Movimento Operaio

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Egitto: i sindacati indipendenti

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EGITTOSERI problemi per il movimento operaio

Yassin Gaber

[Versione francese: La breche (www.alencontre.org/ - Versione spagnola: Viento Sur (http://www.vientosur.info/)

Statistiche del 2010 indicano che 6 egiziani su 10 percepiscono meno di 3.333 dollari all’anno. Questi dati corroborano i risultati di un’indagine effettuata da Egipt’s Information and Decision Support Center (IDSC), che dimostrava che il 43% delle famiglie dispone di un reddito insufficiente a soddisfare i bisogni sociali più elementari. In altri termini – per riprendere un indicatore inadeguato ma “normalizzato” dalla Banca Mondiale – significa che il 43% delle famiglie vive in condizioni di “povertà”, o di “estrema povertà”. Dunque, in base a questa classificazione, si tratta di un reddito inferiore ai 2 dollari al giorno. Dal 1996 al 2005 – ultimi dati disponibili – 2 egiziani su 10 vivevano al di sotto della soglia di sopravvivenza. Povertà ed emarginazione sociale forniscono il brodo di coltura a vantaggio di varie forze islamiste che forniscono strutture e iniziative di tipo assistenziale.

Al tempo stesso, in seno a settori operai e non solo, si erano andate manifestando mobilitazioni, significativi scioperi e un nuovo tipo di organizzazione sindacale, prima del 25 gennaio 2011, data simbolica che segna l’avvio del “processo rivoluzionario” in Egitto. Queste lotte investivano settori quali la siderurgia, i trasporti, gli ospedali, il tessile, i lavoratori della zona del Canale di Suez, l’insegnamento, l’amministrazione, ecc. Al centro c’era la rivendicazione dell’aumento di salario, ma al tempo stesso si ponevano in rilievo anche rivendicazioni democratiche.

La creazione della Federazione Egiziana di Sindacati Indipendenti (EFITU) ha segnato una rottura di fondo con le strutture sindacali istituite dal regime nel 1957, e cioè la centrale unica della Federazione Sindacale Egiziana (ETUF). L’appello allo sciopero generale lanciato dall’EFITU il 30 gennaio 2011 – uno sciopero con grande seguito – ha svolto un ruolo determinante nella caduta di Mubarak. Nella conferenza ufficiale di fondazione, svoltasi nei locali del sindacato dei giornalisti, l’EFITU ha chiesto di sciogliere l’ETUF e di congelarne i beni. (Redazione di Viento Sur)

Nell’attuale contesto politico-sociale, il controllo di alcune associazioni di categoria – tra gli altri, settori come quello dei medici o dei farmacisti – è la posta in gioco degli scontri politici in cui i Fratelli Musulmani sfruttano la forza organizzativa di cui già disponevano, tra l’altro anche in questi ambienti, sotto il regime di Mubarak. Quando si organizzano forze di opposizione – ad esempio, “Medici senza diritti” – il controllo di quei “sindacati” ad opera dei Fratelli Musulmani viene sventato, come dimostrano le elezioni del “sindacato” dei medici di Alessandria. Tuttavia, per quanto concerne i sindacati più direttamente legati a settori di lavoratori impegnati in lotte di un certa portata, la controffensiva organizzativa può anche venire da cerchie provenienti dal vecchio regime, che hanno legami con l’istituzione che accentra ancora il potere in Egitto: il Consiglio supremo dell’Esercito. È ciò che descrive Yassin Gaber, l’8 dicembre 2011, in Ahram-online. Un punto di vista che vale la pena di far conoscere ai nostri lettori, perché possano rendersi conto di un aspetto poco noto di uno scontro sociale e politico in atto, dalle molteplici dimensioni, che non può essere completamente scisso dai risultati elettorali. (Redazione di A l’Encontre)

* * *

Un’ondata di scioperi e di iniziative intraprese dai lavoratori ha consentito la sollevazione di 18 giorni in Egitto. Il nascente movimento operaio, acquistando sicurezza a poco a poco, ha dichiarato unilateralmente la creazione di una Federazione sindacale indipendente (EFITU), in contrapposizione alla sua omologa diretta dallo Stato. Si è poi impegnata in iniziative volte a smantellare il potere e la struttura del sindacato di Stato (ETUF). Tuttavia, di recente, i lavoratori egiziani e i sindacalisti si sono ritrovati a doversi battere per preservare quanto hanno conquistato poco fa.

