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Il modello tedesco

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La crisi del modello tedesco (1)

 

di Jakob Schäfer*

 

Jakob Schäfer, membro della direzione del Revolutionär Sozialistischer Bund, nonché uno degli animatori della sinistra sindacale in seno alla IG Metall, ha scritto due articoli per la rivista del NPA francese « Tout est à nous! » del dicembre 2011, tradotti in italiano dalla redazione di Solidarietà-Ticino. Mi sembrano particolarmente utili per sfatare alcuni miti sulla Germania, e per capire che il « modello renano » è applicato da un pezzo in Italia: salari diversissimi per lavoratori precari e a tempo indeterminato, rifiuto della rappresentanza ai sindacati più piccoli, ecc. Anche lo sganciamento dalla Confindustria non è una idea originale di Marchionne, l’articolo spiega che lo fanno molti padroni tedeschi per non dover più rispettare i contratti collettivi. Ed è inutile dire che la concertazione non era una trovata solo di CGIL-CISL e UIL…

Guai se ce ne dimentichiamo, e pensiamo che i nostri guai siano dovuti solo alla perfidia di Berlusconi-Sacconi ieri, di Monti-Fornero oggi. I capitalisti si muovono con la stessa logica in ogni paese, e bisogna combatterli anche ricostruendo un legame internazionale tra i lavoratori.

(a.m. 31/1/12)

 

 

Gli anni successivi alla riunificazione tedesca sono stati caratterizzati da importanti offensive contro le conquiste sociali. Durante quel periodo i sindacati hanno assunto un atteggiamento estremamente moderato di fatto lasciando fare ed accettando le nuove misure. Ma l'aggravarsi della crisi e lo sviluppo di nuove lotte potrebbero cambiare la situazione.

 

Non è un segreto per nessuno che gli scioperi nella Repubblica federale tedesca (BRD) sono davvero molto pochi. In Europa, solo la Svizzera ne conta di meno. A dimostrazione della stabilità del sistema politico ed economico ed anche del freno importante esercitato dalla potente burocrazia sindacale, completamente integrata al sistema dominante e adattatasi ai modelli di gestione della crisi.

 

Un'offensiva padronale senza precedenti.

 

Per capire il ruolo dominante dei governi tedeschi in Europa, bisogna ricordare alcuni elementi strutturali. Tra il 1950 e il 1975, le condizioni eccellenti di accumulazione di capitale in questo paese hanno permesso all'industria di diventare molto competitiva e di ottenere importanti guadagni commerciali grazie anche ad un'evoluzione negativa dei salari reali e quindi a costi salariali estremamente  bassi. Situazione che ha giocato un ruolo decisivo nella rovina della competitività industriale di Grecia e Portogallo e nella maturazione della crisi dell'euro che conosciamo in questo momento. Questo enorme surplus della  bilancia commerciale dell'industria (tra 117 e 135 miliardi di euro l'anno per l'industria dell'auto, delle macchine utensili e della costruzione meccanica) è la base dell'integrazione sociale di una parte della classe operaia, soprattutto tra gli assunti con contratti a tempo indeterminato.

 

Parallelamente si è accentuata la divisione nella classe operaia, prima di tutto a causa dell'Agenda 2010, varata dal governo federale rosso-verde di Schröder. L'obiettivo principale era rendere precaria una parte sempre crescente della classe operaia, spingendola verso i bassi salari. Durante gli ultimi quindici anni, si è talmente stretta la vite che, ad esempio, un numero sempre più ristretto di lavoratori e lavoratrici hanno il coraggio di assentarsi dal lavoro quando sono malati: il tasso di assenteismo è molto basso, attorno al 3,8%. La BRD detiene poi un altro primato: di avere il settore a “bassi salari” più importante d'Europa: 8 milioni di persone lavorano per salari inferiori alla soglia di povertà. Non esiste un salario minimo. Una parrucchiera della Turingia riceve un salario contrattuale di 3,83 euro l'ora! 7 milioni di persone guadagnano meno di 8 euro l'ora. Tra il 1993 e il 2010, questa politica ha fatto sì che nell’ambito del reddito nazionale la parte dei salariati scendesse dal 73 al 64%.

