Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Mercenari e dintorni

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Mercenari e dintorni

 

 

Due ottimi articoli dal Manifesto contro la minimizzazione dell’ennesima manifestazione della barbarie imperialista. Vorrei solo aggiungere - anche se può fare scandalo - che anche la sparatoria dei “nostri marò” sui pescatori indiani scambiati per pirati potrebbe essere il sottoprodotto di un’educazione alla violenza cieca e dalla selezione di mercenari tra le organizzazioni fasciste e razziste, largamente praticata non solo negli USA. Ne avevo parlato a suo tempo in I nostri bravi ragazzi sparano, e poco prima in Marines e SS. Ma in parlamento, sono tutti uniti, tutti insieme per esprimere solidarietà ai “nostri eroi”…  E sulla stampa non si può più usare la parola mercenari per definire quelli che vanno a combattere per soldi, senza sapere chi combattono e perché. Invece i mercenari, e lo ha spiegato ottimamente il gen. Mini (Un generale inconsueto: Fabio Mini), sono ormai una parte importante degli eserciti moderni.

D’altra parte l’eliminazione dell’esercito basato sulla leva, ancorché presentata come una risposta a un’esigenza giovanile, e fortemente voluta dal PCI, andava in questa direzione, e rendeva problematico se non impossibile il rifiuto di missioni contrarie a ogni etica, come questa infame guerra in Afghanistan. (a.m.13/3/12)

 

Il fuciliere «solitario»

Tariq Ali

Dal Manifesto ·

 

 

Nelle guerre coloniali di solito le persone sono arrestate, torturate a caso e spesso uccise. Neppure una facciata di legalità è considerata necessaria. Il «solitario» fuciliere americano che ha massacrato degli innocenti afghani due giorni fa è ben lungi dall'essere un'eccezione, come la parola «solitario» implicherebbe. 

Perché questo non è il gesto di un maniaco squilibrato che ammazza degli studenti in una città degli Stati uniti. Non è il primo e non sarà l'ultimo a uccidere in questo modo. 

I francesi hanno fatto lo stesso in Algeria, i belgi in Congo, i britannici in Kenya e a Aden, i tedeschi in Africa di sud-ovest, gli italiani in Libia, i boeri a casa loro in Sudafrica, gli israeliani in Palestina, gli americani in Corea, Vietnam e Centro America, e nel passato recente i loro surrogati hanno agito in modo analogo contro le loro stesse popolazioni in sud America e gran parte dell'Asia. Anche l'occupazione russa in Afghanistan ha visto i suoi «fucilieri solitari» comportarsi in modo simile - anche se, più istruiti di molti dei loro consimili statunitensi, hanno scritto ragioni e circostanze in tormentati diari dopo il loro ritorno a casa. Nel suo libro Afgantsy, Roderic Braithwaite ne cita ampi capitoli e passaggi.

Non esiste una guerra «umanitaria». Prima i cittadini dei paesi occupanti se ne renderanno conto, prima sarà possibile mobilitare il sostegno necessario a opporsi a nuove avventure neocoloniali, con le atrocità correlate. 

Non è un segreto che la gran parte degli afghani si oppongono all'occupazione del loro paese. I soldati occupanti ne sono ben consapevoli. Il «nemico» non è nascosto. E' pubblico. Così cancellare donne e bambini è parte della guerra. Come assassini però elicotteri da guerra, cacciabombardieri e droni sono più efficaci dei fucilieri «solitari».

La situazione in Afghanistan oggi è così disastrosa che le forze occupanti non hanno modo di sapere se gli afghani che lavorano con loro sono dalla loro parte o no. Alcuni dei recenti attacchi contro soldati Usa e della Nato sono venuti da afghani che indossavano uniformi di polizia e dell'esercito disegnate dalla Nato stessa. Così ora chiunque è un nemico. Anche il presidente fantoccio Hamid Karzai, il quale sa che i suoi giorni sono contati ma almeno ha diversi luoghi sicuri e conti numerati che lo aspettano.

Per gli Stati uniti, la contraddizione è implacabile. Gli afghani vogliono che se ne vadano e la guerra non è vincibile. Che fare dunque? Andarsene subito. Questa guerra che de-umanizza il «nemico» de-umanizza anche i cittadini degli stati guerrafondai. Se americani, europei e australiani sono arrivati a diventare ciechi e sordi alle urla di bambini, madri e padri, certo hanno in serbo giganteschi problemi per se stessi. Siamo tenuti in stato di ignoranza, ma la tragedia è che con la nostra apatia contribuiamo a prolungare all'infinito questo stato. Il fuciliere solitario scomparirà presto dai nostri pensieri coscienti, e potremo allora tranquillamente tornare alle uccisioni di routine che avvengono ogni giorno, condotte in modo collettivo su ordine dei dirigenti politici che noi eleggiamo.  TARIQ ALI

 

 

Tutti pazzi per la guerra

di TOMMASO DI FRANCESCO

Dal Manifesto ·

 


Il gesto del sergente assassino che, casa per casa, ubriaco e, secondo testimonianze dei parenti delle vittime, in compagnia di molti uomini del suo plotone, ha massacrato almeno sedici bambini, donne e anziani a Kandahar, sarebbe «follia».

