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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> In attesa del papa a Cuba

In attesa del papa a Cuba

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In attesa del papa a Cuba

 

 

A marzo il papa è atteso a Cuba. C’è chi lo attende fiducioso, chi con qualche preoccupazione. Dal bollettino informatico http://observatoriocriticodesdecuba.wordpress.com/ ho tratto sia questa brillante contestazione del giovane filosofo cubano Armando Chaguaceda, di cui abbiamo già segnalato o pubblicato vari scritti, sia una nota di Guillermo Almeyra, che era apparsa inizialmente in Argentina su La Jornada Quincenal. Entrambi gli autori sono preoccupati di una possibile alleanza tra “stivali e tonache”… Un terzo intervento, è più possibilista, e apprezza le processioni (ma non la visita del papa, se non garantirà rispetto ai gay...

(a.m. 12/1/12)

 

Le chiese e io

di Armando Chaguaceda [da Observatoriocritico]

 

In Un libro levemente odioso, http://www.literatura.us/roque/odioso.html (Un libro leggermente odioso), Roque Dalton ci presenta tre comunisti che parlano della loro personale esperienza con il partito e con la chiesa. Il primo insiste sulla ferocia dell’ortodossia di partito: «Io sono stato espulso dal Partito comunista molto prima di essere scomunicato dalla Chiesa cattolica». Il secondo soggiunge: «Questo non è niente, io sono stato scomunicato dalla Chiesa cattolica dopo essere stato espulso dal Partito». E il terzo conclude: «Io sono stato espulso dal Partito comunista perché scomunicato dalla Chiesa cattolica».

Vera o non vera che sia, questa graziosa vignetta mette in luce i dilemmi che, in questo momento, attraversano mente e cuore di più di un compatriota.

Sono arcinote le somiglianze tra partito e chiesa che riporta nel suo testo l’immortale scrittore salvadoregno: l’uno e l’altra sono entità gerarchiche, verticistiche e autoritarie, che limitano ed emarginano i dissidenti; presentano di solito una facciata pubblica virtuosa, mentre sviluppano pratiche che non lo sono poi così tanto. In entrambi compaiono, di tanto in tanto, spazi e gruppi (si tratti di padri gesuiti o di marxisti critici) che spingono analisi e attività sociale ben oltre la “linea d’allarme” segnata, cosa che suscita vigilanza e repressione da parte del “Quartier generale”. Ed entrambi ospitano al proprio interno persone oneste e decenti, che ogni giorno ci offrono il dono della loro integrità ed affetto personale, dando senso e legittimazione al guscio che li accoglie.

Qualche buon cattolico potrebbe obiettare – in risposta alle mie critiche – che “la chiesa siamo tutti e non solo i suoi cattivi esempi”, e questo è in parte sicuro. Tuttavia, in un ordinamento così rigido e meticolosamente strutturato, le decisioni e le responsabilità risiedono al vertice, che istituisce dogmi e applica la disciplina. Sarebbe quindi coerente che leader e burocrazia si assumessero le responsabilità di quei fenomeni e comportamenti strutturale che attraversano, corrompendola e colpendola, la loro comunità organizzata.

Chi (per tredici anni) ha esercitato la militanza in organizzazioni comuniste, senza per questo mettere in dubbio la propria adesione al marxismo come visione del mondo e al socialismo come progetto di società, sente di avere tutto il diritto di esprimere questa opinione senza offendere gli amici credenti.

Ricordo che proprio da teologhi della liberazione come Giulio Girardi ho appreso la nozione di «impegno critico» che ho applicato alle mie riflessioni e alla mia attività dentro e al di fuori delle organizzazioni di cui faccio parte.[1] E ho potuto conoscere, nei tre anni in cui ho frequentato organizzazioni progressiste cristiane dell’isola, luci e ombre che ne accompagnano l’operato.

Quando a Cuba è venuto Giovanni Paolo II

Discutendo con miei nobili amici ho esposto loro i motivi per i quali, nel 1998, come dirigente studentesco, non ho ottemperato al benvenuto da dare a Giovanni Paolo II. All’epoca ho disubbidito alle indicazioni ufficiali di ricevere «con affetto e rispetto» il Sommo Pontefice, lasciando liberi di andarci i miei compagni di corso, dopo una spiegazione della storia del parroco polacco. Ora che Benedetto XVI si accinge a visitare il Messico e Cuba, il prossimo marzo, mi dispiace di averli contrariati con il mio mancato entusiasmo per la visita tanto annunciata.