 

Sindacati al traino

 

Le condizioni di lavoro degli oltre 6 milioni di precari (di cui 900 000 interinali) sono molto dure. Dei  36 milioni di salariati/e che hanno un lavoro (quindi senza i 5 milioni di disoccupati), solamente 23 milioni hanno ancora un contratto di lavoro “normale” (lavoro a tempo pieno, garanzie assicurative). Se vi si aggiunge l'1,7 milioni di funzionari, si arriva a meno del 70%. Ancora sotto Schröder si è deciso di non pagare più nello stesso modo i salariati che lavorano a tempo indeterminato e gli interinali, se esiste un contratto specifico per questi ultimi. Il DGB (1) si giustifica così “Se non lo facciamo noi, lo faranno i sindacati cristiani”

 

Di fatto, a causa della loro mancanza di combattività, tra i lavoratori si accumulano i giudizi negativi che fanno perdere membri e consensi. La direzione del DGB mantiene comunque la sua posizione, perché è la sua politica di “difesa della produzione locale” che viene messa in discussione, cioè il garantire condizioni favorevoli alle imprese capitaliste tedesche che esportano all'estero.

Questi precari guadagnano in media il 48% in meno dei salariati a tempo indeterminato, 7,91 euro invece di 15 euro per lo stesso lavoro. Contemporaneamente, un numero sempre maggiore di imprese abbandonano le organizzazioni padronali per non  più attenersi agli accordi contrattuali del loro settore. I punti vincolanti dei contratti collettivi – cioè quelli con validità generale - continuano a diminuire. A livello nazionale, solo poco più del 60% dei salariati/e ha salari conformi ai contratti in vigore (2).

 

Per rimediare a questa perdita di influenza, la burocrazia  sindacale ha redatto di recente, in accordo con la confederazione padronale BDI (3), un progetto di legge che tende a riconoscere solo gli accordi sottoscritti dal sindacato maggioritario. Agli altri sindacati non sarebbe nemmeno più permesso di indire scioperi autonomi. Questo progetto è chiaramente diretto contro i piccoli sindacati corporativi: sindacati dei macchinisti di locomotive (GDL), Lega di Marburg (medici ospedalieri), ecc. (4) Questo progetto è fallito grazie alle reazioni di questi piccoli sindacati e alle proteste in seno al DGB, prima del congresso di IG Metall e dei Ver.di (Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft). Nonostante una burocratizzazione molto estesa si può ancora far pressioni dal basso.

Bisogna sottolineare che in Germania lo sciopero “politico” (5) è proibito. Scioperare è permesso solo in occasione del rinnovo di un contratto, quando termina “l'obbligo di pace sociale”.  Scioperare contro una legge o ogni altro tipo di progetto dell'esecutivo comporta importanti rischi penali. Gli scioperi del 1996 contro le restrizioni salariali in caso di malattia sono partiti dal basso: in 35.000 hanno scioperato per tre giorni (soprattutto alla Daimler Benz, dove la squadra di notte della fabbrica di Brema ha iniziato lo sciopero), e il movimento rischiava di estendersi, anche senza appoggi sindacali: questo ha convinto il governo a ritirare il progetto integralmente.

 

Gruppi sindacali combattivi

 

La resistenza si organizza su diversi livelli. Il primo quadro organizzativo rimane all’interno del sindacato, anche se per ora non assume ancora la forma di una corrente di opposizione strutturata e chiara. Sul salario minimo, ancora sei anni fa, tutti i sindacati erano contrari. Quattro anni fa, Ver.di ha ripreso questa rivendicazione ed ha fissato un ammontare di 7.50 euro. Durante l'ultimo congresso, si è scatenato un grande dibattito. Il sindacato chiede 8,50 euro, ma un gran numero di delegati/e si batte per 10 euro: quello che la sinistra sindacale chiedeva da più di dieci anni (oggi chiede ancora che il minimo sia fissato a 10 euro netti). Bsirske, il segretario generale ha dovuto rispondere di essere d'accordo con la richiesta di 10 euro e che “purtroppo a livello confederale, nel DGB ci si era accordati su 8.50 euro” Ma si è impegnato perché si passi presto a 10 euro. Ecco dunque un altro esempio che le discussioni nate dalla base riescono anche a far breccia nei vertici.

Alcuni piccoli sindacati di categoria hanno fiducia nelle loro forze, osano intraprendere delle lotte e diventano un punto di riferimento. Così come la GDL, che sindacalizza circa l'80% dei macchinisti dei treni, che si batte per un contratto collettivo valido per tutti, qualunque sia il datore di lavoro. In questo modo sono riusciti ad integrarvi il 98% dei macchinisti.