Tanto che il presidente Obama, come si conviene per un gesto insano, è rimasto «scioccato». Invece è «sano» continuare una guerra per undici anni non solo senza risultati, ma dopo avere in modo a dir poco controproducente ucciso migliaia di civili con i bombardamenti «mirati». Perché colpire dall'alto dei cieli, con cacciabombardieri o droni indirizzati dai comandi unificati della Nato, lontano, da Tampa in Florida - è «azione necessaria, utile alla pace». Eppure basta guardare le aberrazioni delle ultime guerre, per scoprire che questa «follia» altro non è che la normalità. Nell'elenco - dall'Afghanistan all'Iraq - quella dei marine che eroicamente pisciano sui nemici uccisi, del Corano dato alle fiamme, di Abu Ghraib, delle stragi di Bagram, dei raid al fosforo bianco su Falluja. E del massacro di Haditha in Iraq, per citarne uno solo, quando, nel novembre 2005, casa per casa, strafatti di chissà che, i soldati di un plotone americano in perlustrazione massacrarono 24 bambini, donne e anziani. Ci hanno fatto un film negli Usa - (sul Vietnam ne hanno fatti 58mila di film, uno per ogni soldato americano rimasto ucciso. Ma avete mai visto un film vietnamita che parli dei due milioni di vittime civili?). Ma gli atti delle deposizioni per il processo su Haditha sono state ritrovati poco tempo fa da un inviato del New York Times in una discarica di Baghdad. Avere dichiarato la guerra all'Afghanistan come vendetta per l'11 settembre e quella all'Iraq per le armi di distruzione di massa che non aveva, è forse un atto di «salute mentale»? La risposta non serve: per questi massacri di centinaia di migliaia di esseri umani nessuno pagherà mai. L'impunità è la maggiore sindrome di «ragionevolezza» della nostra epoca.

Altro che «follia»: abbiamo costruito noi il manicomio attribuendo ai militari il compito di esportare la democrazia con le armi. E il manicomio appare sempre più in evidenza se si riflette che la più grande democrazia al mondo, gli Stati uniti, assegnano un quarto dell'intero bilancio federale agli armamenti. In conto c'è già che qualche «dissennato» Rambo impazzisca, come dimostrano le alte spese per sostenere le vite distrutte degli spostati sociali, i veterani delle tante guerre «umanitarie» della fine dell'ultimo millennio e di quello nuovo, sospesi tra suicidio e sopravvivenza.

E continuare a sostenere, in modo bipartisan come fa l'Italia, quel conflitto inutile e sanguinoso, e in aperto disprezzo della nostra Costituzione che bandisce la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali, non è pazzia ma «sostegno agli obblighi internazionali», ci ricorda incredibilmente un giorno sì e un giorno no addirittura il Presidente della Repubblica che sulla Costituzione dovrebbe vigilare. Così come impegnare, nell'epoca della scure dei tagli sociali, almeno dieci miliardi di euro per acquistare - e investire soldi pubblici in aziende private e per profitti privati - ben 91 cacciabombardieri F-35 non è demenza ma «adeguamento e ammodernamento della nostra difesa», sostiene il ministro-generale Di Paola, degno erede del già ministro dannunziano La Russa. Quello che solo pochi mesi fa in modo «savio» gettava da un aereo militare volantini sui cieli afghani per giustificare ai sudditi dell'impero le magnifiche sorti e progressive della nostra manìa bellica.

È la guerra, che si vuole corollario indispensabile alla crisi di questo modo di vivere, produrre e consumare, che è la vera follia. Con la logica da Rambo, che fa piangere gli italiani solo quando gli «indiani», come in Nigeria, siamo noi. E la sinistra in Italia «non esiste più», come ricordava Luigi Pintor, proprio a partire dall'adesione alla guerra. A noi, per impedire questa deriva demente e collettiva, non resta che la parte degli «scemi di guerra», di quei saggi capaci di farsi passare per matti pur di non partire per il fronte.  TOMMASO DI FRANCESCO