Nel marzo 2011, il ministro egiziano della Manodopera e delle Migrazioni, Ahmed Hassan El-Borai, aveva proclamato il diritto dei lavoratori egiziani a istituire propri sindacati e rispettive federazioni, un atto apprezzato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro OIT). Sta per essere introdotta, però, dai dirigenti militari egiziani (il Consiglio superiore delle Forze armate – CSFA) una nuova legislazione sindacale. Nell’agosto 2011, in forza dell’applicazione di una sentenza del 2006, veniva sciolta la direzione dell’ETUF, la Federazione sindacale diretta dallo Stato.

Questi passi in avanti, tuttavia, venivano frenati dalla fiducia che il governo continua a concedere a membri della vecchia guardia per quanto riguarda la creazione di nuove strutture. Ne deriva allora, secondo le dichiarazioni di Hisham Fuad, uno dei membri fondatori del Partito democratico dei Lavoratori, una prospettiva governativa che è «controrivoluzionaria e in contrasto con le conquiste dei lavoratori». A questo va aggiunto il rifiuto di consultare direttamente i sindacalisti indipendenti, cosa che a suo avviso costituisce la prova di un’intolleranza più profonda e dimostra la volontà del CSFA al potere di soffocare il movimento sindacale indipendente.

La decisione dell’ex Primo ministro Essam Charaf [ex ministro dei Trasporti nel 2004-2005, poi Primo ministro dal 3 marzo al 7 dicembre 2011] di sciogliere la direzione dell’ETUF e di congelare i beni di questo sindacato statale ha rappresentato un momento molto importante per i sindacalisti indipendenti. Tuttavia, subito dopo si è verificata una situazione che fa riflettere. Si è incaricato un “Comitato di pilotaggio” [difficile rendere altrimenti i termini pilotage e pilotaje, se non forse con “guida”, NdT] – composto da sindacalisti indipendenti, sindacalisti legati allo Stato ed esponenti dei Fratelli Musulmani – di indagare sulla situazione finanziaria del sindacato ETUF. Questa direzione di fatto ha cominciato a ficcare il naso nei rapporti dell’Organizzazione centrale d’inchiesta, che attestano centinaia di infrazioni e di irregolarità finanziarie sia dell’ETUF sia di altre organizzazioni ruotanti intorno alla centrale sindacale ufficiale.

Si pensava che alcuni sindacalisti implicati in operazioni finanziarie illecite venissero deferiti al procuratore generale, ma a bloccare questo iter si sono levati interessi ben precisi… Il Comitato di pilotaggio è stato così paralizzato, a causa della composizione che includeva svariate fazioni.

Una coalizione di quattro Federazioni – il sindacato dei lavoratori del petrolio, quello dei lavoratori dell’industria molitoria, del trasporto marittimo, dei trasporti – ha scioperato a metà novembre 2011, chiedendo che si sciogliesse il Comitato di pilotaggio designato dal governo. Membri di questa direzione autoproclamata hanno cercato, senza successo, di decapitarla, destituendo Ahmed Abdel Zahir, che è un transfuga della disciolta direzione dell’ETUF, nonché socio di colui che ne era precedentemente alla testa, Hussein Mégaouir. Pochi mesi fa, questo famoso uomo d’affari era stato accusato di avere avuto un ruolo nella “Battaglia del Cammello”, come viene chiamato l’attacco alla gente che era in Piazza Tahrir il 2 febbraio 2011. [L’ex tesoriere dell’ETUF, Samir Sayad, era diventato intanto il proprietario di una delle maggiori imprese di verniciatura in Egitto, godendo degli appoggi del clan Mubarak].

