopo la radiazione dal Pci nel 1969 – le Tesi del Manifesto del ’70 scritte quasi tutte da lui sono da questo punto di vista esemplari – bisognasse tenere insieme l’idea dell’autonomia di una organizzazione con quella di agire e influire sul maggior partito della sinistra. La pura ricerca teorica o anche un semplice giornale senza bussola non lo interessavano granché: bisognava sempre cercare di intervenire sulla realtà senza adagiarvisi, cogliendo le opportunità di una azione senza perdere la coerenza.

Ecco, forse, perché negli anni Settanta il “magrismo” è apparso di “destra” quando i gruppi della nuova sinistra non si preoccupavano della mediazione politica e negli anni Ottanta è sembrato poi troppo indulgente nella manovra politica, fino a motivare il rientro nel Pci sull’onda della “svolta” di Berlinguer e della politica di Yuri Andropov a Mosca che Lucio considerava la vera occasione sprecata prima dell’arrivo di Mikhail Gorbaciov (Berlinguer e Andropov sono morti nello stesso anno, proprio nel mezzo di un nuovo inizio politico abbiamo più volte commentato insieme).

Lettore onnivoro (negli ultimi mesi si è riletto tutto Lev Tolstoj), scrittore instancabile di saggi, articoli (qualche volta donati ad altri), documenti congressuali o relazioni a convegni e a congressi – insegnando a noi più giovani che bisogna sempre prepararsi al meglio quando si scrive o si parla in pubblico – a Lucio non andava proprio giù di essere dipinto negli anni della direzione del Pdup e poi del ritorno nel Pci come una sorta di politico-politicante. Le sue idee potevano risultare datate ma non dovevano esserci dubbi sul fatto che la propria coerenza intellettuale fosse assoluta nella ricerca di un rinnovamento comunista senza abiure. Per fatalità della sorte, “Il sarto di Ulm” è in effetti un testo in cui tocca a Magri, comunista a suo modo eretico, rifare la storia del comunismo e difendere la memoria e l’originalità dei comunisti italiani più di quanto abbiano fatto altri pur avendo passato una vita senza scosse nel Pci.

Questa visione della politica di Magri aveva però un limite: non tutto è riducile al pensiero e all’azione, non può sempre prevalere il totus politicus. Poi ci sono le individualità con il loro temperamento e le proprie contraddizioni esistenziali. E poi bisogna saper guardare il mondo coltivando pure altri interessi oltre alla politica: la musica, il cinema, la letteratura, la pittura, le nuove tecnologie informatiche, la psicanalisi Per farlo arrabbiare bastava dirgli: «Tu, a differenza di Ingrao, non diresti mai: voglio sedermi a un bar per vedere la gente che passa e poter chiedere a ognuno che storia ha e dove pensa di andare». E aggiungere, quando lui controbatteva ricordando l’esito del convegno di Arco del 1991 come l’ultimo errore di Ingrao e quello più rilevante fatto da se stesso per non aver contestato l’idea del “gorgo” in cui restare, che comunque bisognava essere indulgenti con Ingrao a scapito dell’efficacia di ingraismo e ingraiani.

Contravvenendo alle raccomandazioni di Lucio sui personalismi da evitare, come faccio infine a non ricordare il settembre 1969 quando suonai al campanello di piazza del Grillo 10 per aderire al Manifesto e fu lui ad aprirmi? Come evitare di ripensare agli anni in cui ero il suo assistente parlamentare (1976-1979) e ho iniziato per scherzo a imitarne la voce? E poi a quelli passati nel Centro studi voluto da lui e Claudio Napoleoni che produsse la rivista “Pace e guerra”? E come non ricordare il viaggio fatto a Cuba con Lucio e Mara? E i lunedì degli ultimi due anni passati a registrare su nastro con lui e Famiano Crucianelli considerazioni sulla storia del Manifesto, del Pdup e della sinistra italiana? E i viaggi recenti fatti insieme a Barcellona e Madrid per presentare l’edizione spagnola di “Il sarto di Ulm”? È stato pure il primo lettore critico dei miei libri su Olof Palme e Ingmar Bergman rimproverandomi per una eccessiva compiacenza senile per la Svezia e la storia della  socialdemocrazia europea. È stato perfino l’amico generoso che mi ha aiutato in un momento di difficoltà economica.

Gli episodi che tornano alla mente sono innumerevoli. L’ultimo è di giovedì scorso 24 novembre: una stretta di mano nel suo salotto, la considerazione di aver vissuto insieme una perigliosa avventura politica, intellettuale, umana durata quattro decenni. Poi sono andato via trattenendo le lacrime – in ottemperanza allo stile del “magrismo” –  dopo aver chiuso la porta alle spalle.

Caro Lucio, mi sforzerò di restare un inguaribile “magriano”.

 

(il manifesto 1 dicembre 2011)