Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Notizie dalla Grecia

E-mail Stampa PDF

Grecia- Crisi economica senza via d’uscita

E crisi politica

Sotiris Martalis*

[Da La Brèche, http://alencontre.org/ - Viento Sur http://www.vientosur.info/]

 

Un articolo di qualche giorno fa ci offre una visione diversa e più articolata della situazione greca, segnalando episodi specifici di resistenza operaia e di mobilitazioni di solidarietà con i lavoratori siderurgici che occupano il loro stabilimento.

Lo sciopero delle Acciaierie Greche (Helleniki Halivourgia) – 48 giorno di sciopero con occupazione, la domenica 18 dicembre 2011 – ha assunto in questi giorni una portata decisiva per il movimento operaio. L’impresa è una delle maggiori e più redditizia del paese.[1] Il proprietario ha effettuato 34 licenziamenti e svolge un’azione di ricatto: ne annuncia molti altri.

I lavoratori hanno risposto con lo sciopero con occupazione che dura da 48 giorni, mentre si è sviluppato un vasto movimento di solidarietà, tra l’altro con una manifestazione di solidarietà a livello nazionale, nell’ultimo sciopero generale del 1° dicembre scorso. Il 3 dicembre, un “corteo” di moto ha attraversato Atene e si è diretto alla fabbrica.

Questa lotta ha assunto importanza per l’insieme dei lavoratori del settore privato. La fabbrica è situata ad Aspropyrgos (zona industriale di Elfesina, a 20 chilometri da Atene). Alla fine, il Centro di Lavoro di Elfesina (una specie di unione sindacale diretta dalle federazioni sindacali territoriali) ha indetto uno sciopero in tutta la regione il 3 dicembre. Gli attacchi cui sono oggi sottoposti i lavoratori dell’acciaieria si estendono a tutte le fabbriche private. La risposta data da questa nelle ultime settimane costituisce un esempio per tutte le lotte che seguiranno.

Migliaia di studenti liceali, universitari e di insegnanti hanno partecipato alla manifestazione del 6 dicembre, nel terzo anniversario dell’assassinio dello studente Alexandre Grigoropoulos (nel dicembre 2008) da parte di un poliziotto. Numerosi posti di polizia sono stati accerchiati da studenti che gridavano slogan contro la repressione politica e lanciavano aranci contro alcuni di questi. La polizia ne ha arrestati 46 e portati in tribunale 21: La maggioranza dei fermati hanno dai 14 ai 17 anni.

Va richiamata la lotta contro gli haratsia[2] (ingiuste imposte governative). Il governo, incapace di racimolare ulteriori tasse, ne ha decisa a settembre del 2911 un’altra straordinaria, che grava sulla bolletta elettrica dell’azienda pubblica (la DEI). Vale a dire che si taglia la luce a chi non paga l’imposta. Dall’inizio di ottobre, è partito un movimento con comitati e assemblee popolari nei quartieri contro il pagamento di questa imposta. È importante che il sindacato dei dipendenti DEI abbia deciso di resistere a questa decisione. Il 22 novembre, è cominciata l’occupazione della direzione del servizio informatico della DEI. Il giorno dopo, alcuni sindaci, movimenti comunali, assemblee popolari e organizzazioni di sinistra sono stati presenti in segno di solidarietà nel luogo dell’occupazione. Migliaia di persone in questi giorni sono andate per qualche tempo a dichiarare la propria solidarietà e a sostenere il picchetto d’occupazione. Il 24 novembre, nella mattinata, il governo ha deciso di spezzare l’occupazione con la scusa che i sindacalisti intralciavano il buon funzionamento dello stabilimento. Da tutte le parti sono arrivate truppe di MAT (le forze repressive della polizia), che sono intervenute in modo brutale e hanno arrestato 15 militanti, tra cui 10 della DEI e tra questi il presidente del sindacato. Incurante dell’aggressione poliziesca, molta gente è rimasta davanti all’edificio della DEI, mentre una manifestazione di solidarietà si svolgeva davanti al tribunale dove erano stati portati gli arrestati. Non hanno però osato giudicarli subito e il processo è stato rinviato.

È importante tenere conto che, parallelamente a queste rilevanti iniziative, si sono verificati quotidianamente scioperi minori. Ci limitiamo ad elencare quelli degli ultimi giorni (l’articolo è stato scritto il 18 dicembre). Al quotidiano Eleftherotipya, i/le lavoratori/lavoratrici hanno fatto sciopero dall’1 al 3 dicembre e, insieme a tutti i lavoratori dei mezzi di comunicazione di massa, il 4 dicembre. I lavoratori del canale televisivo Alter hanno preso, da dieci giorni, il controllo totale dell’emittente e dello sviluppo della programmazione, e la sola cosa che il canale diffonda sono prese di posizione con le decisioni dei lavoratori. Gli addetti della stampa nazionale, come pure quelli del programma “Aiuti a domicilio” hanno avviato uno sciopero.

