Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Vendola vittima di un complotto?

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Vendola vittima di un complotto?

 

Ai primi di luglio avevo tracciato un breve profilo di Nichi Vendola, accennando alle nubi che si addensavano sulla sua esperienza di “rivoluzione gentile” e sulla cosiddetta “primavera pugliese”. Ma si era solo all’inizio: per tutta l’estate è andata avanti una campagna di stampa che punta a scaricare su di lui le responsabilità dirette (anche penali) per il malcostume emerso da tempo nel sistema sanitario regionale.

Inoltre gli interlocutori che aveva cercato per consolidare la sua maggioranza, l’UDC e la lista “Io sud” di Adriana Poli Bortone, non si sono mostrati molto disponibili, mentre il PD continua a essere irritato per l’estromissione del vicepresidente Sandro Frisullo, allontanato appena era stato “sfiorato” dallo scandalo che ha al centro Gianpaolo Tarantini, grande fornitore di protesi alle Asl pugliesi e famoso procacciatore di “escort” per i festini di Berlusconi.

Si potrebbe aggiungere che alla sua maggioranza è venuto meno anche il PRC, anche se probabilmente era proprio quello che Vendola voleva ottenere, negando al suo ex partito ogni assessorato. E una dissociazione tardiva del PRC, solo perché non ha ottenuto nulla, non sembra spaventare molto il “governatore” né assicurare consensi a quel che resta di rifondazione nella regione.

Bersagliato da una sistematica campagna di stampa, comunque, Vendola ha perso il consueto aplomb e ha scritto una lettera aperta di denuncia del procuratore antimafia che segue l’inchiesta, Desirée Degeronimo, alludendo alla contiguità del magistrato o di suoi familiari con un’area politica a lui ostile. Un gesto molto criticato, e che per certi aspetti è stato accostato alle furiose denunce del presidente del consiglio nei confronti delle “toghe rosse”.

Tuttavia è probabile che Nichi abbia qualche ragione per dire che non sarà coinvolto penalmente come persona nell’inchiesta su Tarantini e soci. Certo lui non c’entra col filone delle escort…

 Ma non è questo il problema principale. Vendola ripete continuamente che quando l’assessore alla sanità Alberto Tedesco è finito sotto indagine, è stato sostituito. Ma era evidentemente un atto dovuto, mentre che Tedesco fosse un trafficante senza scrupoli lo sapevano tutti fin dalla sua nomina, e molti si erano domandati perché lo aveva scelto. Avevamo già accennato nel primo articolo ai giudizi severi espressi da molti medici di sinistra che avevano rinunciato a collaborare con la giunta, proprio perché Vendola si era “consegnato mani e piedi ad Alberto Tedesco, il quale negli ultimi venti anni ha costruito una mostruosa rete di relazioni, capace di mettere le mani in qualsiasi ambito della sanità barese e pugliese". Che significa sostituirlo solo quando è stato raggiunto da un’inchiesta?

Forse Tedesco non finirà mai in carcere, perché era il primo dei non eletti al senato e quando uno dei senatori del PD ha optato per il parlamento europeo lasciando libero il suo posto, egli è subentrato subito, sapendo che in un parlamento pieno di corrotti le autorizzazioni non arrivano mai o tardano anni.

In ogni caso Vendola potrà probabilmente provare con facilità che non ha ricavato nessun lucro personale dalla nomina di Tedesco e dalle forniture di Tarantini. Ma che c’entra questo col bilancio politico dell’esperimento che era stato presentato come la “rivoluzione gentile”? Possibile che nessuno si accorgesse che questo personaggio fiancheggiava i DS per lucrare sulle protesi vendute alle Asl, ma trafficava giornalmente con Berlusconi per l’altro tipo di “forniture”?

 

Che il vento sia cambiato per Vendola si capisce da un’altra cosa: “il manifesto”, che lo aveva sponsorizzato al massimo durante lo scontro nel PRC, e poi aveva fatto campagna elettorale senza ritegno per “Sinistra e libertà”, ai primi di agosto ha dovuto prendere un po’ le distanze.