Quando il ministro El-Borai si è reso conto che non sarebbe riuscito a fermare lo sciopero, ha decretato lo scioglimento del Comitato, sostituendolo con un altro composto da personaggi della vecchia direzione, soci di Mégaouir. «Siamo tornati indietro. Ora la situazione è esattamente la stessa di quando c’era Hussein Mégaouir», sostiene Wael Habib, membro del Comitato di Pilotaggio.

Hisham Fuad ritiene che per il CSFA il cambiamento costituisca la risposta all’ondata di scioperi che ha scosso l’Egitto nel settembre 2011. «Il CSFA ha sentito di avere un certo controllo e di poter reprimere il movimento operaio che stava crescendo», dice Fuad.

Dopo l’imposizione di un nuovo comitato di direzione dell’ETUF, El-Borai ha annunciato, il 28 novembre 2011, che la nuova Federazione egiziana dei sindacati indipendenti (EFITU) era d’accordo ad entrare nell’ETUF, diretta dallo Stato. La dichiarazione ha suscitato molto rumore e mandato segnali del fatto che il governo non voleva più saperne di pluralismo e di libertà sindacali. Nonostante confusione e speculazione non siano mancate, risulta che la convergenza tra i sindacati indipendenti e i loro omologhi affiliati allo Stato non è mai esistita. «Non ci impegneremo mai al loro fianco su niente. Rifiutiamo la concezione stessa di un sindacato diretto dallo Stato», ha dichiarato Fatma Ramadan, membro della direzione dell’EFITU e militante sindacale.

Fatma Ramadan è stata costretta a ritirare la propria candidatura alle elezioni dell’Assemblea del Popolo (la Camera bassa del parlamento), dopo che i tribunali amministrativi dei governatorati di Gizeh e di Menufiya si sono rifiutati di accettare candidati che avessero avuto il riconoscimento in quanto lavoratori da parte del sindacato indipendente [accanto a liste di partiti esistono liste che consentono di eleggere – per quote – un rappresentante delle “professioni” e uno del “blocco operaio-contadino”]. Secondo Fatma, l’EFITU ha autorizzato la candidatura di 300-400 “operai” per le elezioni in tre fasi [dal dicembre 2011 al gennaio 2012] all’Assemblea del Popolo egiziana. Fra questi 300-400, a una decina circa di sindacalisti, tra cui Fatma Ramadan, non è stato riconosciuto il diritto di partecipare alle elezioni come rappresentante del “blocco operaio-contadino”.

Grazie a un decreto del 29 luglio 2011, il CSFA al potere ha mantenuto in vigore un sistema di quote di 47 anni fa, che riguarda i rappresentanti degli operai e dei contadini alle due Camere del parlamento egiziano. I sindacalisti sono divisi sul fatto se il sistema delle quote vada considerato un retaggio del vecchio regime, o se lo si debba invece rivedere, correggere. «La quota del 50% per gli operai e i contadini è fatta per proteggere i settori dominanti: va bene dare voce a chi è più sfavorito, ma se la quota si usa per riempire il parlamento di uomini d’affari e di tecnici… Chi pensate che difenderanno costoro: se stessi o i lavoratori?», chiede Fatma Ramadan.

Saul Omar, un membro del sindacato dei lavoratori dell’Autorità del Canale di Suez e candidato dei lavoratori a Suez, pensa che la quota del 50% vada mantenuta. Tuttavia, per evitarne una cattiva utilizzazione occorrerebbe istituire una nuova legge per garantire che i rappresentanti eletti provenienti dalle file operaie difendano davvero i lavoratori. «Il parlamento non si pronuncia veramente in favore del popolo. I milioni di persone che scendono per le strade ne sono la dimostrazione, negando il presunto ruolo del parlamento; ma dobbiamo ancora lavorare su questi schemi politici», sostiene.

Se le prime elezioni post-Mubarak metteranno in piedi quel parlamento di cui molti dicono che sarà il primo legittimo dagli anni Trenta, la sua composizione determinerà in una certa misura il corso del movimento operaio.

