Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Insegnamenti della Valdisusa

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Insegnamenti della Valdisusa

 

Sostenere la resistenza della Val di Susa è un compito prioritario per chi vuol far rinascere una sinistra capace di incidere e di opporsi al governo Monti, che si avvia ad essere uno dei peggiori degli ultimi decenni. Un compito difficile, per la sostanziale unanimità della grande stampa nel creare il mito di un buon governo dei tecnici e degli onesti. Un governo che col pretesto dell’Europa (quell’Europa dei superburocrati intercambiabili con banche e grandi imprese di cui il premier e diversi ministri fanno parte) vuole tornare alle politiche finanziarie della destra storica (più tasse indirette, no alla progressività), condite con un ricorso sistematico alla violenza di Stato, che fa pensare sul terreno dell’ordine pubblico a un modello Bava Beccaris o meglio Pelloux, il generale proveniente dalla sinistra risorgimentale passato alla politica e corresponsabile dei massacri di Milano e di tante altre regioni d’Italia. Se non li fermiamo, ne vedremo delle belle!

L’unanimità quasi totale della stampa è impressionante: tutte le testate sono state impegnate a rispettare le veline che hanno drammatizzato un episodio marginale e insignificante: il valsusino che, “barba lunga e occhi accecati dall'odio”,  derideva il carabiniere. È stata ripetuta incessantemente, a destra e “sinistra”, la parola pecorella, ma tagliando il contesto: al carabiniere che aveva fatto poco prima una carica il giovane valsusino ripeteva: io sono Bruno Marco, ben identificabile, tu sei un vile perché non metti un numero per essere identificabile in caso di abusi, e ti nascondi, ti “travisi” (come direbbe un rapporto di polizia su un manifestante col casco) per non essere responsabile delle tue azioni. Hanno omesso tutti la frase finale del valsusino, magari un po' ingenua, ma che chiariva il senso dell'episodio: “comunque vi vogliamo bene tutti lo stesso”… e così senza il minimo senso del ridicolo il carabiniere è diventato un “fulgido esempio”, e il povero Bruno Marco un mostro con gli “occhi accecati dall’odio”. E su una fesseria del genere, non ha mancato di pronunciarsi solennemente anche il presidente della repubblica…

E per giorni, tutti a citare Pasolini su Valle Giulia. Anche se Pasolini, diciamolo pure senza reticenze, aveva detto una sciocchezza. Che vuol dire l'origine familiare? Le bande sanfediste del cardinal Ruffo, che spazzarono via la rivoluzione napoletana del 1799, erano tutte reclutate tra i contadini poveri. E allora, dovevamo stare con i boia? Ma lasciamo perdere...

I giornalisti di “sinistra” (si fa per dire, parlo del TG3 e Rai News) neppure capiscono l’irritazione dei cortei verso le loro riprese che, dato che non riferiranno gli argomenti di chi protesta, è pensabile siano utilizzati poi per le vendette a scoppio ritardato, come la retata di Caselli. Possibile che non capiscano che è logico (anche se forse un po’ ingenuo, dato che ormai con il pretesto della criminalità ci sono telecamere dovunque) temere le riprese in un periodo di repressione dilagante? Non lo capiscono, tutti a parlare di attacco del movimento alla libertà di espressione e di informazione!

Monti ha annunciato che  se le leggi attuali non fossero sufficienti a fermare la protesta si potrebbe definire un nuovo (in realtà vecchissimo, anche se era stato abrogato) reato di blocco stradale e ferroviario. Insomma, se le leggi che ci sono non mi bastano, le rifaccio a mio piacere. C’è molto di diverso dal metodo di Berlusconi? … Ci pensino tutti quelli che dicono: molte cose di Monti non mi piacciono, ma almeno ci ha tolto Berlusconi. Sono sicuri?

In questa situazione – accanto alle manifestazioni tenaci e intelligenti, che non “cercano lo scontro” ma non si fanno intimidire da chi lo vuole ad ogni costo - ben vengano gli appelli a ragionare, anche se moderatissimi e con qualche concessione al vento che tira, (come il rituale "da queste forme di violenza occorre prendere le distanze senza ambiguità”, che dà per scontato che la violenza sia solo dei manifestanti). Ce ne sono già molti, alcuni apparsi sul sito; ma è particolarmente utile quello di Don Ciotti, Livio Pepino ed altri nomi prestigiosi di personalità tutt’altro che estremiste. Non sarà facile ignorarlo per il governo. Lo riproduco qui di seguito. E, in appendice, riporto con piacere l’intervista del “manifesto” a Luca Mercalli, scienziato ambientalista, e valsusino d’adozione. Quando ha detto le stesse cose a “Che tempo che fa?” se lo sono quasi mangiato vivo: “Tradimento, dire certe cose alla televisione di Stato…”… Bravo Mercalli!