Prima di tutto ha intervistato Riccardo Petrella, professore a Lovanio e presidente del “contratto mondiale per l’acqua”. Petrella, nominato nel luglio del 2005 alla guida dell’Acquedotto pugliese, aveva dovuto presentare le sue dimissioni nel dicembre del 2006, “segnando il divorzio tra il movimento per l’acqua pubblica e la giunta pugliese che sull’acqua bene comune aveva costruito la campagna elettorale del 2005”.

Petrella ricostruisce bene come era andata: “Vendola confermava che la sua intenzione era di fare dell’acquedotto pugliese un esempio. E nelle sue volate retoriche – che sono molto frequenti – aveva detto che l’Acquedotto pugliese sarebbe diventato l’accademia dell’acqua pubblica”.

Ma le cose erano andate diversamente: per diventare “l’accademia nazionale e anche internazionale della pratica dell’acqua come bene comune” era necessaria la ripubblicizzazione dell’AQP. Ma “per alcune forze politiche – anche della sinistra radicale – il fatto che fosse possibile esercitare una forma di controllo politico sulla società la faceva considerare come una forma di società pubblica”, e quindi si diceva che l’AQP “non doveva essere ripubblicizzato perché già pubblico”.

Inoltre, sempre per tener conto di queste “forze politiche, anche della sinistra radicale”, Vendola rinunciò a una misura promessa nel suo programma, una tariffa sociale che avrebbe garantito a ogni cittadino 50 litri giornalieri (il costo di 1 o 2 milioni annui gli sembrava eccessivo…).

“Piano piano – continua Petrella – Vendola ha cominciato a nicchiare, a trovare delle difficoltà, a mandare le cose per le lunghe. Molte volte una decisione veniva presa dopo 3 o 4 mesi.”

Inoltre l’AQP aveva aderito alla Federutility (“la Confindustria delle società che si occupando di servizi come l’acqua, i rifiuti, il gas”), e Petrella non riuscì a farla uscire da quell’associazione padronale.

L’intervistatore, ricordando che fu D’Alema l’artefice della privatizzazione dell’acquedotto, chiede se vi furono pressioni dei DS su Vendola, e Petrella risponde:

Dobbiamo sempre ricordarci che l’Acquedotto pugliese è stato e rimane una delle principali – se non la principale – impresa pugliese per occupazione e fatturato. A parte gli interessi che sappiamo che esistono, che a volte possono essere anche interessi legittimi, la difficoltà fu soprattutto culturale, politica e ideologica. La cultura politica della gestione dei servizi pubblici della sinistra moderata è impregnata di privatizzazione e liberalizzazione. Certe scelte sono state bloccate dalla sinistra moderata e da quella parte della sinistra radicale che è stata influenza dai DS. Vendola sulla questione della Federutility non ha potuto far niente.

A chi allude Petrella? Difficile non pensare allo stesso PRC, allora ancora unito e incapace di una politica autonoma dal governatore e dai DS (solo quando è stato estromesso dalla giunta, è passato all’opposizione, dimenticando di avere giustificato tutto per anni). Petrella dice più volte che “la maggioranza delle forze politiche del centrosinistra aderiva al modello culturale della mercificazione dell’acqua, pur facendo discorsi e affermando principi sulla ripubblicizzazione”.

Per loro il pubblico fa una gestione pubblica quando crea le condizioni affinché i servizi vadano nella direzione dell’efficienza economica, ovvero nella direzione di attività economiche pubbliche che rendono un profitto e aperte alle logiche di mercato. Questa adesione apparentemente modernizzante è la base del fallimento del progetto di ripubblicizzazione dell’acqua in Puglia.

E del fallimento di qualcosa di più grande, aggiungiamo.

