Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> America Latina: la sinistra marrone

America Latina: la sinistra marrone

E-mail Stampa PDF

Qualcuno potrebbe obbiettare che ci stiamo fissando sui problemi ambientali dell’America latina trascurando i problemi economici o quelli più specificatamente politici. Può essere vero. Ma quello che sta succedendo all’ambiente in America latina non è forse un problema politico e anche economico? E forse non ci riguarda da vicino? L’articolo di Eduardo Gudynas, che riportiamo sotto, affronta alcuni temi politici e economici proprio partendo dalla problematica ambientale. L’incapacità di trovare un nuovo paradigma economico, anche nel continente dove le lotte sociali sono più forti e dove molti governi si dichiarano di sinistra. Per cui le lotte dal basso anche contro questi governi “amici” si vanno intensificano e scavando un solco ogni giorno più profondo fra popoli indigeni,organizzazioni ambientaliste e governi. In Perù la marcia contro il progetto Conga è appena terminata (ma non il conflitto, anzi le decine di conflitti analoghi) che una analoga marcia si è mossa l’8 marzo in Ecuador, mentre in Bolivia si sta preparando una seconda marcia del Tipnis, dopo le prestidigitazioni del presidente “indio” e “pachamamista” Morales. E altre si profilano. Ma servono queste marce? E’ un tema che affronteremo prossimamente, ed è un tema squisitamente politico. Come è un tema politico con analogie anche italiane: vedi la Tav in Val di Susa e la “sinistra” italiana, da Bersani a Camusso. Patetica quest’ultima: “abbiamo assolutamente bisogno di investimenti”. “Quali” è un problema secondario, l’importante è che siano tanti e grandi. E se per questo ci dobbiamo indebitare un po’ di più e disastrare il territorio un po’ di più,amen. Ma non è solo la rilettura politica dell’articolo di Gudynas in chiave italiana che ci interessa. Con l’acquisto di Endesa l’italiana Enel è diventata la titolare di un pacchetto di conflitti sociali in America Latina di tutto rispetto, dalla Patagonia al Guatemala e alla Colombia, che stanno creando contestazioni.(Aldo Zanchetta)

***  ***  ***

AMERICA LATINA: LA SINISTRA MARRONE

Eduardo Gudynas*

 

Sta apparendo chiaramente come, per i governi progressisti o della nuova sinistra, i problemi ambientali si siano trasformati in un tema di serie contraddizioni.

Il deciso appoggio all’estrattivismo per alimentare la crescita economica sta aggravando gli impatti ambientali, scatena serie proteste sociali e perpetua la subordinazione dell’essere i fornitori di materie prime alla globalizzazione. Si rompe il dialogo con il movimento verde e si cade in una sinistra ogni giorno meno rossa, in via di diventare marrone.

 

Una rapida occhiata ai paesi con governi progressisti mostra che in tutti vi sono conflitti ambientali in atto. È sorprendente che non vi sia un’eccezione e che ciò si sia convertito in una regola in tutta l’America del sud. In questo momento ci sono proteste di fronte alle attività minerarie o petrolifere non solo dall’Argentina al Venezuela ma anche in Guyana, Suriname y Paraguay (e noi saliremmo più a nord del semicontinente Sud, al Guatemala, a Panama e al Messico, ndt).

In Argentina si registrano conflitti sociali per le attività minerarie in almeno 12 province; in Ecuador la protesta contro le miniere continua a crescere, e in Bolivia è terminata da poco una marcia indigena in difesa di un parco nazionale (il TIPNIS) e già si annuncia una nuova mobilitazione.

In questi stessi paesi i governi progressisti potenziano l’estrattivismo sia proteggendo le imprese che lo praticano (statali, miste o private), che offrendo facilitazioni per gli investimenti o riducendo le protezioni ambientali. Gli effetti sociali, economici e ambientali vengono sminuiti. In alcuni casi i governi affrontano la protesta sociale, in altri la criticano acidamente e in casi più recenti la criminalizzano, giungendo a reprimerla.

La contraddizione fra uno sviluppo estrattivista e il benessere sociale finisce per determinare un clima iperteso in Perù. Lì il governo di Ollanta Humala ha deciso di appoggiare il grande progetto minerario di Conga, a Cajamarca, malgrado la resistenza generale e l’evidenza degli effetti. Questo ha originato una crisi interna al governo, l’uscita da questo di molti esponenti della sinistra e una frattura nella base politica di appoggio.

Il governo ha preso le distanze dalla sinistra decidendo di appoggiare gli investimenti e l’estrattivismo. Il caso forse più drammatico sta avvenendo in Uruguay dove in pochi mesi il governo di José Mujica sta decisamente trasformando la struttura produttiva del paese per trasformarlo in territorio minerario. Si favorisce l’estrazione del ferro nonostante la protesta cittadina, i suoi impatti ambientali e i suoi dubbi vantaggi economici. Contemporaneamente si è appena approvato un controverso ponte in una zona ecologica importante, cedendo agli investitori immobiliari. Infine, se non bastasse, minaccia di smembrare il Ministero dell’Ambiente.

Il governo Mujica non sta venendo meno a promesse di carattere ambientale, giacché qui la coalizione di sinistra è un caso atipico, dove nel suo programma di governo manca un capitolo su questi temi; ma dimostra chiaramente che è disposto a sacrificare la Natura per garantire gli investimenti stranieri.