Wojtyla e Ratzinger hanno rappresentato una svolta a destra in una chiesa che aveva compiuto passi avanti sul terreno sociale e politico a partire da Giovanni XXIII e dalla sua enciclica Pacem in Terris (1963), e dalla II Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, a Medellin (1968).

Entrambi sono stati protagonisti attivi nel perseguitare la Teologia della Liberazione, cui sono stato vicino per studiarne le idee e per amicizia con vari suoi seguaci a Cuba e in America latina. L’assedio nei suoi confronti è stato sistematico e coordinato dal Vaticano, proprio mentre le dittature latinoamericane massacravano i praticanti del cristianesimo popolare e le Comunità ecclesiali di base. Sappiamo, certo, che la verità non ha un colore solo. L’esempio di Samel Ruiz, nella sua diocesi del Chiapas, che difendeva gli indigeni e denunciava le cause che portarono alla sollevazione zapatista del 1994; l’opera e la missione di Ernesto Cardenal, promotore della cultura popolare nicaraguense e della lotta contro l’autoritarismo di Somoza e Ortega: o il martirio di sacerdoti, suore e laici salvadoregni e cileni vittime dei sicari di Roberto d’Aubuisson e di Pinochet, fanno parte del cumulo di sacrifici e di bontà che il cattolicesimo incorpora, a beneficio proprio e dell’umanità.

Il lavoro della chiesa cattolica presenta di solito diversi aspetti, che emergono anche nell’attuale congiuntura cubana. Strategicamente – e sappiamo che in questo possiede un’esperienza e una pazienza millenaria - sta cercando di accrescere la sua influenza nella società, con una logica di realpolitik che sorregge ogni suo gesto e ogni sua dichiarazione.

Paradossalmente – o neanche tanto, visto che sempre si preferisce come interlocutore qualcuno che assomigli – il governo cubano le sta concedendo o lasciando spazio (accesso ai mezzi di comunicazione di massa, inaugurazione di edifici e sedi di incontro, protagonismo politico), di cui non dispongono altre tendenze spirituali o altri culti, afrocubani, ortodossi, ebraici, musulmani o protestanti che siano.

Nel caso di questi ultimi, ironia della sorte vuole che abbia avuto modo di conoscere lamentele di vari leader che sopportano di essere stati relegati al margine, pur avendo mantenuto un’agenda fin troppo acritica e sottomessa a quella del governo.

È sul piano dell’operato quotidiano, in cui pesano le persone e le decisioni concrete, che trovo le maggiori (e gradevoli) coincidenze tra l’intervento cattolico e le speranze di milioni di cubani.

Appelli alla riconciliazione e ai cambiamenti, quali la Lettera pastorale El amor todo lo espera (1993), o tentativi come quello di mediare, ottenendola, la scarcerazione di decine di prigionieri politici, meritano di essere riconosciuti e appoggiati, ben oltre le posizioni ideologiche che si professino.

Sia nei ricoveri per anziani, curati con amorevole dedizione da suore – vero e proprio esempio per le corrispettive strutture statali – come negli spazi e nelle riviste di formazione e di dibattito auspicati da laici cattolici, esiste un tessuto sociale che si salda con le più nobili virtù e potenzialità del popolo cubano e comunica con gli ideali di sovranità, giustizia e libertà che hanno sorretto la nazione cubana per un secolo e mezzo di tormentata esistenza. A questo cattolicesimo molti di noi ci sentiamo vicini e grati.

Un punto di riferimento di “ordine e virtù”

Mi preoccupa, naturalmente, pensare che, di fronte alla progressiva espansione dell’ondata conservatrice che vive la società cubana, la chiesa stia trasformando il suo progetto in punto di riferimento di “ordine e virtù”.

Qualche mese fa, amici dell’Avana mi parlavano dell’opportunità di sottrarre i loro figli al focolaio di violenza, emarginazione e consumismo che erano diventati i loro quartieri offerte dagli spazi e dalle attività della gioventù religiosa (cattolica o protestante).  Coloro che dicevano questo – bianchi, professionisti e ceto medio – non avevano meno ragione per le loro inquietudini, anche se poi uno pensava come condizione sociale, razza, classe e credo possano configurarsi nella ristrutturazione dei rapporti sociali in un quadro di crisi.

Un’altra collega giornalista mi attestò le difficoltà surrettizie frapposte alla realizzazione del suo aborto dalle autorità ospedaliere, rispettando – le dicevano in privato – le istruzioni di accrescere la natalità nel paese ormai invecchiato. E se pure alla fine riuscì a interrompere la gravidanza, mi confessò che mai avrebbe creduto che accadessero cose del genere. Se ricollego un’esperienza del genere a certa pratica antiabortista cristiana e ricordo che in società in cui la donna aveva conquistato progressi – Nicaragua o Polonia – questi hanno conosciuto arretramenti per l’incidenza religiosa nella vita pubblica, la cosa si presenta allarmante.