Va detto che “il manifesto” ha affrontato criticamente anche altri aspetti della gestione di Vendola, al di là del “caso Petrella” e dello scandalo Tedesco. Ad esempio, la nomina di Antonio Saponaro ad assessore al bilancio (carica da cui si è dimesso alla fine del 2008 per assumere l’incarico di presidente di “Innova Puglia”) non ha dato luogo a inchieste giudiziarie, ma è ugualmente scandalosa. Saponaro fino a poco prima della nomina ad assessore era infatti il direttore generale della Svimservice, azienda informatica che gestisce buona parte dell’information tecnology della sanità pugliese, e che ha ottenuto congrui finanziamenti per continuare a farlo. Non si tratta di un illecito, ma di un problema politico: la mancanza di strumenti sicuri per il controllo di quello che veniva speso dalle Asl.

Saponaro ha minacciato una querela, ma “il manifesto” ha continuato l’inchiesta, ricostruendo varie vicende oggetto di inchieste giudiziarie, mentre Saponaro era assessore al bilancio ma non aveva lasciato del tutto la Svimservice, limitandosi a mettersi in aspettativa. E ha concluso che “nel rapporto tra regione Puglia e Svimservice c’è una sostanziale continuità tra la gestione di Fitto e quella di Vendola”. Non è poco.

Questa ammissione (che conclude simbolicamente l’inchiesta di Andrea Palladino uscita nei giorni 5 e 6 agosto su “il manifesto”), ci fa pensare che se Vendola non sarà processato dalla magistratura, perché non ha commesso nessun illecito penale, ma ha solo fatto quel che faceva Fitto, dovrà fare però i conti con chi aveva riposto molte speranze nel suo esperimento.

Come è stata possibile questo ridimensionamento di un progetto tanto ambizioso? Credo che la chiave stia nella scelta di Vendola di contare sempre soprattutto sui suoi equilibrismi verbali (su quelle “volate retoriche” di cui parlava Petrella), che sono ottimi per incantare platee e piazze ben disposte, ma meno efficaci per mettere insieme una giunta prima, e poi una sua ambiziosa proiezione nazionale.

Le “volate retoriche” dovevano nascondere una pratica terra terra di accordi sottobanco con faccendieri come Tedesco, e di mediazioni con le correnti del PD pugliese, ben più difficili che la gestione del piccolo PRC.

 

Postilla

Vendola “si racconta”

 

Per avere un’idea di questa tecnica (alla fine risultata non pagante) vale la pena di rileggere la sua “autobiografia”, pubblicata nella fase tra la vittoria alle primarie e le elezioni (Cosimo Rossi intervista Nichi Vendola, Nikita. Un’eccezione che non conferma la regola si racconta, Manifestolibri, 2005).

Di esempi se ne possono fare a bizzeffe. Per lui il sud è “la maturità della domanda di libertà”, frase che suona bene ma non vuol dire niente: il centrosinistra nel sud, in pratica, oggi, è l’inevitabilità degli accordi con i Tedesco. (p. 17)

E ancora del sud, poco più in là, dice, con una lunga virtuosistica metafora, che la “primavera pugliese” rappresenta come “la rottura di una crosta”, come se vi fosse “una proliferazione di elementi di innovazione e di mutamento”.

È come se cominciasse una dinamica orizzontale, talvolta perfino obliqua, di ricollocazione del senso comune della società pugliese. Tutto questo, a un certo punto, può produrre uno scarto che non segna la rottura, ma rappresenta la sintesi. E lo fa attraverso il racconto complessivo di tutte le rotture dicibili e indicibili che hanno movimentato, fin dentro le viscere, la società pugliese (p. 122)

Di espressioni come queste, che suonano bene ma non si sa che vogliono dire, ce ne sono veramente tante. A una domanda di Cosimo Rossi, molto in sintonia con le sue fumisterie, su “una brezza dal sangue caldo, da Lula a Zapatero” che avrebbe preso il posto di un vento del nord “spinto dai successi di Clinton, Jospin, Blair, Schröeder”, Vendola risponde con questa sparata lirica:

Mi sento un’allusione. Un’allusione a un sud d’Italia che può essere non solo una parte integrante di questo sud del mondo, che non solo si libera da vecchie oppressioni, ma smette decisamente di lamentarsi e si ingegna nel cercare la via di una salvezza fatta, innanzitutto, di autonarrazione, di ricostruzione della tela comunitaria, di sfida intelligente a questa globalizzazione.

