Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

F35 e bugie

E-mail Stampa PDF

F-35 contro democrazia

Prima ancora di volare gli F35 bombardano la democrazia e il welfare.

Checchino Antonini da Il megafonoquotidiano

 

L’articolo di Checchino Antonini giustamente sottolinea che la decisione di “ridurre” il numero di F35 acquistati dall’Italia fa parte di una manovra in atto da sempre per occultare le cifre del bilancio della Difesa, non solo sparando la notizia inverosimile che rappresenterebbe solo lo 0,9% del PIL, smentita da molti documenti NATO, ma presentando come “tagli” gli spostamenti di personale ad altre amministrazioni dello Stato.

Già Falco Accame, quando era vicepresidente della commissione parlamentare Difesa, aveva documentato che per la stessa ragione centinaia di ufficiali superiori erano stati spostati alla Protezione civile, trasformandone alcune parti in un corpo parallelo; aveva anche accertato che se la marina militare acquistava 4 corvette, altrettante (identiche) venivano commissionate dalla Protezione civile, naturalmente non altrettanto armate, ma utili per mantenere in addestramento ufficiali e sottufficiali.

In questa fase (e ne ho già parlato in coda a Spazzaneve invece di F-35), una parte dei militari in servizio, che sono decisamente troppi, molti più che in altri paesi europei, possono essere spostati non solo alla protezione civile, ma agli Interni o altri ministeri. Rimarrebbero legati da vincoli permanenti col corpo di provenienza ma inseriti in altre voci di bilancio, consentendo così al bilancio apparentemente ridotto della Difesa di mantenere invariata la spesa per armamenti.

 

Vorrei aggiungere però che da ministri così bugiardi da “dimenticare” nella dichiarazione dei redditi una villa con piscina sull’Appia Antica da dieci milioni di euro, ci si può aspettare di tutto, compresa la “rateizzazione” dell’acquisto degli F35. Non nel senso di pagarli a rate, ma nel senso di annunciare solo il primo scaglione di novanta aerei. Tanto le consegne devono essere in ogni caso scaglionate in molti anni anche per esigenze della produzione, e si farà sempre in tempo, una volta finita l’ondata di proteste, o trovato qualche altro pretesto per acquistarli (magari una nuova guerra “umanitaria” contro un paese meno indifeso dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Libia, che provochi qualche perdita agli invasori) per ordinare anche gli altri 40. Qualcuno può pensare che la Lockeed (che sta combattendo a suon di tangenti le perplessità degli stessi Stati Uniti) ce li rifiuterebbe?

Per questo non si deve abbassare la guardia e illudersi che questa riduzione sia un passo nella direzione giusta. Dobbiamo continuare a opporci per almeno due ragioni:

Prima di tutto, non abbiamo bisogno né di 131 né di 90, né di un solo F35, perché nessuno ci sta minacciando.

Secondo, ma non meno importante, sappiamo che qualunque spesa pubblica, per un chilometro di autostrada o di ferrovia, per una piscina olimpica, per le strutture per i G8 dall’Asinara a L’Aquila, cresce in pochi anni di 6, 7, 10 volte e più per l’assenza di qualsiasi controllo.

Gli Stati Uniti per giunta non hanno mai esplicitato a noi cittadini (forse a Di Paola…) il costo degli F35. Nessuno quindi sa con esattezza quanto verrà a costare l’F-35. La Lockheed aveva parlato originariamente di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all’infrarosso (come andare ad acquistare un’auto, scoprendo che nel prezzo non sono compresi il motore e la centralina elettronica).

Ora si è saputo dal sito web del quotidiano israeliano Haaretz  che il governo d'Israele ha acquistato dagli Usa 25 jet F-35 Joint Strike Fighter, fabbricati dalla Lockheed, con l'opzione per la vendita di altri 50 jet nei prossimi anni, sulla base di un accordo dal valore complessivo di 15,2 miliardi di euro, quindi il costo per aereo sarebbe di 600 milioni se conteggiata su quelli effettivamente acquistati, o almeno 200 se si calcolassero anche quelli ipotetici… In ogni caso non 65!

Ma non abbiamo bisogno di questa ammissione per sapere cosa accadrebbe in Italia con questi aerei. Basta vedere cosa è successo con la TAV. non solo in Valdisusa. Lo documenta un libro di Ivan Cicconi, il libro nero dell’alta velocità, coedizione Koinè-Il Fatto Quotidiano, Roma 2011, che esamina tutti gli aspetti della grande truffa cominciata ai tempi di Preti, Andreatta, & C. (non a caso il sottotitolo è: Il futuro di Tangentopoli diventato storia). E poi ci si racconta che il nostro “debito” sarebbe dovuto al nostro “vivere al di sopra delle possibilità”…

(a.m. 25/2/12)

Il numero decisivo pare sia il 90. 90 gli F35 che l’Italia potrebbe acquistare. 90 i giorni di preavviso scritto grazie al quale, invece, si potrebbe sottrarre al programma e destinare quei soldi a destinazioni certamente più degne. Penali, no, allo stato attuale non sono previste. Un mensile, Altraeconomia, ha fatto cadere definitivamente la foglia di fico contabile che fungeva da alibi per i supporter del faraonico progetto. Il più grande della storia dell’aereonautica. Primo fra tutti l’ammiraglio-ministro Di Paola, presente a tutte le fasi di avanzamento del progetto e che ha appena confermato l’acquisto di “solo” 90 dei 131 aerei da 120 milioni l’uno. Prezzo destinato a lievitare. Un fissazione bipartizan che, dal primo governo Prodi porta fino a Monti passando per D’Alema e Berlusconi.

