Movimento Operaio

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Mandel sul passivo di bilancio

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Passivo di bilancio e internazionalizzazione del Capitale

nella teoria marxista

Ernest Mandel

 

 

Inseriamo in traduzione italiana questo testo che Ernest Mandel, uno dei principali economisti marxisti della seconda metà del XX secolo, pubblicò nel giornale della sezione belga della IV Internazionale, La Gauche (n. 14, 12 agosto 1992), tre anni prima della sua morte. Un articolo che, ormai trascorsi quasi vent'anni, conserva un'incredibile attualità e permette di cogliere le tendenze di lungo periodo del capitalismo in Europa, al di là delle responsabilità dei singoli governanti. (a.m. 19/3/12)

 

 

È stato l’economista inglese John Maynard Keynes ad aver messo all’ordine del giorno il ricorso al passivo di bilancio come strumento per contrastare la crisi economica e la disoccupazione. La sua idea è stata in parte ripresa dal movimento operaio organizzato di vari paesi, nella forma di una rilancio economico tramite ingenti spese nell’ambito dei lavori pubblici, ad esempio in Belgio con il “piano del Lavoro” del POB [Partito socialista belga - Parti Ouvrier belge] negli anni Trenta.

Da un punto di vista teorico, aumentare la domanda globale (il potere d’acquisto complessivamente disponibile) in un determinato paese agevola la ripresa economica, finché sono disponibili capacità produttive inutilizzate: disoccupati, riserve di materie prime, macchinari non funzionanti a tempo pieno, ecc. Queste risorse inutilizzate vengono in qualche modo rimesse in moto dall’ulteriore potere d’acquisto derivante dal passivo di bilancio. Soltanto quando queste riserve si esauriscono il passivo sfocia fatalmente nell’inflazione.

Gatta ci cova, però. Perché il passivo non generi inflazione ben prima di aver raggiunto la piena occupazione è necessario aumentare le imposte dirette proporzionalmente ai redditi. La borghesia, tuttavia, preferisce ricorrere a prestiti statali anziché pagare tasse: i primi rendono, le seconde no. Nella società borghese del XX secolo l’evasione fiscale è un fenomeno universale. Per questo, il passivo di bilancio praticamente si accompagna regolarmente allo sviluppo del debito pubblico.

L’interesse di questo debito occupa un posto crescente nelle spese pubbliche, tendendo ad aumentare il passivo, senza alcun effetto benefico per l’occupazione. Al contrario: poiché i/le lavoratori/lavoratrici pagano tutta l’imposta dovuta, che viene trattenuta alla fonte, l’aumento del debito pubblico comporta una redistribuzione del reddito a spese dei lavoratori e a vantaggio della borghesia.

D’altra parte, Keynes lo riconosce, alquanto cinicamente. A suo avviso, i lavoratori e i sindacati sarebbero più disponibili alla decurtazione dei salari nominali e delle prestazioni assistenziali e previdenziali che non all’effettiva riduzione dei salari reali netti accompagnata dall’aumento dei salari nominali (un’impostazione che, a partire dagli ultimi decenni, è largamente contestabile). Ma l’aumento dei redditi dei capitalisti non stimola gli investimenti e quindi l’occupazione? È la tesi dei sostenitori della “ripresa tramite l’offerta”, avversari di Keynes negli anni Trenta e particolarmente influenti sotto Reagan e la Thatcher.

Ancora una volta, non vi è nulla di automatico in questo. L’argomentazione di Keynes al riguardo è convincente. I capitalisti non sono obbligati a investire nella produzione i loro redditi supplementari. Possono scegliere di tesaurizzarli o di impiegarli a scopi meramente speculativi. Anche se li investissero, può trattarsi di investimenti per ristrutturazioni, che sopprimono posti di lavoro invece di crearne.

In realtà, i capitalisti non operano in vista dell’“interesse generale”, ma si muovono per aumentare al massimo i propri profitti. E questo loro comportamento sfocia, appunto, nella crescita periodica della disoccupazione e in crisi economiche più o meno prolungate. Durante tali crisi, massa e saggio di profitto scendono e quindi la ricostituzione del profitto costituisce la priorità assoluta della borghesia. L’intensificazione del saggio di sfruttamento dei lavoratori – in termini marxisti: il saggio di plusvalore – costituisce lo strumento privilegiato per raggiungere questo scopo. Ovunque, la politica di austerità è all’ordine del giorno. Deflazione “monetaristica” e inflazione keynesiana sono soltanto due varianti di quest’unico orientamento di fondo.

