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Nessun accordo climatico*

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Nessun accordo climatico prima del 2020

 

di Daniel Tanuro*

 

Questo articolo di Daniel Tanuro, autore del libro L'impossibile capitalismo verde, è apparso sul sito della LCR belga, e anche se è stato scritto prima dell’inizio della conferenza di Durban, è utile: la correttezza dell’analisi è confermata dall’esito sostanzialmente negativo di questa conferenza. In appendice un commento di Paolo Gilardi dopo la chiusura della conferenza.

 

A rischio di stancare il lettore, ricordiamo le condizioni da adempiere perché l'aumento della temperatura sulla terra non superi di molto i 2°C (tra 2,2 2,4°C): 1) Riduzione assoluta tra il 50 e l''85% delle emissioni globali entro il 2050, a partire dal 2015 al più tardi; 2) Riduzione assoluta tra l'80 e il 95% delle emissioni dei paesi sviluppati entro il 2050, e tra il 25 e il 40% entro il 2020, rispetto ai valori del 1990; 3) Riduzione delle emissioni dei paesi in via di sviluppo tra il 15 e il 30% rispetto alle proiezioni.

 

Se questi obiettivi venissero adottati, la dilatazione termica delle masse di acqua oceaniche provocherebbe comunque, da sola, un aumento medio del livello dei mari compreso tra i 40 cm e 1,4 m. "Da sola" perché questa proiezione non include lo scioglimento delle calotte glaciali.

 

Durban

 

Ora, questi obiettivi non verranno adottati. Alla vigilia del vertice di Durban, i paesi sviluppati ammettono tutti che il Protocollo di Kyoto, che non va oltre il 2012, non avrà un successore almeno fino al 2016. Tenendo conto del tempo necessario per la ratifica, questo significa che un eventuale accordo internazionale non entrerà in applicazione prima del 2020. Troppo tardi per rimanere tra i 2 e i 2,4°C di aumento, per non parlare di un aumento inferiore ai 2° C.

 

Senza un accordo mondiale obbligatorio per organizzare il trasferimento di tecnologie pulite e distribuire gli sforzi di riduzione in funzione della responsabilità storica di ogni paese, la concorrenza capitalista condurrà inevitabilmente a un proseguimento della crescita delle emissioni, e quindi del riscaldamento. Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione di combustibili fossili sono aumentate del 5% nel 2010, malgrado stiamo vivendo la più grave recessione dagli anni Trenta.

 

I governi nascondono l'estrema gravità della situazione. Continuano a fare come se il loro obiettivo fosse quello di mantenere il riscaldamento sotto i 2°C, fingendo di ignorare che, per colpa loro, questo limite non può già più essere rispettato.

 

L’Unione Europea meriterebbe il primo premio quanto a lancio di polvere negli occhi. Con il suo "pacchetto energia-clima", essa si presenta come il campione della lotta per la salvaguardia del pianeta. In realtà, non soltanto il 20% di riduzione delle emissioni entro il 2020 è totalmente insufficiente, non solo verrà realizzato senza un particolare sforzo (nel 2009 le emissioni del UE erano inferiori del 17,6% rispetto al livello del 1990), non solo le cifre non tengono conto delle emissioni "grigie" (provenienti dalla produzione nei paesi emergenti delle merci consumate in Europa); ma, al di là di tutto questo, l'UE non ha più nessuna reticenza di fronte agli acquisti di "diritti di inquinamento" nei paesi del Sud.

 

In viaggio verso +4°C

 

Verso che cosa ci trascina tutto ciò? Verso un aumento della temperature di circa 4°C entro la fine del secolo, il che farebbe salire il livello dei mari di parecchi metri entro la fine del secolo, in particolare a seguito dello scioglimento delle calotte glaciali. È quel che ripete da 20 anni J.Jansen, il climatologo in capo della NASA.

Il GIEC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) ha appena consacrato un rapporto agli avvenimenti meteorologici estremi. Poco sospetto di simpatie filo-comuniste, un direttore della London School of Economics, Bob Ward, lo ha riassunto dicendo che, in mancanza di una diminuzione immediata delle emissioni, le canicole, siccità e inondazioni "scavalcherebbero probabilmente qualsiasi tentativo intrapreso dalla popolazione umana per adattarsi ai loro impatti".

 

Tutti questi dati sono noti a tutti coloro che detengono  il potere decisionale politico. Ma essi continuano ad  ignorarli allegramente, poiché altrimenti dovrebbero prendere in considerazione l'idea di strappare il settore dell'energia dalle mani del padronato e di prendere i soldi là dove ci sono per finanziare una transizione pianificata verso un'economia davvero “economa” e non produttivistica, senza fossile né nucleare.

