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Siria: punto di non ritorno

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Siria – Il punto di non ritorno

Charles-André Udry

[Pubblicato da Alencontre, 5 febbraio 2012]

 

 

Una nuova messa a punto sulla situazione siriana, abbastanza controcorrente rispetto a quella circolante in diversi settori della sinistra italiana, da quella apertamente nostalgica della vecchia Unione Sovietica e che ora considera Russia e Cina come punti di riferimento “antiimperialisti”, ad alcuni giornalisti del Manifesto, fino a settori più larghi, che non esitano a passare dal giusto rifiuto di un’eventuale aggressione imperialista alla Siria, a una sostanziale giustificazione della repressione del regime di Assad. Ne abbiamo parlato più volte, e rinvio ad alcuni interventi già inseriti: Siria, la solidarietà e il no alla guerra, Appello per la libertà dei popoli arabi, Siria, una rivolta eroica, Siria calunniata ed altri. (a.m.)

 

 

Il 1° febbraio 2012, Robert Fisk concludeva così il suo articolo uscito sul quotidiano The Independent: «C’è però una domanda che non ci si pone. Supponete che il regime [di Bachar el-Assad] sopravviva. Su quale Siria eserciterebbe il proprio potere?». Detto in altri termini: la rivolta ha raggiunto un punto di non ritorno. La registrazione, in ogni forma, da parte delle forze politiche e militari, di decine di migliaia di manifestanti e di oppositori – tutte le settimane, tutti i giorni -  nelle varie città e nei villaggi del paese li trasformerebbe, se la lotta si fermasse, in ulteriori prigionieri torturati. Anche se il regime della cricca di Assad rimanesse in piedi. Il terribile prezzo umano di questa lotta popolare corrisponde al carattere odioso e implacabile del regime, con il quale è impossibile e inaccettabile ogni trattativa da parte di chi si batte contro la dittatura.

Il 4 febbraio 2012, Khaled al-Arabi, membro dell’organizzazione araba dei diritti della persona umana, dichiarava: «L’esercito siriano bombarda con razzi e missili. Sta operando un bagno di sangue nella città di Homs, di un orrore mai visto prima…». Radio France Internationale (RTI) sosteneva lo stesso giorno: «Ad Homs sono circa 300 le persone che sarebbero state uccise nella sola giornata di ieri, venerdì 3 febbraio 2012, dichiara il Consiglio nazionale siriano (CNS). Anche se è difficile sapere con precisione che cosa accade in questo paese precluso alla stampa e sottoposto a stretto controllo, le immagini diffuse dalle televisioni arabe e le testimonianze raccolte evocano una violenza accresciuta e cieca. Le testimonianze descrivono un bombardamento spietato, una città diventata zona di guerra. Non è stato risparmiato nessuno, nessun quartiere, da una “vera e propria pioggia di bombe”. E quello che si descrive è un vero bagno di sangue. Il bombardamento della città è iniziato ieri, venerdì 3 febbraio intorno alle 17, ora locale, ed è continuato fino all’alba. I testimoni dichiarano che i primi bombardamenti a tappeto si sono concentrati soprattutto sul quartiere di al-Khalidiya, dove numerose case sono crollate sugli abitanti e dove si conta il grosso delle vittime. Per tutta la notte, i bilanci sono diventati sempre più pesanti. Stando agli oppositori del Consiglio nazionale siriano, si tratta di “uno dei massacri più orrendi dall’inizio (lo scorso marzo) della sollevazione in Siria”. L’opposizione ritiene che si tratti di rappresaglie dopo le nuove defezioni registrate in seno all’esercito».