Infine vi sono molte aziende nelle quali il personale si batte contro la decisione del loro padrone di uscire dal contratto collettivo del proprio settore. Il caso più impressionante è quello del Charité Facility Management GMBH (CFM, 2500 salariati/e). CFM ingloba la manutenzione e i servizi del Charité, il più grande centro ospedaliero universitario di Berlino.  Queste attività sono state esternalizzate con l’obiettivo di disdire il contratto collettivo. Il 12 settembre il personale ha iniziato un sciopero durato otto settimane. Il 7 novembre gli scioperanti hanno convocato una riunione alla quale hanno partecipato 350 persone, con la presenza di delegati di imprese della metallurgia e del GDL.

 

Mobilitazioni di massa

 

La lotta contro “Stuttgart 21” (una nuova stazione sotterranea, almeno 6 miliardi di euro per un accesso a trasporti di prossimità deteriorati ed un ambiente degradato) non è ancora terminata. Il nuovo governo del Land (maggioranza Verdi e SPD) ha cercato di bloccare il movimento organizzando un referendum (per far passare il progetto con i voti degli abitanti del Land che non sono direttamente coinvolti) ma le manifestazioni continuano.

L'opposizione al nucleare è particolarmente forte. A fine novembre ci sono state nuove manifestazioni contro il trasporto di scorie nucleari (“Castor”). Vi parteciperanno ancora migliaia di persone, nonostante sia stata raggiunta una vittoria parziale con lo smantellamento di otto centrali e la promessa di uscire dal nucleare.

 

Anche il movimento “Occupy” ha avuto un grande seguito. Migliaia di manifestanti, a più riprese. Nel novembre scorso a Francoforte erano ancora 10.000, 8.000 a Berlino. Nella popolazione è molto grande la simpatia per le 100 persone che hanno montato le tende davanti alla Banca centrale europea a Francoforte e sono accampate là da settimane.

 Dall'inizio della grande crisi e durante questi ultimi tre anni è cresciuta la sfiducia nelle forze politiche istituzionali dominanti.

Sono questi gli elementi di base che nutrono la resistenza sociale.  Sicuramente, anche in Germania, il tempo della grande calma sociale è giunto al termine.

 

Dal modello sociale all’inferno salariale (2)

 

Si ritiene spesso in Europa che il sistema sociale tedesco sia colmo di ogni virtù. Ma analizzandolo da vicino, si scoprono gli aspetti più nefasti che hanno reso precarie le condizioni di vita di una parte importante della popolazione. Non esiste il salario minimo e le riforme in vigore hanno portato ed un vero e proprio dumping salariale.

 

Fino ad oggi, la Germania era conosciuta in Europa come un paese “di alti salari”. Anche se tutto è relativo. E' vero che gli operai specializzati - lavoratori altamente qualificati - sono stati, e sono tuttora ben remunerati rispetto a quelli di altri paesi europei. Ma questa visione è in parte ingannevole. Si ignora infatti che la Germania è anche un paese di salari bassi. 1,2 milioni di salariati/e guadagnano oggi meno di 5 euro lordi l'ora e 2,4 milioni ricevono un salario orario lordo compreso tra i 5 ed i 7,50 euro. Esistono anche categorie di lavoratori/trici in settori come la sicurezza, la cura delle persone e le pulizie che ricevono salari molto inferiori.

 

Una tradizione di concertazione

 

Questa situazione è dovuta soprattutto all'assenza totale di garanzie minime in materia salariale, comparabili allo Smic francese o al “minimum wage” britannico. In Germania non esiste alcun salario minimo legale interprofessionale. Fino a tempi recenti, le organizzazioni sindacali - per la maggioranza affiliati alla confederazione, il DGB -  non lo volevano. Di fatto, avevano paura che un salario minimo stabilito per legge potesse “minare” il loro potere contrattuale, prerogativa che viene difesa gelosamente.

