Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

No al "pacco natalizio"

E-mail Stampa PDF

NO al  “pacco” natalizio di Monti

Organizziamo la lotta per la difesa dei diritti, dell’occupazione, del salario e delle pensioni

Una manovra  ne prepara un‘altra. Appena archiviata la “legge di stabilità”, si prepara un altro intervento di almeno  20 miliardi, tutti sulle spalle del lavoro dipendente. Nel “pacco” dono di Monti troverà posto una nuova fase della “controriforma” pensionistica — innalzamento ulteriore dell’età pensionabile, cancellazione di fatto delle pensioni d’anzianità,la vergogna del blocco della rivalutazione annuale per gli assegni sopra i 960 euro — l’aumento dell’Iva,la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa,tagli ai finanziamenti agli enti locali e alla sanità forse, una “coraggiosa” riforma del mercato del lavoro. E non finisce qui, prossima tappa una “riforma” del mercato del lavoro finalizzata ad introdurre la licenziabilità per tutti nei nuovi contratti di lavoro. Cioè,addio articolo 18…

 

Questi provvedimenti arrivano dopo l’introduzione, con l’ultima manovra del precedente governo, della mobilità obbligatoria — anticamera del licenziamento — per i lavoratori pubblici e l’obbligo alla privatizzazione di tutti i servizi pubblici per gli Enti locali. Il lavoro pubblico continua a rimanere al centro di tutte le politiche di austerità, in modo assolutamente “bipartisan”. Con il blocco contrattuale decretato fino al 2017 per il pubblico impiego, cominciano a farsi sentire conseguenze pesanti sulla tenuta salariale.

 

Secondo l’Istat il divario salario-prezzi ha toccato il massimo dal 1997 per tutti i lavoratori: a fronte di retribuzioni contrattuali orarie cresciute su base annua dell’1,7% si registra un aumento dei prezzi del 3,4%. Ma per i lavoratori pubblici il divario è ancora più grande: 3,4% i prezzi e 0,6% l’incremento retributivo! Dopo anni di martellamento sui “fannulloni” e sui “privilegi” che si anniderebbero nel lavoro pubblico, questo è il risultato…

 

Oggi, la pressione continua contro diritti, contratti, salario e condizioni di lavoro — e quindi sulla qualità dei servizi sociali e delle attività erogate — in nome dei “sacrifici” chiesti dall’Europa (sic!) per “risanare il debito”…

Come se il debito fosse responsabilità nostra ed un destino ineluttabile quello di pagarne il costo…Come se, nel paese europeo con la percentuale più bassa di spesa sociale sul Pil, il problema fosse quello dei livelli di protezione sociale garantiti dallo Stato…

Dimenticandosi di ricordare che mentre tra gli anni 80 e gli anni 90 la spesa sociale in rapporto al Pil è cresciuta in linea con le entrate fiscali, negli stessi anni abbiamo assistito ad una miriade di finanziamenti a pioggia, incentivi, defiscalizzazioni rivolte alle aziende, in un ginepraio di intrecci e conflitti di interessi che sfuggono a qualunque attenzione per non dire controllo.

 

Si calcola in 30/40 miliardi l’anno il trasferimento “a pioggia” dallo Stato alle imprese, cioè la metà di quanto si spende per gli interessi sul debito. In un quadro in cui progressivamente diminuisce la pressione fiscale sui redditi delle società. Queste politiche, insieme alla ricerca di una redditività crescente da parte dei capitali investiti, garantita oggi dai meccanismi di finanziarizzazione dell’economia più che da investimenti produttivi, sono quelle che producono quella lievitazione del debito pubblico che giustificano l’allarme  crescente e determinano il ricorso a politiche di austerità durissime che annunciano un default di fatto, almeno sul piano sociale.

Questo scenario determina un  intreccio evidente tra le rivendicazioni e lotte dei lavoratori pubblici, come pure di altri settori, e la battaglia per chiedere l’annullamento della parte illegittima del debito, cioè quello realizzato per sostenere i profitti, garantire la speculazione delle grandi banche, sorreggere una economia capitalistica in crisi di sbocchi e di margini di profitto, bisognosa di una bolla finanziaria in grado di garantirne l’attività.

 

Una moratoria sul debito

si impone dal punto di vista dei lavoratori

realizzata attraverso lo strumento dell’Audit pubblico (una verifica dei conti) necessario per radiografare il debito e costruito attraverso la partecipazione di cittadini e cittadine, lavoratori, movimenti sociali e associazioni, organizzazioni sindacali conflittuali.

Non bisogna pagare un debito ingiusto che produce politiche sociali ingiuste e fomentatrici di diseguaglianze crescenti. E’ necessario rivendicare la difesa e lo sviluppo di un nuovo welfare adeguato alle esigenze e ai bisogni sociali della nostra epoca. Occorre esigere il rilancio dell’investimento di risorse pubbliche, da reperire attraverso l’applicazione di una vera imposta patrimoniale, nei settori cruciali della sanità, della scuola pubblica, della ricerca e della formazione, della manutenzione del territorio, attraverso una rete di piccole opere infrastrutturali, contro la logica mortale delle “Grandi Opere” (TAV, Ponte di Messina...) destinate a consumare territorio e risorse ed arricchire i “soliti noti”. Tutto questo lo si potrà ottenere solo con la lotta!

 

La vicenda del San Raffaele di Milano — grande polo nazionale della sanità privata convenzionata —frutto dell’intrico micidiale tra interessi della Compagnia delle Opere formigoniana, speculazione bancaria e immobiliarismo forsennato di Don Verzè, è emblematica dell’intreccio, nella crisi, tra ricerca del massimo profitto nell’ambito dei “servizi alla persona”, affarismo sfrenato e crescita del debito… da risanare con le risorse del pubblico e sulle spalle di lavoratori e utenti.

La risposta dei lavoratori dell’Ospedale, della loro Rsu e delle organizzazioni sindacali conflittuali — in questo caso Usb e Usi — è altrettanto esemplare: pubblicizzazione della struttura e nessun risanamento finanziario sulle nostre spalle.

Uno strumento importante, quello di un Audit sul debito, per dare più forza alle lotte contro le privatizzazioni e le dismissioni di servizi pubblici, contro la liquidazione del patrimonio immobiliare pubblico, contro la vendita dei terreni agricoli di proprietà pubblica destinati a produrre nuova speculazione urbanistica su territori già devastati  da decenni di cementificazione selvaggia.

 

La campagna di massa contro il debito  deve affiancarsi alle rivendicazioni dei lavoratori pubblici in difesa della propria

dignità e del proprio lavoro:

basta con il blocco dei contratti,

no alla mobilità obbligatoria,

si ad un giusto recupero salariale,

si allo sviluppo in tutte le amministrazioni pubbliche di politiche

occupazionali finalizzate alla qualità delle prestazioni sociali erogate.

 

Campagna di massa e vertenzialità dal basso possono creare le condizioni  per la costruzione di uno sciopero generale vero, contro il Governo Monti, la sua austerità, i diktat della Banca centrale europea  e del Fondo monetario internazionale. In Italia, come in Grecia, Portogallo, Spagna, Gran Bretagna, Francia, come in tutta Europa è giunta l’ora  del riscatto sociale di chi ha sempre pagato sulla propria pelle i costi della crisi, rifiutando un debito ingiusto con la rivolta sociale generalizzata.

(P:S: Questo è un volantone prodotto dalla commissione lavoro di Sinistra critica, che ha il merito della tempestività, e che può essere utilizzato in vario modo, ovviamente indicando la provenienza. a.m. 5/12/11)



Tags: Stangata  pensioni  Monti  debito