Dalle varie fonti che è dato raccogliere emergono due elementi. In primo luogo, la rivolta contro il regime dittatoriale si è estesa dopo il novembre 2011, raggiungendo le principali zone urbane. Si è dunque formato e rafforzato, nel corso degli ultimi undici mesi, un movimento dalla periferia verso il centro. Sul piano sociale, anche gli strati che partecipano alla mobilitazione contro la dittatura – il termine rivoluzione va inteso in questo senso – si sono allargati. Soltanto l’esistenza di un “fronte sociale” del genere consente di cogliere come resti in piedi e si consolidi un’organizzazione che garantisce: il susseguirsi delle giornate di mobilitazione; le parole d’ordine che danno il senso specifico di ogni “venerdì” di lotta contro il potere del clan Assad: l’ampiezza dei funerali, spesso sottoposti alla vigilanza dei soldati che hanno disertato; le cure – naturalmente somministrate in condizioni drammatiche – prestate alle centinaia e centinaia di feriti che non possono essere assistiti negli ospedali, perché in questi verrebbero rapiti dalle forze di sicurezza, per poi essere torturati e uccisi; l’organizzazione di reti di comunicazioni e di trasporto in un contesto di guerra. Su questa base sociale si fondano le attività dei Comitati locali di coordinamento. La popolazione in rivolta riceve aiuto dalla diaspora siriana che dispone di risorse materiali. Ma il fatto di non dipendere da una forza “straniera” ha alimentato la sensazione di dover contare soltanto sulle proprie forze, cosa che rende più dinamici – nonostante i supplizi e i dolori affrontati – i molteplici aiuti scambievoli e le forme di autorganizzazione.

In secondo luogo, i massacri, le torture, gli stupri, il numero delle famiglie colpite, martoriate hanno inevitabilmente comportato l’emergere di forme di autodifesa. Le diserzioni si moltiplicano: quelle provenienti dall’esercito del regime che si rifiutano di essere il braccio assassino di Assad, quelle dei giovani renitenti alla leva. Questi soldati della rivolta – noti con la denominazione di membri dell’Esercito siriano libero – dispongono di un armamento leggero. In questo senso, non c’è una vera e propria militarizzazione della lotta contro la dittatura, anche se si sono verificati, e potrebbero estendersi dopo il massacro perpetrato a Homs, scontri diretti, relativamente limitati. Le diserzioni esprimono le falle apertesi nel regime. Per essere più precisi, di fronte all’estensione e alla durata della rivolta, un regime del genere non può evitare i processi di relativa autonomizzazione dei suoi vari centri di potere; e questo tanto più in quanto ha ormai più di quarant’anni. Episodi di analoghe lotte nella storia dimostrano come, più la mobilitazione perdura e si rafforza e non può più ripiegare, procedere nel prendere le decisioni diventi più difficile. Essi riflettono le esitazioni dei settori che non rientrano nella ristretta cerchia delle poche “famiglie” che monopolizzano il potere e tutti i privilegi corruttori che ne discendono. Si installa una dinamica erratica nella stessa gestione delle operazioni repressive e politiche. E le incertezze circa il loro futuro economico allarmano strati di commercianti, di importatori ed esportatori, come pure gli ambienti legati al turismo. Le sanzioni aumentano la dipendenza rispetto all’Iran, cosa che varie frange della media borghesia non considerano una soluzione attraente.

Certo, la Guardia repubblicana e la IV Divisione di Maher el-Assad (fratello di Bachar) sono strumenti di terrore in mano al regime. Secondo vari reportage, tuttavia, c’è un segnale che non può ingannare. Perché il potere deve impegnare tante risorse per cominciare a sorvegliare, a minacciare con i propri sbirri, ambienti cristiani e alawiti che costituivano (e costituiscono ancora) la sua base “riconosciuta”? Prendere in ostaggio le minoranze confessionali rientra nella politica del regime, che non smette di brandire la minaccia di un vasto regolamento dei conti.  – di cui i “sunniti” sarebbero i “futuri signori” – nel caso di crollo del regime. E il clan Assad farà di tutto – e lo sta già facendo – perché si verifichino scontri confessionali, comunitari. È quindi importante per le varie forze impegnate in questa titanica lotta antidittatoriale far passare un messaggio: malgrado le sofferenze e le umiliazioni sopportate, gli atti di vendetta indiscriminati sono esclusi da tutte le scelte delle forze che si battono per rovesciare il tiranno. È una delle dimensioni di un orientamento che tenda ad allargare il fronte sociale e politico, a neutralizzare alcuni settori e a indebolire lo zoccolo, già reso fragile, del regime.