 

Un indiscutibile bilancio storico

Il bilancio storico della politica keynesiana, del resto, è molto chiaro. L’esperimento più promettente, quello del New Deal rooseveltiano, si è chiuso con un insuccesso cocente. Nonostante l’aumento delle spese pubbliche, è sfociato nella crisi del 1938, con oltre 18 milioni di disoccupati negli Stati Uniti. Solo l’economia di riarmo accelerato ha eliminato la disoccupazione massiccia. Questo conferma la diagnosi di Rosa Luxemburg, che vide nell’economia di riarmo il “percorso alternativo” per eccellenza in epoca imperialista.

È stata la portata delle spese per gli armamenti, del resto, a fungere, dopo il 1948, da motore per l’espansione dell’economia capitalistica internazionale nel suo complesso. Essa sottende l’“onda lunga espansiva” di questa economia, a costo del passivo di bilancio e dell’inflazione permanenti.

L’altro principale incentivo è stato l’enorme rigonfiamento del credito, vale a dire dell’indebitamento, quello delle grandi aziende e quello delle famiglie meno povere. Come abbiamo detto e ridetto tante volte, l’economia capitalistica ha fluttuato in direzione dell’espansione su un oceano di debiti. Soltanto il debito espresso in dollari oggi raggiunge la cifra astronomica di 10.000 miliardi, di cui il famoso “debito del terzo mondo”, che concerne oltre il 50% degli abitanti del pianeta, rappresenta appena il 15%.

L’esplosione dell’indebitamento costituisce tra l’altro un mercato di sostituzione. Crea un potere d’acquisto supplementare che permette di ammortizzare le contraddizioni interne del capitalismo. Tuttavia questo effetto di ammortizzatore è limitato nel tempo. L’ora della verità viene rinviata, ma non all’infinito. L’indebitamento crescente alimenta inevitabilmente l’inflazione. A partire da una determinata soglia, questa comincia a strangolare la crescita anziché stimolarla, e ciò precipita l’inversione dell’“onda lunga espansiva” in “onda lunga recessiva”, che si delinea fin dalla fine degli anni Sessanta-inizio degli anni Settanta.

Vi è, d’altro canto, qualcosa di irreale nella contrapposizione sviluppata dai dogmatici del neoliberismo tra la cosiddetta politica “dell’offerta” e quella “della domanda” tramite il passivo di bilancio. Mai quest’ultimo è stato così ampio come sotto quel campione del neoliberismo che Ronald Reagan si vantava di essere. Lo stesso vale in larga misura anche per la signora Thatcher. Sono stati entrambi i praticanti di un neokeynesismo a oltranza, pur facendo professione di fede in senso opposto.

La discussione vera non riguarda la portata del passivo, ma la sua destinazione. Quali classi sociali, o principali strati di queste, se ne avvantaggerebbero, con quali risultati per l’insieme dell’economia e della società?

Anche su questo i dati empirici sono incontestabili. Il neokeynesismo di Reagan e della signora Thatcher, insieme ai cosiddetti dettami “monetaristici” (stabilità monetaria a tutti i costi), ha rafforzato ovunque brutalmente l’offensiva di austerità da parte del grande Capitale. Si sono ridotte le spese sociali e quelle infrastrutturali, Si sono gonfiate negli USA, in Gran Bretagna e, in minor misura, in Giappone e in Germania le spese per armamenti. Sono ulteriormente aumentati i sussidi alle imprese private. Si è accresciuta la disuguaglianza sociale. Si è stimolata l’espansione della disoccupazione, che è passata da 10 a 15 milioni, se non di più, nei paesi imperialisti, raggiungendo, se non superando, i 500 milioni nel “terzo mondo”.

Ancor più disastrose sono state le conseguenze sociali. I corsi di economia dello sviluppo impartiti in tutte le università del mondo sostengono, a giusto titolo, che gli investimenti più produttivi a lunga scadenza sono quelli nell’insegnamento, nella sanità pubblica, nelle infrastrutture. Tuttavia, i dogmatici neoliberisti dimenticano questa elementare saggezza quando affrontano i problemi delle finanze pubbliche dall’angolo di visuale dell’“stabilità” da restaurare a ogni costo. Tagliano piuttosto le spese per l’istruzione, la sanità, le infrastrutture, alla fine con risultati disastrosi sulla stessa produttività.

Significa forse che socialisti e umanisti debbono comunque scegliere il keynesismo tradizionale, che approda a diverse varianti del “Welfare State”, rispetto al cocktail avvelenato del monetarismo e del neokeynesismo che ci stanno propinando ora?