(a.m. 4/3/12)

PS Quando sento in giro una eccessiva fiducia sulla possibilità di ottenere una commissione di audit sul debito dal governo (questo governo!), mi vengono in mente i tanti rapporti di scienziati come quelli citati nell’appello apparso sul sito (Val di Susa: le prove). Il governo non ha mai risposto, li ha semplicemente cestinati. Per Monti, Passera e Clini le commissioni si fanno solo con personaggi servizievoli come Mario Virano. D’altra parte Clini, ministro per l’Ambiente, è quello che appena nominato aveva detto che intendeva riaprire la partita del nucleare. Ai risultati di due referendum, non ci pensava nemmeno. Ai professori, ai tecnici, evidentemente, tutto appare permesso…

L'unica possibilità a breve scadenza è l'utilizzazione e divulgazione massima dei risultati delle ricerche sulle folli spese per le grandi opere già fatte, causa importante dell'indebitamento, anche per dimostrare l'assoluta malafede di un governo di banchieri e imprenditori, che non può certo essere imparziale in questi casi.  

APPELLO

La responsabilità della politica

Luigi Ciotti e Livio Pepino primi firmatari

Dopo mesi in cui la politica ha omesso il confronto e il dialogo necessari con la popolazione della valle, la situazione di tensione in Val Susa ha raggiunto il livello di guardia, con una contrapposizione che sta provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni, nella vita e nella economia dell'intera valle. Ad esserne coinvolti sono, in diversa misura, tutti coloro che stanno sul territorio: manifestanti e attivisti, forze dell'ordine, popolazione.
I problemi posti dal progetto di costruzione della linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione non si risolvono con lanci di pietre e con comportamenti violenti. Da queste forme di violenza occorre prendere le distanze senza ambiguità. Ma non ci si può fermare qui. Non basta deprecare la violenza se non si fa nulla per evitarla o, addirittura, si eccitano gli animi con comportamenti irresponsabili (come gli insulti rivolti a chi compie gesti dimostrativi non violenti) o riducendo la protesta della valle - di tante donne e tanti uomini, giovani e vecchi del tutto estranei ad ogni forma di violenza - a questione di ordine pubblico da delegare alle forze dell'ordine.
La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. La costruzione della linea ferroviaria (e delle opere ad essa funzionali) è una questione non solo locale e riguarda il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali. Per questo è necessario riaprire quel dialogo che gli amministratori locali continuano vanamente a chiedere. Oggi è ancora possibile. Domani forse no.
Per questo rivolgiamo un invito pressante alla politica e alle autorità di governo ad avere responsabilità e coraggio. Si cominci col ricevere gli amministratori locali e con l'ascoltare le loro ragioni senza riserve mentali. Il dialogo non può essere semplice apparenza e non può trincerarsi dietro decisioni indiscutibili ché, altrimenti, non è dialogo. La decisione di costruire la linea ad alta capacità è stata presa oltre vent'anni fa. In questo periodo tutto è cambiato: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo. I lavori per il tunnel preparatorio non sono ancora iniziati, come dice la stessa società costruttrice.
E non è vero che a livello sovranazionale è già tutto deciso e che l'opera è ormai inevitabile. L'Unione europea ha riaperto la questione dei fondi, dei progetti e delle priorità rispetto alle Reti transeuropee ed è impegnata in un processo legislativo che finirà solo fra un anno e mezzo.
Lo stesso Accordo intergovernativo fra la Francia e l'Italia sarà ratificato solo quando sarà conosciuto l'intervento finanziario della UE, quindi fra parecchi mesi. E anche i lavori sulla tratta francese non sono iniziati né prossimi.
Dunque aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell'opera e sulle eventuali alternative non provocherebbe alcun ritardo né alcuna marcia indietro pregiudiziale. Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica. Un tavolo pubblico, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare nello spazio di un mese, è nell'interesse di tutti. Perché tutti abbiamo bisogno di capire per decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali.
Un Governo di «tecnici» non può avere paura dello studio, dell'approfondimento, della scienza. Numerose scelte precedenti sono state accantonate (da quelle relative al ponte sullo stretto a quelle concernenti la candidatura italiana per le Olimpiadi).
Noi oggi chiediamo molto meno. Chiediamo di approfondire i problemi ascoltando i molti «tecnici» che da tempo stanno studiando il problema, di non deludere tanta parte del Paese, di dimostrare con i fatti che l'interesse pubblico viene prima di quello dei poteri forti. Lo chiediamo con forza e con urgenza, prima che la situazione precipiti ulteriormente.
primi firmatari:
1) don Luigi Ciotti (presidente Gruppo Abele e Libera)
2) Livio Pepino (giurista, già componente Consiglio superiore magistratura)
3) Michele Curto (capogruppo Sinistra, ecologia e libertà, Comune Torino)
4) Ugo Mattei (professore diritto civile, Università Torino)
5) Marco Revelli (professore Scienza Amministrazione, Università del Piemonte orientale)
6) Giorgio Airaudo (responsabile nazionale auto Fiom)
7) Nichi Vendola (presidente Regione Puglia)
8) Monica Frassoni (presidente Verdi europei)
9) Michele Emiliano (sindaco di Bari)
10) Luigi De Magistris (sindaco di Napoli)
11) Tommaso Sodano (vicesindaco di Napoli)
12) Paolo Beni (presidente nazionale Arci)
13) Vittorio Cogliati Dezza (presidente nazionale Legambiente)
14) Filippo Miraglia (Arci)
15) Gabriella Stramaccioni (direttrice Libera)
16) don Armando Zappolin (presidente nazionale Cnca)
17) don Tonio dell'Olio (Libera international)
18) Giovanni Palombarini (giurista, già Procuratore aggiunto Cassazione)
19) don Marcello Cozzi (Libera)
20) Sandro Mezzadra (professore Storia delle dottrine politiche, Università Bologna)
21) Angelo Bonelli (presidente dei Verdi)
22) Norma Rangeri e il collettivo del manifesto