Illimitato è il cinismo della cosiddetta comunità internazionale. I media parlano in continuazione dei progetti di risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Essi sono bloccati dalla Russia (nei fatti, il potere del “kgbista” Putin) e dalla Cina (dal partito “comunista” cinese, cui vengono inoltrate richieste di aiuto per le economie occidentali)! Sono molti i governi che versano lacrime di coccodrillo sul “povero popolo siriano” e denunciano il “crudele despota” Bachar el-Assad, dopo averlo ricevuto in pompa magna o avere apprezzato il suo ruolo nell’area, perlomeno come il male minore.

Il posto della Siria di Assad nell’”assetto regionale” pone un problema diverso da quello della Libia di Gheddafi, Una gran parte della messa in scena diplomatica nasconde la difficoltà dei vari “attori” regionali e internazionali – nell’attuale contesto di crisi economico-sociale e dei sommovimenti mondiali propri di un sistema di egemonia politica con falle evidenti – di stabilire le “vie di cambiamento” che non sfocino nella perdita di controllo e a processi centrifughi in una regione tanto strategica.

Gli Stati Uniti sembrano decisi. Sembrano. In realtà, l’indecisione delle risoluzioni scritte e riscritte – da presentare al Consiglio di sicurezza – non li preoccupano troppo. Guadagnare tempo e poter tenere conferenze stampa “umanitarie” è del tutto conveniente per l’amministrazione Obana. La caduta di Mubarak e l’attuale situazione egiziana hanno modificato il puzzle costruito dagli Stati Uniti e Israele, perlomeno dal 1979. I rapporti tra il Libano di Hezbollah e Israele non sono di una tranquillità a tutta prova, il che fa della Siria di Assad un confine più “sicuro” di quello di un nuovo regime siriano di cui è difficile dire chi lo “dirigerà” o “avrà la possibilità di dirigerlo”. Le tensioni con l’Iran costituiscono un elemento in più per conservare, per il momento, un gangster che si conosce (Assad) o, meglio, pezzi importanti del suo apparato politico-securitario. Questo richiede tempo per una manovra che va fatta congiuntamente con governi da poco promossi in questa arena regionale. Il Qatar può certamente finanziare i Fratelli musulmani in Tunisia e in Egitto; aggiungere oggi all’elenco quelli siriani è un compito politicamente delicato, anche con appoggi esterni. Il richiamo, il 4 febbraio, dell’ambasciatore siriano in Tunisia – allo stesso titolo dell’occupazione al Cairo dell’ambasciata di Siria, pur risistemata in “luoghi sicuri”, ma non protetta (!) – è il riflesso di come la “rivoluzione araba” sia un ulteriore protagonista degli scenari che si stanno scrivendo in questo 2012.

Tanto più, questo, in quanto la Turchia vorrebbe anche lei la sua fetta di torta, ed è in grado di ottenerla. La potenza russa vuole essere sicura di conservare le proprie posizioni (impianti portuali, tra l’altro), ma non può giocare una carta offensiva, e quindi non può fare altro che bloccare una decisione del Consiglio di sicurezza… che gli occidentali non hanno così fretta di prendere – pur trattandosi di un semplice pezzo di carta – al di là delle sanzioni economiche.

Il complicato gioco delle ingerenze – che è stato magna pars della storia di questa regione - si svolge dunque attualmente in un quadro in cui il disegno del puzzle passato è parzialmente in via di essere cancellato, mentre non sono ancora definiti i contorni di un nuovo disegno. Di qui l’importanza di dare il proprio sostegno politico alla lotta di questo popolo in rivolta che conta sulle proprie forze come sulla solidarietà, e anche di opporsi a qualsiasi intervento militare straniero.

 

(traduzione di Titti Pierini 7/2/12)