La risposta nasce spontanea, anche se dobbiamo modularla. Il keynesismo tradizionale comporta diverse forme di esercizio e spartizione del potere nel quadro della società borghese. Questo approdando regolarmente a forme differenti di “contratto sociale” e di consenso con il grande Capitale in base a quel che è accettabile da quest’ultimo, vale a dire “consenso” a senso unico (“socialismo di gestione”). A questo noi contrapponiamo l’assoluta priorità della difesa degli interessi immediati dei lavoratori e degli obiettivi vitali dei “nuovi movimenti sociali” (ecologici, femministi, pacifisti, di solidarietà con il terzo mondo). E questo impone la salvaguardia (o la riconquista) dell’autonomia politica di classe dei lavoratori.

Peraltro, il keynesismo tradizionale come male minore rispetto alla politica recessiva ha senso solo se sfocia nella rapida e drastica riduzione della disoccupazione. Ma, nelle condizioni attuali, il neokeynesismo approda all’aumento della disoccupazione e dell’emarginazione di settori crescenti della popolazione. Non ostacola minimamente la realizzazione del disegno borghese della “società dualista”, di divisione istituzionalizzata della classe lavoratrice, di deterioramento e di demoralizzazione crescente di un settore di questa. Grazie alla spoliticizzazione e alla disperazione che tutto ciò alimenta, si crea il brodo di coltura per lo sviluppo dell’estrema destra neofascista.

 

L’incidenza delle multinazionali

Il “tardo-capitalismo” è, del resto, contrassegnato dalla concentrazione e dall’accentramento internazionali del capitale, senza comune confronto rispetto al passato. Le società multinazionali sono diventate la principale forma di organizzazione del Grande Capitale. Meno di 700 di queste dominano vaste quote del mercato mondiale. Di fronte all’onnipotenza delle multinazionali, il tradizionale Stato nazionale è sempre meno in grado di applicare di fatto una politica economica coerente ed efficace.

Certo, le multinazionali non sono affatto l’unica forma di grande impresa. Accanto ad esse permangono trust essenzialmente “nazionali”, come pure imprese pubbliche o semipubbliche, in proporzioni diverse a seconda dei paesi. La funzione economica dello Stato nazionale non è, quindi, ridotta a zero. Occorre, tuttavia, riconoscere quale sia la tendenza di fondo a lungo termine, e questa va nel senso di un graduale declino (non completo, né immediato) dell’efficacia dell’interventismo economico statale. L’offensiva ideologica del neoliberismo è, in larga misura, il prodotto e non la causa di questo andamento.

Di fronte all’ascesa delle multinazionali, lo Stato nazionale non è più per la borghesia lo strumento economico adeguato. Essa ne ha però bisogno a scopi di autodifesa. Ha bisogno dello Stato per difendere i propri interessi specifici rispetto ai concorrenti stranieri. Ne ha bisogno per attenuare lo choc delle crisi economiche e sociali. Ha bisogno dello Stato a fini repressivi in caso di crisi politico-sociali esplosive.

Nella misura in cui lo Stato nazionale serve di meno, essa cerca allora di sostituirlo con strumenti sovrannazionali. Perché, tuttavia, questi acquisiscano un reale carattere di Stato, occorre sormontare rilevanti ostacoli politici, culturali, ideologici, cosa che risulta molto più complicata di quel che non si fosse originariamente previsto.

Per ciò stesso l’unificazione dell’Europa capitalistica resta sospesa a metà strada tra una vaga confederazione di Stati sovrani (zona di libero scambio) e una federazione europea di natura realmente statale, con una moneta comune, una banca centrale comune, una politica industriale e agricola comuni, un esercito e una polizia comuni, il tutto rappresentato da un vero e proprio governo comune. Le istituzioni derivanti dall’Atto Unico o dagli accordi di Maastricht ben riflettono questa natura ibrida. Si tratta di istituzioni pre-statali, semi-statali, non realmente statali. Il potere reale resta in mano al consiglio dei ministri, cioè ai dodici [all’epoca- ndt] governi associati. I veri e propri abbandoni di sovranità sono ancora molto limitati. In questo evidentemente incide parecchio la disparità delle situazioni nazionali.

 

Né ripiegamento protezionistico, né euforia europea

Gli accordi di Maastricht impongono agli Stati che partecipano a pieno titolo all’Unione Europea di ridurre il passivo di bilancio al 3% del Prodotto interno lordo (PIL), ai fini della stabilità monetaria. Sono pochi gli Stati che raggiungeranno tale obiettivo entro il 1996, o il 1997, o il 1998. Si andrà verso un’Europa a cinque (Germania, Francia, Benelux)? Il meccanismo sembra inceppato. A questo si aggiunge una bomba a scoppio ritardato: le ripercussioni a medio termine della sunnominata “stabilità di bilancio” sulla congiuntura economica e sull’occupazione. Stando a una nota ufficiosa dell’OCSE, le prospettive di entrambe sarebbero nefaste.