Va sottolineato un altro aspetto: nelle elezioni di decine di strutture sindacali di base che si stanno svolgendo da due mesi le correnti sindacali vicine a Nuova Democrazia (destra) e al PASOK registrano forti perdite, mentre le tendenze che si richiamano a formazioni alla sinistra del PASOK ottengono crescite significative.

Le decisioni del governo

In questo clima, i deputati dei tre partiti – Nuova Democrazia, PASOK (Movimento socialista panellenico) e LAOS (estrema destra) – hanno approvato il nuovo bilancio di austerità del 2012.

Questo bilancio chiarifica le prospettive future per le quali queste forze si pronunciano: tagli dei salari e delle pensioni del 50%; massicci licenziamenti nel settore privato e in quello pubblico; drastica riduzione dell’assistenza sanitaria e smantellamento del sistema sanitario pubblico; deterioramento per tutti gli aspetti delle scuole pubbliche e delle università: privatizzazioni massicce e a un ritmo sfrenato; aumento delle tasse sui redditi da salario (dell’Iva, tra l’altro): Al tempo stesso, si decide la riduzione delle imposte sul capitale, la riduzione dei contributi padronali, l’abolizione dei presunti intralci “burocratici” (dello Stato) all’attività delle imprese private in nome del rafforzamento della competitività. Si tratta di una politica riassumibile nella formula “Tutto per il capitale!”; una politica basata sul dilemma: austerità dura con l’euro o più dura con la dracma che, sotto il predominio dei capitalisti porterebbe a condizioni di impoverimento inimmaginabile. Coloro che, con incredibile ipocrisia, appoggiano l’attuale governo tripartitico chiedono al popolo sacrifici senza precedenti, proprio nel momento in cui non muovono un dito per impedire agli speculatori di portare all’estero enormi masse di capitali.

Quanto allo sforzo di bloccare i responsabili di grandi frodi fiscali e i grandi ladri di contributi sociali (non pagati), si svolge sotto l’occhio ingannatore dei media, visto che nessuno – proprio nessuno – di loro sta in carcere, indipendentemente dal lungo elenco di crimini di cui sono accusati.

Crisi di direzione politica borghese

Non è quindi casuale che i partiti che non appoggiano il governo di Lucas Papademos, entrato in funzione l’11 novembre 2011, vedono come stia andando a terra la sua popolarità, con il risultato dell’aprirsi di una crisi di direzione politica del sistema senza precedenti, di gran lunga la più seria di tutte quelle che il popolo greco ha affrontato dal 1974. Lo confermano soprattutto i risultati dei sondaggi pubblicati domenica 4 dicembre 2011. Alla domanda sulla valutazione del successo o meno del patto governativo, la risposta è: fallimento completo, il 79,9%: probabile fallimento, il 9,9%; successo, il 4,9%.

Sulle intenzioni di voto, in tre sondaggi questi sono i risultati (riportiamo tra parentesi i risultati del 2009): Nuova Democrazia, tra il 18,8% e il 20% (33,48%); PASOK, 11,5%-15,5% (43,92%); KKE (Partito comunista), 8,7%-13,5% (7,54%); SIRIZA (Unione della Sinistra radicale), 6,9%-14% (4,60% e nelle elezioni precedenti ne faceva parte DIMAR); DIMAR (Sinistra Democratica, 3,8%-8,5%, LAOS, 5%.6%, i Verdi, 2,5%-4%. È evidente come le forze accumulate dalla sinistra, nel senso della sinistra che si oppone in diverso grado alla linea del PASOK, superino il 30%.

Le intenzioni di voto in favore del PASOK crollano, collocandosi intorno al 15%, che ricorda la sua forza iniziale nel 1974. Con la differenza che, all’epoca del 13,5%, esse traducevano la forza della ripresa giovanile, mentre ora il 15% raccoglie i residui di un organismo molto vecchio. In queste condizioni, l’apertura di un processo di cambiamento dei dirigenti acquisisce qualità esistenziali.