Per rispondere alla domanda, io penso che il sud sia davvero la chiave di un’altra globalizzazione, di un’altra politica e di un’altra idea delle relazioni umane. Verso sud è il cammino di chi impara a legare terra e mare, il finito all’infinito; di chi fa della bellezza un sapere e un’idea di nuova economia, di chi prova a riafferrare il bandolo dell’ingarbugliatissima matassa delle forme e del senso della società.

Queste belle frasi inconsistenti le scriveva nel marzo 2005. Dopo le elezioni uno dei primi atti concreti fu un viaggio di quattro giorni negli Stati Uniti ai primi di ottobre. Un’iniziativa turistico propagandistica, per cui la Giunta aveva stanziato ben 346.000 euro, nonostante dei 50 partecipanti solo 7 fossero a carico della Regione: oltre a Vendola e al suo addetto stampa, c’era Sandro Frisullo (allora vicepresidente e assessore allo Sviluppo economico, che aveva organizzato il viaggio), un dirigente e un funzionario, un paio di giornalisti. Tutti gli altri (rappresentanti di Province, università, comunità montane, parchi tecnologici, enti vari) si sono pagati viaggio e albergo (o più probabilmente, vista la consuetudine e l’esempio, lo hanno fatto pagare ai loro enti).

Per giunta venne fuori che per “l’organizzazione della missione” la Regione si era rivolta, come sempre, a un’associazione di cinque imprese chiamata PugliaKnowhow, che due anni prima (quando c’era Fitto) aveva vinto una gara d’appalto per occuparsi di tutto il settore «Internazionalizzazione delle imprese», che vale un milione di euro all’anno. Un bell’inizio di quella che era stata preannunciata come “un’altra globalizzazione”…

Ma di esempi di questa incongruenza tra annunci quasi profetici (grazie all’ispirazione cattolica che esalta in gran parte del libro) e pratica molto tradizionale, ne potrei fornire ancora tanti. Basta ricordare che quando Cosimo Rossi fa un accenno senza polemica (era stato proprio il Manifesto a invitare a “baciare il rospo”) alla vicenda scottante del suo voto a favore del governo Dini, Vendola risponde in questo modo fantasioso:

Fu un atto di fedeltà alla prima repubblica. L’ultimo atto di amore nei confronti di una storia di cui oscuramente sentivo una spiegazione, sentivo il trapasso, ma che rendeva irreparabile il dissenso con il mio partito.

In quel momento non percepivo fino in fondo che quello era un atto di oltrepassamento del togliattismo, di tutto quell’armamentario costruito sulla genericità dei richiami al senso di responsabilità nazionale, a quel patriottismo metaclassista e metapolitico che ci aveva reso una specie di protesi permanente della retorica risorgimentale. (p. 68)

Quante belle parole vuote per nascondere che, quando Vendola e parecchi altri parlamentari del PRC votarono la fiducia al governo Dini (nato per continuare in altro modo, con l’appoggio del centrosinistra, la politica di Berlusconi, a partire dalla controriforma delle pensioni), lo fecero semplicemente perché subivano fortemente l’attrazione del PDS. Alcuni di loro, tra cui Vendola, fecero marcia indietro quasi subito, ma per un’altra ragione altrettanto semplice: si accorsero che della loro base non li seguiva quasi nessuno. Altro che fumisterie sulla “fedeltà alla prima repubblica”…