 

Mobilizzazione ecosocialista

 

All'inizio della sua storia, il capitalismo come sistema  ha spesso assunto decisioni sfavorevoli all'interesse immediato dei capitalisti individuali, poiché esse erano necessarie alla stabilità a lungo termine del Capitale nel suo insieme. Oggi non è più capace di farlo. Anche di fronte alla minaccia di catastrofi terribili, irreparabili, chi ha il potere di decidere resta con le braccia inerti.

 

Peggio: i  più cinici scommettono sulle catastrofi come armi geostrategiche. L'aumento di potenza del capitalismo cinese o indiano comincia a dar fastidio? Riderà bene chi riderà ultimo: vedremo come gestiranno la crescita di livello degli oceani, lo scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya e i loro milioni di rifugiati climatici…

 

Non si può illustrare meglio la profondità della crisi di questo sistema ormai marcio. Di fronte alla minaccia di questa barbarie climatica, è completamente illusorio puntare sul lavoro di lobbying presso i governi. Solo la più ampia mobilitazione per obiettivi sia sociali che ecologici - eco socialisti - potrà offrire una vera alternativa.

 

* articolo apparso il 27 novembre sul sito della LCR belga. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà-Ticino.

Appendice

Alla conclusione della conferenza di Durban, c’è stato un respiro di sollievo della grande stampa e delle cancellerie di tutto il mondo: l’accordo ottenuto in extremis all’alba dell’ultimo giorno garantisce che i principali inquinatori potranno continuare ad emettere gas serra ancora per otto anni senza nessuna limitazione. Non è lo stesso stato d’animo di coloro che temono che la mancanza attuale di regole possa avere conseguenze inimmaginabili sull’umanità…

 

In realtà nonostante l’assenza di misure efficaci per contenere il riscaldamento del pianeta, l’accordo raggiunto in extremis a Durban non ha nessun carattere vincolante. Si limita a registrare le intenzioni e le promesse dei più grandi inquinatori che potranno continuare impunemente come prima, fino al 2020, quando dovrebbero entrare in vigore delle “nuove norme valide per tutti”. Un “per tutti” che, ancora una volta mette nello stesso sacco paesi ricchi e paesi poveri, e diluisce le responsabilità. Questo accordo è stato definito un crimine contro l’umanità dalla rete internazionale Climate Justice Now, di cui fanno parte tra l’altro Attac e Via Campesina, in un comunicato di cui riproduco uno stralcio, ricavato da un articolo di Paolo Gilardi apparso sul numero 60 de L’Anticapitaliste di Lausanne.

 

«Proprio qui, nel Sudafrica che ha ispirato il mondo intero con le lotte di liberazione condotte dalla maggioranza nera del paese, le nazioni più ricche hanno creato cinicamente un nuovo regime di apartheid climatico. Secondo Nnimmo Bassey, presidente degli Amici della Terra Internazionale, “un aumento di 4°C della temperatura mondiale, permessa da questo piano, è una condanna a morte per l’Africa, i piccoli Stati insulari, i poveri e le persone vulnerabili dell’intero pianeta. Questo summit ha amplificato l’apartheid climatico, con l’1% dei più ricchi del pianeta che ha deciso che era accettabile sacrificare il 99%”. »

Anche Pablo Solon, che è stato rappresentante dello Stato plurinazionale di Bolivia nei dibattiti sull’ambiente, sostiene che «è falso sostenere che a Durban sarebbe stato adottato un secondo periodo di applicazione del protocollo di Kyoto. La decisione attuale è stata solo di rinviare alla prossima sessione della COP, senza impegni di riduzione delle emissioni da parte dei paesi ricchi. Ciò significa che il protocollo di Kyoto rimarrà vigente fino a quando sarà sostituito da un nuovo accordi ancora più debole».

Il comunicato di Climate Justice Now ha denunciato anche le responsabilità delle banche, responsabili della crisi finanziaria, che stanno cercando di ricavare importanti profitti  speculando sul futuro del pianeta, e ha richiamato le conclusioni dell’Accordo dei popoli di Cochabamba del 2010, che aveva definito un vero piano per il clima, basato sui bisogni del pianeta identificati dagli scienziati, ma sostenuto dal mandato dei movimenti popolari.

Quel testo, portato davanti alle Nazioni Unite, è stato escluso però dai testi in discussione a Durban, nonostante proponesse un mezzo giusto ed efficace per avanzare, come è terribilmente necessario.

(a.m. 29/12/11)

 



Tags: Daniel Tanuro  Durban  Kyoto