Non è un caso se anche quadri “storici” del PASOK non esitano a parlare della necessità di un nuovo partito di centro-sinistra. Non è un caso se a sostenere i governi di Papandreu sono solo i sostenitori decisi del neoliberismo. Tutti gli altri cominciano a giocare all’“anti-patto”! Sarà molto dura la vita dei socialdemocratici, saranno costretti a bere fino in fondo l’amaro calice, perché sono costretti a sostenere il governo Papademos e questo restringe parecchio il margine delle loro manovre demagogiche.

Nel momento in cui il PASOK affonda, la Nuova Democrazia non sta meglio. Con percentuali nei sondaggi al di sotto del 25%, resta sotto il record negativo di Constantinos Caramanlis nell’ottobre 2009 (era presidente di Nuova Democrazia dal 1997). E il suo successore, Antoni Samaras, è agli inizi, non alla fine delle sue prove politiche. Sarà costretto, sempre più, ad assumere responsabilità per l’austerità, le tasse e gli altri temi che Nuova Democrazia aveva, formalmente, eluso fino a poco fa.

Il bipartitismo (Nuova Democrazia e PASOK) marcia verso una sconfitta storica. Ma non si affogherà da solo. Le forze del sistema stanno già elaborando le soluzioni per “dopo l’era dei partiti”: governi di cosiddetti tecnocrati e di “personalità” di fiducia del capitale, sul modello di L. Papademos governatore della Banca Centrale della Grecia dal 1944 al 2002, poi vicepresidente della Banca Centrale Europea (BCE).

La soluzione dovrà “arrivare dal basso”, dal movimento dei/delle lavoratori/lavoratrici e della vera sinistra. Abbiamo vissuto la dinamica dell’opposizione “dal basso” con gli scioperi e le manifestazioni che hanno posto termine al potere di Papandreu. La prospettiva di uno sciopero politico generale, con l’obiettivo di demolire l’austerità, il patto e il governo Papademos, costituisce la risposta necessaria in questa congiuntura, come tappa indispensabile.

Al tempo stesso, emerge nei sondaggi la dinamica della sinistra. I pronostici di voto in favore del KKE, di SYRIZA e di ANTARSYA (Unione delle formazioni della sinistra anticapitalista) le assegnano percentuali di intenzioni di voto più alte delle forze che si collocano a sinistra della socialdemocrazia in tutt’Europa. L’unità d’azione e il raggruppamento di queste forze costituiscono un elemento decisivo, sia per le lotte di oggi sia per gli eventi futuri.



*Sotiris Martalis è membro di DEA (Sinistra Operaia Internazionalista) che si colloca nell’ala sinistra di SYRIZA)

[1] In un’assemblea di fine ottobre, i lavoratori hanno respinto il taglio dei salari del 40% e l’intensificazione del lavoro e la flessibilità d’orario. In conseguenza di ciò, il padrone ha licenziato 34 lavoratori. Il 1 novembre si è deciso lo sciopero con occupazione, con due obiettivi al centro della lotta: il reintegro degli operai licenziati e il rifiuto del diktat padronale. L’assemblea dei lavoratori afferma in un comunicato: «Il nostro duro lavoro ha fatto aumentare la produzione di acciaio dell’anno scorso da 196.000 a 266.000 tonnellate, ma anche la pesantezza delle condizioni di lavoro, con incidenti quotidiani sul lavoro e la morte di un lavoratore. I profitti del proprietario, Manesis, sono immensi. Continua a ricattarci dicendo che se non accogliamo le sue richieste di lavorare come schiavi, licenzierà altri 180 lavoratori», su un totale di 378. Dopo la proposta fatta dal padrone alla direzione del sindacato di introdurre una giornata di 5 ore per un trimestre, l’assemblea dei lavoratori ha risposto facendo appello all’estensione della solidarietà. [Evidentemente una riduzione di orario a 5 ore pagate 5 appare una prospettiva terribile in un periodo di paghe già insufficienti a vivere. NdR] Per gli operai della siderurgia non c’è possibilità di tornare indietro. Se perdiamo, questo significa lasciare aperta la porta alle giornate lavorative di 5 ore e alla legge della giungla nel lavoro per il resto delle fabbriche, cosa che auspicano tutti i padroni dell’industria. La vittoria dei siderurgici sarà la vittoria di tutta la classe operaia. È per questo che vi vogliamo al nostro fianco».

[2] L’haratsi è una delle due imposte stabilite dal sultano dell’Impero ottomano per i sudditi non musulmani. Si trattava di un’imposta umiliante per ottenere il diritto di vivere e “adorare le proprie divinità”. Il popolo in Grecia chiama così ogni imposta ingiusta e intollerabile.

 

(Traduzione di Titti Pierini 28/12/11)