L’accenno al togliattismo è ambiguo, come tutti quelli fatti alle grandi vicende del Novecento. Vendola rivendica la sua formazione in cui ha pesato soprattutto il cattolicesimo, di cui esalta incredibilmente la “intrinseca, strepitosa grandezza”, precisando che è una “grandezza che ha resistito millenni, che ha prodotto punti e curve di incivilimento che sono senza confronto.” (p. 55)

Si direbbe che oltre che sulla storia del movimento operaio, Vendola abbia idee un po’ confuse anche su quella della Chiesa. Il suo modello sarebbe stato dapprima san Domenico Savio (il santo salesiano morto a 15 anni e canonizzato per il suo impegno a diffondere il dogma dell’Immacolata), ma precisa che forse si era solo “un po’ innamorato” dell’immagine di “quel giovane santo, di cui oggi non ricordo più niente, se non quel volto efebico a cui volevo ispirarmi”.

Poi il suo riferimento diventa don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta, di cui ricorda vari aneddoti edificanti, ma non il merito fondamentale. Infatti in tanti comizi in cui, per strappare applausi, Vendola cita il nome dell’amatissimo vescovo pacifista, morto poco dopo la sua generosa e “folle” missione a Sarajevo, non ho mai sentito riproporre la tenace lotta contro le spese militari, anche per le cosiddette “imprese umanitarie”, lotta che Tonino Bello portò avanti insieme a mons. Bettazzi e altre bellissime figure, praticando tra l’altro l’obiezione fiscale.

Naturalmente Nichi ammette di essersi formato in due chiese, quella cattolica e il PCI, ma sulle sue letture politiche gli accenni sono pochi e confermano quello che avevo già constatato all’inizio della nostra conoscenza: non sa praticamente nulla, ma dice molto bene alcune cose generiche in sintonia con il senso comune di quel che rimane del “popolo comunista”.

Quanto ai suoi santi nella “seconda Chiesa”, Nichi dice di essere stato un po’ berlingueriano, un po’ ingraiano, ma perché subiva “un fascino a tutto tondo delle singole personalità che i dirigenti del PCI esprimevano”, in quanto “personalità severe o stravaganti, ma tutte convocate a una specie di Olimpo dell’intelligenza”. (p. 59). E il quadro che ne traccia, con altre notazioni di colore, non aiuta a capire molto cosa aveva imparato da loro (ad esempio cita ammirato e sullo stesso piano di Ingrao, anche Nilde Jotti, Bufalini, Lama, Chiaromonte, ecc.).

In realtà è sui riferimenti alle grandi vicende internazionali del Novecento, come avevo già rilevato nei primi dibattiti in cui c’eravamo trovati insieme, che viene fuori il peggio di Vendola. Di Lenin aveva detto in un suo libro di poesie di averlo amato, ma precisa ora:

L’abbiamo amato per tante ragioni: la vittoria, la possibilità della vittoria, il sovvertimento della realtà. Ma la cosa più affascinante di tutte era l’irruzione dell’elemento soggettivo. La soggettività come produzione di storia. Ma anche questo è insufficiente. È insufficiente e, visto da questa distanza, la connotazione ipertrofica del potere rende perfino quell’elemento soggettivo a rischio di smarrimento.” (p. 64).

A volte non si capisce neppure cosa vuol dire, come in questo oscuro accenno a Gramsci:

La visione titanica e volontaristica dell’«intellettuale collettivo» sembra quasi una sublime trasformazione della tragedia di questo burocrate servile [chi sarebbe? Nel periodo precedente si parlava solo di Gramsci…], di questo gregario criminale che avrebbe irretito un mondo intero nella macchina del dominio stalinista. E poi nel grande gelo. E poi nel grande gulag planetario, diciamo del comunismo statuale come pedagogia autoritaria dall’alto. (p. 65)