Ma, come spiega un corposo dossier messo in rete dalla campagna “Taglia le ali alle armi” (www.disarmo.org) dei diecimila posti di lavoro promessi solo 4 anni fa non ce n’è più traccia: restano la prospettiva di 200 posti nel picco della produzione, 800 nell’indotto, un peso di svariate decine di miliardi (10 per l’acquisto e una trentina per gestirli) sul debito pubblico e un nome, Lockheed, che richiama stagioni altrettanto cupe della politica nazionale. Perché la marca degli F35, caccia d’attacco monposto, supersonici e quasi invisibili ai radar, è la stessa dello scandalo che travolse un presidente della Repubblica e un paio di ministri a metà degli anni ’70. Prima di diventare una delle armi più micidiali mai costruite dall’uomo, F35 è già una storia di micidiali panzane e di un flop industriale senza precedenti. Tutta acqua al mulino di chi, sabato 25 febbraio, darà vita alle 54 iniziative in altrettante città della giornata di mobilitazione contro gli F35. Una protesta che potrebbe montare sebbene la fase politica sia tra le meno in fermento della storia e il parlamento in carica sia il più belligerante che si ricordi e il governo si appresti a perseverare in un progetto dispendioso all’ombra di una finta riforma delle forze armate. Un gioco di prestigio, secondo la Rete Disarmo, funzionale al famigerato Nuovo modello di difesa. Si tratta solo di un riequilibrio delle voci in bilancio, quello che si risparmierà sulle spese per il personale verrà dilapidato in armamenti a tutto vantaggio dell’apparato militare industriale. Secondo dati della Nato, la spesa militare italiana resterà intorno all’1,4% del Pil e non sotto l’1 come cerca di far credere via XX Settembre. Di Paola procede a tappe forzate evitando come la peste un confronto in Parlamento e senza mai chiarire i numeri forniti palesemente errati anche secondo gli addetti ai lavori. La Rete Disarmo (Sbilanciamoci, Tavola della Pace e ControllArmi) da due anni sta raccogliendo firme, promuovendo mozioni negli enti locali e proverà a interpellare i parlamentari collegio per collegio.

Quello del caccia F-35 è un programma che ad oggi ci è costato già 2,7 miliardi di euro nell’ambito del più grande progetto aeronautico militare della storia, costellato di problemi, sprechi e budget sempre in crescita. Altri paesi partecipanti - tra cui Gran Bretagna, Norvegia, Olanda, Danimarca e gli stessi Stati Uniti capofila! - hanno sollevato dubbi e rivisto la propria partecipazione mentre gli organi indipendenti di monitoraggio come il Gao ne hanno messo in rilievo la lievitazione dei costi fino a produre un braccio di ferro anche tra Pentagono - che punta al prezzo fisso - e Lockheed Martin disponibile a uno sconto del 20%. Intanto, solo nel mese di ottobre 2011, il Dipartimento della difesa Usa ha chiesto 725 richieste di modifiche tecniche perché il programma farebbe acqua. Un costosissimo colabrodo vittima anche di furti informatici. I partner hanno già scelto o stanno per scegliere di ridimensionare l’impegno e tutti sono impegnati in un braccio di ferro con gli States per strappare i fatidici ritorni industriali dietro cui giustificare la scelta. Ma, come spiega il dossier, l’occupazione è solo un miraggio mentre quei soldi potrebbero - e dovrebbero - servire a uscire dalla crisi rilanciando welfare, redditi e lavoro in sintonia con l’articolo 11 e molti altri della Costituzione.

Vale la pena ricordare che, con il costo di uno solo di quegli aggeggi si potrebbe costruire 387 asili nido con 11.610 famiglie beneficiarie e circa 3.500 nuovi posti di lavoro oppure 21 treni per i pendolari con 12.600 posti a sedere oppure 32.250 borse di studio per gli studenti universitari oppure 258 scuole italiane messe in sicurezza (rispetto norme antincendio, antisismiche, idoneità statica) oppure 18.428 ragazzi e ragazze in servizio civile oppure 17.200 lavoratori precari coperti da indennità di disoccupazione oppure 14.742 famiglie con disabili e anziani non autosufficienti aiutate con servizi di assistenza. Riuscire a non far comprare quei caccia potrebbe essere un primo passo.

Checchino Antonini da Il megafonoquotidiano



Tags: F35  Di Paola  Falco Accame  TAV