La chiesa, come il partito, è un’istituzione maschile – anche se non necessariamente umana – con obiettivi pragmatici, in cui quel che si dice e quel che si fa non procede di pari passo. La sua è una storia piena di capitoli oscuri ed anche di contributi alle lotte libertarie dei nostri popoli. Nei primi è prevalsa, in larga misura, l’inerzia dell’istituzione, mentre nei secondi è stato decisivo l’impegno sociale dei suoi fedeli.[2]

A Cuba è auspicabile che questo apporto prosegua – per legittimo diritto e in comunione con il resto della cittadinanza – nella costruzione di un paese migliore, che non si può reggere su stivali e tonache, ma ha bisogno del concorso, laico e democratico, di tutti i suoi figli.

Armando Chaguaceda

(10/1/12. Traduzione di Titti Pierini)

 

 

Il pastore tedesco visita Cuba

di Guillermo Almeyra

(http://www.lajornadaquincenal.com.ar )

L’America latina ha esperienze di visite “pastorali”. Il papa polacco Karol Wojtyla, formato nella lotta alla burocrazia sovietica, ai suoi agenti locali e al suo “comunismo”, ne ha fatte due: una al Nicaragua sandinista, e l’altra alla Cuba governata da Fidel Castro. La prima raggiunse l’obiettivo, schiacciò l’ala progressista e sandinista dei cattolici nicaraguensi, rafforzò il cardinale controrivoluzionario e la destra e, a più lunga scadenza, indusse Daniel Ortega all’intesa con entrambi (cardinal primate e destra “contra” e corrotta) e alla rottura con i cattolici progressisti della Teologia della Liberazione (quali Ernesto Cardenas e Miguel d’Escoto). La seconda ottenne concessioni aperturiste da parte del governo cubano e consolidò la posizione della chiesa cattolica cubana come asse dell’opposizione politica interna,

A Cuba, il paese della santeria e dove il cristianesimo evangelico, per non parlare dell’agnosticismo e dell’anticlericalismo, è forte nei settori più poveri della popolazione, la chiesa cattolica non ha mai avuto eccessivo peso, diversamente da quanto accadeva in Nicaragua; e questo offre al governo maggior margine di manovra nei suoi confronti. Inoltre, l’edonismo e il libero mercato erodono le basi della religione cattolica e il Vaticano costituisce in effetti il pilastro dell’ignoranza, dell’oppressione, della disuguaglianza sociale, dello sfruttamento e della proprietà privata dei mezzi di produzione, anche se si oppone a consumismo, ai valori e all’ideologia del capitalismo finanziario che, con la sua televisione, i suoi mezzi d’“informazione”, distruggono la visione religiosa del mondo e i rapporti familiari conservatori che sfrutta la chiesa. Cosicché, vi è un punto di contatto politico tra il governo cubano e un’istituzione locale – la chiesa cattolica cubana – abbastanza cauto e per il momento dedito a intessere reti e a disseminare sostegno ideologico nel settore più disilluso o conservatore dell’isola.

La visita a Cuba dell’ex capo dell’Inquisizione, il pastore tedesco che occupa il trono di Pietro, ovverosia la gita del gestore dell’unica monarchia assoluta di rilievo che permanga a livello mondiale – se si esclude quella di Pyongyang – ha l’obiettivo evidente di trasformare la chiesa cubana nell’asse di un’opposizione capitalista tollerata e conservatrice, che sia indipendente dai controrivoluzionari violenti e cavernicoli di Miami e del Dipartimento di Stato e che potrebbe contare sul sostegno dei cattolici degli Stati Uniti nel caso in cui in questo paese trionfasse un’ultradestra protestante pro sionista e integralista stile Tea Party.

Sono enormi le concessioni ideologiche al cattolicesimo del pragmatico governo cubano, che dice di essere socialista. Il paese, infatti, è laico e non ha alcun motivo di commemorare l’“apparizione” della Virgen del Cobre [La Madonna del Rame, a Santiago], che interessa i cattolici ma non il resto dei cubani, e ancor meno di organizzare sue manifestazioni religiose a un capo di Stato che è un monarca assoluto e totalitario e capo sia della più antica e salda burocrazia del mondo e della chiesa più ricca e numerosa di tutte (in realtà, esistono religioni con molti più fedeli, ma che, come l’Islam, il buddismo o il taoismo, non hanno chiesa). I socialisti Marx e Lenin e il liberale Martí si devono star rivoltando nelle loro tombe…