Storicamente, dopo la Seconda Guerra mondiale, i poteri pubblici tedeschi hanno scelto di delegare larga parte della “gestione delle condizioni economiche e sociali” alle organizzazioni sindacali e padronali. La “Legge fondamentale”(6) prevede infatti che le organizzazioni professionali, che rappresentano i salariati e i datori di lavoro, possano svilupparsi liberamente. La politica e la giurisprudenza, di conseguenza, accettano che esse forniscano la base a una larga “autonomia convenzionale”(Tarifautonomie) e che le organizzazioni sindacali e padronali si mettano d'accordo sull'evoluzione dei salari e su altri temi, senza intromissioni del legislatore. Per la classe politica questo sistema comporta vantaggi enormi: larghe fette della politica sociale sfuggono così al dibattito parlamentare ed i politici non appaiono come responsabili. Le regole applicabili a una larga parte dei rapporti di lavoro diventano il risultato “naturale”, “apolitico ” di una negoziazione tra “esperti” sindacali e padronali. Sta ai negoziatori (spesso professionisti specializzati) giustificarne i risultati “nel loro campo specifico”. Tutto ciò sembra dunque estraneo alla politica.

 

Questo sistema funziona fin tanto che ne è garantita la stabilità, in particolare dal “senso di responsabilità” dei vari attori. Con un sindacalismo orientato “geneticamente” verso la concertazione, piuttosto che verso la lotta, il tutto sembra sicuro. (In Francia, ad esempio, i dirigenti della CFDT hanno lungamente sognato un sistema di questo tipo, che li ha portati ad accettare quasi ogni risultato di negoziazione con il padronato, negoziazione percepita come un valore in sé.  Sotto il secondo mandato di Jacques Chirac, una parte della destra moderata francese ha auspicato una maggiore autonomia dei partner sociali)

 

I buchi neri della cogestione

 

Negli ultimi anni, questo sistema ha mostrato i suoi effetti perversi, provocando l'assenza di ogni tipo di rete di sicurezza per una buona parte dei salariati/e, e non solamente in quelle imprese che sfuggono all'applicazione di ogni regola collettiva. Precisiamo che, in totale, nel 2006, il 57% dei salariati/e in Germania Ovest e il 41% in Germania Est lavoravano in imprese in cui veniva applicata una tariffa contrattuale; nelle altre, i salari erano fissati individualmente attraverso la stipulazione di un contratto di lavoro. Ma anche dove esistono “contratti tariffari”(equivalenti ai contratti di categoria), spesso la situazione non è migliore.

 

Alcuni di questi “contratti tariffari” prevedono salari estremamente bassi, spesso indecenti.  In Turingia, ad esempio, impiegati/e della sicurezza e del giardinaggio, che lavorano per la sicurezza delle riunioni pubbliche, vengono remunerati ufficialmente 4,38 euro lordi l'ora. I poteri pubblici non sono meglio: nel 2004/2005, il Land di Sassonia faceva presidiare la sede del governo regionale da impiegati della sicurezza remunerati 2,50 euro l'ora... Gli esempi più estremi si hanno sovente nella ex DDR, nelle regioni della Turingia e della Sassonia, dove alcune remunerazioni sono talmente basse che tedeschi di quelle regioni vanno a cercare lavoro nelle zone di frontiera della vicina Repubblica Ceca.

 

Il vicolo cieco delle organizzazioni sindacali, che a volte hanno acconsentito ad accordi salariali scandalosi, è causato da molti fattori. Primo: una parte delle organizzazioni sindacali per lungo tempo ha fatto la scelta strategica di concentrarsi su un “nucleo fedele” di salariati/e altamente qualificati, in grado di negoziare le loro remunerazioni  (individualmente o collettivamente), e di versare quote sindacali sostanziose. Le potenti federazioni della metallurgia e della chimica, IG Metall e IG BCE , a lungo non hanno tenuto conto delle rivendicazioni di un salario minimo. Rivendicazioni portate avanti da federazioni sindacali di alcuni settori come i servizi (federazione Ver.di) o gli hotel – caffè - ristoranti (NGG), dove i bassi salari erano già diffusi.

 

Oggi, questo dibattito è largamente superato, perché persino una parte della destra politica crede alla necessità di salari minimi legali. Tuttavia la discussione in seno alla coalizione di destra al potere si concentra sull’ipotesi di introdurre salari minimi per settori o su scala federale. La cancelliera Angela Merkel si è espressa in novembre per la prima soluzione, mentre la sua ministra del lavoro, Ursula von der Leyen (CDU) ha optato per la seconda. Nell'attesa, esistono ora una dozzina di salari minimi di settore, grazie ad un sistema che assomiglia ai meccanismi di ”estensione” di una convenzione collettiva, su circa 500 settori in totale.