 

Queste sono solo alcuni esempi delle attuali contraddizioni dei governi progressisti.

 

Sono il risultato di strategie di sviluppo basate sullo sfruttamento intenso delle risorse naturali, scommettendo sugli alti prezzi delle materie prime sui mercati globali. La sua macroeconomia è basata sulla crescita economica, sull’attrazione degli investimenti e sulla promozione delle esportazioni. Si opera perché lo Stato intercetti parte di questa ricchezza per automantenersi e finanziare programmi di lotta alla povertà.

Con questo modello di sviluppo, la sinistra di governo non sa molto bene come trattare i problemi ambientali. In alcuni discorsi presidenziali si intercalano riferimenti all’ambiente, si inseriscono capitoli di certi piani di sviluppo e si arriva perfino a evocare la Pacha Mama.

Ma ad essere sinceri si deve riconoscere che in generale le esigenze ambientali vengono percepite come ostacoli alla crescita economica e le si considerano un freno alla riproduzione dell’apparato statale e all’assistenza economica ai più bisognosi. Il progressismo si sente più a suo agio con misure come le campagne per abbandonare la plastica o cambiare il tipo di lampadine ma resiste ai controlli ambientali degli investitori e degli esportatori. Si giunge a una gestione ambientale debilitata da parte dello stato perché non può urtare il cliente coi temi più urticanti. Il fatto è che molti compagni della vecchia sinistra, ora al governo continuano a sognare con le classiche idee dello sviluppismo materiale e sono convinti di dover spremere al massimo le ricchezze ecologiche del continente.

I veterani e in special modo i caudillos, lamentano che l’ambientalismo è un lusso che solo i più ricchi possono concedersi e che pertanto non è applicabile in America latina fintanto che non venga risolta la povertà. Spesso alcuni di questi leaders come Lula o Mujica sono arrivati assai tardi a occupare il governo, cioè quando, in pieno XXI secolo, questa prospettiva è diventata insostenibile.

 Queste contraddizioni significano che questi governi sono diventati neoliberisti? No, è certo, ed è sbagliato cadere in riduzionismi che li qualificano così. Continuano a essere governi di sinistra, che cercano di recuperare il ruolo dello Stato e esprimono un impegno popolare che sperano di rispettare mediante politiche pubbliche e realizare un certo modello di giustizia sociale.

Ma il problema è che hanno accettato un tipo di capitalismo con forti impatti ecologici e sociali, nel quale sono possibili solo progressi parziali. Ma al di là delle intenzioni, l’insistenza a ridurre la giustizia sociale al pagamento di sussidi mensili assistenzialistici li ha sommersi ancor di più nella dipendenza dall’esportazione delle materie prime. È il sogno di un capitalismo benevolo. Sembra che il progressismo di governo possa essere solo estrattivista, e che questa è la maniera migliore per sostenere il proprio paese e per affrontare la crisi finanziaria internazionale. Si va perdendo la capacità di nuove trasformazioni e l’ossessione di conservare il governo li rende timorosi e schivi di fronte alle critiche. Questa è in fondo una sinistra, ma di nuovo tipo, meno rossa e molto più progressista, nel senso di essere ossessionata dal progresso economico.

Questo tipo di contraddizioni spiega la distanza crescente dagli ambientalisti e dagli altri movimenti sociali, ma alimenta la generalizzazione di una delusione per l’incapacità del progressismo al governo di poter andare al di là di questo capitalismo benevolo.

Molti ricordano che in un passato non molto lontano, allorché molti di questi attori erano all’opposizione, reclamavano la protezione della Natura, contestava il disimpegno dai controlli ambientali e predicavano il superamento della dipendenza dall’esportazione di materie prime. Queste vecchie alleanze rosso-verdi fra la sinistra e l’ambientalismo, sono scomparse di fatto in tutti i paesi.

Giunti a questo punto è opportuno ricordare che, da un punto di vista ambientale, si distingue fra i temi “verdi”, centrati sulle aree naturali o la protezione della biodiversità, e la cosiddetta agenda “marrone”, che deve lottare con i rifiuti solidi, gli effluenti industriali o le emissioni gassose. La prospettiva verde punta sulla Natura, mentre quella marrone deve affrontare gli impatti dello sviluppismo tradizionale.

In questo contesto il progressismo al governo in America del sud si sta allontanando dalla sinistra rossa e, ossessionandosi sempre più col progresso, diventa una “sinistra marrone”. La “sinistra marrone” è quella che difende l’estrattivismo o celebra le monocoltivazioni. Di fronte a questa deriva l’impegno immediato non sta nella rinunzia ma nel proseguimento delle trasformazioni affinché la sinistra sia tanto rossa quanto verde.

*Eduardo Gudynas, uruguaiano, è ricercatore del CLAES (Centro Latino Americano de Ecología Social).

L’articolo è tratto da America latina en movimento, Alai-amlatina, 2 marzo 2012. http://alainet.org/active/53106. Traduzione di A.Z.

 

 

Dal MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO

 

A CURA DI ALDO ZANCHETTA

www.kanankil.it/ Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

n.9/2012 dell’11.03.1912

 

 

Questi documenti sono diffondibili liberamente, interamente o in parte, purché si  citi  la fonte

 

 



You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> America Latina: la sinistra marrone