Inoltre, tutto un settore della burocrazia e i neocapitalisti cubani troveranno a basso costo nella chiesa cattolica un punto di riunione e il cemento culturale “nazionale”, e addirittura “nazionalista”. Il costo politico-culturale dell’operazione non è compensato dalle scarse divise che può portare a Cuba questa manovra governativa (dello stesso genere del permesso di acquistare e vendere auto e case o di sfruttare lavoratori dipendenti). Stalin credette di ingannare la storia fomentando il nazionalismo russo, legittimando la chiesa ortodossa, reintroducendone i cappellani nell’esercito. Oggi nell’Unione sovietica fiammeggiano i vessilli zaristi.

Cuba non è mai stata e non è quel che fu l’Unione sovietica e alle spalle dei cubani c’è una vecchia tradizione anarchica e liberale di sinistra che, in qualche modo, li vaccina contro i sacerdoti burocratici laici o contro i religiosi e i loro intenti di irreggimentare  le teste e imporre dogmi. Ma la questione è rilevante e il silenzio imbarazzato degli amici di Cuba al riguardo è un altro grossolano errore e un vero e proprio crimine. Di fronte a quel che sta succedendo a Cuba nessuno può girare lo sguardo dall’altra parte e fare l’indiano. L’omissione di soccorso a qualcuno in difficoltà è considerato un delitto.

Traduzione di Titti Pierini

Guillermo Almeyra

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La Vergine sì, ma il papa no

Francisco Rodriguez Cruz

La Virgen de la Caridad del Cobre [La Vergine della Carità del Rame] questa mattina è passata tutta tronfia davanti a casa mia. Mia madre è stata tra le prime a uscire per intercettarla nella Villa Panamericana, e io ho chiesto in prestito alla madre di mio figlio la macchina fotografica digitale, per regalarle queste istantanee della processione, mentre passa per Cojimar, il pittoresco villaggio di pescatori ad Est dell’Avana.[1]

Buona parte degli abitanti della mia zona sono usciti a salutare l’immagine, fuori dalla porta delle loro abitazioni, dei posti di lavoro, delle scuole e persino nell’asilo infantile. Mi sono unito incuriosito e non senza una certa gioia, perché la Vergine della Carità è senza dubbio assai più di un simbolo religioso. La sua leggenda fa parte della cultura cubana, fonte di spiritualità per molta gente e motivo di ispirazione e unità per buona parte della nostra storia patria.

Lo stesso non posso dire, tuttavia, del papa Benedetto XVI e della sua prossima visita a Cuba.

Casualmente, lo stesso lunedì 19 dicembre la stampa informa che il presidente Raúl Castro ha tenuto ieri, domenica, una riunione con esponenti del Vaticano per l’annuncio ufficiale di questo viaggio, che avverrà prima della settimana santa del 2012. Stando alla nota ufficiale, Raúl «ha assicurato che il Sommo Pontefice della Chiesa cattolica e capo dello Stato della Città del Vaticano verrà accolto con affetto e rispetto da tutto il nostro popolo».

Bene. Debbo dire che per me Benedetto XVI non è la Vergine, e neppure un santo, né credo rappresenti assolutamente alcun valore umano di cui mi senta partecipe. Capisco, naturalmente, che la sua presenza a Cuba potrebbe essere positiva e contribuire dal punto di vista politico ai rapporti del paese con l’estero e al dialogo con un settore della nostra popolazione.

Sicuramente, quindi, avrà il mio rispetto visto che a Cuba non negheremmo a nessuno quel che tanto chiediamo per noi, quindi neanche a questo papa.  Speriamo tra l’altro, che il pastore tedesco dimostri la stessa reciprocità nell’atteggiamento nei confronti del progetto sociale della Rivoluzione, nelle idee del socialismo, ed anche nei nostri confronti, le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, e delle nostre famiglie diverse, dei nostri autentici sentimenti e dei diritti umani di tutti i cubani e le cubane.

A Joseph Ratzinger, allora, chiederei soltanto, con tutta la delicatezza del mondo, quanto dice una certa saggezza popolare: rispetti perché lo rispettino. Quanto al mio affetto, con tutto il rispetto che mi merito per quanto afferma il nostro presidente Raúl Castro, credo lo riserverò per cause, momenti e persone migliori.[2]

 Francisco Rodriguez Cruz

Traduzione di Titti Pierini

 



[1] http://observatoriocriticodesdecuba.wordpress.com/ - pagina 3 – Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

[2] http://observatoriocriticodesdecuba.wordpress.com/ - pagina 4 -   Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .



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