 

«Chi ha ragione? Fuori i numeri»

INTERVISTA - Eleonora Martini a Luca Mercalli, su “il manifesto”

La comunità scientifica chiede al governo tecnico di confrontarsi sul piano della logica e non dogmatico SCIENZIATI CONTRO TECNICI Il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società di meteorologia «Basta con il dogma dell'opera "strategica". Il governo usi il metodo scientifico e si confronti con i nostri dati»

 

«Cosa aspetta il governo tecnico a riportare la questione della Tav Torino-Lione su un piano strettamente tecnico, appunto?». Il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società di meteorologia italiana, è tra i 360 ricercatori e docenti universitari di tutta Italia che il 9 febbraio scorso hanno inviato al premier Mario Monti una petizione per chiedere di confrontarsi su dati scientifici, numeri e bilanci in modo da valutare la necessità dell'opera da realizzare in Valsusa. Mercalli e gli studiosi (diventati ormai oltre un migliaio) chiedono una sola cosa: che i ministri tecnici per antonomasia prendano in mano questi numeri, questi studi, e dimostrino con i loro - se ne hanno - di avere ragione. Un confronto sul piano della logica, nulla di più. «Sarebbe l'unico modo razionale e corretto per capire cosa è vero, dirimere le varie posizioni, e disinnescare questa terribile contrapposizione, uscendo dal piano ideologico». I Professori però non hanno mai risposto ai loro colleghi professori.
Professor Mercalli, come cittadino che vive nella Val di Susa da molto tempo, come si sente in questo momento?
Quando vivevo a Torino, fino a quindici anni fa, ero del tutto indifferente alla costruzione della linea ad alta velocità nella valle. Poi ho cominciato, come tutti da queste parti, a documentarmi e ho maturato una posizione critica. Ora, mai come prima, sento un avvilimento totale come cittadino, come docente, come ricercatore e giornalista. Avvilito dalle dichiarazioni come quelle del ministro Cancellieri che vedo chiudersi nella critica esclusiva sulla questione di ordine pubblico, invece di confrontarsi sui fatti. Come ricercatori seguiamo un metodo scientifico che potrebbe non essere rifiutato a priori, basato su dati verificabili e trasparenti di cui dovremmo discuterne come si fa in un paese democratico, con una commissione ad hoc.
C'è già stato un osservatorio, come ha ricordato il governo.
Sì, ma era un osservatorio per la realizzazione della linea, una struttura che non contemplava il se ma solo il come. E invece le motivazioni non sono affatto chiare, rimangono ignote ai più, almeno sul piano della logica. Per esempio: la linea ferroviaria c'è già in Valdisusa ma è utilizzata solo per il 25% delle sue potenzialità...
...perché ha un percorso di montagna e quindi non reggerebbe carichi maggiori, o no?
E chi lo dice che è più vantaggioso spostare un carico su un solo treno ad Alta velocità piuttosto che usare più treni che viaggiano su un'infrastruttura normale? Di fronte a un'opera che costa attorno ai 20 miliardi di euro, qualsiasi altra azione di miglioramento della linea storica è più vantaggiosa. Stiamo parlando di una linea internazionale a doppio binario dove già passa il Tgv che collega Milano con Parigi, via Torino e Lione. In quel tratto di un centinaio di chilometri circa dove si vorrebbe realizzare il tunnel, il Tgv va a 100 km orari e non ad alta velocità: nulla di drammatico.