I risultati della prima fase rivelano forti affermazioni elettorali del braccio armato dei Fratelli Musulmani, il Partito della Giustizia e della Libertà (FJP) e del partito dei salafiti: Al-Nur. Anche se restano ancora da svolgere due tornate elettorali [l’articolo è stato scritto prima che iniziasse la seconda, il 14 dicembre 2011], molti osservatori ritengono che sia ormai inevitabile la presa del potere elettorale da parte dell’islamismo.

Se gli islamisti arrivano al potere, il movimento dei lavoratori si può aspettare di trovarsi di fronte ad alcuni ostacoli. Il FJP ha accettato l’opposizione del CSFA agli scioperi, compiendo un ulteriore passo quando ha cercato di costringere lo sciopero degli insegnanti a cessare in alcuni governatorati, lo scorso settembre. Il partito Al-Nur ha chiaramente adottato la linea antisciopero, definendo “indesiderabili” azioni del genere, per il momento. L’unica lista favorevole, “liberale”, che abbia ottenuto risultati sostanziosi al primo turno è stata quella del Blocco egiziano [coalizione che comprende il Partito degli egiziani liberi, il Partito socialdemocratico egiziano e il Partito al-Tagammu, uscito dal Partito comunista]. Gli “Egiziani liberi” – la forza dirigente del Blocco – hanno anch’essi una posizione ostile ai lavoratori. Lo hanno chiaramente dimostrato quando hanno subito dichiarato il loro appoggio alla legge antisciopero adottata nel luglio 2011 dal CSFA.

Comunque sia, alcuni militanti sindacali sono decisi: «Non siamo scoraggiati dalle elezioni parlamentari: quella per il parlamento è solo una parte della battaglia. È in piazza che si colloca la nostra battaglia principale; noi esigiamo: il diritto alla libertà di organizzazione sindacale, la soppressione della legge che criminalizza gli scioperi, l’introduzione di una salario minimo e di un tetto massimo, la riapertura delle fabbriche chiuse e il reintegro degli operai, l’aumento delle pensioni e un’adeguata copertura sanitaria», dichiara Fatma Ramadan.

Secondo l’avvocato del lavoro nonché membro dei Socialisti-Rivoluzionari, Haitham Mohamedein, «la posta in gioco vera è la legge». In particolare, la n. 35 (1976) che costituisce la base delle norme che riguardano struttura e sistemi delle elezioni dell’ETUF, diretta dallo Stato, fra altre organizzazioni centrali. La decisione della giunta militare al potere di sospendere il progetto di legge – approvato dal ministro della Manodopera e delle Migrazioni (Al-Borai) e poi dal governo di Charaf – rappresenta il nocciolo della questione, secondo Mohamedein. Tale legislazione consentirebbe, per la prima volta dagli anni Cinquanta, il pluralismo sindacale e consentirebbe a operai e professionisti di creare proprie associazioni e propri sindacati. Associazioni e sindacati forti rappresenterebbero una sfida per un sistema che alimenta la corruzione, l’oligarchia e la disuguaglianza sociale.

I Fratelli Musulmani si sono sempre battuti per il controllo dei sindacati e delle associazioni professionali, dichiara l’avvocato del lavoro. E affronteranno il problema dell’ETUF allo stesso modo. «Il FJP vuole che la centrale sindacale sia al loro comando e controlleranno le federazioni tramite elezioni: elezioni nel quadro della legge n. 53. Non è nel loro interesse cambiarla radicalmente. Il movimento dei lavoratori costituisce una fonte di preoccupazione per gli uomini d’affari, come per i Fratelli musulmani. Potrebbero magari cercare di emendare la legge, ma non permetterebbero mai le stesse libertà della legge che è stata sospesa».

 

(Traduzione di Titti Pierini 5/1/12)

Questo articolo è collegato a quello di Charles André Udry sulla nuova fase di repressione: Egitto, elezioni e repressione



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