Nell’intervista attribuisce agli effetti di Porto Alegre la sua liberazione dall’eredità degli “orrori novecenteschi”, grazie alla scoperta “che potevi finalmente fregartene, dal punto di vista della tua pratica reale, della nota interpretativa agli scritti di un classico o di tutti i classici”. (p.111). E quando Cosimo Rossi gli chiede una spiegazione ulteriore, risponde:

Quella dialettica intrisa di pedanteria, di filologia accecante… Un accademismo dogmatico. E quelle dispute tra trotskisti e stalinisti e tutti gli altri, leninisti sia gli uni che gli altri… Cosa possono rappresentare per me, che faccio fatica a dichiararmi in sintonia con qualche vivente dei vecchi comunisti? (p. 112)

Vendola dice di aver capito questo grazie a Genova e Porto Alegre, ma posso garantire che diceva esattamente le stesse cose almeno  dieci anni prima, come ho ricordato in un mio precedente articolo, in cui descrivevo i primi dibattiti fatti con lui.

L’esemplificazione che fa, conferma che di nessuno dei grandi protagonisti del Novecento ha letto niente, tanto è vero che su ognuno ripete le banalità circolanti nel “popolo comunista” (ad esempio definisce Trotskij “quel fottuto militarista”, e riduce Stalin agli scritti sulla linguistica, che si può “leggere senza sentirsi complice di qualche crimine contro l’umanità”…).

In uno dei pezzi pirotecnici finali, in cui parla di tsunami, di Beslan o dell’11 settembre, Vendola dimostra che non solo non gliene importa niente di sapere cosa c’era dietro gli scontri tra le vittime e i carnefici nella storia del Novecento, ma che continua a infischiarsi ancora di distinguere e di capire le cause delle tragedie di oggi.

In particolare su Beslan, Vendola riprende al 100% la versione delle autorità russe, scaricando tutta la responsabilità della tragedia sui guerriglieri ceceni che chiedevano la liberazione dei loro fratelli imprigionati e non sospettavano di essere stati sospinti in una terribile trappola.

In Beslan c’è un fatto assolutamente inedito dal mio punto di vista. La storia del mondo è anche una storia di carnefici e di carneficine. Ma guardando alla macelleria del Novecento si ha spesso la sensazione che il carnefice si vergognasse, o quantomeno temesse la cattiva pubblicità indotta dai suoi atti criminali. Non a caso il mondo si scopre pieno di fosse comuni che occultavano i cadaveri. (p. 116)

Oggi invece saremmo nell’epoca della “riproducibilità tecnica dell’orrore”, e il “videotape con lo sgozzamento viene presentato come uno spot per Allah, per il partito di Allah, per il partito armato di Allah”. Tutta la descrizione dell’occupazione della scuola di Beslan e della sua tragica conclusione (con la solita ridondanza barocca di immagini truculente) dà per scontato che tutto quel che è successo sarebbe responsabilità esclusiva dei ceceni, ignorando le denunce fatte anche dai pochi russi democratici, a partire da Anna Politkovskaia, che avevano cercato di evitare l’orrore dell’attacco deliberatamente sterminatore delle teste di cuoio già preannunciato dall’assalto al teatro Dubrovka di Mosca nel 2002.

A chi gli ha mosso qualche obiezione su quel che “possono aver fatto” i russi, Vendola risponde secco: “Non sto parlando della logistica, della dinamica dei fatti. Non me ne frega niente. Sto dicendo che Beslan è come l’11 settembre, come altri luoghi e altre date a cui abbiamo assegnato il compito di fare da spartiacque nella memoria collettiva.”

E via sproloquiando per altre pagine di frasi vuote, che confermano che “non gliene frega niente” della dinamica dei fatti e delle responsabilità degli uni e degli altri… Per le vicende di oggi, proprio come per la storia del novecento. Lo dico con amarezza, e non è una critica dettata da un puntiglio filologico o storico. È la preoccupazione, da militante, di fronte a un atteggiamento che può portare – per superficialità e leggerezza - a schierarsi al fianco dei carnefici. (a.m. 19/08/09)



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