Da esperto di climatologia, invece, quali sono i punti critici dell'opera?
Uno dei motivi pro Tav si fonda sull'assioma che il trasporto su rotaia di merci e passeggeri è in qualunque caso meno inquinante del trasporto su gomma.
Ma come, lei non è d'accordo?
Secondo gli studi di alcune università: California, Siena, Napoli e un istituto di ricerca svedese, i treni ad alta velocità con una così importante componente di tunnel richiedono una quantità di energia così imponente in fase di costruzione da vanificare ogni vantaggio del passaggio dalla gomma alle rotaie. Insomma è una cura peggiore del male. Allora la domanda che poniamo al governo è questa: possono dimostrare con dati e numeri che questi studi non sono veri? Che sia chiaro: io sono un abituale pendolare e so benissimo che il trasporto su rotaie fa bene all'ambiente, ma solo se si usano le infrastrutture "normali". E non la Tav nel tunnel, accoppiata altamente impattante.
Possibile che nessun ministro dell'Ambiente finora abbia considerato questi dati?
Invece di sentire solo la parola «strategico» con cui la politica continua a difendere quest'opera, vorrei vedere applicato il metodo scientifico. Vorremmo confrontarci con tecnici e scienziati su bilanci energetici, economici, ambientali e trasportistici. Vorremmo parlare di emissioni, di rocce, di necessità di trasporto. Ci sono esperti che hanno presentato studi e tabelle, come il professor Marco Ponti del Politecnico di Milano uno dei massimi esperti di economia del trasporto, o il prof. Sergio Ulgiati dell'università di Napoli, specialista di bilanci energetici, o come il prof. Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino nonché membro dell'osservatorio governativo che ha prodotto dati sull'insostenibilità economica, ma nessuno lo ascolta.
Strano, per un governo tecnico...
Nell'era del metodo scientifico, dove tutto viene quantificato con numeri, grandezze fisiche, piani economici e di ammortamento, perfino sui malati e sui morti si fanno i conti, si pianifica e si calcola, e pure la nostra salute in ospedale non viene considerata «strategica» ma rigorosamente quantificata in euro, solo qui non si fanno cifre ma si ripete solo la parola «strategico».
La vostra non è, quindi, una posizione da «retrogradi valligiani» che rifiutano la modernità o un'opposizione da Nimby.
Ricordo che in questa valle - ormai ghettizzata - abita l'inventore dell'Mp3: non è una valle di montanari retrogradi ma di gente che si interroga sul futuro, su come lo Stato spende i soldi e sul modello delle grandi opere.
Ma solo una minoranza di cittadini è contraria, così almeno ci hanno spiegato.
Ma cosa vuol dire? I numeri non hanno maggioranza o minoranza. Galileo quando sosteneva la sua teoria era solo. Se uno mi dimostra con i numeri che io sono nel torto, va benissimo, sarò il primo ad inaugurare l'opera. Altrimenti non c'è maggioranza che tenga. Se i dati del governo possono smentire quelli oggi a disposizione della comunità scientifica, allora perché hanno paura di riaprire un tavolo tecnico e rimettere tutto in discussione? Ci si muove ormai solo su un piano dogmatico. C'è il dio Tav, e tutto il resto non esiste.