 

Il contributo di SPD e Verdi alla distruzione sociale

 

In questi ultimi anni, l'esistenza di salari estremamente bassi è stata favorita dalla disoccupazione di massa e dalle politiche di “riforma” neoliberale del mercato del lavoro.

Una specificità del caso tedesco consiste anche nel fatto che è un governo guidato da SPD e Verdi, condotto dal cancelliere Gerard Schröder che, dal 2001 ha condotto una vera e propria azione di distruzione sociale generalizzata, in particolare attraverso l’adozione delle cosiddette quattro leggi “Hartz I, II, III, IV” (7) entrate in vigore nel 2003, 2004, 2005.

Oltre alla creazione di uno statuto chiamato “mini-job” sulla base di una remunerazione di 400 euro per un lavoro a tempo parziale (con contributi ridotti allora ad un forfait del 10%, diventato poi dell’11%), queste leggi hanno contribuito a modificare profondamente l'assicurazione disoccupazione. Dal 1°gennaio 2005, con la legge Hartz IV, il vecchio sistema di indennizzo è stato collegato al vecchio Aiuto sociale (Sozialhilfe). Purtroppo, tutte le persone senza lavoro cambiano statuto dopo un anno. Dopo dodici mesi di disoccupazione, indennizzata sulla base delle quote versate, la persona beneficia di una forma di aiuto sociale con poco più di 400 euro al massimo per persona (senza carico di famiglia), ai quali si aggiungono sussidi per l'alloggio. Questo sussidio è condizionato: la persona deve provare che è senza risorse, che non ha risparmi, che non può essere presa a carico dalla famiglia, né dalla persona che vive con lei, (coloro che dividono l'alloggio con lei devono provare all'Ufficio del Lavoro che non formano una coppia), oltre a dover essere disponibile per la ricerca di un lavoro. Le condizioni sono le stesse, indipendentemente dal fatto che siano state pagate le quote per la durata di due o di 40 anni!

Questo sistema ha distrutto lo statuto dei salariati/e ed aumentato enormemente la paura delle disoccupazione. Nel nuovo statuto del disoccupato si dà la possibilità di combinare il sussidio con ore di lavoro remunerate al tasso di 1 euro. I famigerati “lavori a un euro” che in certi settori e da molti anni vengono utilizzati per pianificare posti di lavoro che dovrebbero essere occupati da salariati/e “normali”. Una pratica oggi diffusa anche nelle scuole dove, a queste condizioni, vengono assunti insegnanti “tappabuchi” per rimpiazzare professori assenti.

 

 

* membro della direzione del Revolutionär Sozialistischer Bund, e uno degli animatori della sinistra sindacale in seno alla IG Metall. L’articolo è apparso nella rivista “Tout est à nous!” 27 dicembre 2011. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà-Ticino

 

1.  Deutscher Gewerkschaftsbund, la confederazione tedesca dei sindacati che conta 6.300.000 membri. Le sue due federazioni principali sono IG Metall (metallurgia) con 2.400.000 aderenti e Ver.di (commercio e servizi) 2.300.000. I sindacati cristiani contano 300.000 membri, la federazione autonoma dei funzionari DBB 1.250.000, un sindacato corporativo indipendente come la Lega di Marburg 100.000. Il tasso di sindacalizzazione è del 23%.

2. Nel 1998 erano ancora il 76% all'Ovest e il 63% all'Est, nel 2009 il 65% all'Ovest e il 51% all'Est.

3. Bundesverband der Deutschen Industrie (BDI), Federazione tedesca dell'industria).

4. Il DGB aveva nel 1992 un po' più di 12 milioni di membri, attualmente ne ha 6,3 milioni

5. In Europa gli “scioperi politici” sono formalmente proibiti solo in tre paesi: Danimarca, Austria, Germania.

6. Vedi art.9, paragrafo 3, della Legge fondamentale, il testo costituzionale adottato nel 1949 nella Germania federale, considerato allora come provvisorio.

7.  Dal nome del ex DRH delle industrie automobilistiche Volkswagen, Peter Hartz, che ha presieduto la commissione incaricata di elaborare la “riforma”.

 



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