Il solo fatto che Maastricht implichi l’aggravamento della politica di austerità basta da solo a ché il movimento operaio e la sinistra non ossequiente respingano questi accordi. Si tratta però di non farsi abbindolare. In realtà, Maastricht, con l’alibi del “rigore del bilancio”, offre semplicemente il pretesto per proseguire e inasprire la politica di austerità in cui si erano già impegnati tutti i governi interessati. È questa politica che bisogna colpire, al di là dei soli accordi di Maastricht. Vale a dire che l’opposizione a Maastricht non deve assumere la forma di un ripiegamento protezionistico e nazionalistico.

Questo, infatti, ci lascerebbe al punto di partenza, di fronte alle medesima politica di austerità. E le fornirebbe addirittura un’ulteriore “giustificazione” ideologica: la difesa della sovranità nazionale. Non è forse con il pretesto di difendere la “competitività nazionale”, quella della “nostra” industria , che i dirigenti del PS e del SP hanno intrapreso la strada della politica di austerità durante il sesto governo di Martens [Wilfried Martens, nove volte Primo ministro in Belgio] e di Dehaene [ il successore di Martens]?

Di fronte alla crescente internazionalizzazione del Capitale e al potere crescente delle multinazionali, ci sono solo, in fondo, due strategie concepibili per i lavoratori e gli attivisti dei nuovi movimenti sociali. La prima è quella della collaborazione di classe con la rispettiva borghesia, contro “i” tedeschi, “i” britannici, “gli” spagnoli (altrove, “i” giapponesi, o “i” messicani), indistintamente. Non è solo reazionaria ideologicamente, fonte di sciovinismo, di egoismo miope, di xenofobia, o di razzismo. È oltretutto una politica controproducente.

Poiché le multinazionali potranno sempre trovare un paese dove i salari sono più bassi, le condizioni di lavoro più dure, più ridotte le libertà democratiche, impegnarsi su questa strada significa affondare nella spirale discendente dei redditi, delle condizioni di lavoro e delle libertà. Significa andare nel senso di un livellamento “egualitario” verso il basso.

La seconda, la sola efficace, è quella della collaborazione dei lavoratori di tutti i paesi e dei loro alleati contro i padroni di tutti i paesi, allo scopo di conservare tutte le conquiste e portare, a tappe, i salari e le condizioni di lavoro dei lavoratori dei paesi meno favoriti ai livelli di quelli più avvantaggiati. È la logica dell’uguaglianza al livello più alto.

 

Coordinare la risposta internazionale

Ovviamente, in seno alle istituzioni europee, alcune sfumature contrappongono i protagonisti del “centro-sinistra” ai sostenitori del “centro-destra”. Lo provano le polemiche intorno alla carta sociale europea. Noi, naturalmente, non propendiamo per la politica del peggio. Ma prendiamo atto che entrambi sostengono la politica di austerità.

Noi quindi non ci opponiamo a Maastricht e all’Europa dei trust in nome della priorità di un’azione politica nel quadro dello Stato nazionale. Noi abbiamo per obbiettivo a lungo termine gli Stati Uniti socialisti d’Europa, o la Federazione socialista mondiale; il solo quadro adeguato, del resto, per risolvere i problemi cruciali dell’umanità.

Noi favoriamo tutte le iniziative che facilitino la presa di coscienza della necessità di un’azione comune sul piano politico dei lavoratori, a scala europea. Siamo del pari favorevoli a tutto ciò che faciliti la protezione dei lavoratori a livello europeo, in particolare di quelli meno favoriti.

Sappiamo, tuttavia, che non istituiremo mai in un futuro ravvicinato gli Stati Uniti socialisti d’Europa, dati i rapporti di forza attuali. Per questo assegniamo la priorità alla difesa intransigente degli interessi immediati, economici e politici delle masse, sia a livello europeo, sia a quello nazionale.

La priorità è quella dell’iniziativa di massa extraparlamentare. Una priorità che non implica alcun rifiuto di iniziative legislative, né in seno ai parlamenti nazionali, né in seno al parlamento europeo loro succedaneo. Ma implica in più una dimensione morale decisiva: la riconquista da parte del movimento operaio, dei lavoratori e dei loro alleati, del principio di solidarietà, mirabilmente espresso dal motto del movimento operaio americano: «an injury to one is an injury to all» («un attacco a chiunque di noi è un attacco a tutti/e»).

 

Ernest Mandel, La Gauche (n. 14, 12 agosto 1992)

Traduzione di Titti Pierini

 



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